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Antonio Ausilio

Antonio Ausilio

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The Mandalorian and Grogu, recensione: puro cinema o speciale televisivo?

  • Pubblicato in Screen

Quando da una serie televisiva di successo viene tratto un lungometraggio per il cinema, raramente si riesce a realizzare un’opera indipendente, che possa avere una vita propria, senza dover necessariamente conoscere ciò che si è visto sul piccolo schermo. The Mandalorian and Grogu non sfugge a questa regola e non sembra neppure averci voluto provare, benché, prima dell’uscita del film, il suo regista Jon Favreau (già showrunner della serie TV) avesse dichiarato che la trama avrebbe avuto pochi collegamenti con le tre stagioni apparse su Disney+. Una mezza verità, in realtà, perché sebbene non venga chiaramente citato nessun episodio televisivo, uno spettatore che non abbia visto in precedenza la serie in streaming avrà qualche difficoltà a entrare in sintonia con i protagonisti della pellicola, dei quali non ci viene raccontato nulla del loro passato. Probabilmente, sono da considerare più attendibili le parole di Kathleen Kennedy che, al momento della messa in cantiere del lungometraggio, ricopriva ancora il ruolo di presidente della Lucasfilm e affermò che il pubblico creatosi con il successo di The Mandalorian poteva essere ritenuto sufficiente per tentare l’avventura nei cinema, sperando anche di destare l’interesse dei tanti giovani non molto propensi ad avvicinarsi all’universo di Star Wars. Una possibilità, quest’ultima, con poche chance di concretizzarsi, dato che la Galassia Lontana Lontana pare essere sempre più “distante” (perdonate il gioco di parole) dai gusti degli under 25.

Ciononostante, per quanto il film sia effettivamente una sorta di episodio extralarge della serie TV, liquidarlo con un giudizio così categorico, non renderebbe giustizia al buon lavoro fatto da Favreau e dai co-sceneggiatori Dave Filoni e Noah Kloor, per provare a conferirgli un minimo di dignità cinematografica, pur senza uscire, ovviamente, dal recinto del semplice intrattenimento. Analizzando la pellicola sotto questo punto di vista, si può, onestamente, rimproverare ben poco al regista americano e ai suoi collaboratori, i quali, anzi, sono pure riusciti a risolvere diversi problemi che avevano afflitto la serie televisiva. Per esempio, se c’è una cosa che manca al film, non è di sicuro il ritmo, un difetto, invece, ricorrente in molti degli episodi prodotti per Disney+. A volte ci è parso persino che Favreau volesse in qualche maniera replicare il montaggio serrato dello storico primo capitolo della saga (quello che da tempo è stato canonizzato come Episodio IV), utilizzando lo stesso modo di passare rapidamente da una scena all’altra, scelto allora da George Lucas per concedere allo spettatore pochi attimi per tirare il fiato (guarda caso, qui tutti appannaggio di Grogu). Proprio il richiamo nostalgico è un ulteriore punto di forza della pellicola, che trova il suo momento più alto negli spettacolari quindici minuti iniziali, i quali citano con stile L’impero colpisce ancora, senza sbracare nel vuoto fanservice. Favreau riesce anche a contenere la sua voglia di omaggiare il grande talento artigianale dei tecnici dei primi film (che seppero dare vita, con mezzi limitati, ai tanti, bizzarri alieni che tutti ricordano), riducendo a pochi personaggi l’impiego di effetti speciali volutamente grossolani, i quali, al contrario, sul piccolo schermo ci erano sembrati un anacronismo eccessivamente invadente. Evidentemente (e fortunatamente), il budget decisamente maggiore rispetto a quello destinato a un episodio televisivo, deve averlo convinto a utilizzare la CGI in modo più massiccio.

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Ora, terminato l’elenco dei pregi della pellicola e dei meriti della regia, dovremmo almeno accennare alla qualità della recitazione, ma è un’operazione francamente difficile, considerando che uno dei due protagonisti non parla quasi mai ed è costretto a coprire il suo volto con un casco che ne nasconde le fattezze (oltretutto, non è un segreto che in molte scene Pedro Pascal – che, per chi non lo sapesse, è l’interprete di Din Djarin, il mandaloriano del titolo - è stato sostituito dagli stuntman Brendan Wayne e Lateef Crowder), mentre il secondo è una creatura animatronica. I comprimari per i quali sono stati impiegati attori in carne e ossa hanno uno spazio troppo piccolo per permetterci di esprimere un giudizio su di essi, compresa Sigourney Weaver, il cui minutaggio estremamente ridotto all’interno della vicenda, non le consente di farci apprezzare le sue note capacità recitative. Di buono c’è che, quantomeno, ci siamo risparmiati le pessime interpretazioni di Gina Carano e Ming-Na Wen, che avevano fortemente penalizzato la serie televisiva. Ci sarebbe pure piaciuto vedere Martin Scorsese nei panni di un personaggio reale, ma il grande cineasta italoamericano presta solo la voce a un simpatico ristoratore di strada alieno (esperienza non nuova per Scorsese, che qualcuno ricorderà anche tra i doppiatori di Shark Tale).

Una così bassa rappresentanza di veri attori potrebbe essere un preoccupante indizio del desiderio della Disney di far assomigliare il mondo di Luke Skywalker e soci, alle trasposizioni in live action dei suoi classici di animazione caratterizzati da una presenza umana molto limitata (vedi Il re leone o Il libro della giungla). Da qui, un approfondimento psicologico dei vari character piuttosto inconsistente e – paradossalmente – maggiormente percepibile nei personaggi creati in digitale (Rotta the Hutt su tutti) e la necessità di garantire un tempo adeguato a Grogu, il quale, come già emerso nella serie televisiva, conferma di essere lui, tra i due protagonisti, la reale superstar (non per niente il suo nome è stato inserito nel titolo della pellicola). Impossibile non sciogliersi di fronte alla sua tenerezza, furbescamente esaltata dagli autori non solo per accattivarsi il pubblico dei giovanissimi, ma anche per conquistare parecchi adulti. Pensare, però, che si tratti di una semplice strategia di marketing, incentivata dallo studio cinematografico californiano, è vero soltanto in parte, dato che avere dei personaggi destinati soprattutto ai bambini è nel DNA di Star Wars (la funzione di R2-D2 e C-3PO, o degli Ewok, era, difatti, sostanzialmente la stessa).

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Chi ha apprezzato le tre stagioni di The Mandalorian su Disney+, alla fine, amerà questo film. Non escludiamo, tuttavia, che proprio in virtù dei significativi passi in avanti fatti da Favreau e dal resto della produzione rispetto alla serie TV, non possa incontrare pure il favore di coloro che, all’epoca della sua messa in onda in Italia, non ne avevano tessuto le lodi.
A rimanere, forse, delusi saranno, al contrario, molti fan della saga originale, a cui piacerebbe sempre trovare un nuovo tassello da inserire nella mitologia dei Jedi, considerando che The Mandalorian and Grogu è l’unico lungometraggio appartenente all’universo lucasiano arrivato nelle sale dopo il 2019, anno di uscita di Episodio IX – L’ascesa di Skywalker.
La pellicola, invece, non aggiunge né toglie nulla all’epopea della Forza, irrobustendo ancora di più la sua natura scopertamente seriale. D’altra parte, ricordando le parole di Kathleen Kennedy, menzionate all’inizio, il film è stato concepito con quello scopo e, sotto questo aspetto, assolve perfettamente al suo compito.

Voto: 6,5

Comic(US) Book #11: Imperial, L'Era di Rivelazione, Iron Man e Teenage Mutant Ninja Turtles

  • Pubblicato in Focus

Undicesima puntata di Comic(US) Book, ricchissima di contenuti, con il finale di Imperial e de L’Era di Rivelazione. Terminano anche il Daredevil di Saladin Ahmed e, soprattutto, due delle tre serie con cui aveva esordito il nuovo Universo Ultimate due anni fa.
Nel frattempo, arrivano le Tartarughe Ninja di Gene Luen Yang e comincia il ciclo della coppia Joshua Williamson-Carmen Carnero su Iron Man.

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Imperial 4

Sette: l’Unione
Ultimo capitolo per Imperial, con un finale all’insegna del cinismo, in cui solo Nova pare mostrare una certa integrità d’animo. Jonathan Hickman sceglie l’alter ego di Richard Rider come portabandiera di tutti coloro che non si piegano di fronte alla spregiudicatezza delle grandi potenze e alla realpolitik, la quale pure nel fittizio universo marvelliano diventa il vero motore che determina le decisioni di ogni governante. Da che parte stia lo scrittore statunitense è difficile dirlo. L’unica cosa inconfutabile è che mai Hickman aveva utilizzato, in maniera tanto incisiva, i personaggi della Casa delle Idee come metafora del mondo reale. Cercando di non rivelare troppo, abbiamo un ex sovrano che, di fatto, considera la democrazia un esperimento fallito e decide di restaurare la monarchia assoluta. Il figlio di un imperatore che ha sempre contestato i metodi del padre, ma che, alla fine, sceglie di raccoglierne l’eredità. Estremisti religiosi che rifiutano la verità in nome di un credo insensato. E poi, lotte di potere, troni usurpati, xenofobia, nazionalismo radicale. Se non fossero coinvolti kree, skrull, wakandiani e altre importanti razze aliene della cosmogonia Marvel, sembrerebbe di leggere un normale testo di geopolitica.
Peccato solo che tutte le serie che avrebbero dovuto proseguire il discorso di Imperial stanno per essere chiuse per scarse vendite, se non addirittura cancellate prima ancora di cominciare.
Per quanto riguarda i disegni, il lavoro congiunto di Federico Vicentini e Iban Coello può considerarsi nel complesso positivo, grazie al dinamismo impresso nelle tavole e alla ricchezza dei dettagli. Ciononostante, dobbiamo sottolineare che la scelta di ritrarre alcuni personaggi in versione manga style, continua a sembrarci del tutto fuori luogo.
Voto: 7

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Marvel miniserie 294

Un mondo sotto Destino capitolo 8: desiderare il bene
Arrivati all’ottavo capitolo, ci sorge il dubbio che Ryan North non si sia assolutamente posto il problema di pianificare tutti gli avvenimenti fin dal principio, dato che è difficile non accorgersi di come la trama mostri palesemente di arrancare e di trascinarsi in lunghissimi (e noiosissimi) scontri – buoni solo a esaltare le doti artistiche di R.B. Silva -  tra Destino e praticamente ogni supereroe del mondo Marvel, senza il minimo approfondimento psicologico, se non durante l’ennesimo confronto tra Victor Von Doom e la sua figlioccia Valeria Richards, protagonista nel finale, dell’unica scossa emozionale di un episodio piatto e monocorde. La miniserie era iniziata con spunti interessanti, che potevano (e dovevano) essere esplorati con minore superficialità e dilettantismo. A quanto pare, però, North ha fatto il passo più lungo della gamba.
Voto: 5

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Fantastici Quattro 3 (472)

Fantastici Quattro – Inferno di ghiaccio
È possibile essere l’autore dell’evento portante della Marvel degli ultimi mesi e, contemporaneamente, della serie regolare maggiormente interconnessa con esso (almeno teoricamente) e riuscire a non mostrare neanche un accenno di continuità tra l’uno e l’altra? Quando ti chiami Ryan North evidentemente sì. Potevamo capirne le ragioni con la doppia storia d’esordio, nella quale, giustamente, lo sceneggiatore canadese si era soprattutto preoccupato di rendere manifesto il suo nuovo approccio a Mr. Fantastic e soci, ma in questo terzo episodio la scelta ci è sembrata francamente insensata. Un tie-in come tanti, che si lascia andare a teorie spazio-temporali piuttosto astruse, che, però, quantomeno, conferma il maggior impegno da parte di North nel voler far emergere i tratti caratteristici dei personaggi. Pure il modo in cui Destino viene sconfitto è, tutto sommato, abbastanza ingegnoso, benché la narrazione si sia quasi “raffreddata”, perdendo quella vivacità nei rapporti tra i protagonisti, che rappresentava l’unico aspetto positivo della sua gestione.
Humberto Ramos, comunque, aiutato dai colori brillanti di Edgar Delgado, ha sicuramente accresciuto la qualità del comparto grafico.
Voto: 6

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L’incredibile Hulk 32 (135)

Hulk – La pianura funebre parte 3
Lo diciamo chiaramente e senza mezzi termini: chiudere la prima fase del proprio ciclo con un episodio del genere vuol dire prendere in giro tutti coloro che hanno continuato ad acquistare la testata, a dispetto dell’insensata direzione scelta da Phillip Kennedy Johnson fin dai numeri iniziali. Prigioniero della sua stessa creatura e incapace di andare avanti a raccontare il nulla assoluto, l’autore americano ci propina una sequenza di inutili splash page, onomatopee giganti, scene raccapriccianti totalmente gratuite e insulse botte tra mostri con il solo scopo di arrivare il prima possibile allo step successivo. Tempo di lettura: cinque minuti (a dir tanto), anche soffermandosi a guardare i dettagli delle tavole di Nic Klein. E se non ci fosse il cartoonist tedesco ai disegni, il nostro voto sarebbe ancora più basso.
Voto: 4

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Daredevil 27 (172)

Daredevil – Riti di riconciliazione parte 6
Rinnegando praticamente tutte le modifiche allo status quo del protagonista introdotte durante la sua - fallimentare - gestione (durata poco più di due anni), Saladin Ahmed si congeda dalla serie del Diavolo di Hell’s Kitchen senza spiegarci neppure come abbia fatto Matt Murdock a risorgere, dopo aver sacrificato la sua vita per salvare Foggy Nelson alla fine del ciclo precedente. Ecco, quindi, la riappacificazione con Elektra (lontanissima dal personaggio carismatico conosciuto nelle saghe passate) e il ritorno di Kingpin (trasformato in un folle, preda di deliri mistici) in una vicenda prevedibile e priva di mordente, che vale la pena di leggere solo per i disegni del sempre più bravo José Luis Soares.
Voto: 5

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Miles Morales: Spider-Man 23 (47)

Miles Morales – Gatti e ladri parte 1 e parte 2
Abbiamo già detto che questa serie si rivolge dichiaratamente a un pubblico young adult. E fin qui niente di male. Tuttavia, inizialmente, Cody Ziglar aveva interpretato il target della testata nella maniera più scontata possibile, con il ricorso continuo a tematiche adolescenziali degne di un teen movie di quart’ordine. Ora, fortunatamente, benché sia sempre la leggerezza a farla da padrona, il supereroismo è tornato a essere l’aspetto predominante del racconto. Non stiamo di sicuro parlando di un capolavoro, ma, quantomeno, i personaggi risultano caratterizzati in modo più approfondito e le trame sembrano studiate con maggiore accortezza.
Buoni i disegni del napoletano Luigi Zagaria, il cui tratto lineare e dai contorni nitidi aiuta a mantenere il clima più rilassato e a favorire una migliore scorrevolezza delle immagini.
Voto: 6,5

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Capitan America 5 (192)

Capitan America – Le nostre guerre segrete parte cinque
Se con Imperial Hickman ha cercato di offrirci uno spaccato in salsa marvelliana delle dinamiche che muovono le superpotenze, il messaggio che Chip Zdarsky vuole trasmetterci sulle pagine di Capitan America è ancora più esplicito. L’accusa verso l’opacità (a dir poco) della politica estera statunitense non lascia spazio ad alcun fraintendimento. E il tutto è sorretto da una sceneggiatura perfettamente calibrata sui personaggi, che ne attualizza le motivazioni in maniera convincente e – prima di ogni cosa - realistica.
La scelta di rielaborare il passato di Steve Rogers in modo così radicale non è esente da rischi, ma, detto onestamente, non poteva essere rimandata oltre. Se, poi, la qualità della scrittura è questa, come dare torto all’autore canadese?
Il tratto immoneniano di Valerio Schiti non sempre si adatta bene al contesto drammatico descritto. L’artista romano è, però, bravo a smussare la sua naturale predisposizione a rappresentare figure più morbide utilizzando ombreggiature marcate e disegni volutamente meno puliti.
Voto: 7,5

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Iron Man 1 (Iron Man 150)

Iron Man – Un nuovo incubo
Presentato in anteprima al Comicon di Napoli, ecco il nuovo numero 1 di Iron Man. Ai testi troviamo Joshua Williamson, che rispetto a Spencer Ackerman, il suo predecessore, sceglie di abbandonare ogni tentativo di far “maturare” le trame del Vendicatore Dorato, tornando a una gestione decisamente più classica. Riappaiono, quindi, Madame Masque e Pepper Potts e Tony Stark viene nuovamente caratterizzato come un simpatico fanfarone, per riavvicinarlo alla sua controparte cinematografica. La storia è abbastanza piacevole, ma in questo primo episodio succede, francamente, molto poco. Lo sceneggiatore statunitense preferisce dedicarsi soprattutto alla presentazione dei protagonisti, lasciando solo intravedere il piano di Whitney Frost (ora a capo dell’A.I.M.).
Ai disegni arriva Carmen Carnero che, di sicuro, è un bel passo in avanti rispetto a Julius Otha, anche se il suo tratto, per quanto elegante (soltanto nei volti continua ad avere le stesse esitazioni già manifestate su Eccezionali X-Men) non sembra in grado di portare quell’energia di cui necessiterebbe la serie.
Voto: 6,5

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Radioattivo Spider-Man 3 (L’Uomo Ragno 888)

Spider-Man – Uno di noi parte 3
Come avevamo predetto all’uscita del primo capitolo (non che ci volessero particolari abilità divinatorie, viste le premesse), questa miniserie si è dimostrata una delle poche davvero interessanti, tra quelle nate all’interno dell’Era di Rivelazione. Nell’ultimo episodio, il dramma che ha coinvolto Peter e zia May, entrambi vittime del Virus-X, arriva inevitabilmente a compimento. Pagine struggenti, che confermano le capacità narrative di Joe Kelly, il quale, svincolato dalla continuity ragnesca, sfrutta nel modo migliore lo scenario alternativo, per costruire un what if...? in piena regola, in cui le parti avventurose e quelle sentimentali si danno il cambio (o si mischiano tra loro) in maniera impeccabile.
Kev Walker non è da meno e benché, come già detto nella scorsa puntata di questa rubrica, i vari personaggi (Spider-Man in primis) si discostino sensibilmente dalle loro raffigurazioni abituali, la natura ucronica della vicenda permette ai suoi protagonisti di apparire sempre verosimili.
Voto: 7

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Stupefacenti X-Men 3 (Gli incredibili X-Men 436)

Stupefacenti X-Men – Philadelphia
Jed MacKay dispone le pedine, in attesa dell’atto conclusivo della saga, riducendo gli scontri al minimo indispensabile, per cercare di rispondere a gran parte delle domande sorte fin dall’inizio del crossover, facendone, tuttavia, emergere di nuove, da sfruttare al ritorno dei personaggi nella timeline ufficiale. Un semplice episodio di collegamento, quindi, che, però, mostra una compiutezza maggiore di altri capitoli dell’evento preso per intero.
Mahmud Asrar non è dotato del segno esplosivo di Ryan Stegman e Netho Diaz, ma, sorprendentemente, la staticità delle sue figure e l’utilizzo intelligente delle ombreggiature, risultano più adeguati a rappresentare il clima disperante che avvolge i protagonisti.
Voto: 6,5
Indistruttibili X-Men – Affogare nelle tenebre
Allo stesso modo di altri tie-in che, come vedremo, appartengono all’Era di Rivelazione solo sulla carta, Gail Simone cita il regno distopico dell’erede di Apocalisse semplicemente per sfruttare lo scenario futuristico e mettere in piedi una sorta di “The End” dei suoi X-Men della Louisiana, con tanto di morti, resurrezioni, ritorni inattesi, riappacificazioni e altri elementi tipici a contorno, che il lettore esperto sa di doversi aspettare da storie di questo genere. Di positivo c’è che il racconto procede con una certa solennità quasi fino alle ultime pagine, dove si assiste a una progressiva banalizzazione degli eventi, causata, probabilmente, dalla necessità di arrivare rapidamente a una conclusione della vicenda, che, visti i tanti personaggi in gioco, avrebbe avuto bisogno di uno spazio maggiore.
Comparto grafico estremamente variegato e discontinuo (dato che è opera di ben cinque disegnatori diversi), su cui non è possibile dare un giudizio univoco.
Voto: 6

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Espatriati X-Men 3 (Immortal X-Men 45)

Espatriati X-Men – Figlie della tenebra
Eve L. Ewing segue un po’ la stessa via di Gail Simone e sebbene i collegamenti con l’Era di Rivelazione siano più diretti, pure questa testata dà l’impressione di essere solo un mezzo per mostrare i giovani allievi di Emma Frost e Kitty Pride ormai adulti. Non per questo deve essere sottovalutata, dato che la scrittrice di Chicago è una delle poche che è riuscita nel suo intento senza tradire gli assunti di base del maxievento.
Degni di nota anche i disegni di Francesco Mortarino, le cui influenze nipponiche sono diventate più sfumate e si miscelano con gusto all’estetica anni Novanta, attraverso la quale tratteggia molti character (quelli femminili in particolare).
Voto: 6,5
Omega Kids – Nemici
Contrassegnata da una sensazione di inquietudine costante, questa miniserie è quella che meglio riesce a rappresentare la tirannia oppressiva di Rivelazione. Si ha sempre l’impressione che ogni personaggio possa nascondere un’anima oscura e pure l’amoralità di Quentin Quire viene impietosamente messa in risalto in un finale di inusitata spietatezza. Merito dello sceneggiatore Tony Fleecs, il quale, purtroppo, trova raramente un appoggio nei diligenti ma, allo stesso tempo, impersonali disegni di Andrés Genolet.
Voto: 6

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Sinister’s Six 3 (X-Force 66)

Sinister’s Six – L’ultimo segreto
Con un insolito gioco di parole (Sinister’s Six vuol dire “i sei di Sinistro”, ma è chiaro il riferimento ai Sinistri Sei, storico team composto da sei noti avversari di Spider-Man) David Marquez (inaspettatamente ai testi anziché ai disegni, che sono, invece, del promettente Rafael Loureiro) ci racconta le vicende di un eterogeneo gruppo costituito da mutanti e da “mutati” dal Virus-X, che si alleano con il machiavellico genetista per contrastare i piani di Rivelazione. L’idea iniziale in sé non è male, tuttavia, il cartoonist americano tende a snaturare un po’ troppo diversi personaggi, tra cui proprio il buon Nathaniel Essex, del quale si percepisce a malapena il suo essere subdolo e doppiogiochista. Senza contare l’ennesimo, illogico ospite di Venom, di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Voto: 5,5
Longshots – C’è chi passa
Se c’è un vantaggio nell’evidente sciatteria che regna nell’attuale redazione della Marvel è la possibilità che vengano pubblicate piccole chicche come questa, che non avrebbero mai avuto la chance di vedere la luce sotto una direzione degna di questo nome (saremo anche prevenuti, ma non è da escludere che i vari editor non si siano neppure preoccupati di leggerne attentamente il soggetto).
Riducendo anche loro l’Era di Rivelazione a semplice pretesto, Gerry Duggan e Jonathan Hickman ne approfittano per sbeffeggiare – non senza autoironia - l’industria dell’entertainment nel suo complesso, prendendone di mira le mode, i rituali, i trucchi commerciali, con particolare enfasi sui comic book della Casa delle Idee, quasi come se ci trovassimo all’interno di un numero di Mad e non su un teorico tie-in di un maxievento mutante. Certo, dovendo riempire le pagine di tre episodi, non tutte le prese in giro riescono a centrare il bersaglio. È, però, confortante vedere che, talvolta, un po’ di sana anarchia artistica sia ancora in grado di fare capolino in un ambiente devotamente mainstream come quello delle Big Two
Voto: 6,5

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L’ultimo Wolverine 3 (Wolverine 471)

Wolverine – Artigli contro
Pur non essendoci ancora ripresi dallo shock di vedere Saladin Ahmed trasformare il Wendigo nel Wolverine dell’Era di Rivelazione, abbiamo comunque deciso di terminare la miniserie. Inutile dire, però, che ce ne siamo subito pentiti non appena arrivati all’ultima pagina. Colpa di una trama che più convenzionale di così non si potrebbe, di protagonisti senza spessore (tra cui il Wendigo stesso, per il quale sarebbe più corretto utilizzare l’aggettivo imbarazzante) e di una totale assenza di pathos, persino nei momenti che teoricamente avrebbero dovuto suscitare un minimo di commozione.
Disegni di Edgar Salazar che solo di rado raggiungono la piena sufficienza.
Voto: 4
Sabretooth – Nel cerchio periglioso
Se i lettori continueranno a comprare questo albo dopo l’autentica gara di bruttezza che si è consumata negli ultimi tre mesi tra le due collane in esso ospitate, c’è il rischio che alla Marvel possano sentirsi autorizzati a pubblicare qualunque oscenità gli passi per la testa. Anche tralasciando i modestissimi disegni di Valentina Pinti (non ricordiamo altre opere dove l’autrice marchigiana sia apparsa così sottotono), è impossibile non notare come la vicenda abbozzata da Erica Schultz non sia altro che una dozzinale sequenza di combattimenti, in cui pure le dinamiche famigliari introdotte all’inizio della miniserie vengono rapidamente messe da parte. In più abbiamo un nuovo ragazzino dotato di poteri enormi (tanto per essere originali!), che diventa il protagonista di un drammatico finale aperto, del quale - data la sconcertante mancanza di pianificazione del crossover - non si sa neanche se vedremo mai il seguito
Voto: 4

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X-Men: l’Era di Rivelazione omega

X-Men – Finale
Purtroppo, l’auspicio da noi fatto all’inizio della saga, che tutti i buchi di trama venissero risolti prima della sua conclusione, non si è concretizzato. Anzi, semmai se ne sono aggiunti di nuovi. Un’ulteriore prova del pessimo lavoro di coordinamento editoriale svolto da Tom Brevoort e dai suoi assistenti, che sono riusciti nella poco edificante impresa di concepire il peggior maxievento mutante della storia Marvel. Inoltre, finora abbiamo sempre difeso Jed MacKay, ma, tolto un epilogo secondario, che pare promettere sviluppi interessanti, alla fine pure lui ci è sembrato deciso a voler chiudere la pratica il prima possibile, terminando la vicenda in una maniera talmente assurda, da rendere molto improbabile il ritorno, in futuro, di questa realtà alternativa. È vero che Psylocke aveva preannunciato il piano di Rivelazione sulle pagine degli Stupefacenti X-Men, onestamente, però, non credevamo che lo scrittore canadese volesse seriamente arrivare a tanto.
Chissà cosa avranno pensato gli ottimi Ryan Stegman e Netho Diaz nel vedere i loro disegni sprecati in un albo narrativamente scarso come questo.
Voto: 5

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Spider-Man – Ventiquattro
Capitolo finale per questa nuova versione “definitiva” di Spider-Man e non nascondiamo che la chiusura scelta da Jonathan Hickman ci abbia lasciati un po’ con l’amaro in bocca. Non è la prima volta che l’autore statunitense manifesta una certa difficoltà nel dare un senso alle numerose trame introdotte in una serie sotto la sua gestione. In questo caso, tuttavia, è forte il sospetto che le lacune e la mancanza di risposte siano più la conseguenza di un’interruzione forzata decisa dai vertici della Marvel, che il risultato dei suoi limiti di scrittura. A dispetto delle dichiarazioni ufficiali di Hickman stesso, infatti, non si può negare che l’episodio si presenti diviso in due parti, quasi o del tutto scollegate tra loro. E se lo scontro decisivo con Kingpin e Mister Negativo procede fino in fondo con un minimo di coerenza, il resto è una sbrigativa risoluzione dei temi più importanti rimasti in sospeso, che non riesce a catturare il lettore dal punto di vista emotivo.
Probabilmente il nostro Jonathan si è accontentato di mostrare quali fossero le sue idee per il personaggio e come pensava davvero di concluderne la storia. Ma ci si è arrivati troppo rapidamente, lasciando ai comprimari solo lo stretto necessario e ai protagonisti giusto il tempo di farci intravedere qualche sussulto di umanità, che avrebbero meritato un approfondimento di ben altro tipo.
Voto: 6

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Ultimate Black Panther 24

Black Panther – Ventiquattro
Termina la sua corsa pure la versione Ultimate di Black Panther e lo fa nello stesso modo in cui era iniziata, in sordina, priva di un reale collegamento con il resto di Terra 6160, anche perché l’unico, flebile riferimento al Creatore e al suo regime – la presenza in Africa dei suoi luogotenenti Ra e Konshu – viene frettolosamente messo da parte a favore di una vicenda intrisa di misticismo (dove l’eco della saga di Dune risuona in maniera piuttosto evidente), in cui Bryan Hill non sembra mai avere le idee chiare, con nemici che appaiono e scompaiono senza una spiegazione convincente, contorte relazioni sentimentali tra i protagonisti giustificate confusamente e la natura del vibranio modificata più volte. Probabilmente meglio di così non si poteva fare, dato che tutti questi cambiamenti repentini, l’assenza di un vero finale e varie altre lacune dimostrano effettivamente – e maggiormente rispetto a Ultimate Spider-Man - che la Marvel ha improvvisamente deciso di chiudere la linea Ultimate, pur nella consapevolezza di mettere in difficoltà molti degli autori coinvolti, impreparati a eliminare ogni incongruenza dalle storyline a lungo termine che avevano già pianificato.
Voto: 6

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Batman e Robin 25 (DC Select 41)

Batman e Robin – L’Uomo Tranquillo parte uno
Alcuni potrebbero pensare che si tratti di un curioso caso di omonimia, e, invece, il Phillip Kennedy Johnson che sta facendo scempio della testata di Hulk è – per quanto sembri paradossale - lo stesso scrittore che ha reso la serie dedicata a Batman e a suo figlio Damian una delle migliori tra quelle oggi offerte dalla DC. Terminata l’inquietante saga che ha visto i due protagonisti affrontare il demoniaco Memento è tempo di tornare a scenari più consueti. Ecco, quindi, un misterioso e infallibile assassino che, appena uscito di prigione, comincia a fare strage degli sgherri del Pinguino.
Benché Johnson si confermi anche qui un autore che non riesce a entrare pienamente in sintonia con i personaggi di cui realizza le storie, fortunatamente la sua caratterizzazione del Cavaliere Oscuro e di Robin non si discosta in maniera significativa da quella tradizionale. In più abbiamo un ritmo concitato, sequenze d’azione ben congegnate e una prosa che si mantiene sofisticata, pur all’interno di un thriller violento e serratissimo. Senza dimenticare gli ottimi disegni di Fico Ossio, abilissimo nel modificare il suo stile per renderlo più dinamico nelle scene di lotta e negli scontri a fuoco e maggiormente sporco e ricco di tratteggi quando prevale l’intimità o la rievocazione del passato.
Voto: 7

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Absolute Evil (DC crossover 48)

Absolute Justice
One shot ambientato nell’Universo Absolute, che introduce una versione distorta della Justice League, composta da vari criminali visti di recente sulle testate delle nuove incarnazioni di Batman e soci, più alcune “new entry” che, stranamente, non avevano ancora fatto la loro comparsa nelle storie già pubblicate. Pur con qualche stereotipo e diversi scambi di battute che sfiorano pericolosamente il ridicolo (senza considerare le somiglianze con il piano escogitato dal Creatore nell’Universo Ultimate), Al Ewing riesce a mantenere inalterato il cinismo e la risolutezza manifestati dai protagonisti nelle saghe apparse finora, cercando di non scadere nella banalità, benché, essendo le varie collane piuttosto differenti come atmosfera e stile narrativo, qualche inevitabile semplificazione era da mettere in conto.
Giuseppe Camuncoli e Stefano Nesi se la cavano bene ai disegni, non preoccupandosi di mostrare particolari raccapriccianti o di estremizzare attraverso l’espressività dei volti la perversione di alcuni villain.
Voto: 6,5

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Conan il barbaro 15

Conan – Il nomade
Episodio per così dire “fuori serie”, che celebra la venticinquesima uscita in patria della testata della Titan Comics, attuale licenziataria dell’eroe di Robert E. Howard. Jim Zub usa un semplice, ma efficace, espediente narrativo per rievocare storiche saghe del Cimmero (tra cui Il tallone di Thak e La torre dell’elefante) che, oltre a permettergli di chiudere il cerchio con un finale metatestuale, fa da collante alle bellissime tavole dipinte a olio da Alex Horley (avvolte da una splendida doppia cover, sempre realizzata dall’artista lombardo), che, tra le altre cose, ci regala forse la Bêlit più sensuale mai apparsa in un fumetto di Conan.
Voto: 7,5

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Teenage Mutant Ninja Turtles 14

Tartarughe Ninja – Ujigami
Per quanto Gene Luen Yang sia un autore che apprezziamo molto e a dispetto di averlo già visto all’opera – anche se per breve tempo - su alcuni personaggi di Marvel e DC, non eravamo del tutto sicuri che potesse trovarsi a suo agio su una serie pop come quella di Raffaello & C. E invece, mai timore fu più ingiustificato del nostro. Proseguendo in continuità con il suo predecessore (l’impeccabile Jason Aaron), il cartoonist di origini taiwanesi dimostra immediatamente sia di conoscere a fondo il background dei protagonisti sia di sembrare parecchio divertito a raccontarne le gesta. Ne nasce un primo episodio che parte subito a spron battuto, ricco di azione vorticosa, dialoghi brillanti, misteri intriganti e nuovi, affascinanti personaggi. Il tutto trasferito adeguatamente in immagini da Freddie E. Williams II, il quale, pur non rinunciando a omaggiare il tratto underground che caratterizzava le storie in origine e a rappresentare gli Eroi con il Guscio in alcune loro pose iconiche, ne interpreta al meglio il vigore in tavole di grande impatto scenico.
Voto: 7,5

4 Word About: The Punisher: One Last Kill

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
The Punisher: One Last Kill

A distanza di una settimana dal finale della seconda stagione di Daredevil Rinascita, quando credevamo che i Marvel Studios avessero trovato la formula giusta per i loro prodotti televisivi, dobbiamo a malincuore rivedere al ribasso le nostre aspettative. Questo special (il terzo dopo quelli con protagonisti Licantropus e i Guardiani della Galassia) dedicato al Punitore è un mediocre mediometraggio, che ripropone in maniera superficiale i soliti temi associati al personaggio, non provando mai a scavare più in profondità. Un vero peccato, perché Jon Bernthal (anche co-autore della sceneggiatura) conferma di essere il Frank Castle cinematografico definitivo, ma non è aiutato dalla regia di Reinaldo Marcus Green, che mostra un minimo di vitalità solo nella lunga scena dell’assalto dei teppisti, scatenato dalla vendicativa Ma Gnucci (una spenta Judith Light). Il sangue scorre a fiumi e l’adrenalina abbonda. Pensare, però, che basti questo a rendere un’opera più adulta è pura illusione.

THEPUNISHER POSTER ITALY

Dettagli: 
Piattaforma:
Disney+
Genere: Azione
Studio: Marvel Studios
Voto: 5

4 Words About: Città del Vaticano

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
Città del Vaticano

Ormai sappiamo che da Mark Millar dobbiamo aspettarci alti e bassi. I picchi qualitativi negli ultimi anni sono stati pochini. Tutto sommato, però, non sono arrivate neanche opere di scarso livello. Almeno fino all’uscita di questa miniserie, che si segnala per essere uno dei lavori peggiori dell’autore scozzese. Non solo per l’impiego di un topos narrativo strabusato come i vampiri e per le numerose contraddizioni della sceneggiatura, ma soprattutto per la totale assenza di passaggi originali, ribaltamenti di trama e finali a sorpresa, che, da sempre, sono il pregio principale dei suoi fumetti.
Non parliamo, poi, dei disegni. Millar è solito circondarsi di artisti di primo piano, qui, invece, sceglie di affidarsi a Per Berg, un cartoonist semisconosciuto che può vantare soltanto qualche testata autoprodotta e le cui tavole, invase da una pesante grafica digitale, presentano sfondi artefatti e personaggi ritratti con stili troppo eterogenei.

MMILW039ISBN 0

MMILW039ISBN 1

Dettagli volume:
Editore: Panini Comics
Autori: Testi di Mark Millar, disegni di Per Berg
Genere: Action horror
Formato: 17X26, 104 pp., C., col.
ISBN: 9791221942262
Prezzo: 18,00 €
Voto: 5

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