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Mario Aragrande

Mario Aragrande

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Daredevil Collection: Il bacio della Vedova, recensione: l'addio di Gene Colan all'Uomo senza Paura

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Il nome di Gene Colan non può che far scorrere un brivido lungo la schiena dei fan di Daredevil: il disegnatore classe 1926, scomparso nel 2011, infatti, è stato protagonista di un ciclo storico del personaggio, durato dal 1966 al 1973, che ne ha definitivamente fissato i canoni estetici, dopo l'iniziale difficoltà della Marvel di trovare un disegnatore stabile per il supereroe cieco.
Subentrato a John Romita Sr., l’autore nato nel Bronx impiegò solo pochi numeri per imprimere il suo stile alla serie: mentre i suoi predecessori utilizzavano un tratto tradizionale, rassicurante e solare, Colan decise di cambiare registro, puntando su inquadrature d'impatto, su figure dinamiche e voluminose, disegnate in dissolvenza per meglio rendere le pose plastiche, che esaltavano le incredibili acrobazie del diavolo rosso.
Anche i volti di Colan erano lontani dalla rappresentazione tradizionale: l'autore, con i suoi lineamenti marcati, le mascelle squadrate, voleva rendere al meglio l’espressività dei personaggi, alternando sulla serie sia il registro della malinconia sia quello della comicità e, soprattutto, giocando con l'utilizzo delle ombreggiatura per sottolineare le variazioni degli stati d'animo dei protagonisti, dando vita a un chiaroscuro unico tra i disegnatori suoi contemporanei, che si personalizzò sempre più col passare degli anni andandosi a collocare - secondo il giudizio di Roy Thomas, successore di Stan Lee come editor in chief della Marvel - tra l'espressionismo di Jack Kirby e il realismo di Neal Adams.

L'autore, dopo il primo ciclo di più di 80 numeri quasi consecutivi, che gli valse il soprannome di “Decano" e gli consenti di consegnare alla storia episodi memorabili, nonché di disegnare il primo annual della testata, tornò a ritrarre Daredevil due volte: la prima, tra il 1974 e il 1979; la seconda nel 1997.

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È proprio l’ultima fatica di Gene Colan sul diavolo di Hell’s Kitchen il piatto forte del numero 21 della collana antologica Daredevil Collection, pubblicata da Panini Comics per ripresentare al pubblico le storie più belle del supereroe cieco: il volume, infatti, raccoglie il ciclo dello scrittore Joe Kelly (pubblicato poco prima del grande rilancio della serie dovuto al suo spostamento nella linea Marvel Knights della Marvel e all'arrivo di Kevin Smith e Joe Quesada), nel quale, oltre a Colan, sono presenti anche altri disegnatori ospiti, come Cary Nord, autore del primo racconto dell’albo e Ariel Olivetti, autore invece del terzultimo episodio.

Discostandosi sia dalle atmosfere hard boiled di Frank Miller, sia da quelle di denuncia sociale di Ann Nocenti, sia, da ultimo, da quelle più teatrali di Dan Chichester, suoi predecessori illustri alla guida della serie, Kelly decide di dare un’impronta tradizionale alla sua gestione di Daredevil, riportando nel fumetto l'atmosfera presente agli esordi, nella gestione di Stan Lee.
L’attenzione si sposta sul lato eroico del personaggio, il tono generale è quello del fumetto di avventura e il fulcro della narrazione sono le sfide che il protagonista deve affrontare quotidianamente per proteggere la città da alcuni nemici storici, cercando di non trascurare troppo la sua vita privata che, tra la momentanea sconfitta di Kingpin, il ritorno di fiamma con la fidanzata storica Karen Page e l'entrata del tradizionale Nelson & Murdock, nell'orbita del ben più grande e famoso Studio Legale Sharp (guidato dalla spietata Rosalind, madre di Foggy), sembra godere di un periodo di serenità insolito per un personaggio come Matt Murdock, certamente non tra i più fortunati della storia dei comics.

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I personaggi di supporto sono usati per portare un tocco d comicità e per creare delle pause dalla narrazione delle avventure del protagonista: oltre agli insoliti problemi domestici di Foggy Nelson (che non riesce a convincere la sua compagna dell’epoca, Liz Osborn, di non essere un donnaiolo e si trova a dover fronteggiare la scomparsa del suo cane), possiamo goderci, mentre Daredevil affronta nemici classici come Mr. Fear e il Gladiatore, i tentativi di sue due dei suoi grandi amori, Karen Page e la Vedova Nera, di riprendere il controllo della la propria vita, la prima consolidando la sua nuova carriera come speaker radiofonica, la seconda ritornando alla sua vecchia attività di spia dello Shield, dopo la momentanea scomparsa dei Vendicatori a causa dell’evento Oslaught. Daredevil si trova quindi coinvolto nel tentativo della Vedova di consegnare alla giustizia ex alti gerarchi del Kgb intenzionati a darsi al crimine organizzato, in un’avventura divertente che assume i contorni della spy story e finisce con un lieto fine per i due supereroi ex amanti.

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Ma la Vedova non è la sola ex amante di Matt Murdock a creargli problemi: il volume presenta infatti una storia tratta dal Daredevil/Deadpool Annual del 1997, in cui la protagonista assoluta è Typhoid Mary, la killer dalle personalità multiple che poco tempo prima, su incarico di Kingpin, era riuscita a distruggere la vita del Diavolo Rosso, facendolo addirittura allontanare da New York; al suo ritorno in città, Matt era però riuscito ad raggirarla e farla internare. L’annual, disegnato da Bernard Chang, narra quindi il ritorno della femme fatale a New York in cerca di vendetta sul nostro protagonista e ha come ospite d’eccezione il mercenario chiacchierone, personaggio particolarmente caro a Joe Kelly (che proprio negli anni '90 lo aveva trasformato, con la sua gestione, dall’assassino senza cuore della sua prima apparizione al personaggio comico e surreale attuale) e si inserisce perfettamente nel tono generale della raccolta, permettendo inoltre allo scrittore di introdurre, con un’operazione di ret-con sulle origini di Daredevil, un dettaglio nuovo sul passato del nostro eroe.

La mano di Gene Colan, nel suo ultimo lavoro sul personaggio a lui più caro, è più incerta di quella delle sue prime opere, anche a causa di problemi di salute abbastanza seri che lo colpirono alla fine della sua carriera. Le caratteristiche del suo stile sono qui portate agli estremi, facendo avanzare qualche riserva sulla resa finale: l’uso forse eccessivo delle ombreggiature, per esempio, influisce negativamente sulla caratterizzazione dei volti dei personaggi e l’utilizzo di una colorazione sfumata finisce col rendere un po’ troppo confuse le scene di azione, in cui le pose plastiche dell’eroe, marchio di fabbrica del disegnatore, sebbene meno numerose, sono comunque presenti.
Nonostante questi piccoli difetti, l’operazione amarcord messa in atto dalla Marvel nel 1997, ingaggiando l’autore simbolo di Daredevil per dare vita ad un ciclo dal sapore fortemente tradizionale, si può dire sicuramente riuscita. In questo senso, l’ultima storia dell’albo, realizzata nell’ambito dell’iniziativa Flashback, volta a mostrare momenti inediti del passato degli eroi Marvel ed incentrata sul racconto del primo giorno all’università di un giovane Matt Murdock, accompagnato da suo padre (e da uno Stan Lee in formato autista di autobus), appare essere la vera chicca del volume. Per la realizzazione di questa storia, non poteva essere scelto artista migliore di Colan, e l’autore ripaga l’affetto e la fiducia riposte in lui con una prova superlativa, malinconica e divertente allo sesso tempo, che è il miglior commiato possibile dal personaggio al quale ha più legato la propria carriera e riesce sicuramente a far scorrere quel brivido nella schiena dei fan del Diavolo Rosso di cui parlavamo all’inizio e che solo vere leggende dei comics come Gene Colan possono regalare.

Babyteeth 1 e 2, recensione: arriva l'Anticristo (ed è figlio di una nerd)

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“Immaginate una nerd di sedici anni che rimane incinta… e, come se non bastasse, il suo bambino è l'Anticristo". Per fortuna Mike Marts, editor-in-chief di AfterShocks, casa editrice americana indipendente nata con lo scopo di permettere a grandi autori di creare e sviluppare le loro idee (infatti, nella sua scuderia si annoverano artisti del calibro di Warren Ellis, Brian Azzarello, Garth Ennis, Paul Jenkis e Mark Waid) questa storia folle l'ha immaginata davvero e ha permesso al suo creatore Donny Cates, nuovo astro nascente del fumetto mondiale (ingaggiato dalla Marvel per scrivere serie come Venom, Dr. Strange e Thanos Vince, grandissimi successi di pubblico e critica) di realizzarla, con un'opera in più volumi, pubblicati nel nostro Paese da Saldapress. La casa editrice emiliana, mostrando una grande lungimiranza, ha stretto, infatti, nel 2017, un accordo per la pubblicazione esclusiva in Italia di tutto il catalogo Aftershocks.
Partendo da un’idea tipica del genere horror come la venuta dell'anticristo, Babyteeth si sviluppa nei primi due volumi in una vicenda spiazzante, a tratti grottesca, in cui tutte le convinzioni che si maturano all'inizio della lettura si ribaltano nel giro di poche vignette e nulla risulta essere ciò che sembra.

Nel primo volume di Babyteeth, dal titolo “Nato", facciamola conoscenza di Sadie Ritter, sedicenne, nerd e incinta ad insaputa della sua famiglia, che già di per sé non è per niente equilibrata: la mamma di Sadie se n'è andata quando lei era piccola, lasciandola sola con sua sorella Heather e suo padre Mike; Heather, forse proprio per l'abbandono della madre, cresce ribelle e finisce per diventare un'inconsueta picchiatrice e spacciatrice di droga. Mike, pilota di linea con un passato nell'esercito e i postumi di una ferita alla gamba con cui deve convivere, dal canto suo, è il classico americano tutto d'un pezzo e la vera ancora della famiglia. Tuttavia, non è facile giustificare una gravidanza quando si è adolescenti e per questo Sadie la tiene nascosta, fino a quando non è più possibile farlo, cioè fino al parto. Così, proprio quando il piccolo Clark (chiamato così in onore di Superman, eroe preferito della mamma nerd) sta per nascere, la situazione peggiora ulteriormente: Sadie ha delle complicazioni, con tanto di esperienza mistica ultraterrena, prima dell'arrivo in ospedale e, durante le contrazioni, nel mondo avvengono violentissimi  terremoti. Ma Clark nasce e la vita della famiglia Ritter non sarà più la stessa. Mentre Sadie cerca di abituarsi al suo nuovo ruolo di madre con l'aiuto di sua sorella e suo padre, scopre che qualcosa di inquietante si cela dietro il suo bambino: a quanto pare Clark potrebbe essere l'Anticristo, c'è un'organizzazione massonica chiamata Silhoutte che vuole ucciderlo nella culla per salvare il mondo e ci sono assassini (l’adolescente Lupo della prateria e suo padre, il veterano Coyote), stregoni (l'enigmatico DancyCherrywood) e demoni procioni con cui bisogna fare i conti per salvare il neonato, che i Ritter non possono fare a meno di amare come se fosse un bambino qualunque. Il primo volume si chiude per i nostri protagonisti con l'inizio di un viaggio verso un rifugio per il bambino e la promessa di spiegazioni sulla follia che si è manifestata dopo la sua nascita.

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Il secondo volume, intitolato “Maleducazione", ci mostra la Via, società segreta antagonista alla Silhoutte, che si offre di dare asilo ai Ritter e al piccolo Clark. Attraverso la spiegazione del capo della Via, scopriamo che esiste un culto dell'anticristo, che ha lo scopo di attuare l’apocalisse, seguendo un'interpretazione delle sacre scritture tanto semplice quanto sorprendente. Di più non diciamo per evitare spoiler, basti dire che in un crescendo di colpi di scena adrenalinici, Mike Heather e Sadie, si troveranno nel mezzo di una vera e propria azione di guerra tra ciò che resta della Silhoutte, dopo la mossa del letale killer Coyote, già visto nel primo volume, e la Via (che si rivela non essere un porto sicuro come sembrava), e dovranno lottare con tutte le loro forze per proteggere Clark e iniziare una nuova avventura, che si svilupperà nei numeri successivi, per scoprire i misteri dietro la sua origine, mantenendo, allo stesso tempo, unita e al sicuro la propria famiglia.

Sospendendo il giudizio complessivo sull'opera e i suoi messaggi impliciti, che potranno essere analizzati solo dopo averne letto i volumi conclusivi, dei primi due capitoli del fumetto di Donny Cates e Gary Brown, si può solo parlare bene: lo scrittore texano costruisce la sua storia con colpi di scena tanto assurdi quanto credibili, dialoghi asciutti e realistici, personaggi ben delineati e un'idea di base solida che, spiegata gradualmente nei vari capitoli, deve ancora essere sviscerata completamente.

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Attraverso l'espediente narrativo del racconto dei primi giorni della sua nascita, registrato per Clark da Sadie su uno smartphone, Cates ci narra la storia della venuta dell'anticristo sulla Terra, in una maniera del tutto verosimile. Mentre la protagonista anticipa a volte alcuni momenti salienti successivi, aumentando così l'attesa di conoscere tutta la vicenda, la narrazione ha il grande pregio di sorprendere sempre il lettore, non tanto per la presenza di un ritmo che cresce ad ogni pagina con lo sviluppo della storia, quanto per la capacità di cambiare le carte in tavola senza perdere la coerenza del racconto: la Silhoutte, che all'inizio sembra essere il male da cui difendersi, in realtà, per certi versi, lavora per difendere l'umanità e la Via, che invece dapprima sembra un’organizzazione in cui trovare riparo, insegue un fine oscuro. Nel mezzo della lotta millenaria tra queste due forze massoniche, entrambe connotata di elementi negativi, la famiglia Ritter, pur con le sue contraddizioni, rappresenta l'unico raggio di luce senza chiaroscuri, quasi a voler dire che l'amore della famiglia, è l'unico elemento in grado di costituire un punto fermo, una guida per un bambino, in mezzo alla tempesta proveniente dal mondo esterno.

L'altro grande pregio di Babyteeth è la particolarissima spiegazione data all'apocalisse e all'avvento dell'anticristo (o degli anticristi, visto che sembra ce ne siano stati tanti), che non si riduce al cliché della contrapposizione tra bene e male, tra giusti ed empi, ma si rivela come qualcosa di più complesso, inquietante, - siamo tutti certi che il giorno del giudizio non faccia parte del disegno divino? -, e sicuramente mai visto prima. Sarà interessante vedere come l'elemento trascendente influirà sulle scelte finali dei Ritter, persone comuni che lottano per conservare la propria umanità, di fronte a forze al di là della comprensione umana.

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Quanto ai disegni, il talento di Gary Brown, autore dallo stile sporco, non appare all'altezza di quello dello sceneggiatore: il disegnatore si concentra più sui personaggi che sugli sfondi, ma a causa di un tratto troppo stilizzato, di inquadrature ripetitive, è di poca ricerca del movimento, non riesce a raffigurare al meglio le espressioni dei protagonisti e, in alcuni punti, rende più confusa una sceneggiatura che invece appare alquanto lineare. Di livello decisamente più alto è la colorazione, che riesce a riempire gli spazi dell'ambientazione lasciati vuoti dal disegnatore e conferisce all'opera il carattere horror che merita.

Babyteeth è quindi un lavoro davvero molto interessante. Se nei capitoli successivi riuscirà a mantenere gli alti livelli della sceneggiatura e a fare l'ultimo salto di qualità nei disegni, potrà sicuramente essere annoverato tra i lavori di punta del catalogo Aftershock. Un horror intelligente, sorprendente e lontano dai luoghi comuni del genere, che non può mancare nelle librerie degli appassionati del genere.

Marvel's The Punisher: la recensione della seconda stagione della serie Netflix

Qual è il momento in cui un vigilante prende coscienza delle proprie motivazioni e decide di dedicare la sua vita alla propria missione di giustizia, per quanto distorta possa essere? La seconda stagione di The Punisher, serie Netflix spin-off di Daredevil, tratta dal celebre fumetto Marvel, risponde a questa domanda, riprendendo le fila del racconto delle gesta di Frank Castle da dove si era fermata la prima stagione, e correggendone i piccoli difetti che avevano lasciato un po' con l'amaro in bocca i fan più duri e puri del fumetto.

Per la sua prima avventura, infatti, Netflix aveva deciso di rileggere in chiave moderna l'origine del Punitore, inserendolo in una sorta di spy story in cui il protagonista scopriva solo alla fine i veri responsabili dell’esecuzione della sua famiglia e spiegando le sue motivazioni attraverso la tematica del disturbo da stress post traumatico dei reduci di guerra, che, pur essendo originale, verosimile e ben rappresentata, lasciava nel fan del fumetto un senso di incompletezza poiché si aveva l’impressione che il personaggio non fosse ancora diventato quello che il comic book aveva insegnato ad amare: un vigilante  determinato, al limite della psicopatia, a portare a termine la sua missione, cioè punire i criminali.

La seconda stagione, sviluppata dallo showrunner Steve Lightfoot, prova quindi a colmare questa lacuna, portando a compimento il processo di maturazione di Frank e mostrando finalmente il volto del personaggio più caro ai fan dei comics che, a questo punto, sperano che il serial non subisca la stessa sorte toccata alle altre serie Marvel sviluppate da Netflix (Iron Fist, Luke Cage e lo splendido gioiello Daredevil, sono state infatti cancellate a seguito di non meglio precisati dissidi tra le due case di produzione, ma dovuti probabilmente alla decisione della Marvel di riappropriarsi in prima persona della gestione dei propri personaggi, in vista dell’imminente lancio della piattaforma streaming Disney+, concorrente di Netflix, o del loro arrivo su Hulu, oggi di proprietà della Disney), per poter vedere finalmente il loro pupillo fare strage di nemici, nella versione resa famosa dai fumetti.

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Nel primo episodio, di gran lunga il più bello, Frank  Castle (ribattezzatosi Pete Castiglione grazie alla nuova identità fornirgli dall'Homeland Security), interpretato da Jon Benthal, è ancora alle prese con le conseguenze della sua prima avventura: dopo aver frequentato un gruppo di sostegno per veterani e con la voglia di ricominciare la sua vita lontano dalle tragedie che ha vissuto e dalla vendetta portata a termine contro i suoi ex commilitoni e, in particolare, contro il suo ex migliore amico Billy Russo (Ben Barnes), il nostro eroe è un uomo in viaggio per gli Stati Uniti alla ricerca di sé stesso.
In un bar sperduto nel mezzo del paese, incontra anche una donna, sola con un figlio, e sembra davvero che ci sia una seconda possibilità per lui. Ma le sue ossessioni non sono ancora superate e basta solo un pretesto per farle esplodere nuovamente: nello stesso bar, infatti, incappa in Amy (Giorgia Wigham), una ragazzina in fuga da una banda di loschi assassini, che la vogliono uccidere per recuperare delle foto compromettenti in suo possesso. Frank non si lascia pregare (anzi, come gli fa notare Amy, sembra che non stesse aspettando altro) e interviene per proteggere la ragazza, provocando una strage nel bar, ferendo indirettamente anche la donna con cui aveva avuto una storia e bruciando la sua ultima possibilità di avere una vita normale.

L’antieroe inizia così un viaggio per sfuggire agli inseguitori di Amy, un gruppo di fondamentalismi cristiani guidati da John Pilgrim (Josh Stewart) enigmatico personaggio tormentato dalla sua fede religiosa, dal suo amore per sua moglie e i suoi figli e dai fantasmi di un passato da killer della malavita, pronto a tutto pur di tutelare gli interessi di una facoltosa famiglia (la cui matriarca è Annette O'Toole, la Martha Kent di Smallville, nonché Lana Lang di Superman III), che ha intenzione di far arrivare il proprio figlio alla Casa Bianca. Proprio mentre Frank comincia a prendere coscienza del suo nuovo ruolo di vigilante, il passato torna a bussare alla sua porta: il suo vecchio nemico Billy Russo, infatti, scappa dall'ospedale psichiatrico in cui era rinchiuso, dopo la punizione subita nella prima stagione e Dinah Madani (Amber Rose Revah), contatto di Castle nell'Homeland security, ossessionata dai suoi trascorsi con Russo, che sono costati la vita al suo partner, lo richiama a New York per chiudere il conto col suo nemico. Russo a causa delle cicatrici inferte dal Punisher, ha perso parte della sua memoria, si fa chiamare Jigsaw, e intraprende una relazione malata che diventa un sodalizio criminale con la sua terapista Krista (Floriana Lima), ossessionata dai reduci di guerra a causa del suo doloroso passato.
Tornato a New York con Amy, quindi, Castle, con l'aiuto del suo amico ed ex Marine Curtis (Jason R. Moore), vivrà un'altra avventura piena di violenza e morte, che lo porterà a chiudere i conti col suo passato e ad abbracciare un futuro unicamente votato al suo “nuovo lavoro”, come lo definisce lo stesso Frank nell'ultima puntata: la guerra al crimine.

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Il filo che unisce tutti i personaggi di The Punisher è che sono alla ricerca di sé stessi e del loro posto nel mondo dopo aver subito un trauma: che sia la perdita violenta della famiglia, della memoria, degli amici, del padre o della fede, Frank, Billy Russo, Amy, Madani, Krista e John cominciano una guerra gli uni contro gli altri perché non riescono a trovare pace nella propria vita. Tutti agiscono in base a forze che cercano disperatamente di controllare e nel caos che si genera dai loro scontri, l'unica costante è la fredda determinazione di Frank che, innescata dall'incontro con Amy, supportata nell'unico momento di debolezza dell'eroe dal fugace ritorno della vecchia amica Karen Page (conosciuta sin dai tempi della seconda stagione di Daredevil), cresce puntata dopo puntata, e finisce per influenzare la vita di tutti i personaggi della serie e per diventare il segno distintivo dell'antieroe.

Per quanto riguarda i personaggi, mentre Amy non risulta particolarmente originale, avendo praticamente la stessa funzione narrativa di Micro nella prima stagione, cioè di trascinare il protagonista in una nuova avventura destinata a proteggere un innocente, più ricercato è  icuramente il lavoro effettuato su Jigsaw. Diversamente dal fumetto, il volto dell'antagonista è deturpato solo in parte (e questo ha creato non pochi malumori tra i fan), poiché la storia decide di concentrarsi più sulle cicatrici psicologiche che su quelle fisiche: il risultato finale è abbastanza convincente, nonostante l'interpretazione di Barnes zoppichi un po' in alcuni dei - forse troppo numerosi - monologhi psicotici del personaggio.
Pilgrim, da ultimo, è tremendamente efficace nell’incutere timore e inquietudine nello spettatore, grazie al volto impassibile e al portamento compassato di Josh Stewart, che nascondono una brutalità quasi allo stesso livello di quella del Punisher e sfociano in uno scontro finale cruento e al cardiopalma che incolla letteralmente allo schermo.

La seconda stagione di The Punisher non tradisce, quindi, le attese dei fan e si propone come la serie Marvel sviluppata da Netflix più bella dopo Daredevil, grazie ad un ritmo che, pur non raggiungendo mai picchi vertiginosi, non annoia mai, alla rappresentazione dell'eroe finalmente fedele a quella del fumetto e, soprattutto, alla performance del suo protagonista: Jon Benthal, infatti, con la fisicità e l’espressività cui ormai ci ha abituato, vale metà show e riesce rendere al meglio sia il lato brutale sia quello più intimo e fragile di Frank Castle.

Se si vuole proprio trovare un difetto alla serie (e il discorso vale per tutta la collaborazione Marvel/Netflix, che sta volgendo ormai al termine), lo si deve cercare nell'eccessivo realismo, che finisce col sacrificare il senso di meraviglia che dovrebbe accompagnare un'opera televisiva tratta da un fumetto: le serie, infatti, portano all'estremo l'insegnamento del "Cavaliere Oscuro" e calano le gesta degli eroi più urbani della Casa delle Idee in un contesto talmente reale che sacrifica addirittura i costumi degli eroi e, come nel caso del Punitore, la loro essenza, per una stagione intera. Questa scelta può risultare ottima per attrarre nuovo pubblico, ma può anche essere troppo eccessiva agli occhi degli amanti dei fumetti, finendo con l'allontanarli.
Questo potrà essere un ottimo elemento da cui la Marvel potrà ripartire, quando sarà il momento di ideare la prossima incarnazione del Punisher e degli altri eroi urbani.

1985, recensione: Quando i criminali Marvel invasero il nostro mondo

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Il fumetto è una passione che riempie la vita di grandi e piccini e, nel caso di Toby Goodman, protagonista di 1985, questa non è solo una metafora. 1985, saga in sei parti di Mark Millar e Tommy Lee Edwards, pubblicata per la prima volta nel 2008 e riproposta da poco in volume da Panini Comics, esplora il sogno segreto di ogni amante dei fumetti: come sarebbe la nostra vita se i personaggi dei fumetti prendessero vita nel mondo reale? E cosa succederebbe se, invece, a prendere vita fossero solo i supercriminali? Partendo da questa variazione sul tema dei supereroi che irrompono nella vita reale, già sperimentata in forme diverse in Marvels di Kurt Busiek e Alex Ross, gli autori creano un'avventura che ha l'intento di celebrare l'arte del fumetto, i supereroi Marvel e la bellezza di un passatempo che molti bollano superficialmente come uno svago da nerd,  ma che in realtà è molto di più poiché, come scoprono i protagonisti del racconto, un comic-book può cambiarti la vita.

Toby è un ragazzino nel 1985. La sua vita si divide  tra la scuola e la sua unica passione: i fumetti Marvel. Il suo hobby è un porto sicuro in cui rifugiarsi ed è un bene che ci sia, perché la sua vita non è delle più semplici: i suoi genitori sono separati e al ragazzo tocca vivere con una madre che non approva il suo amore per i comics e col suo nuovo compagno, un tipo che non potrà mai sostituire nel suo cuore il suo più grande eroe, cioè suo padre. Jerry Goodman, ritratto con la fisionomia di Jeff Bridges ne iI Grande Lebonsky, condivide col protagonista del grande film dei Fratelli Cohen l’indole pigra: è un uomo dalle grandi doti, ma ama vivere alla giornata e si perde dietro i suoi demoni d'infanzia. Vuole un gran bene a suo figlio Toby e gli ha trasmesso il suo amore per i fumetti, nato molti anni prima e condiviso col suo amico di infanzia, Clyde Wyncham. Proprio quest'ultimo e la sua casa nascondono un oscuro segreto di  cui Jerry è rimasto unico custode. Clyde, invece, ha avuto un terribile incidente che lo ha reso un vegetale.

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Così, proprio nel momento in cui esce Secret Wars, il primo crossover della casa delle idee pubblicato a metà degli anni '80 e la sua esaltazione per il suo hobby arriva all'apice, tutti i nodi della vita di Toby vengono al pettine: infatti, nella sua città partono strani avvistamenti di uomini vestiti di verde che volano con ali enormi sui tetti e lo stesso Toby si accorge della presenza di strani personaggi che osservano dalla finestra della casa di Clyde e sembrano tramare nell'ombra. L'unico che capisce cosa sta succedendo è il protagonista: i criminali dell'universo Marvel stanno prendendo vita proprio nella sua città, solo che nessuno crede ad un ragazzino con la testa tra le nuvole. Toby dovrà, quindi, intraprendere un viaggio - aiutato da suo padre- che lo porterà ad esplorare, letteralmente, nuovi mondi, per salvare il suo, risolvere i misteri del passato di Jerry e Clyde e scendere a patti con i problemi della sua famiglia, entrando cosi, in una maniera che mai avrebbe immaginato, nell'età della maturità.

Mark Millar, autore di cicli memorabili tra cui citiamo su tutti Ultimates e Civil War, si cimenta con 1985 in un progetto diverso da tutto quello che aveva proposto fino a quel momento  (che, nell’idea iniziale dell'autore, doveva essere molto più sperimentale, ovvero sotto forma fotoromanzo) per la Casa delle Idee: siamo di fronte ad una storia volutamente leggera, che esplora il senso di meraviglia e di avventura presente nell'essenza dell'universo e dei personaggi della Marvel, ad un racconto lontano dalle tematiche politiche, di critica sociale ed, in generale, da quell'approccio più maturo al media del fumetto, da sempre cifra stilistica dei lavori dell'autore scozzese.
La mano di Millar però c'è eccome: la si nota bene nello stile decompresso della narrazione, nei dialoghi taglienti, nella costruzione delle scene in modo che potrebbero essere adatte all'inquadratura di una cinepresa, oltre che alla penna di un disegnatore, nell’uso sapiente di colpi di scena e di dettagli realistici che lasciano il lettore col fiato sospeso e in attesa del numero successivo.

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Tommy Lee Edwards dal canto suo, come si è accennato prima, salito a bordo del progetto dopo che la Marvel non ha avallato le prime prove del fotoromanzo che Millar aveva in mente, pare sforzarsi particolarmente per rimanere fedele all’idea originaria dell'autore scozzese: le sue tavole non sono mai particolarmente dinamiche  e sembrano volersi concentrare soprattutto sulla caratterizzazione dei personaggi, in particolar modo sui primi piani, piuttosto che sulla costruzione di scene di azione che rimangano impresse nella testa del lettore, proprio come se i soggetti fossero cristallizzati in fotografie. Questo effetto è aumentato dall'uso di una colorazione sfumata (arricchita da un giusto dosaggio dei chiaroscuri) che sembra realizzata con i pastelli e cambia di tonalità a seconda del mondo in cui è ambientata la storia (più cupa nella realtà priva di supereroi di Toby, più illuminata nella realtà dell’universo Marvel, quasi a simboleggiare la capacità dei personaggi di quell'universo di portare luce nella vita delle persone) e dal frequente utilizzo delle splash-page per presentare i personaggi (soprattutto i cattivi) dei fumetti, ritratti in pose statiche, che sembrano destinate a solennizzare la loro figura, come fossero delle statue.

Da ultimo, si sottolinea come i due autori si siano divertiti ad inserire easter egg  e a citare scene e personaggi storici dei fumetti, con l'intento di aumentare l’effetto nostalgia del senso di meraviglia e ingenuità che si respirava nelle storie dei primi anni '80 della Casa delle Idee, rimasto immutato nonostante il passare degli anni e il cambiamento delle modalità di narrazione delle storie a fumetti e del gusto dei lettori.

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1985 è un graphic novel che, pur non raggiungendo le vette delle opere migliori di Millar, di certo non può scontentare né i fan dell'autore scozzese né i fan della Marvel, a cui è  esplicitamente rivolta: oltre a costituire una lode splendidamente confezionata al fumetto e a chi ne è innamorato, contiene anche un significato di fondo, che si coglie proprio alla fine del racconto, una lunga avventura di formazione dei due protagonisti, Toby e Jerry. Così, alla fine, proprio come i due personaggi, capiamo che il segreto della felicità, forse, è crescere rimanendo un po' bambini: il modo più giusto di scendere a patti con la vita adulta è tenere vive le passioni e le gioie di quando si era bambini, tra le quali, naturalmente, trova un posto speciale l'amore per il fumetto.

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