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Toy Story 5, recensione: tradizione e tecnologia nel mondo dei giocattoli

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Fa uno strano effetto tornare al cinema per un nuovo capitolo di Toy Story, soprattutto a chi, come noi, era già piuttosto grandicello all’uscita italiana del film capostipite, ben trenta anni fa. Se Woody, Buzz e compagnia riuscissero ancora a portare in sala un numero consistente di persone, in un periodo storico in cui Hollywood sembra sprofondata in una crisi irreversibile, dove sono in particolare i franchise più famosi a soffrire maggiormente (vedi, per esempio, il parziale flop di The Mandalorian and Grogu, e la progressiva perdita di interesse verso i cinecomic) la cosa avrebbe quasi del miracoloso. Eppure, le prime proiezioni sugli incassi americani sono molto incoraggianti e confermano il trend positivo segnato dal successo dei sequel di Inside Out e Zootropolis o di trasposizioni in live action come Lilo & Stich, che hanno spinto altre case cinematografiche a seguire una strategia analoga (la Dreamworks Animation ha programmato per il 2027 l’arrivo su grande schermo di Shrek 5 e la Illumination/Universal uscirà a breve con il terzo lungometraggio dei Minions).

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Ma, a dispetto di queste confortanti previsioni commerciali, sarebbe una bugia dire di non essere stati attraversati dal dubbio che la pellicola non avesse niente di nuovo da raccontare, in special modo dopo aver appreso che la Pixar aveva deciso di affidare regia e sceneggiatura al veterano Andrew Stanton (il quale, in forme differenti, ha partecipato alla scrittura di tutti e quattro i capitoli precedenti). Una scelta conservativa che se da un lato testimonia l’intenzione dello studio californiano di non volersi avventurare in rischiose “innovazioni”, puntando tutto su un autore a cui sono da ascrivere alcuni dei suoi più grandi successi (basti citare, Monsters & Co., WALL-E e Alla ricerca di Nemo), dall’altro non può non far temere la possibile reiterazione di tematiche già ampiamente esplorate nei primi film. Forse è per questo che a Stanton è stata affiancata, sia alla regia che alla sceneggiatura, la giovane Kenna Harris, la quale non può ancora vantare il curriculum dell’illustre collega, ma è, di sicuro, in grado di comprendere meglio gli interessi del pubblico di oggi.

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In realtà, nella pellicola, tale contrasto tra visioni apparentemente diverse si nota appena, sebbene la prima parte faccia fatica a ingranare e soffra di una certa prevedibilità, perché troppo concentrata sulla rivalità tra i giocattoli tradizionali e il tablet Lilypad, in principio caratterizzato per risultare irrimediabilmente antipatico agli spettatori. D’altro canto, senza grossi preamboli e in maniera diretta, il tema del film si rivela subito essere la contrapposizione tra la funzione socializzante e immaginifica svolta da pupazzi di pezza e soldatini di plastica e l’alienazione provocata dall’uso eccessivo di giochi tecnologici. Una critica che suona paradossale per un’azienda che ha basato la sua fortuna sull’impiego rivoluzionario della computer grafica nell’animazione, che, però, progressivamente, assume un significato differente, quando, in modo molto schietto, l’accusa prende di mira il cyberbullismo e la dipendenza patologica di tanti adulti verso i propri gadget elettronici. Un messaggio indubbiamente non originale, affrontato, tuttavia, senza retorica e dispiegando il meglio che la Pixar ha saputo regalare al suo pubblico in oltre tre decenni di attività. Nel momento in cui questo succede, il film cambia volto e le incertezze iniziali scompaiono del tutto. La vicenda diventa finalmente coinvolgente, lasciando maggiore spazio alle avventurose peripezie degli improbabili eroi della pellicola. In più, nostalgia e buoni sentimenti emergono nei tempi giusti e in maniera non invasiva, culminando in un finale inevitabilmente consolatorio, ma per nulla dissonante con la storia raccontata. Oltretutto, presumibilmente per smorzare la sensazione di déjà vu, Stanton e la Harris concedono le luci della ribalta a Jessie, vera protagonista del film, confinando Buzz (che è, comunque, al centro degli intermezzi più divertenti) e principalmente Woody nelle retrovie.

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Per il resto, non stupisce l’ottima caratterizzazione dei personaggi, i bambini in particolare, da sempre un punto di forza della Pixar, che, però, non deve mai essere dato per scontato. Così come è giusto sottolineare – per quanto possa sembrare ovvio - l’altissimo livello dell’animazione, incredibilmente fluida e di una perfezione tecnica disarmante (in alcune scene i capelli di Jessie e la trama della stoffa di cui è rivestito il suo cavallo Bullseye raggiungono un grado di realismo sbalorditivo). Abbiamo anche apprezzato che nei passaggi dove bisognava trasferire in immagini le fantasie dei piccoli protagonisti, la rappresentazione dei personaggi fosse affine a quella dei bozzetti preparatori utilizzati come character design e negli storyboard. Un’idea verosimilmente da attribuire alla Harris, che ha cominciato la sua carriera alla Disney proprio con quella mansione, ma che vuole pure stabilire un parallelismo tra l’inventiva stimolata dai giocattoli e la creatività messa in campo dai tanti (e spesso anonimi) artisti coinvolti nella realizzazione del lungometraggio.

Insomma, benché Toy Story 5 non raggiunga le vette di eccellenza dei primi tre capitoli della saga, i suoi autori sono riusciti ancora una volta a sorprenderci (e – ammettiamolo – anche a commuoverci) mostrandosi capaci di far convivere attualità e tradizione, senza apparire ripetitivi. E questo non è di sicuro un merito da poco.

Voto: 7,5

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Il teaser trailer di Gatto, il nuovo film Pixar diretto da Enrico Casarosa

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Sono stati diffusi il teaser trailer e il poster di Gatto, il nuovo film d’animazione originale Disney e Pixar diretto da Enrico Casarosa che accompagna gli spettatori nei meandri della Venezia sotterranea, governata dai gatti.

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Mark Ruffalo (Povere Creature! Avengers, Il caso Spotlight, Foxcatcher - Una storia americana) si unisce al cast vocale originale nel ruolo di Nero, il gatto nero dal carattere irascibile, mentre Laurence Fishburne (la trilogia The Matrix, Boyz n the Hood - Strade violente, Tina - What's Love Got to Do with It) presterà la sua voce nella versione originale del film a Rocco, uno spietato boss della criminalità organizzata felina. Il teaser trailer mostra Nero e Rocco mentre fanno domande a un altro gatto dando vita a un divertente interrogatorio.

In Gatto, dopo anni passati a destreggiarsi tra le superstizioni e i canali di Venezia, Nero comincia a chiedersi se abbia vissuto le vite giuste. Indebitato con Rocco, il boss della criminalità organizzata felina locale, Nero si ritrova a fronteggiare un dilemma ed è costretto a stringere un’amicizia davvero inaspettata che potrebbe finalmente condurlo al suo scopo — a meno che Venezia non abbia prima la meglio su di lui. 

Gatto è diretto da Enrico Casarosa e prodotto da Andrea Warren, il team di filmmaker che ha realizzato il film Luca, candidato all’Oscar®. Gatto arriverà nelle sale italiane il 4 marzo 2027.

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Il nuovo trailer di Toy Story 5

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Disney e Pixar hanno diffuso il nuovo trailer e il poster di Toy Story 5. Potete vederli qui di seguito. "I giocattoli sono tornati e, questa volta, Buzz Lightyear, Woody, Jessie e il resto della banda devono affrontare una nuova sfida quando si trovano faccia a faccia con Lilypad, un nuovissimo tablet che arriva con le sue idee rivoluzionarie su ciò che è meglio per la loro bambina, Bonnie. Il momento del gioco sarà mai più lo stesso?"

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Il trailer mostra anche Woody e Buzz che finalmente si ritrovano dopo la decisione di Woody di lasciare la banda e iniziare ad aiutare i giocattoli smarriti alla fine di Toy Story 4 (2019). I giocattoli affrontano i dispositivi tecnologici di oggi e ci sarà bisogno dell'aiuto di tutti: personaggi già conosciuti e altri completamente nuovi.

Toy Story 5 è diretto dal vincitore dell'Academy Award® Andrew Stanton (WALL•EAlla ricerca di NemoAlla ricerca di Dory), co-diretto da Kenna Harris (Ciao Alberto) e prodotto da Lindsey Collins (RedWALL•EAlla ricerca di Dory), e presenta una colonna sonora originale del vincitore dell'Academy Award® Randy Newman, che torna a comporre per il suo quinto film della serie Toy Story. L'avventura animata arriverà nelle sale cinematografiche italiane a giugno 2026. 

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Elio, recensione: una commedia fantascientifica targata Pixar

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C’era grande attesa attorno a Elio, il nuovo lungometraggio della Pixar, ma anche un po’ di apprensione. La sua uscita, infatti, prevista inizialmente per il marzo del 2024, è stata improvvisamente posticipata al giugno di quest’anno, pare per divergenze creative tra i vertici della casa cinematografica e il regista Adrian Molina (noto per aver co-diretto e partecipato alla scrittura di Coco, il grande successo del 2017, che narrava le peripezie del giovane messicano Miguel nel mondo dei defunti). Costui avrebbe insistito per realizzare un film con una forte componente horror non riuscendo, però, a persuadere la produttrice Mary Alice Drumm, la quale avrebbe, quindi, richiesto importanti modifiche alla sceneggiatura, con il risultato di determinare il ritardo di parecchi mesi, accennato prima. La conseguenza principale di questa decisione, tuttavia, è stato il notevole aumento dei costi di lavorazione, arrivato a circa trecento milioni di dollari. Una cifra non facile da recuperare, considerando pure quanto la Disney ha dovuto sborsare negli ultimi mesi per la campagna promozionale della pellicola. Ma forte del fatto che i flop della Pixar - dal 1995 (anno di uscita di Toy Story, primo lungometraggio dello studio di animazione) a oggi - si contano sulle dita di una mano e reduce dal clamoroso successo di Inside Out 2 (che ha incassato quasi 1,7 miliardi di dollari), la casa di produzione californiana deve essersi convinta a rischiare un investimento ulteriore, pur di garantire al film le caratteristiche desiderate. Anche perché consapevole che, nel caso malaugurato che la pellicola non riuscisse a raggiungere il pareggio, le perdite potrebbero essere facilmente riassorbite da tonnellate di merchandising, un successivo sfruttamento nei parchi a tema e il passaggio in streaming su Disney+.

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Molina, però, non sembra averla presa bene, preferendo uscire dal progetto, per dedicarsi alla direzione del sequel di Coco e venendo di fatto sostituito da Madeline Sharafian e Domee Shi nella realizzazione delle nuove sequenze animate.
Dire che i segni di questi rimaneggiamenti siano chiaramente percepibili nel film sarebbe falso. Anzi, paradossalmente, sono solo i titoli di coda a mostrare tracce reali di una qualche revisione. In effetti, prima della scena extra (ebbene sì, anche Elio non si sottrae alla moda inaugurata dai “cugini” dei Marvel Studios) i nomi che compaiono alla regia sono unicamente quelli di Sharafian e Shi. In seguito, invece, viene curiosamente indicato soltanto Molina. A ogni modo, se proprio dobbiamo trovare un difetto nella pellicola, che potrebbe concretamente essere il frutto dei tempi ristretti a disposizione degli animatori per mettere a punto le modifiche, è una certa frettolosità con cui vengono raccontati gli eventi. Non che si notino buchi nella sceneggiatura o semplificazioni eccessive, ma soprattutto nei rapporti tra i vari personaggi, si ha spesso l’impressione che manchi il giusto approfondimento. Inoltre, quando appare il Comuniverso, la durata delle scene nelle quali esso ci viene mostrato in tutta la sua magnificenza è relativamente breve. Si tratta delle sequenze dove l’animazione raggiunge i livelli strabilianti a cui la Pixar ci ha ormai abituato e che, inevitabilmente, richiedono un lavoro più lungo per essere perfezionate. Pertanto, è verosimile che il minutaggio a loro dedicato possa essere stato parzialmente ridotto. Stiamo, però, parlando di piccole mancanze, che non penalizzano in maniera sostanziale la buona qualità del film, il cui piatto forte, come è facile attendersi, è rappresentato da quel brillante mix di avventura e buoni sentimenti, che ha fatto la fortuna dello studio di animazione.

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Forse, proprio l’esigenza di doversi concentrare su aspetti meno “appariscenti” e, quindi, più semplici da realizzare, ha spinto gli sceneggiatori (i bravi Julia Cho, Mark Hammer e Mike Jones, a cui, nei credit, è stato aggiunto giustamente anche Molina, in veste di co-autore del soggetto iniziale) a portare avanti una narrazione sobria ed equilibrata, maggiormente focalizzata a mettere in luce temi universali quali la crescita individuale, la riscoperta degli affetti familiari e il valore dell’amicizia, senza il timore di affrontare pure argomenti più complessi come l’elaborazione del lutto (il piccolo Elio, il protagonista, è orfano di entrambi i genitori, due astronauti morti in un incidente). Persino le gag slapstick vengono dosate con parsimonia, sebbene la pellicola possa essere legittimamente considerata una commedia fantascientifica e la vicenda sia costantemente pervasa da un umorismo di fondo. Il tutto, però, continuamente a rimorchio del lato emozionale, così importante che anche le numerose citazioni cinematografiche (tra le altre, il primo film di Star Trek, Starman e E.T., dal quale deriva pure il nome del protagonista, un omaggio al giovane Elliott del capolavoro di Steven Spielberg) rischiano quasi di passare in secondo piano.

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Qualcuno potrebbe sostenere che descritta in questo modo, la pellicola non sembri possedere una trama particolarmente originale. Tuttavia, la grandezza della Pixar (ma anche di mamma Disney) è sempre stata quella di saper trasformare degli abiti usati in capi all’ultima moda. La stessa magia capace di far apparire di una tenerezza irresistibile un’autentica mostruosità come Glordon, l’amico alieno di Elio.
Possiamo pure ammettere che Monsters & Co., Up e Inside Out siano opere artisticamente superiori. Quando, però, alla fine, immagini e parole riescono comunque a scaldare il cuore degli spettatori, allora la missione è compiuta.

Un’ultima annotazione: di Elio esiste anche una versione in 3D, che è quella che noi abbiamo visto in anteprima. Onestamente, non ci è parso un valore aggiunto. Potete tranquillamente farne a meno.

Voto: 7

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