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The Mandalorian and Grogu, recensione: puro cinema o speciale televisivo?

Quando da una serie televisiva di successo viene tratto un lungometraggio per il cinema, raramente si riesce a realizzare un’opera indipendente, che possa avere una vita propria, senza dover necessariamente conoscere ciò che si è visto sul piccolo schermo. The Mandalorian and Grogu non sfugge a questa regola e non sembra neppure averci voluto provare, benché, prima dell’uscita del film, il suo regista Jon Favreau (già showrunner della serie TV) avesse dichiarato che la trama avrebbe avuto pochi collegamenti con le tre stagioni apparse su Disney+. Una mezza verità, in realtà, perché sebbene non venga chiaramente citato nessun episodio televisivo, uno spettatore che non abbia visto in precedenza la serie in streaming avrà qualche difficoltà a entrare in sintonia con i protagonisti della pellicola, dei quali non ci viene raccontato nulla del loro passato. Probabilmente, sono da considerare più attendibili le parole di Kathleen Kennedy che, al momento della messa in cantiere del lungometraggio, ricopriva ancora il ruolo di presidente della Lucasfilm e affermò che il pubblico creatosi con il successo di The Mandalorian poteva essere ritenuto sufficiente per tentare l’avventura nei cinema, sperando anche di destare l’interesse dei tanti giovani non molto propensi ad avvicinarsi all’universo di Star Wars. Una possibilità, quest’ultima, con poche chance di concretizzarsi, dato che la Galassia Lontana Lontana pare essere sempre più “distante” (perdonate il gioco di parole) dai gusti degli under 25.

Ciononostante, per quanto il film sia effettivamente una sorta di episodio extralarge della serie TV, liquidarlo con un giudizio così categorico, non renderebbe giustizia al buon lavoro fatto da Favreau e dai co-sceneggiatori Dave Filoni e Noah Kloor, per provare a conferirgli un minimo di dignità cinematografica, pur senza uscire, ovviamente, dal recinto del semplice intrattenimento. Analizzando la pellicola sotto questo punto di vista, si può, onestamente, rimproverare ben poco al regista americano e ai suoi collaboratori, i quali, anzi, sono pure riusciti a risolvere diversi problemi che avevano afflitto la serie televisiva. Per esempio, se c’è una cosa che manca al film, non è di sicuro il ritmo, un difetto, invece, ricorrente in molti degli episodi prodotti per Disney+. A volte ci è parso persino che Favreau volesse in qualche maniera replicare il montaggio serrato dello storico primo capitolo della saga (quello che da tempo è stato canonizzato come Episodio IV), utilizzando lo stesso modo di passare rapidamente da una scena all’altra, scelto allora da George Lucas per concedere allo spettatore pochi attimi per tirare il fiato (guarda caso, qui tutti appannaggio di Grogu). Proprio il richiamo nostalgico è un ulteriore punto di forza della pellicola, che trova il suo momento più alto negli spettacolari quindici minuti iniziali, i quali citano con stile L’impero colpisce ancora, senza sbracare nel vuoto fanservice. Favreau riesce anche a contenere la sua voglia di omaggiare il grande talento artigianale dei tecnici dei primi film (che seppero dare vita, con mezzi limitati, ai tanti, bizzarri alieni che tutti ricordano), riducendo a pochi personaggi l’impiego di effetti speciali volutamente grossolani, i quali, al contrario, sul piccolo schermo ci erano sembrati un anacronismo eccessivamente invadente. Evidentemente (e fortunatamente), il budget decisamente maggiore rispetto a quello destinato a un episodio televisivo, deve averlo convinto a utilizzare la CGI in modo più massiccio.

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Ora, terminato l’elenco dei pregi della pellicola e dei meriti della regia, dovremmo almeno accennare alla qualità della recitazione, ma è un’operazione francamente difficile, considerando che uno dei due protagonisti non parla quasi mai ed è costretto a coprire il suo volto con un casco che ne nasconde le fattezze (oltretutto, non è un segreto che in molte scene Pedro Pascal – che, per chi non lo sapesse, è l’interprete di Din Djarin, il mandaloriano del titolo - è stato sostituito dagli stuntman Brendan Wayne e Lateef Crowder), mentre il secondo è una creatura animatronica. I comprimari per i quali sono stati impiegati attori in carne e ossa hanno uno spazio troppo piccolo per permetterci di esprimere un giudizio su di essi, compresa Sigourney Weaver, il cui minutaggio estremamente ridotto all’interno della vicenda, non le consente di farci apprezzare le sue note capacità recitative. Di buono c’è che, quantomeno, ci siamo risparmiati le pessime interpretazioni di Gina Carano e Ming-Na Wen, che avevano fortemente penalizzato la serie televisiva. Ci sarebbe pure piaciuto vedere Martin Scorsese nei panni di un personaggio reale, ma il grande cineasta italoamericano presta solo la voce a un simpatico ristoratore di strada alieno (esperienza non nuova per Scorsese, che qualcuno ricorderà anche tra i doppiatori di Shark Tale).

Una così bassa rappresentanza di veri attori potrebbe essere un preoccupante indizio del desiderio della Disney di far assomigliare il mondo di Luke Skywalker e soci, alle trasposizioni in live action dei suoi classici di animazione caratterizzati da una presenza umana molto limitata (vedi Il re leone o Il libro della giungla). Da qui, un approfondimento psicologico dei vari character piuttosto inconsistente e – paradossalmente – maggiormente percepibile nei personaggi creati in digitale (Rotta the Hutt su tutti) e la necessità di garantire un tempo adeguato a Grogu, il quale, come già emerso nella serie televisiva, conferma di essere lui, tra i due protagonisti, la reale superstar (non per niente il suo nome è stato inserito nel titolo della pellicola). Impossibile non sciogliersi di fronte alla sua tenerezza, furbescamente esaltata dagli autori non solo per accattivarsi il pubblico dei giovanissimi, ma anche per conquistare parecchi adulti. Pensare, però, che si tratti di una semplice strategia di marketing, incentivata dallo studio cinematografico californiano, è vero soltanto in parte, dato che avere dei personaggi destinati soprattutto ai bambini è nel DNA di Star Wars (la funzione di R2-D2 e C-3PO, o degli Ewok, era, difatti, sostanzialmente la stessa).

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Chi ha apprezzato le tre stagioni di The Mandalorian su Disney+, alla fine, amerà questo film. Non escludiamo, tuttavia, che proprio in virtù dei significativi passi in avanti fatti da Favreau e dal resto della produzione rispetto alla serie TV, non possa incontrare pure il favore di coloro che, all’epoca della sua messa in onda in Italia, non ne avevano tessuto le lodi.
A rimanere, forse, delusi saranno, al contrario, molti fan della saga originale, a cui piacerebbe sempre trovare un nuovo tassello da inserire nella mitologia dei Jedi, considerando che The Mandalorian and Grogu è l’unico lungometraggio appartenente all’universo lucasiano arrivato nelle sale dopo il 2019, anno di uscita di Episodio IX – L’ascesa di Skywalker.
La pellicola, invece, non aggiunge né toglie nulla all’epopea della Forza, irrobustendo ancora di più la sua natura scopertamente seriale. D’altra parte, ricordando le parole di Kathleen Kennedy, menzionate all’inizio, il film è stato concepito con quello scopo e, sotto questo aspetto, assolve perfettamente al suo compito.

Voto: 6,5

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