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Mario Aragrande

Mario Aragrande

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Unholy Grail, recensione: il fantasy medievale di Cullen Bunn e Mirko Colak

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C'è qualcosa di più di una semplice rivisitazione in chiave horror del Ciclo Bretone in Unholy Grail: ripescando un'idea giovanile grazie ad Aftershock, casa editrice indipendente che non ha paura di pubblicare storie d'avanguardia e di proporre un catalogo sempre più eterogeneo, con volumi dedicati a reinterpretare adattandoli per i fumetti addirittura classici della letteratura, (oppure classici del mito greco nel caso di Kill the Minotaur), Cullen Bunn utilizza il mito di re Artù, del Sacro Graal e i personaggi che lo animano - Lancillotto, Ginevra, Merlino, Morgana, Mordored e Parsifal - per inscenare un' allegoria della condizione degli uomini come pedine quasi inermi, nelle mani di forze soprannaturali più grandi di loro.

Lo scrittore di The Sixth Gun, X-Men Blue e Deadpool, immagina che Merlino, la cui storia personale non è stata mai narrata nella letteratura di riferimento, venga posseduto da un demone intenzionato a portare il caos sulla Terra e da questa premessa parte col leggere in una nuova ottica gli avvenimenti principali del mito di Re Artù: dall'educazione del giovane re (in cui si inserisce l'episodio della spada nella roccia), alla fondazione di Camelot; dal matrimonio con Ginevra, ai rapporti con i Cavalieri, la malvagia Morgana e, addirittura, la misteriosa Dama del Lago; dalla ricerca del Sacro Graal alla guerra con Mordred, tutto viene manipolato dalla versione malvagia del Mago e la leggenda cavalleresca che tutti conosciamo a partire dall'Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth si tinge di venature noir, lovercraftiane, fino a sconfinare nell'horror più classico.

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Con una sceneggiatura che sovrappone due momenti diversi della storia di Camelot, cioè la sua caduta, ad opera della guerra familiare tra Artù e Mordred e la sua fondazione, a partire dalla morte del re Uther Pedragon e dalla ricerca del suo erede Artù, trovato e cresciuto dal mago per diventare non il re eroico e benevolo che conosciamo, ma un sanguinario tiranno che costruisce il suo regno nel sangue, combattendo molte guerre civili ed eliminando ad uno ad uno i suoi nemici, che si congiungono nel ritorno di Parsifal con il Graal in un regno ormai in rovina, Cullen Bunn mantiene alta la tensione e centellina i colpi di scena per tutto l'arco della sua storia, fino a rivelare il destino ultimo di tutti i personaggi, che riserva ancora qualche sorpresa.

Anche lo stile della narrazione risulta composito e intrecciato: da una parte c'è una costruzione delle scene dotata di un taglio decisamente moderno e debitore delle più recenti trasposizioni del genere medievale-fantasy-horror ricavate dalla tv e dal cinema (Game of Thrones per intenderci), che non ha paura di mostrare sia cruenti battaglie e torture, sia scene di sesso particolarmente esplicite; dall'altra con didascalie evocative, capaci di descrivere in maniera lirica i passaggi della storia non raccontati dalle immagini, lo scrittore riesce a richiamare l'atmosfera del poema cavalleresco che ispira la sua opera.

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La parte grafica è assegnata a Mirko Colak disegnatore già di Punisher, Deathstroke e Green Lantern, che si concentra sia sui volti dei personaggi sia sulla costruzione della tavola, con vignette interconnesse e spesso diluite in due pagine, capaci di rendere al meglio la dinamicità e la velocità della sceneggiatura. Sono un piacere per gli occhi, inoltre, le splendide splash-page che sottolineano i colpi di scena più importanti della storia, la verosimiglianza delle ambientazioni collettive (guerre, pubbliche esecuzioni, banchetti) e la sensualità delle scene erotiche.
Una menzione speciale deve andare sicuramente alla colorazione di Maria Santaolalla che, privilegiando le tonalità scure e sfumate, riempie e valorizza le tavole di Colak e, utilizzata prevalentemente per sottolineare i momenti in cui l'elemento esoterico prende il sopravvento, contribuisce a creare quell'atmosfera cupa e soffocante che la reinterpretazione di Cullen Bunn voleva restituire ai lettori.

Unholy Grail è un fumetto suggestivo e intrigante, che saprà certamente soddisfare gli amanti dell’horror medievale. L'opera possiede anche un'altra chiave di lettura: la condizione di Artù e della sua cerchia, che simboleggiano l'umanità in generale, è quella di pedine nelle mani di un fato molto lontano dalla divina provvidenza cristiana, ma anzi caratterizzato dell'intenzione di generare il male sulla Terra. In questo scenario, nessuno dei personaggi riesce a perseguire la virtù comportandosi in maniera positiva per raggiungere il bene comune; tutti, invece, si lasciano trasportare dai propri più bassi istinti, dalle proprie ambizioni, mentre il malefico demiurgo gode del male che è riuscito a portare tra gli uomini. Solo nel finale si scorge uno spiraglio di redenzione, grazie ad uno sforzo quasi sovrumano di autodeterminazione. È proprio questa rappresentazione cupa  e priva di speranza del destino dell'uomo il vero piatto forte dell'albo e il taglio horror è solo la sua confezione più adatta.

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Da ultimo, è da evidenziare come il volume cartonato che racchiude l'intera saga proposto da Saldapress, casa editrice di Reggio Emilia che cura l'edizione italiana, tra gli altri, dei titoli Aftershock, sia davvero d’ impatto, con la sua copertina in rilievo, allo stesso tempo inquietante ed evocativa. Si tratta del modo migliore per presentare un'opera che si candida ad essere una delle chicche della letteratura lovercraftiana a fumetti.

Hellboy, la recensione del film

Una fitta selva di domande tormenta il fan di Hellboy, in attesa dell'ultimo film tratto dalle avventure del suo eroe preferito: sarà la terza pellicola più aderente al fumetto delle prime due? Il tono sarà davvero più horror che fantasy come annunciato? Ma soprattutto - la domanda più importante di tutte - sarà meglio la versione di Neil Marshall o quella di Guillermo Del Toro?
È l'effetto che fa il reboot, operazione ormai molto diffusa ad Hollywood, volta a rilanciare un franchise in cui si è sbagliato qualcosa o, come nel caso del personaggio creato da Mike Mignola, per continuare a sfruttarlo commercialmente. Ma il reboot è anche un'operazione molto pericolosa: infatti, come insegna The Amazing Spider-Man di Marc Webb, il rischio di sbagliare è molto più alto al secondo tentativo, poiché bisogna necessariamente marcare una forte differenza dai lavori precedenti.

La differenza in questo caso è sbandierata fin dalla nascita del progetto: naufragata, a causa di dissensi in fase di produzione e della fittissima agenda del regista Guillermo Del Toro, l'idea originaria di fare uscire il terzo capitolo delle avventure firmate dal cineasta messicano, dopo il discreto successo del primo Hellboy del 2004 e del sequel Hellboy - The Golden Army da lui firmati, Mike Mignola, creatore del fumetto, decide di ripartire da zero, raccontando una nuova avventura del suo eroe con una confezione diversa, meno fantasy e più horror.

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Per questo nuovo progetto la produzione punta su un regista, Neil Marshall, dall'impronta meno autoriale di Del Toro, ma sicuramente più in grado di gestire il mix di generi e l'ampia gamma di personaggi pensati per il film, con un approccio più contemporaneo, più oscuro, come dimostrano gli episodi di Westworld, Il Trono di Spade, ma soprattutto il film The Descent - Discesa nelle tenebre, da lui diretti. A dare un volto al protagonista, viene chiamata un'altra icona della cinematografia dark, quel David Harbour diventato famoso al grande pubblico per il ruolo di Jim Hopper nella serie cult di Netflix Stranger Things, suscitando anche le polemiche del vecchio attore Ron Perlam, che ha accusato il nuovo protagonista, senza mezzi termini, di avergli soffiato il posto. Ma soprattutto è da rimarcare il coinvolgimento molto più attivo di Mike Mignola, deus ex machina del personaggio, in tutte le fasi della produzione, per garantire una resa il più fedele possibile alla rappresentazione cartacea del personaggio, forse un po' sacrificata nei film di Del Toro.  La sceneggiatura, infatti, si presenta come una combinazione di varie storie della serie (Il seme della distruzione, Hellboy in Messico, Il Cadavere, tra tutte), tenute insieme, come filo conduttore, da Hellboy Volume 9: La Caccia selvaggia, un'antologia del 2010 che include i numeri 37 e 44 della serie, ritenuta particolarmente adatta alla trasposizione sul grande schermo poiché, oltre ad essere una bella storia d'azione, rivela le origini di Hellboy, permettendo così di realizzare un reboot non convenzionale, capace inoltre di rappresentare il conflitto interiore caratteristico del personaggio, un essere sempre in bilico tra la sua educazione umana e il suo retaggio demoniaco, che dovrà sempre fare i conti con l'oscura profezia che lo riguarda.

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In questa ultima avventura, dopo un breve viaggio in Messico per tentare di salvare un suo collega del BPRD (Bureau for Paranormal Research and Defense), corpo di polizia che protegge la Terra dalle minacce provenienti dal mondo del soprannaturale, Hellboy (David Harbour), viene mandato in Inghilterra dal suo padre adottivo, il professor Broom (Ian McShane) per aiutare la controparte inglese del BPRD a combattere tre giganti infuriati. Nel corso di questa avventura, il protagonista, in una girandola di eventi al confine tra mondo umano e mondo soprannaturale e con l'aiuto di compagni di squadra improvvisati, come Alice Monaghan (Sasha Lane), ragazza proveniente dal suo passato col potere di parlare con i morti e Ben Daimio (Daniel Dae Kim), capitano del BPRD inglese, col potere di trasformarsi in un famelico giaguaro, dovrà affrontare la minaccia di Nimue, la Regina di Sangue (Milla Jovovich), un'antica strega, neutralizzata addirittura da Re Artù e Mago Merlino, ritornata in vita con una forte sete di vendetta nei confronti dell'umanità.
Nello scontro con la sua nemica, Hellboy scoprirà la verità sulle sue origini e si troverà a scegliere definitivamente da che parte stare, nell'eterna lotta tra le forze del bene e quelle del male.

L'obiettivo dichiarato di reinventare la serie in una chiave di lettura diversa, più moderna, si può dire ampiamente centrato: a cominciare dal trucco del protagonista, (che rende quasi irriconoscibile David Harbour, tanto è spaventoso), passando per la colonna sonora totalmente rock, usata per rendere più vivaci le scene d'azione (si pensi a Psycho dei Muse, sottofondo della scena della battaglia con i giganti), fino a giungere alla scelta dei personaggi comprimari (al posto del problematica Elisabeth "Liz" Sherman, primo amore dell'eroe e dell'impacciato ma fedele Abraham "Abe" Sapien, personaggi quasi fiabeschi presenti nei primi film, troviamo invece la freak Alice Monaghan e il mostruoso Ben Daimio, molto meno ingenui e molto più spigolosi), tutto è pensato per calare lo spettatore in un'atmosfera più elettrizzante, ma meno manieristica di quella pensata dal regista messicano. È un peccato, tuttavia, che la Cgi non sia per niente adeguata alle intenzioni originali della produzione. La prova più grande la si ritrova nella già citata scena dei giganti: la bella colonna sonora, infatti, non riesce a nascondere i difetti visivi evidenti, che fanno sembrare i giganti fino troppo fragili di fronte alla durezza fin troppo marcata del protagonista, rendendo davvero impossibile la sospensione dell'incredulità. E non basta a giustificare questo difetto la difficoltà realizzativa della scena, pensata come un piano sequenza molto lungo.

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Uno dopo l'altro, in particolare, vengono messi in fila gli stereotipi dei film horror: dal vampiro mostruoso, alla strega cattiva; dai giganti ai goblin; dai mutaforma Gruagach ai morti viventi di Baba Yaga, a cui probabilmente verrà dedicato molto spazio nel sequel. Sembra veramente difficile, visto lo sforzo prodotto, a tratti fin troppo esagerato, che i fan del genere possano rimanere delusi. La Regina di Sangue Nimue, poi, in mezzo a tanta abbondanza, è la ciliegina sulla torta, grazie alla bellezza e alla bravura di Milla Jovovich e allo script, che non risparmia neanche lei, inserendola in scene talmente pulp da risultare grottesche.
Altro punto di forza della pellicola è il racconto dell'origine del personaggio, affrontato con flashback distribuiti all'interno di tutto il film e alternato con l'intreccio della vicenda: la scelta stilistica permette di fare confluire l'intera vicenda con coerenza nel gran finale, a dire il vero non molto emozionante, ma capace di rendere nel modo migliore gli elementi più caratteristici del personaggio.

In definitiva, quindi, il nuovo Hellboy è un film divertente e ben studiato che sicuramente sarà capace di soddisfare la richiesta di nuove avventure dei fan; restano alcune perplessità sulla moda di sottoporre a reboot una saga cinematografica ogni dieci anni: alla fine, infatti, i film si somigliano molto e, sebbene chi scrive preferisca di poco la versione moderna e contemporanea rispetto a quella più fantasy di Del Toro, non fosse altro perché leggermente più accattivante e divertente, viene da chiedersi se il personaggio avesse davvero bisogno di questo rilancio.

Ai posteri - e al botteghino - l'ardua sentenza.

Shazam!: la recensione del film

Anche i supereroi hanno bisogno di una famiglia. Lo sa bene Billy Batson (Asher Angel), quindicenne orfano di Philadelphia, che continua a scappare dai genitori a cui viene affidato per cercare di trovare la sua madre naturale, dalla quale si è allontanato da piccolo quasi per errore. Dopo l'ennesima fuga, Billy si ritrova in una casa famiglia tanto amorevole quanto popolata da bambini un po' nerd e, sebbene il suo istinto sia di scappare di nuovo, ben presto trova dei buonissimi motivi per restare: dopo aver difeso il suo nuovo fratellino Freddy (Jack Dylan Grazer), disabile con la passione per i supereroi, si ritrova trasportato dalla metropolitana locale in un mondo fatato, il cui mago (Djimon Hounsou) gli affida il potere di Shazam, poiché sa che è puro di cuore.

Molti criminali, invece, una famiglia ce l'hanno, ed è proprio questo il problema: al dott. Thaddeus Sivana (Mark Strong), infatti, anni prima era stato offerta dal mago la stessa opportunità di Billy, ma non aveva superato l'ultima prova, sopraffatto dai suoi peggiori istinti, scatenati dalla disapprovazione di suo padre e suo fratello. Divenuto ormai adulto e dopo una lunga ricerca, il dottore riesce a ritrovare il mago che lo aveva rifiutato e riesce a liberare i suoi peggiori nemici: sette demoni che simboleggiano i sette peccati capitali. Sotto la loro influenza, incomincia una vendetta verso suo padre e suo fratello e una ricerca smodata del potere assoluto.
Mentre Billy e Freddy esplorano la portata dei poteri di Shazam che, quando si manifestano, conferiscono un corpo adulto e fortissimo (con le fattezze di Zachary Levi) a Billy, il dott. Sivana decide di sbarazzarsi dell'unico ostacolo alla sua ricerca del potere: lo stesso Shazam. Billy dovrà quindi scoprire davvero cosa vuol dire essere un eroe ed un adulto, e riuscirà a farlo solo grazie all'aiuto dei suoi nuovi affetti.

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Per cavalcare l'onda del successo di Wonder Woman, ma soprattutto di Aquaman, che già si erano discostati dal genere drammatico, la DC Comics si affida al suo supereroe più solare, abbandonando - sembra definitivamente - i toni cupi di Batman V Superman e Justice League, per portare sul grande schermo una commedia dai toni dissacranti e pensata per un pubblico di giovani, ai quali è anche rivolto il significato nascosto della pellicola: l'importanza dei legami, non importa se biologici, per diventare delle brave persone da grandi

Del resto, nessun personaggio pare più azzeccato di Shazam per spingere sul pedale della frivolezza: nato nel 1939 dalla penna di Bill Parker C. C. Beck per la Facwett Comics (nel film è  presente un riferimento a questa vicenda sotto forma di easter egg) col nome di Capitan Marvel, fu al centro di una battaglia legale tra la DC Comics e i suoi creatori, perché troppo simile a Superman; passato alla Dc, perse il suo nome originario, del quale deteneva i diritti la Marvel Comics (il Capitan Marvel più famoso della Casa delle Idee, è quello interpretato da Brie Larson nel film omonimo uscito a fine marzo, per intenderci), in favore dell'attuale Shazam, (acronimo di Salomone, Hercules, Atlante, Achille e Mercurio, eroi mitologici alle cui qualità si ispirano i poteri dell'eroe). Col suo nuovo nome, Shazam si impose subito come il personaggio più buono della DC, perché ha la purezza di un bambino intrappolato nel corpo di un uomo.
I fumetti da cui il film prende spunto sono contenuti nella run di Geoff Johns e Gary Frank, inserita nel rilancio editoriale denominato New 52 del 2013, dalla quale il film si discosta solo per la scelta dell'avversario, quel Black Adam che tutti i fan sperano di vedere nel sequel interpretato da Dwayne Johnson. Partendo da questo materiale, si  può tracciare un giudizio che presenta, in definitiva, molte luci e qualche ombra.

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Il regista svedese David F. Sandberg, abituato in verità al genere horror dei suoi precedenti lavori, Lights Out - Terrore nel buio e Annabelle 2: Creation, concentrandosi sull'intreccio più  che sulle super-battaglie, ridotte in questo caso all'osso, riesce nell'intento sia di proporre un film a tratti esilarante grazie ad una ironia dissacrante rivolta in primo luogo ai fumetti dai quali è tratto, - si pensi alle molte battute Nei confronti di Batman e Superman, oppure ai continui giochi di parole riguardanti il nome di battaglia di Shazam, chiaro riferimento al travaglio legato alla nascita del suo nome attuale-, sia di trasmettere un messaggio positivo, di speranza, capace di arrivare non solo al pubblico teen a cui evidentemente è rivolto, che si immedesima nei protagonisti, ragazzini freak capaci di trascendere la propria condizione, ma anche ad una platea più ampia.

Tuttavia, a differenza di operazioni simili, la pellicola manca di passaggi veramente emozionanti: i momenti catartici dell'eroe e dei suoi aiutanti scivolano via davvero troppo velocemente e non creano la giusta empatia col pubblico; inoltre il film pare privo di un elemento veramente caratterizzante, che in un'opera del genere dovrebbe essere presente, come la demenzialità iperviolenta, che sfonda addirittura la quarta parete, di Deadpool, o la confezione nostalgica e citazionista dei Guardiani della Galassia.

Cosi, nonostante la buona prova di Zachary Levi, bravo nel recitare la parte dell'adulto eterno adolescente, di Mark Strong, che riesce ad essere convincente nonostante lo script non restituisca un cattivo veramente degno di questo nome, ma soprattutto di Jack Dylan Grazer, perfetto nel ruolo della spalla nerd dell'eroe, e capace di riportare alla mente un classico del cinema teen come I Goonies, il film lascia un senso di incompiutezza, poiché si ha l'idea che se si fosse osato solo un po' di più, il risultato sarebbe stato decisamente migliore. Da ultimo, consigliamo di rimanere fino alla fine dei titoli di coda: la battuta più bella, infatti, Shazam! se la tiene per la fine.

Venom Collection: Maximum Carnage 1 e 2, recensione: simbionti e botte dagli anni '90

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Se ogni eroe, o antieroe, ha un arcinemico, quello di Venom non è Spider-Man, come si sarebbe portati a pensare vista l'origine del personaggio, ma sicuramente Carnage, personaggio presentato al grande pubblico nella scena post titoli di coda del film con Tom Hardy, e nato, nel fumetto, dalla fusione tra il serial killer Cletus Kasady e un simbionte discendente dell'alter ego di Eddie Brock, avvenuta per caso durante un’evasione di prigione.
È proprio la sfida definitiva tra Venom e il suo arcinemico il tema centrale di Maximum Carnage, crossover di 14 episodi tra le 4 testate di Spider-Man, (The Amazing Spider-Man, Spider-Man, The Spectacular Spider-Man e Web of Spider-Man, ed una, Spider-Man Unlimited, creata addirittura per celebrare il lancio della saga), proposto nei volumi 3 e 4 della Venom Collection, edita da Panini Comics per presentare le storie del V-Man che hanno ispirato il primo film e forse faranno lo stesso col sequel, la cui lavorazione è già stata confermata dalla Sony. 

Concepito nel 1993 per sfruttare, in termini di vendite, il momento di grande popolarità che i due villain stavano vivendo (Venom, in particolare, era già protagonista di una collana di miniserie tutta sua), l'evento fu anche un primo - a dire il vero non riuscitissimo - tentativo di inserire nelle storie di Spider-Man, una generale atmosfera di negatività in linea con la moda dei primi anni '90, che aveva portato in auge eroi oscuri e tormentati.
Maximum Carnage inizia con i suoi tre protagonisti divisi dopo il loro ultimo scontro: Spider-Man sta affrontando la morte di Harry Osborn, suo migliore amico, alcune incomprensioni coniugali e il difficile rapporto con i suoi ritrovati genitori; Venom è alle prese con la sua nuova vita come protettore letale di San Francisco; Carnage è rinchiuso nell'istituto psichiatrico del Ravencroft, dopo essere stato sconfitto proprio grazie ad un'insolita alleanza tra il V-Man e l’Arrampicamuri, nata dopo che i due avevano stabilito una tregua proprio per fermare il loro psicopatico nemico comune, per la nascita del quale si sentivano entrambi responsabili.

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All’inizio della maxi saga, Carnage fugge senza grossa fatica dal Ravencroft e, nel farlo, incontra Shriek, una criminale - qui alla sua prima apparizione - dotata di poteri sonici e della capacità di far affiorare i peggiori istinti delle persone: con lei nasce un rapporto malato, una follia di coppia che ha l'unico scopo di portare il caos in città attraverso l'omicidio di massa. Nel corso delle loro scorribande riescono ad affascinare altri criminali psicopatici: Doppelganger (un doppio mostruoso di Spider-Man con sei braccia), Demogoblin (una creatura infernale con le fattezze del cattivo Hobgoblin) e Carrion (uno studente universitario trasformato da un virus in uno zombie capace di uccidere con un solo tocco). Carnage e Shriek, nel loro delirio, credono di aver formato una famiglia, e New York si ritrova ad affrontare uno dei gruppi criminali più sanguinari della sua storia, che scatena, tra l’altro, un’ondata di tumulti e di isteria tra la gente comune.
L’uomo Ragno, non tenendo fede alla promessa fatta alla moglie di prendersi una vacanza dalla vita da supereroe, decide di fermare questa minaccia ma, non potendo riuscirci da solo, è costretto ad allearsi con vigilantes di strada, come Venom (coprotagonista della vicenda, tornato a New York solo per chiudere i conti con il suo discendente), la Gatta nera, Cloak, Dagger, Morbius, Nightwatch e Deathlock. Solo nella fase finale, quando tutto sembra perduto, ad aiutare il gruppo giungono "veri eroi", come Capitan America, Iron Fist e Firestar.

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La battaglia tra i due super-gruppi si sviluppa in tutte le 14 storie fino alla resa dei conti finale tra i tre personaggi principali e consente di mettere a confronto le idee opposte di eroismo di Venom e Spider-Man, costringendo quest'ultimo a dubitare dell'efficacia dei suoi metodi e ad attraversare una forte crisi di coscienza, prima di venire a capo della grave vicenda.
L'obiettivo che gli autori si erano prefissati concependo la saga (come viene mostrato in una intervista al più importante scrittore dell'Uomo Ragno degli anni '90, J.M. DeMatteis, proposta nel primo dei due volumi di Panini Comics) cioè di raccontare le avversità che il bene deve superare per sconfiggere definitivamente il male (simboleggiati in questo caso da due gruppi di superumani, uno di eroi ed uno di criminali), analizzando i tormenti, le motivazioni profonde e i metodi delle due fazioni, viene centrato solo in parte.

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Per riuscire a coprire i 14 capitoli della storia, infatti, gli sceneggiatori (J.M. Dematteis, David Micheline, Terry Kavanagh, Tom De Falco e il supervisore Danny Fingeroth) si concentrano più sull'azione che sull'approfondimento psicologico dei personaggi, lo spazio prevalente è riservato ai combattimenti e alla violenza e il risultato assomiglia più ad un videogioco (un anno dopo l'uscita della serie, non a caso, verrà prodotto proprio un omonimo picchiaduro a scorrimento per Nintendo e Mega Drive) che ad un'opera drammatica. La lunghezza della storia costringe inoltre a trovare espedienti forse un po’ grossolani per tenere alta la tensione: vengono presentati personaggi (Nightwatch e Morbius ad esempio) in maniera estemporanea solo per rimpolpare le scene di azione, Venom, il coprotagonista, quasi verso la fine sparisce in modo rocambolesco, solo per tornare negli ultimi due episodi per la resa dei conti finale col suo arcinemico, mentre il dilemma morale dell'Uomo Ragno (quale limite è disposto a varcare un eroe per fermare un criminale?), vero collante dell'intera saga, viene risolto in maniera troppo semplicistica, senza creare quel pathos che la tematica meriterebbe.

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La parte visiva è curata dal team titolare di disegnatori delle testate ragnesche dell'epoca: Alex Saviuk, Ron Lim, Tom Lyle, Sal Buscema e Mark Bagley. Valutando l'opera nel suo complesso, appare evidente il tentativo degli artisti di mantenere una certa omogeneità per non disorientare troppo il lettore nel passaggio da una testata all'altra. Il risultato è che l'intera storia si può leggere tutta d'un fiato senza notare particolari cadute di stile, ma neanche particolari picchi espressivi degni di menzione. Solo Sal Buscema, negli ultimi racconti, giocandosi particolarmente bene la scansione delle vignette e l'utilizzo delle splash-page, si distingue, riuscendo a rendere al meglio i momenti più emozionanti della storia (la disperazione dell'Uomo Ragno, l'arrivo salvifico di Capitan America, la lotta all'ultimo sangue tra Shriek e Dagger), mentre si avverte la maturazione del tratto di Mark Bagley rispetto alle sue prime prove su The Amazing Spider-Man, serie nella quale, tra l'altro, fu proprio lui a creare il design di Carnage.

Maximum Carnage, con tutto il suo carico di eccessività, di lunghezza e violenza, rimane quindi un prodotto di puro intrattenimento, non adatto a chi ama l'introspezione. Forse proprio per questa sua caratteristica è riuscito, ad ogni modo, ad imprimersi nei ricordi dei fan come uno dei più riusciti esempi di sfida all'ultimo sangue tra l'eroe e il suo arcinemico. C'è da giurare che sia proprio questa la saga che tutti vorranno vedere, adattata per il grande schermo, nel sequel del primo film con Tom Hardy e che, se la Sony deciderà di ispirarsi al fumetto, il successo di pubblico sarà assicurato.

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