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Gennaro Costanzo

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Solanin. Complete Edition, recensione: la vita fra desideri e realtà

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Tra gli autori giapponesi contemporanei, uno dei mangaka più interessanti e dalla scrittura universale rimane sicuramente Inio Asano. La peculiarità prima di questo autore infatti resta quella di essere in grado di parlare del quotidiano, della normalità, della vita di tutti giorni e delle emozioni umane con una padronanza tale della psicologia dei personaggi e della gestione delle relazioni interpersonali, nonché delle interazioni sociali, da risultare totalmente trasversale ed estrapolabile senza stravolgimenti per essere applicata a qualunque contesto umano, indipendentemente dal contesto geografico, ad esempio. Per questa ragione Solanin in fondo, potrebbe benissimo essere ambientata qui in Italia tanto è possibile riconoscersi nei suoi protagonisti.

Meiko e Taneda sono due giovani innamorati da poco laureati che tentano di vivere la loro vita cercando di trovare un compromesso fra le aspettative sociali imposte e quelle che sono le loro ambizioni, i loro sogni. Quante volte ci siamo chiesti se cercare un lavoro sicuro, a volte anche mal retribuito, o se inseguire le nostre vocazioni? I due, infatti, convivono lontano dalle loro città d’origine e devono, dunque, contare sulle proprie forze per andare avanti. Meiko lavora come segretaria in un’azienda che le garantisce un buono stipendio e un posto fisso, ma che la rende insoddisfatta a causa di un ambiente che la fa sentire solo un ingranaggio facilmente sostituibile e non realmente necessario. Per questo motivo decide di licenziarsi, ma questo la porterà a lasciarsi andare e chiudersi in se stessa, senza cercare reali alternative al suo precedente impiego.

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Taneda, invece, che lavora part-time in un’agenzia di grafica, verrà convinto dalla sua ragazza a inseguire il suo sogno, quello di essere un musicista e diventare famoso con la sua band composta dagli inseparabili amici dell’università. Questa nuova situazione di incertezza economica e di insoddisfazione porterà i due protagonisti a vivere un momento di crisi, fino a un episodio che sconvolgerà totalmente le loro vite ma che, per evitare spoiler, non riveleremo in questa sede. Vi basti sapere che tutti i personaggi verranno messi con le spalle al muro e saranno costretti ad affrontare la dura realtà.

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Asano racconta, dunque, una slice of life assolutamente realistica con un tono lieve ma preciso, capace di toccare le giuste corde emotive. Una riflessione sulla condizione del lavoro, sulle difficoltà che incontriamo sulla strada della vita in costante ricerca di equilibro fra ciò che vorremmo essere e quello che ci troviamo realmente davanti. Fondamentale è la presenza di personaggio veri, e il mangaka è abile nel creare un gruppo di protagonisti, non solo Meiko e Taneda ma anche i loro amici, assolutamente credibili e umani. Difficile non riconoscersi in almeno uno di loro. Le tematiche affrontate da Asano non sono solo quelle relative al rapporto col mondo del lavoro e al nostro ruolo nel mondo, al conseguimento dei nostri sogni ed evitare la spersonificazione che una società, soprattutto come quella giapponese, tende a portare, ma vengono anche analizzati i rapporti di coppia, l’elaborazione del lutto e i freni inibitori che noi stessi creiamo e che ci ostacolano.

La narrazione è accompagnata dal tratto di Asano morbido e tondeggiante, caratterizzato da una linea chiara sottile e precisa. Le tavole hanno una gabbia molto varia e l’autore fa frequente uso di primi piani, cosa che mette in risalto le emozioni dei protagonisti sottolineate da espressioni molto naturali che solo raramente, e in maniera lieve, fanno uso di deformazioni caricaturali atte a creare esasperazioni emotive.

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A distanza di 15 anni dall’uscita del primo episodio in Giappone e a 10 dalla prima edizione italiana, Panini Comics ristampa Solanin in un unico volume di 472 pagine nel formato 15X21, maggiore rispetto al precedente 13X18 in due volumi, che esalta al meglio le tavole dell’artista. Il volume, con sopracopertina, è di ottima fattura e presenta un paio di capitoli extra aggiunti, alcuni disegni inediti e una postfazione dell’autore. Nulla di imprescindibile, ma che potrebbero invogliare, insieme al nuovo formato, all’acquisto anche chi già possiede l’opera.

Spider-Man: Simbionte: La Trama di Mysterio, recensione: un revival poco riuscito

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È evidente che Peter David sia molto legato al costume nero di Spider-Man. Fu durante quel periodo, infatti, a metà anni ’80, che il giovane PAD propose un soggetto per Spectacular Spider-Man che sarebbe poi diventato la celebre storia intitolata La Morte di Jean DeWolff, considerata una delle migliori avventure del personaggio. L’entusiasmo fu tale che David lasciò il suo posto amministrativo alla Marvel per dedicarsi a tempo pieno all’attività di autore. 

Dal punto di vista narrativo, era da poco terminato l’evento noto come le Guerre Segrete, maxiserie del 1984/85 in 12 numeri in cui gli eroi Marvel lasciarono la Terra a causa di un’entità nota come l’Arcano che creò un pianeta per far scontrare eroi e criminali con lo scopo di osservarli. Durante questi eventi, Spider-Man distrusse il proprio costume e lo riparò tramite una macchina aliena. Il nuovo costume, di colore nero, non solo si autorigenerava ma proteggeva Peter Parker e produceva ragnatele infinite. Tornato sulla Terra, l’eroe continuò ad utilizzarlo, ignaro che si trattasse di un simbionte che, in seguito, si sarebbe trasformato nel suo letale nemico Venom.

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È durante questo periodo che Peter David, oggi, ambienta Spider-Man: Simbionte: La Trama di Mysterio, una storia che si interseca alla perfezione con le avventure dell’epoca scongiurando, dunque - e gli autori ci tengono a precisarlo - tutte le eventuali incongruenze legate alla continuity.
La mini ci racconta di quando Peter Parker aveva una relazione con Felicia Hardy/la Gatta Nera, con quest’ultima più interessata a Spider-Man che al “semplice” Peter, e i suoi rapporti con zia May erano ai minimi storici.

L’avventura, uscita in America in contemporanea al film Spider-Man: Far From Home, ha come co-protagonista il villain della pellicola, appunto Mysterio, alter-ego di Quentin Beck. Nonostante sia uno dei primi nemici di Spider-Man, la sua credibilità è pressoché nulla e nell’ambiente criminale nessuno è disposto a dargli credito. Così, per riscattarsi, pianifica un grosso colpo che però finisce in tragedia dopo l’uccisione accidentale di una impiegata della banca rapinata. Pentito, Beck vuole appendere il costume al chiodo e abbandonare l’attività criminale per sempre, tuttavia una casualità lo porterà a scontrarsi con Spider-Man. Scoperte le proprietà del costume nero del suo nemico, Mysterio tenterà di impadronirsene per avere la sua vendetta sul Ragno.

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Dicevamo in apertura che Peter David è molto legato al periodo storico in cui si svolge questa miniserie in 5 numeri - che in patria ha riscosso un buon successo tanto da generare un sequel con protagonista Hobgoglin – e questo si evince dalla lettura del volume Panini Comics. È evidente che David si sia divertito, infatti, a scrivere questo racconto godibile e leggero… forse fin troppo. Perché per quanto lo sceneggiatore sia noto per le sue storie argute, ironiche e spesso drammatiche, in questo progetto sembra l’ombra di se stesso. La storia ha un intreccio molto debole e uno sviluppo prevedibile, il lavoro psicologico sui personaggi risulta molto superficiale e in diversi momenti alcuni di loro sfiorano caratterizzazioni macchiettistiche.

Non aiuta certamente il comparto artistico ad opera di Greg Land, un fumettista indubbiamente molto divisivo, il cui utilizzo dei riferimenti fotografici per i volti dei personaggi spesso sfiora il ridicolo con espressioni esasperate e fuori luogo tanto che i visi dei protagonisti cambiano totalmente in alcune vignette. Nonostante questo, alcune tavole risultano anche spettacolari grazie anche al lavoro di Jay Leisten alle chine e Frank D’Armata ai colori che contribuiscono in maniera determinante a dare dignità alle tavole.

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Spider-Man: Simbionte: La Trama di Mysterio, letta senza pretese, è un’avventura di puro svago con momenti divertenti, tuttavia al di sotto delle sue potenzialità. Il racconto non riesce ad evocare il periodo storico a cui si rifà, il nome di Peter David questa volta – da solo - non basta.

Dan DiDio lascia la DC Comics

Dan DiDio dice addio alla DC Comics.  
Il co-publisher ha lasciato il suo ruolo secondo quanto riportato da ComicBook. In un primo momento, il sito aveva riferito che il co-publisher era stato rimosso dal suo incarico dalla DC, affermazione poi rettificata. Al momento, dunque, non si conoscono le motivazioni reali del suo addio, che giunge improvviso visto che DiDio avrebbe dovuto partecipare a breve al C2E2 insieme al collega Jim Lee. Di sicuro ne sapremo di più nei prossimi giorni.

"L'era DiDio" termina, dunque, dopo un periodo di 18 anni iniziato quando nel 2002 divenne Vice Presidente Editoriale mentre co-scriveva Superboy. Nel 2004 divenne VP/Executive Editor e, infine, co-publisher nel 2010 insieme a Jim Lee dopo il ritiro di Paul Levitz.

Spider-Man: La storia della mia vita, recensione: Peter Parker in tempo reale

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Chissà se per gli eroi di carta è una maledizione o una benedizione quella di cristallizzarsi nel tempo, non crescere mai ed essere sempre giovani mentre il mondo va avanti. Certo, si accumula l’esperienza ma non è la stessa cosa.
Quando nacque l’universo Marvel gli autori probabilmente non credevano che i loro personaggi sarebbero durati così a lungo, e infatti nelle prime avventure gli eroi crescevano quasi in tempo reale. In Amazing Fantasy #15 del 1962, Peter Parker era un quindicenne che frequentava il liceo, pochi anni dopo lo troviamo al college. Tuttavia, pian piano che si andava avanti, il tempo nei fumetti Marvel rallentava sempre più fino ad arrivare alla situazione attuale in cui, nonostante i calendari avanzano, gli eroi restano sempre gli stessi.

In una recente storia, così, si afferma che Peter Parker ha 25 anni, nonostante quando aveva 15 anni John Fitzgerald Kennedy fosse presidente degli Stati Uniti e, poco dopo, il suo amico Flash Thompson combatta in Vietnam. Certo, piccole operazione di ret-con hanno cercato di aggiustare la linea temporale, ma cosa accadrebbe se il tempo per Peter non si fosse mai fermato e fosse trascorso allo stesso ritmo di quello del mondo reale? Insomma, se il 15enne del 1962 avesse 25 anni nel 1972, 35 nel 1982 e così via fino ad oggi, 2020, in cui di anni ne avrebbe 73?

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È questa la domanda che si è posto Chip Zdarsky nella miniserie Spider-Man: La storia della mia vita. L’idea di far crescere un supereroe non è certo inedita, e già in diverse occasioni abbiamo visto versioni “invecchiate” dei personaggi: solo per Peter Parker ricordiamo Il regno di Kaare Andrews o Spider-Girl di Tom DeFalco, Ron Frenz e Pat Oliffe. Tuttavia, l’opera di Zdarsky e Mark Bagley è differente perché si pone l’obiettivo di raccontare l’intera vita di Peter Parker attraverso 6 decenni dagli anni 60 fino ai nostri giorni, mostrando uno sviluppo coerente delle sue vicende personali in relazione anche agli eventi storici reali oltre che al semplice passare degli anni.

È chiaro, dunque, che per portare avanti questa operazione, Zdarsky debba sviluppare una vicenda alternativa che già dalla fine degli anni ’60 si discosta da quella che è la cronologia ufficiale degli eventi narrati sulle testate di Spider-Man. Naturalmente, questi stravolgimenti, dati dall’avanzare del tempo, coinvolgono anche gli altri eroi, in particolare Reed Richards, Capitan America e Iron Man che giocano un ruolo importante nella vicenda. Anche il corso della Storia (quella con la S maiuscola) cambia e dunque l’autore apporta modifica essenziali anche alle vicende storiche sia rispetto al nostro mondo che a quello narrato nei fumetti Marvel tradizionali. Allo stesso tempo, tuttavia, Zdarsky cerca di agganciarsi il più possibile alle vicende di Spider-Man richiamando e riadattando quelle che sono le maggiori saghe del personaggio. Ogni albo, infatti, è ambientato in un decennio diverso e lo sceneggiatore rielabora quelle che sono state le maggiori saghe del periodo. Ad esempio, se negli anni ’80 arriva sulle pagine delle avventure di Spidey il costume nero e Venom, qui accade la stessa cosa. Se gli anni zero sono caratterizzati dall’arrivo di Morlun e quelli successivi dalla Guerra Civile fra gli eroi, qui accade lo stesso. E così via.

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Quello che ne esce fuori è sicuramente un’ottima storia supereroistica in cui Zdarsky riesce a rimodellare e ad alterare il mito di Spider-Man e l’epopea di Peter Parker secondo le sue esigenze ma senza mai tradirne lo spirito, sviluppando in maniera intelligente e coerente sia i personaggi che gli sviluppi narrativi. Dove l’autore pecca è forse nel coinvolgimento emotivo, con una narrazione a tratti fredda e un po’ distaccata. Ci saremmo aspettati un taglio più intimista e un maggior lirismo, in un’opera magari con maggiore epica.

La scelta di Mark Bagley, uno degli artisti più significativi e legati al personaggio, è sicuramente adatta al taglio narrativo dato da Zdarsky. L’artista è autore di un’eccellente prova, senza ombra di dubbio fra le migliori del suo repertorio del nuovo millennio, e la sua matita funziona tanto nelle numerose e spettacolari scene d’azione, quanto nelle altrettanto copiose scene di dialogo fra personaggi in cui l’espressività dei personaggi e la loro recitazione è sempre convincente e naturale. Merito del suo lavoro risiede anche un’ottima costruzione della tavole che offre soluzioni sempre diverse e adatte al contesto. Le chine di John Dell e Andrew Hennessy e i colori di Frank D’Armata risultano fondamentali nel completare degnamente il comparto artistico della miniserie.

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Spider-Man: La storia della mia vita arriva in Italia direttamente in libreria grazie al consueto ottimo cartonato soft-touch di Panini Comics che sicuramente dona prestigio a una storia dell'Uomo Ragno che certamente rimarrà negli anni, immutabile col trascorrere del tempo.

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