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Bonelli presenta Kay - La guerra del buio, nuova serie formato "manga"

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Su Preview 53, che annuncia le uscite di maggio 2020, Bonelli ha segnalato l'uscita di Kay - La guerra del buio, serie di 10 volumi formato "manga" 13x18 (lo stesso di Attica).
La testata riproporrà l'omonima saga apparsa su Agenzia Alfa ad opera di Alessandro Russo, Stefano Piani, Stefano Martino a Anna Lazzarini.

I 10 volumi da 160 pagine, che usciranno solo in fumetteria, presenteranno tavole con un nuovo montaggio e cover inedite realizzate da Massimo Dell'Oglio.

Di seguito trovate ttu i dettagli dell'iniziativa

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La Bonelli celebra i 20 anni di Dampyr

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Dampyr festeggerà 20 anni di vita editoria e la Bonelli celebrerà l'evento ad aprile con due speciali. Il primo sarà l'albo regolare a colori, scritto da Mauro Boselli e disegnata da Majo, con i colori di Matteo Vattani.

La sinossi del numero 241 della serie regolare, dal titolo Il Cavaliere di Roccabruna, recita: "Un antico e magico volume della libreria di Harlan, quello che lo fece entrare nel corpo di suo padre e rivivere la sua lotta contro i Wehrwolfe di Sassonia, proviene dalla Biblioteca del Castello di Hochosterwitz, in Carinzia. L’antica fortezza, che Draka difese dai Turchi, è di nuovo minacciata, quando la Carinzia, risparmiata in parte dalla guerra che imperversa in tutta Europa, viene invasa dalle creature inviate dal Maestro della Notte Vlatna. Insieme all’amata Fortunata e al di lei fratello Orlando, Draka, sotto le spoglie dell’anziano generale Drago dell’Armata Imperiale, difende il castello dai non-morti di Vlatna, tra cui il perfido Vulcan e la crudele Dorka, in questa avventura di 110 pagine a colori!"

Non solo. Sempre ad aprile uscire uno Maxi Dampyr speciale di 112 pagine che proporrà in un unico albo tutte le storie brevi del personaggio.

Trovate una ricca anteprima dei due albi nella gallery in basso diffusa dall Bonelli insieme al giornale di marzo e aprile 2020.

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Apocalisse, recensione: il Libro della Rivelazione secondo Castelli e Roi

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Quando nel corso del 2018 la Sergio Bonelli Editore ha inaugurato l’etichetta Audace con la miniserie di Deadwood Dick e il primo volume di Senzanima, nessuno si sarebbe aspettato di vedere, in un tempo così breve, un numero tanto elevato di nuove proposte, per di più progressivamente sempre più lontane dai fumetti generalmente associati alla casa editrice milanese. Per questo motivo, dopo aver assistito all’arrivo di filoni narrativi poco tradizionali (Cani sciolti, Darwin), a rivisitazioni moderne di personaggi storici (Mister No Revolution) e all’esplorazione di nuovi generi (K-11, Attica, Il confine), l’uscita di un volume come Apocalisse non avrebbe dovuto sorprenderci più di tanto. Invece, una volta iniziata la lettura, questa trasposizione a fumetti dell’opera di San Giovanni è apparsa, subito, come uno dei più insoliti e inattesi progetti del nuovo corso della Bonelli. È vero che avere al timone dell’opera due pesi massimi come Alfredo Castelli e Corrado Roi (autori rispettivamente di testi e disegni), tra gli alfieri riconosciuti del fumetto di qualità della casa editrice, sarebbe dovuto bastare a garantire al volume un buon successo di vendite, ma una scelta così coraggiosa e non priva di incognite, ha rappresentato ben più che una semplice scommessa editoriale. Crediamo, piuttosto, che essa debba essere intesa come la prova evidente dell’intenzione della Bonelli di voler, finalmente, sfruttare potenzialità, di cui, in passato, l’editore di via Buonarroti sembrava non essere consapevole: molti di coloro che hanno avuto la possibilità di visitare lo stand della Bonelli all’ultima edizione di Lucca Comics and Games, per esempio, saranno probabilmente rimasti letteralmente frastornati dalle tante novità a disposizione dei lettori, rispetto alla pur ricca offerta degli anni precedenti, che se da un lato continuavano a celebrare la tradizione (il “texone” di Claudio Villa, il numero 400 di Dylan Dog), dall’altro rendevano manifesta la volontà dell’editore di muoversi con decisione verso altre strade e, addirittura, di investire su altri media (ci riferiamo, ovviamente, al film di Dampyr, teorico apripista di un ambizioso universo cinematografico bonelliano). Quindi, sebbene non sappiamo se il lavoro di Castelli e Roi sarà in grado di raggiungere una platea così vasta da garantire, a breve, ulteriori esperimenti di questo tipo, l’idea che alla Bonelli non manchi (passateci il gioco di parole) l’audacia di avventurarsi su percorsi in cui il ritorno economico è tutt’altro che assicurato, rappresenta un forte segnale di vitalità per il fumetto italiano, a dispetto della scarsa attenzione tuttora riservatagli dalla cosiddetta cultura ufficiale del nostro Paese.

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Questa lunga introduzione, pur se necessaria a sottolineare il favore con cui abbiamo accolto una svolta editoriale così importante, nasconde anche un altro scopo: ritardare il più possibile l’inizio della nostra analisi critica, di cui non neghiamo le difficoltà, e che, come sarà chiaro a breve, dovrà necessariamente vertere quasi esclusivamente sui disegni di Roi. Sulla sceneggiatura di Castelli, infatti, che coltivava questo progetto da anni, c’è ben poco da dire: gran parte di essa riprende con piccole variazioni il testo originale, o meglio, solo quella parte che il papà di Martin Mystère ha ritenuto essenziale a far sì che l’opera non venisse snaturata. Ora, decidere se la selezione operata dal vulcanico autore milanese sia stata corretta o meno non è certo un’impresa facile, soprattutto per chi, come noi, non può vantare nel proprio curriculum studi di esegesi biblica. Teoricamente avremmo potuto prendere in considerazione solo le brevi parti poste all’inizio e alla fine del volume (i passaggi, che, più di tutti, ricordano una storia del detective dell’impossibile), o gli intermezzi di poche tavole, con protagonisti illustri personaggi, che in tempi più o meno recenti si sono interessati al testo di San Giovanni (un escamotage utilizzato da Castelli probabilmente per venire incontro ai tradizionali lettori bonelliani, incautamente avvicinatisi a un’opera così complessa, solo perché attratti dal nome degli autori). Tali parti, però, non sono così estese da permetterci di utilizzarle per una valutazione complessiva, e, soprattutto, non sono altro che una conferma non solo della vastissima cultura di Castelli, ma anche della sua inesauribile curiosità, che, in tanti anni di carriera, gli ha permesso di attingere a qualunque fonte disponibile relativa a un determinato argomento e di utilizzarle a fini puramente narrativi.

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Passando, quindi, ai disegni di Roi, difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare un artista migliore di lui per dare forma al simbolismo profetico di San Giovanni, la cui interpretazione è, ancora oggi, oggetto di forti controversie. Le figure rarefatte, i giochi di ombre, i frequenti chiaroscuri, il magistrale utilizzo del bianco e nero, sono tutti elementi che il disegnatore varesino ormai padroneggia alla perfezione e che, oltre a essere diventati l’essenza della sua arte, in questa opera, risultano fondamentali a comunicare il forte senso di angoscia indotto dagli eventi che preludono alla fine del mondo. Un testo con queste caratteristiche, inoltre, che determina l’assenza di un preciso indirizzo iconografico, è l’ideale per un autore che ha sempre preferito atmosfere vagamente oniriche o al limite del surreale. Ma, proprio in virtù della considerevole libertà creativa a sua disposizione, Roi adotta anche due scelte stilistiche curiosamente controcorrente: innanzitutto, le stelle sono rappresentate in maniera quasi fiabesca, nella classica forma stilizzata a cinque punte, mentre per raffigurare la Luna, il disegnatore arriva addirittura a omaggiare un pioniere del cinema fantastico come Georges Méliès, un autore che nei suoi lavori non si è mai avvicinato ai temi trattati dal Libro dell’Apocalisse.

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Bisogna anche sottolineare, tuttavia, che l’assenza, per larghi tratti, di una vera sceneggiatura, tende a penalizzare il lavoro di Roi, le cui tavole, a volte, sembrano più delle illustrazioni a corredo di un testo letterario, che reali pagine di un fumetto. In questo modo, però, il rischio è di scivolare nel puro esercizio di stile, che poco a che fare con la narrativa disegnata.
Non possiamo negare, infatti, che il risultato finale ci abbia lasciati un po’ freddini: sarà che non siamo abituati a pensare a un Castelli capace di rimanere quasi sempre nascosto dietro un semplice adattamento, ma il rischio che l’opera possa essere ricordata solo per i disegni di Roi è davvero molto alto.

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Dylan Dog #400, recensione: E ora, l'Apocalisse!

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Anzitutto, permetteteci una divagazione.
Quella volta Caravaggio aveva davvero superato ogni limite: dopo un litigio per futili motivi (un fallo al gioco della racchetta, pare) aveva ferito a morte tale Ranuccio Tomassoni. Interrogato dal notaio della Corte criminale romana, che lo aveva trovato in casa di amici, dove si era nascosto per guarire dalle ferite del duello, Caravaggio aveva risposto con insolenza, dicendo di essersi tagliato da solo con la spada. Messo alle strette, nel maggio del 1606 fuggì a Napoli, dove produsse, fra gli altri, il Davide con la testa di Golia: Davide, con la spada sguainata nella destra, solleva con la sinistra la testa mozzata di Golia. La parte più curiosa del dipinto è il fatto che il volto di Golia somigli molto, moltissimo a Caravaggio: stessa barba folta, stessi capelli lunghi e scuri dell’autore. La destinazione del quadro, inviato al cardinale Scipione Borghese per ottenere la grazia e tornare a Roma, ha fatto pensare ad alcuni interpreti che con quella somiglianza l’autore volesse umiliarsi e fare ammenda.
Ora, cosa c’entra il Davide con la testa di Golia con questo Dylan Dog #400? Moltissimo e niente, come vedremo a breve.

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L’albo, scritto da Roberto Recchioni e intitolato E ora, l’apocalisse! si pone il duplice obiettivo di chiudere il Ciclo della Meteora, - di cui tanto si è discusso in questi mesi - e, allo stesso tempo, com’è consuetudine dei numeri multipli di 100, di costituire uno snodo fondamentale della storia del nostro caro Indagatore dell’Incubo. Due obiettivi molto ambiziosi per un solo albo.
Per poter analizzare a fondo l’albo, ne riassumiamo brevemente la trama. Seguiranno spoiler.

Il fumetto si apre con l’arrivo della meteora. Londra viene distrutta e Dylan Dog, sopravvissuto al cataclisma, si avventura fuori dal suo appartamento in Craven Road. Ad aspettarlo, incredibilmente, c’è una versione a grandezza naturale del suo galeone con a bordo il suo assistente Groucho. Dylan s’imbarca, e inizia così una serie di peregrinazioni in un oceano popolato da zombi, mummie e altre creature mostruose. La navigazione mostra all’Indagatore dell’Incubo, che sembra aver dimenticato la sua identità, i resti della sua vita precedente: il maggiolino ormai ridotto ad un rottame, Morgana, alcuni elementi della sua città, Londra, ecc. Dopo lunghi viaggi Dylan riesce ad incontrare il suo creatore, Tiziano Sclavi (che nel fumetto è raffigurato in maniera sproporzionata e colossale). Questi gli chiede di ucciderlo: Dylan inizialmente rifiuta, ma dopo che Sclavi uccide Groucho (di nuovo!), l’Old Boy si rassegna e, con un colpo di machete, decapita il suo creatore. Dylan lancia la testa mozzata di Sclavi da cui nasce un nuovo universo. Le ultime due pagine ci mostrano un Dylan barbuto che inaugura la sua nuova attività come Indagatore dell’Incubo. Ad accompagnarlo, anziché Groucho, Gnaghi, personaggio creato da Sclavi per il romanzo (e poi film) Dellamorte Dellamore.

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Vediamo ora come Recchioni ha affrontato gli obiettivi che questo albo si propone di raggiungere. Cominciamo dall’ultimo. I fan di lunga data sapranno di certo che, a parte alcune eccezioni, ogni albo di Dylan Dog è autoconclusivo: la situazione iniziale, turbata dal cliente del mese e dai suoi problemi, viene ristabilita alla fine di ogni storia (con una o più uccisioni nel mezzo, ma senza che nulla tocchi davvero la quotidianità dell’Old Boy). Fra le poche eccezioni a questa struttura abbastanza rigida ci sono i numeri di cento in cento, che si occupano di portare avanti la Storia (con la S maiuscola) di Dylan Dog raccontandone i momenti più importanti. In questo senso il lavoro svolto da Recchioni è fedele alla tradizione solo a metà: ci sono tutti gli elementi classici della mitologia dylaniata (il galeone, i mostri, Groucho, la pistola), c’è l’uso del colore, c’è il metafumetto (incarnato, come nel numero #300, da un frustrato disegnatore alla fine del mondo), ma manca un vero e proprio approfondimento narrativo. Se i numeri #100, #200 e #300 ricostruivano il passato e il futuro dell’Old Boy, in questo caso Recchioni si colloca esplicitamente fuori dalla realtà narrativa della serie a fumetti, in un’atmosfera da sogno (o meglio da incubo) che è più un manifesto di come il personaggio di Dylan dovrebbe cambiare che un reale sviluppo narrativo. E, difatti, questo numero anticipa un ciclo di storie (contrassegnato dal numero 666 in copertina, accanto al titolo) progettato e scritto da Recchioni che promette una serie di cambiamenti sostanziali al personaggio.

Veniamo dunque al secondo punto. La questione della meteora, lasciata in sospeso alla fine del precedente albo, viene recuperata in maniera flebile al principio della storia e risolta, come già suggerito alla fine del #399, con il ricorso al metafumetto. In questo senso dobbiamo constatare, come avevamo già fatto per il #399, come la soluzione della vicenda sia in parte una non-risoluzione: il lieto fine c’è, ma non è raggiungibile su questo piano narrativo. Ma questo, in un certo senso, è il difetto minore di questo albo.
Come già detto, questo numero #400 è narrativamente esile: la storia affastella avventure slegate fra loro (proprio come Dylan si muove di isola in isola) inframmezzate con le riflessioni del protagonista e con una mole non indifferente di citazioni più o meno fini a se stesse (fra tutte: i Doors, L’attimo fuggente, Star Wars, L’Odissea, Blade Runner e Edoardo Bennato). L’intero albo, si potrebbe dire, non è che una grossa riproposizione di Apocalypse Now (e del suo antecedente letterario Cuore di tenebra), con il rapporto fra Dylan/Willard e Sclavi/Kurtz a reggere tutto il numero: Sclavi è l’eredità ingombrante (anche fisicamente) di cui bisogna liberarsi per andare avanti. La sua morte è, metaforicamente, l’uccisione del passato. E qui si inserisce la divagazione dell’inizio: il cuore della storia è la decapitazione di Sclavi, decapitazione rappresentata citando il quadro di Caravaggio, con Dylan nel ruolo di Davide e Sclavi in quello di Golia. Ma se il Merisi era stato tanto umile da rappresentare se stesso nelle fattezze del decapitato, Recchioni, in maniera dissacrante (e un po’ insolente), sceglie di uccidere proprio il creatore dell’Indagatore dell’Incubo, aprendo così la strada ad un nuovo Dylan Dog.

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Detto questo, bisogna però osservare che un conto è manifestare la volontà di rivoluzionare un personaggio, un altro è passare ai fatti scrivendo storie rivoluzionarie. In questo senso lo sclavicidio (passateci il termine) alla fine della storia è più un auspicio che un dato di fatto: distrutto (anche nella realtà narrativa!) il mondo intero, bisogna ora vedere se nei numeri dal 401 in poi Recchioni riuscirà a ricostruire un mondo dell’Indagatore dell’Incubo parimenti interessante e originale. Per tanto, la missione di quest'albo quest’albo potrà essere giudicata solo nei mesi a venire.

Veniamo al comparto grafico. La Bonelli ha voluto celebrare l’uscita di questo numero con ben quattro copertine variant, affidate a Gigi Cavenago, Corrado Roi, Angelo Stano e Claudio Villa e colorate tutte da Cavenago, che ne ha realizzato anche i concept. Ognuna di queste, virata su di una tonalità diversa, ci mostra l’Old Boy accanto ai suoi oggetti più rappresentativi: lo vediamo ricaricare la sua pistola (Stano), suonare il clarinetto (Villa), costruire il modellino del galeone (Cavenago) e scrivere il suo diario (Roi). Le copertine, accomunate dalla cifra 400 sullo sfondo, sono nel complesso piacevoli, anche se siamo lontani dall’inventività e dalle ottime composizioni di Cavenago viste nei numeri precedenti.
I disegni sono affidati a Stano e per i colori di Giovanna Niro. Unica eccezione sono le ultime due pagine dell’albo, disegnate da Corrado Roi e lasciate in bianco e nero, a segnalare stilisticamente lo stacco narrativo in chiusura del numero. Nel complesso, è chiara la volontà di confezionare un albo sontuoso dal punto di vista artistico: abbondano le splash-page e non mancano alcune soluzioni visivamente interessanti, come il combattimento nella giungla con gli zombie, l’apparizione di Morgana e la resa caricaturale di Sclavi, vette di un albo graficamente al top, tanto nei disegni quanto nel colore.

 

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