Toy Story 5, recensione: tradizione e tecnologia nel mondo dei giocattoli
- Scritto da Antonio Ausilio
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Fa uno strano effetto tornare al cinema per un nuovo capitolo di Toy Story, soprattutto a chi, come noi, era già piuttosto grandicello all’uscita italiana del film capostipite, ben trenta anni fa. Se Woody, Buzz e compagnia riuscissero ancora a portare in sala un numero consistente di persone, in un periodo storico in cui Hollywood sembra sprofondata in una crisi irreversibile, dove sono in particolare i franchise più famosi a soffrire maggiormente (vedi, per esempio, il parziale flop di The Mandalorian and Grogu, e la progressiva perdita di interesse verso i cinecomic) la cosa avrebbe quasi del miracoloso. Eppure, le prime proiezioni sugli incassi americani sono molto incoraggianti e confermano il trend positivo segnato dal successo dei sequel di Inside Out e Zootropolis o di trasposizioni in live action come Lilo & Stich, che hanno spinto altre case cinematografiche a seguire una strategia analoga (la Dreamworks Animation ha programmato per il 2027 l’arrivo su grande schermo di Shrek 5 e la Illumination/Universal uscirà a breve con il terzo lungometraggio dei Minions).
Ma, a dispetto di queste confortanti previsioni commerciali, sarebbe una bugia dire di non essere stati attraversati dal dubbio che la pellicola non avesse niente di nuovo da raccontare, in special modo dopo aver appreso che la Pixar aveva deciso di affidare regia e sceneggiatura al veterano Andrew Stanton (il quale, in forme differenti, ha partecipato alla scrittura di tutti e quattro i capitoli precedenti). Una scelta conservativa che se da un lato testimonia l’intenzione dello studio californiano di non volersi avventurare in rischiose “innovazioni”, puntando tutto su un autore a cui sono da ascrivere alcuni dei suoi più grandi successi (basti citare, Monsters & Co., WALL-E e Alla ricerca di Nemo), dall’altro non può non far temere la possibile reiterazione di tematiche già ampiamente esplorate nei primi film. Forse è per questo che a Stanton è stata affiancata, sia alla regia che alla sceneggiatura, la giovane Kenna Harris, la quale non può ancora vantare il curriculum dell’illustre collega, ma è, di sicuro, in grado di comprendere meglio gli interessi del pubblico di oggi.
In realtà, nella pellicola, tale contrasto tra visioni apparentemente diverse si nota appena, sebbene la prima parte faccia fatica a ingranare e soffra di una certa prevedibilità, perché troppo concentrata sulla rivalità tra i giocattoli tradizionali e il tablet Lilypad, in principio caratterizzato per risultare irrimediabilmente antipatico agli spettatori. D’altro canto, senza grossi preamboli e in maniera diretta, il tema del film si rivela subito essere la contrapposizione tra la funzione socializzante e immaginifica svolta da pupazzi di pezza e soldatini di plastica e l’alienazione provocata dall’uso eccessivo di giochi tecnologici. Una critica che suona paradossale per un’azienda che ha basato la sua fortuna sull’impiego rivoluzionario della computer grafica nell’animazione, che, però, progressivamente, assume un significato differente, quando, in modo molto schietto, l’accusa prende di mira il cyberbullismo e la dipendenza patologica di tanti adulti verso i propri gadget elettronici. Un messaggio indubbiamente non originale, affrontato, tuttavia, senza retorica e dispiegando il meglio che la Pixar ha saputo regalare al suo pubblico in oltre tre decenni di attività. Nel momento in cui questo succede, il film cambia volto e le incertezze iniziali scompaiono del tutto. La vicenda diventa finalmente coinvolgente, lasciando maggiore spazio alle avventurose peripezie degli improbabili eroi della pellicola. In più, nostalgia e buoni sentimenti emergono nei tempi giusti e in maniera non invasiva, culminando in un finale inevitabilmente consolatorio, ma per nulla dissonante con la storia raccontata. Oltretutto, presumibilmente per smorzare la sensazione di déjà vu, Stanton e la Harris concedono le luci della ribalta a Jessie, vera protagonista del film, confinando Buzz (che è, comunque, al centro degli intermezzi più divertenti) e principalmente Woody nelle retrovie.
Per il resto, non stupisce l’ottima caratterizzazione dei personaggi, i bambini in particolare, da sempre un punto di forza della Pixar, che, però, non deve mai essere dato per scontato. Così come è giusto sottolineare – per quanto possa sembrare ovvio - l’altissimo livello dell’animazione, incredibilmente fluida e di una perfezione tecnica disarmante (in alcune scene i capelli di Jessie e la trama della stoffa di cui è rivestito il suo cavallo Bullseye raggiungono un grado di realismo sbalorditivo). Abbiamo anche apprezzato che nei passaggi dove bisognava trasferire in immagini le fantasie dei piccoli protagonisti, la rappresentazione dei personaggi fosse affine a quella dei bozzetti preparatori utilizzati come character design e negli storyboard. Un’idea verosimilmente da attribuire alla Harris, che ha cominciato la sua carriera alla Disney proprio con quella mansione, ma che vuole pure stabilire un parallelismo tra l’inventiva stimolata dai giocattoli e la creatività messa in campo dai tanti (e spesso anonimi) artisti coinvolti nella realizzazione del lungometraggio.
Insomma, benché Toy Story 5 non raggiunga le vette di eccellenza dei primi tre capitoli della saga, i suoi autori sono riusciti ancora una volta a sorprenderci (e – ammettiamolo – anche a commuoverci) mostrandosi capaci di far convivere attualità e tradizione, senza apparire ripetitivi. E questo non è di sicuro un merito da poco.
Voto: 7,5


