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Intervista a Francesco Artibani



COMICUS: E’ notizia di questi giorni la chiusura del mensile Monster Allergy. Confesso che questa notizia ha sconvolto un po’ la scaletta della chiacchierata che avevo in mente di fare con te… puoi raccontarmi nel dettaglio com'è maturata questa decisione da parte della Disney/Buenavista?

Francesco Artibani: La decisione presa dalla Disney rientra in un’operazione di marketing legata al cartone animato e alle altre iniziative commerciali che sono in fase di sviluppo intorno alla serie. L’intenzione dell’editore è quella di arrivare all’enorme pubblico dei non lettori che, ci auguriamo tutti, il cartone animato andrà a raggiungere. Dal 3 aprile su Rai 2 gli episodi sono trasmessi nella fascia pomeridiana; già dal 13 marzo, il numero 1 del mensile è tornato in edicola e, stando a quanto ci ha comunicato Mauro Lepore (direttore della divisione periodici Disney), per il 2007 dovrebbero venire pubblicate le nuove storie (con albi fuori serie e la ripresa della serie regolare). La vita editoriale di Monster, in ogni caso, continua, sia nelle avventure a fumetti che in una serie di volumi da libreria, realizzati da Fabbri. Spero davvero che queste informazioni tranquillizzino i lettori più affezionati…

CUS: Come lettore della prima ora (lo confesso, nonostante la mia non più tenera età…) mi sento abbastanza tranquillizzato… anzi, adesso cresce l’attesa per gli albi speciali. Cosa puoi anticiparci riguardo il futuro narrativo di Elena e Zick? E che cosa conterranno i volumi pubblicati dalla Fabbri?

FA: Il futuro narrativo è decisamente ricco. Stiamo organizzando adesso un (molto) probabile albo speciale con una storia divisa in piccoli episodi che saranno affidati a degli ospiti d’eccezione (sia nel disegno che, in parte, nella sceneggiatura). La Fabbri uscirà in tarda primavera con dei romanzi di Monster Allergy inseriti nella continuità della serie a cartoni animati. Si tratta di racconti per ragazzi ai quali si affiancheranno libri per un pubblico più giovane (sul modello dei charachter book con ogni titolo dedicato a un mostro diverso). Il progetto più impegnativo, infine, è una versione cartacea del Manuale del Domatore.

CUS: Scusami per la crudezza… ma a noi lettori un po’ più attempati non avete pensato? Insomma lo speciale temo sia solo un (lieto) evento passeggero, mentre tra un pur gradevole romanzo di Monster Allergy e l’ultimo Lansdale o Wu-Ming continuerò a preferire questi ultimi… Quanto dovremmo aspettare per sapere come si evolveranno le vicende di Elena & compagnia?

FA: Chiariamo ogni possibile equivoco: i lettori attempati non sono i destinatari di questi romanzi. Il modello di riferimento sono i libri di Geronimo Stilton e non credo che un lettore di Lansdale o Wu-Ming sia anche un lettore fedele di Stilton (se non per esigenze professionali). Intorno a Monster si stanno sviluppando (e lo vedrete nei prossimi mesi) una serie di prodotti diretti allo stesso pubblico dei cartoni animati; gli adulti appassionati che vorranno avvicinarsi a queste proposte rappresenteranno un qualcosa in più, ma non sono certamente loro l’obiettivo finale. Gli albi speciali di cui si è parlato con la Disney dovrebbero essere una sorta di antipasto; al momento, però, non posso darti una data certa per le nuove avventure regolari.

CUS: La cosa che mi lascia più perplesso è che in Disney, se si esclude il fragoroso successo delle Witch, è da un po’ che si cerca di rincorrere a fatica nuovi lettori… le ripetute chiusure di PK, il fallimento di X-Mickey e di Kylion sono sintomi della difficoltà da parte dell’editore di trovare una sintonia con le nuove generazioni di lettori?

FA: La questione è molto delicata. Forse sarebbe innanzitutto necessario trovare una sintonia con gli autori, mettendoli in condizione di fare completamente il loro lavoro. Il marketing e i focus group come strumento di valutazione non sono una scienza esatta. Se per fare gli editori bastasse contare sulla forza delle percentuali, questo sarebbe un mondo facile. Kylion è stata invece la riprova che viviamo in un mondo imperfetto. Con questa serie, nella quale credevamo molto, io e Giulio De Vita abbiamo vissuto un’esperienza surreale ed educativa allo stesso tempo. Per raggiungere una fascia di lettori inesistente in natura, il nostro progetto ha subito una serie di stravolgimenti sempre più profondi; le trame, le caratteristiche dei personaggi, lo stesso titolo della serie sono stati modificati e scelti da altri, senza nessuna possibilità di appello o di intervento da parte nostra. La redazione, l’Accademia Disney, le cavie umane dei focus group, i produttori di giocattoli e di zainetti: tutti hanno voluto dare il loro contributo indispensabile con delle modalità che sono andate al di là del normale rapporto tra editore e autore. Autori bravissimi come Vietti, Medda, Bartoli e Olivares non hanno avuto l’opportunità di fare quello che sapevano fare. Io e Giulio De Vita abbiamo seguito le richieste dell’editore fin quando è stato umanamente possibile; abbiamo abbandonato la serie senza rimpianti quando, dopo pochi numeri, ha iniziato ad assomigliare sempre di più al polpettone della mensa. Non sapevamo quello che c’era dentro ma avevamo visto in faccia chi lo cucinava - e questo ci è bastato -.

CUS: Perdonami… ti chiedo un po’ di chiarezza. Forse non tutti nostri lettori sanno in cosa consistano i focus group. Potresti spiegarlo?

FA: Semplificando il concetto (e per evitare che gli esperti di marketing inorridiscano) un focus group prevede un gruppo di lettura composto da ragazzini (nel caso dei titoli Disney) che rappresentano il target di riferimento. Questo gruppo di lettura legge un albo o una storia e quindi esprime le proprie valutazioni in merito (incollando faccine adesive sorridenti o tristi sulle pagine che li hanno colpiti più o meno positivamente). Degli analisti elaborano questi risultati, fornendo all’editore committente un responso. Da quel responso, l’editore compie le sue valutazioni e quindi interviene (modificando il prodotto o, nella peggiore delle ipotesi, mettendolo da parte).

CUS: Sinceramente inorridisco dinnanzi alla politica della trasformazione del pubblico di appassionati in consumatori o potenziali consumatori. Non sono un Candido che non intuisce la forte valenza commerciale ed il veicolo pubblicitario che può rappresentare un fumetto di enorme successo, ma diffido fortemente della mancanza dell’anima e della passione nello sviluppo di un’opera dell’ingegno. Sai per caso se questi focus group hanno generato successi editoriali? Ed i vertici come si spiegano la popolarità ever green dei classici fumetti di Gotferson e Barks, così lontani dalle avvilenti logiche di marketing?

FA: Gottfredson, Barks, Murry, Scarpa, Carpi… per i vertici sono glorie di famiglia sui quali non c’è un reale investimento dal momento che sono autori immensi, considerati in quanto tali ma, commercialmente parlando, del tutto irrilevanti. Sono un capitale artistico che va a coprire il pubblico di nicchia che, in tempi di magra, rappresenta sempre una risorsa. Si tratta infatti di un pubblico adulto, senza particolari problemi economici, che è molto esigente, ma che sa essere anche molto fedele se preso per il verso giusto. Purtroppo è numericamente insignificante e questo l’editore lo sa. Allo stesso tempo l’editore non si pone domande su il Topolino degli anni d’oro: il Louvre non fa un focus group per sapere che cosa ne pensano i turisti della Gioconda. Per quello che posso saperne, i focus group più recenti hanno dato degli indirizzi, delle indicazioni, dei suggerimenti, ma non hanno mai azzeccato un risultato. Sono un po’ come i sondaggi americani di Berlusconi; dicono al committente quello che vuole sentirsi dire (del resto, con quello che costano, è il minimo che possano fare).

CUS: Cosa intendi quando dici che ad autori bravissimi non è stata data l’opportunità di fare ciò cha meglio sanno fare?

FA: Su Kylion, per accontentare le richieste dei focus group o dei produttori di giocattoli, ci siamo trovati tutti a fare i conti con elementi che con il fumetto avevano poco a che fare. Attraverso una gestione approssimativa, la redazione interveniva riscrivendo interi episodi senza consultare gli autori della serie o gli autori delle storie. Quello che avete letto sulle pagine di Kylion, anche se portava la firma di ottimi scrittori come Medda, Bartoli, La Neve e Vietti, ha subito una quantità inaccettabile di rimaneggiamenti da rendere irriconoscibile il risultato finale. Non è la riscrittura di una, cinque, dieci pagine che non si accetta: rimettere le mani sul proprio lavoro è l’essenza del lavoro della scrittura. Quello che è inaccettabile è la manipolazione dettata da capricci, ripensamenti o da improvvisazioni; è un metodo questo che, per conto mio, va respinto nella maniera più totale.

CUS: Capisco che, trattandosi di una grossa azienda, con rilevanti interessi economici in gioco e con sinergie impensabili con altre aziende altrettanto grosse, la Disney abbia interesse a studiare a tavolino i propri prodotti, valutandone l’impatto economico e provando a raggiungere un determinato target. Allo stesso tempo, ho la sensazione che nel fumetto, in qualità di mezzo d’espressione, ci debba essere la presenza di una certa componente di misteriosa “magia” che catturi il lettore e lo spinga a comprare il numero successivo. Secondo te è possibile far coesistere marketing e fantasia, passione e finanza?

FA: Secondo me questo è possibile a condizione che gli esperti di marketing non facciano i creativi. Il successo di Witch ha dato alla testa a molti, soprattutto a quelli che al progetto ci credevano poco o sono saliti in corsa sul carretto. Witch non è nato come prodotto di marketing, ma come un'esperienza spinta dalla passione di un gruppo di autori che si è trasformata in una serie molto popolare. Se il marketing applicato al fumetto fosse una scienza esatta, la Disney avrebbe i mezzi per produrre un successo internazionale all’anno; i fatti, evidentemente, ci dicono che le cose non stanno così (ma non c’è niente di male, intendiamoci: sarebbe disumano il contrario).

CUS: Da anni, ormai, ti sei specializzato nella scrittura di storie rivolte ad un pubblico giovane. Credo che tu abbia un'enorme responsabilità nello scrivere storie che, nel bene o nel male, influenzano la formazione dei giovanissimi. Come affronti questa “responsabilità”? C’è qualche argomento che consideri Tabù?

FA: Sinceramente devo dire che non avverto una particolare responsabilità. Le mie storie sono avventure dirette all’intrattenimento; non c’è nessuna pretesa di veicolare messaggi o insegnamenti morali e credo che dai lettori vengano prese come tali. Ho idea che la formazione dei giovanissimi di oggi, fortunatamente per loro, non passi per i fumetti neppure di striscio.
A proposito dei tabù, invece, scrivere un fumetto per ragazzi o per il grande pubblico impone inevitabilmente delle autolimitazioni; per conto mio non ci sono argomenti proibiti, ma semplicemente dei margini d’azione differenti che vengono dati dalla storia e dal personaggio.

CUS: Capisco il tuo punto di vista, eppure il fumetto popolare italiano è sempre stato caratterizzato da una fortissima moralità. Non ricordo (credo perché non è mai esistito) un eroe Bonelli cattivissimo o un malvagio che, seppur redento, non abbia pagato con la vita le sue passate malefatte… come mai in nel fumetto popolare vengono proposti sempre modelli positivi? A cosa è dovuta la profonda moralità che caratterizza i nostri eroi di carta?

FA: L’eroe non può essere che portatore di valori sani; c’è poi l’antieroe, che è portatore sano di valori (e in quanto tale non lo sa). Un’eroe immorale è una contraddizione in termini e, se oltre alla storia del fumetto italiano si guarda anche ai personaggi americani o francesi, l’eroe, per dirsi tale, è sempre un personaggio tutto di un pezzo. Le grandi figure popolari, rivolgendosi ad un pubblico composto da adulti e ragazzini, non possono che essere così. La domanda sulla moralità andrebbe estesa poi agli autori di quegli stessi eroi, per scoprire quali ragioni storiche e sociali li hanno portati a realizzare quei personaggi. Il fumetto popolare, per essere realmente popolare, non può essere anche un fumetto disturbante. Gli eroi neri italiani hanno creato scompiglio proprio per questo: per una volta le storie non erano più rassicuranti.

CUS: Che limitazioni danno le storie e i personaggi della fattoria dei McKenzie e quelle delle ragazzine delle Witch, ad esempio?

FA: Le storie di Lupo Alberto sono quelle sicuramente più divertenti, dove è possibile osare di più sia in termini di linguaggio che di azione. Anche se la cosa non è esplicitata, è chiaro che il lupo e la gallina hanno una relazione adulta (un cespuglio protegge quest’ultimo tabù) ma per il resto, grazie a caratteri come Enrico la Talpa, nelle strisce, nelle tavole e nelle storie del Lupo abbiamo visto accadere un po’ di tutto. Le Witch sono certamente più difficili da trattare perché sono delle ragazzine legate a una serie di vincoli, il primo dei quali, il più ingombrante, è il tempo, cristallizzato in un’eterno ciclo, alla “Ricomincio da capo”. Sospese in un mondo in cui le stagioni si alternano ma gli anni non passano, le Witch rischiano adesso di diventare creature irreali agli occhi delle lettrici che, loro sì, crescono e cambiano. Nelle storie delle cinque Witch c’è poi l’amore sentimentale, che non tocca la sfera della sessualità; si avverte così nelle trame un clima da “vorrei ma non posso” che impedisce di trattare, nelle avventure, dei temi decisivi nell’età adolescenziale come il cambiamento del proprio corpo. Malgrado tutto e malgrado le apparenze, Witch resta dal mio punto di vista un argomento coraggioso. La Morte, uno dei tabù Disney più duri a morire, qui è stata toccata ampiamente: mi prendo il merito di aver sotterrato la Nonna di Hay Lin e aver fatto finire sotto una macchina il ghiro di Will (so che suona brutto, ma sono soddisfazioni).

CUS: Sei indubbiamente uno scrittore molto prolifico che si destreggia con uguale abilità tra fumetti rivolti a ragazze (come le Witch o le WinX) e ragazzi (come PK o Kylion). Che tipo di approccio hai rispetto al pubblico per il quale scrivi?

FA: L’attenzione è al linguaggio e al ritmo del racconto. La storia deve essere chiara, i passaggi devono funzionare e i personaggi devono recitare nella maniera più naturale possibile, cercando, di tanto in tanto, di sorprendere il lettore con delle trovate inaspettate. Sono proibiti l’ammiccamento, l’autocompiacimento e il citazionismo. I personaggi (che siano paperi, topi, lupi, talpe, ragazze con le ali sulla schiena o bambini che vedono mostri) devono sempre cercare di esprimere stati d’animo universali, riconoscibili a qualsiasi latitudine.

CUS: Cosa intendi per citazionismo?

FA: È una tendenza trasversale che presto o tardi colpisce tutti gli autori. È l’utilizzo di battute, scene, sequenze ad effetto che qualcuno più bravo ha fatto prima. In questo non ci vedo nessuna abilità e l’esercizio di stile spesso lascia il tempo che trova, soprattutto quando nessuno coglie la citazione. Mi pare uno sfoggio di cultura, non richiesto e inutile, come tutte le ostentazioni. Anch’io ci cado ogni tanto, però non me ne vanto.

CUS: Ammetto di essere ammirato e perplesso di fronte a questa tua ultima risposta… da Dylan Dog in poi il fumetto italiano è diventato citazionista o, come qualcuno preferisce affermare, post-modernista… intere generazioni di autori ci propinano la loro cultura e le loro passioni, alcuni lo fanno in maniera divertita e divertente altri lo fanno proponendoci situazioni al limite del plagio. Tu che dici di non gradire questo tipo di scrittura quale credi sia il limite tra citazionismo e bieca mancanza di idee?

FA: Quando la citazione rappresenta uno spunto, un passaggio del racconto, direi che ci può anche stare; ma quando la citazione diventa uno snodo centrale della storia, se non addirittura il finale della vicenda, allora lì non siamo neanche più nel terreno del plagio, ma in quello del ridicolo. Secondo me l’autore deve sempre stare un passo indietro rispetto la storia, evitando di essere più protagonista del proprio protagonista. Quando questo non avviene, allora non hai più un racconto del personaggio ma un autore con smanie di protagonismo che, di volta in volta, recita tutte le parti della commedia, sempre con la stessa voce, la stessa faccia, gli stessi gesti. La propria cultura e le proprie passioni credo che non debbano essere esibite; quando ci sono, possono trasparire dal racconto ma non diventare il racconto. Quelle storie che oggi sono post-moderniste domani saranno semplicemente illeggibili proprio perchè le citazioni si basano sulla memoria. E tempo e memoria sono due cose che non vanno troppo d’accordo.

CUS: Quanto è difficile, e cosa comporta in termini di sforzo creativo, non lasciarsi sopraffare dalla bestia del citazionismo?

FA: Comporta inventarsi una storia nuova ogni volta, senza scorciatoie. Significa lavorare e confrontarsi con tutti i propri limiti. Sapere di non sapere è anche nobile; sapere di essere una capra è un po’ più triste.

CUS: Con Katja Centomo hai costituito la Red Whale, una società di servizi che opera nel mondo del fumetto: potresti spiegarmi precisamente di cosa vi occupate?

FA: La Red Whale è una società creata nel 2002 da me e da mia moglie Katja Centomo. È una struttura che offre i suoi servizi nel campo dei fumetti e dei cartoni animati.
Il lavoro dello studio si divide in diverse attività, gestite da Katja come direzione generale, da Stefania Bitta nel ruolo di product manager e da Maryam Funicelli come art director. All’interno di Red Whale lavorano altre tre persone: Flavia Barelli e Mariantonia Cambareri seguono le produzioni legate ai libri, mentre Betty Silvestri è la nostra responsabile dell’amministrazione. Questo gruppo di lavoro organizza il meccanismo produttivo attraverso una rete di collaboratori esterni che ormai è arrivata a contare un centinaio di persone.
Red Whale produce serie a fumetti, curandole dalla sceneggiatura, al disegno, al colore, all’impaginazione al lettering, alla traduzione; fornisce servizi di scrittura per serie a cartoni animati; crea insieme agli autori delle cosiddette “properties”, come Monster Allergy (e altre due serie di prossima uscita), di cui amministra i diritti a livello internazionale, sviluppandone serie a fumetti, magazine da edicola, serie a cartoni animati, merchandising e altri diritti derivati. Inoltre Red Whale, produce anche su commissione, lavorando come studio di editing.
Come editing la Red Whale sta curando per la Panini la produzione completa di due miniserie Marvel a fumetti, mentre, nel settore della narrativa per ragazzi,collabora con la Piemme (l’editore di Geronimo Stilton), realizzando serie di libri illustrati, come Milla & Sugar, Tea Sisters, Joe Carrot, I Grandi Classici e altre di prossima uscita.
Infine, un’altra attività della Red Whale (che in realtà è stata la prima) è quella di agenzia, attraverso cui rappresenta autori italiani nel mercato francese. In particolare si é creato un canale privilegiato con Les Humanoïdes Associés, con cui abbiamo firmato a oggi una ventina di contratti, per autori come La Neve, Nizzoli, Milazzo, Mastantuono, Riboldi, Coppola, Del Vecchio, Brindisi, Giuseppe Palumbo, Stefano Palumbo, Semerano, Brandi e Di Bernardo, Camboni, Mantovani, Ricci, Simonacci, Tenuta, Algozzino, Di Giammarino e De Luca.

CUS: La Red Whale, dunque, è un vero e proprio service editoriale in grado di lavorare su commissione e fornire un prodotto finito… com'è nata l’esigenza di fondare questa società?

FA: Sia io che Katja portavamo una nostra piccola dote di capacità e contatti e abbiamo pensato bene di mettere insieme quello che sapevamo fare. Il bello di Red Whale è avere la possibilità quotidiana di lavorare sulle idee, declinandole su un fumetto, su una serie a cartoni animati, su una collana di libri per ragazzi o per una linea di gadget. La struttura Red Whale ci permette di fare quello che da soli sarebbe stato troppo faticoso realizzare.

CUS: La Red Whale ha sviluppato (e confesso che non so se attualmente sviluppate ancora) il comic book delle Winx. La mia sensazione è che le Winx siano state una risposta (ben riuscita) al successo delle Witch… com'è stato lavorare su questi personaggi dopo aver creato i modelli originali?

FA: Qui, come si dice, colgo l’occasione per fare un po’ di chiarezza su una faccenda sul conto della quale ho sentito, negli ultimi anni troppe inesattezze (e qualche stronzata, se mi passate il “qualche”). La Red Whale ha realizzato il numero 0 della rivista per conto della Rainbow che, successivamente, ha affidato il lavoro all’editing di Laura Scarpa e Francesco Coniglio. Nel primo episodio della serie a fumetti di Winx, è stata utilizzata la trama della puntata d’esordio del cartone animato, da me sceneggiata. Nei crediti della storia hanno inserito anche il mio nome in quanto autore del soggetto. L’argomento della genesi di Witch e Winx è stato ampiamente dibattuto. Come dimostra una sentenza del tribunale di Bologna, Winx è nato contemporaneamente a Witch e questo dovrebbe chiudere la questione. Il successo di Winx Club, per quello che riguarda i cartoni e il merchandising è stato nettamente superiore a quello di Witch. Questa serie, pure con ottimi risultati nell’editoria, non è riuscita a ripetersi negli altri settori. I personaggi di Witch e quelli di Winx sono caratterialmente diversi, sono anagraficamente più grandi; il grande lavoro della Rainbow ha quindi determinato i risultati eccezionali della serie. Winx oggi è una serie molto amata dalle ragazzine (e dai ragazzini); come ogni grande successo ha anche i suoi detrattori, ma questo fa parte del gioco.

CUS: Ammetto di essermi documentato poco sull’argomento, in fin dei conti a suo tempo comprai solo il numero zero della serie delle Winx. E dopo questa parziale ammissione di colpa… prima hai accennato ad alcuni progetti in dirittura d’arrivo… cominciamo dalle due “properties”, che cosa ci puoi dire in proposito? Puoi svelarci qualcosa?

FA: Si tratta di due serie per ragazzi su cui Red Whale sta lavorando insieme al gruppo di autori di Monster Allergy (e ad alcuni nomi nuovi). Per questioni di prudenza, però, sarebbe meglio riparlarne tra qualche tempo (non bisognerà aspettare molto, ecco).

CUS: Da Marvel fan non posso non chiederti maggiori delucidazioni riguardo la produzione di miniserie per la Casa delle Idee. Potresti parlarmi più diffusamente di questi progetti? Quali saranno gli autori coinvolti, i personaggi utilizzati e le atmosfere delle storie?

FA: Anche qui vorrei mantenere un po’ di curiosità fino alla fine (anche se, a giudicare la festosa accoglienza preventiva riservata ai nuovi progetti Panini da alcuni utenti della stanza Marvel del forum di questo sito, c’è già chi ha visto tutto). Il progetto legato agli X-Men vedrà la storia del gruppo di mutanti di Xavier raccontata dalla prospettiva di un popolare personaggio femminile. Ci saranno antagonisti tradizionali, ma saranno recuperati anche avversari come Mesmero. Il progetto sembra divertente perché avrò la possibilità di utilizzare i protagonisti degli X-Men in una chiave diversa dal solito. L’altra miniserie, dedicata al giovane Strange, affronta le origini del personaggio. Per gli X-Men la serie sarà composta da 8 albi (da 22 pagine ciascuno) che scriverò con Michele Medda. Strange sarà invece composta da 4 albi, sempre di 22 pagine e tutti scritti da me. Per i disegnatori ci saranno delle belle sorprese.

CUS: Capisco il motivo della tua riservatezza e non cercherò di spillarti troppe informazioni, ma tu cerca di metterti nei miei panni… prima di passare alla prossima domanda, però, permettimi una piccola precisazione. I frequentatori del nostro forum esprimono opinioni personali che raramente coincidono con quelle della redazione, e sono sin troppo famosi per la preventiva accoglienza negativa nei confronti di qualsiasi progetto che suscita rumore. Demian, tanto per fare un esempio recente, è stato stroncato dai frequentatori del forum un secondo dopo la diffusione del suo volto in formato francobollo da parte dell’ufficio stampa della Bonelli. Gli appassionati sono fatti così, preventivamente insoddisfatti, poi comprano e spesso cambiano idea. Chiusa questa parentesi, torno in argomento… che tipo di approccio hai avuto nei confronti dei personaggi della Marvel?

FA: La questione dell’accoglienza negativa preventiva non mi preoccupa perché è innanzitutto normale e umana; la pratico io stesso nei confronti di altri elementi che possono essere un film, un libro o quant’altro. Il mio obiettivo è realizzare una serie; poi, se sarò riuscito a convincere anche qualche scettico, sarà letteralmente tanto di guadagnato. Venendo all’altra domanda, l’approccio è stato di massimo rispetto e, allo stesso tempo, di grande libertà proprio perché questo è stato il compito che la Marvel ci ha dato. Le riunioni con Marco Lupoi, Enrico Fornaroli e Andrea Rivi sono state fondamentali per mettere a punto la trama; l’intervento degli editor americani dagli Stati Uniti ha poi perfezionato il tutto. Per me lavorare non su una ma su ben due serie Marvel è stato un regalo inatteso; sono un lettore e collezionista Marvel dall’epoca Corno e quindi ritrovarmi in età adulta a poter scrivere delle storie per quel Dottor Strange che da ragazzino mi inquietava non poco (nella versione di Ditko che appariva in appendice all’Uomo Ragno), insomma, è una soddisfazione. Avere l’opportunità di poter raccontare nuovamente le origini del personaggio in un contesto completamente diverso da quello dello Strange classico (ma rimanendogli nel contempo fedele) è stata una sfida interessante. La mini dedicata al giovane Strange e quella degli X-Men saranno in ogni caso due serie Red Whale, ossia due produzioni qualitativamente in linea con quello che facciamo (ma non saranno serie comiche, diciamolo subito).

CUS: Gli X-Men sono da quasi trent’anni raccontati come se si trattasse di una soap opera con superpoteri. Nella tua storia hai tenuto conto di quest’aspetto? E come ti sei relazionato con la famigerata continuity?

FA: Quella degli X-Men sarà una saga con una continuità stretta concentrata però in otto numeri. Dentro ci sarà tutto: i personaggi più popolari, avversari vecchi e nuovi e poi scontri, amori, rivelazioni. Ci sarà la soap opera e ci saranno anche i superpoteri. Gli ingredienti saranno quelli di sempre, ma non saranno mescolati come uno se li aspetta.

CUS: So che hai lavorato molto nel campo dell’animazione, come animatore e sceneggiatore. Quali differenze o affinità hai riscontrato tra la scrittura di fumetti e quella dei cartoni animati, e in generale tra i due “mondi” del fumetto e dell’animazione?

FA: Al di là delle differenze più evidenti, è il linguaggio del fumetto quello che rivela una maggiore complessità proprio perché impone al lettore un lavoro di decodifica più impegnativo. La lettura, rispetto alla visione di un filmato, è un’esperienza più profonda e personale, sia per chi la affronta da fruitore che per chi, da autore, la propone. Scrivere una puntata di un cartone animato per la televisione è per me sicuramente più rapido e più semplice che scrivere una storia a fumetti, proprio perché mi muovo fuori dai confini della pagina e il racconto non deve essere dettagliato quanto la descrizione dell’azione per una tavola disegnata.
Nel cartone il testo diventa la traccia su cui gli storyboardisti e il regista lavoreranno, condividendo il loro impegno con i tecnici degli effetti speciali e lo scenografo. Ognuno di loro porterà il proprio contributo, smontando e rimontando la tua storia in modi diversi. Le proposte vengono discusse e dalla discussione nascono nuove idee; rispetto al lavoro del fumetto, nel cartone c’è la dimensione del lavoro collettivo, che trovo molto stimolante.
Il confronto è una caratteristica di questo mestiere; se nei fumetti è sempre consigliato, nei cartoni diventa inevitabile.

CUS: Mi rendo conto che ho abusato della tua disponibilità, ho intuito che sei un frequentatore del nostro sito e probabilmente anche del nostro forum, ti va di rivolgere un saluto diretto ai nostri lettori?

FA: Una delle qualità di Comicus che apprezzo maggiormente è la quantità di informazioni e aggiornamenti che i curatori e gli utenti riescono a raccogliere. Non intervengo nelle discussioni perché ci vuole costanza, passione e tempo per partecipare attivamente. Per costanza e passione non avrei problemi, ma il tempo non è granchè, quindi passo la mano. Sono un lettore assiduo dei nostri lettori; nell’augurio di continuarci a leggere a vicenda, li saluto con incauto affetto.




Stefano Perullo
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