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Tributo a Dennis O'Neil: Tra la luce della Lanterna e l'oscurità della Bat-Caverna

La prima volta che ho letto il nome di Dennis O’Neil nei credits di un albo a fumetti ero ancora un bambino che nei primi anni ‘80 si riempiva gli occhi di meraviglia leggendo le storie Marvel portate in Italia da una Editoriale Corno prossima a scomparire. L’Uomo Ragno II serie era rimasta l’unica collana dell’editore milanese a presentare materiale inedito, mentre le altre testate presentavano ristampe dei gloriosi periodi Silver e Bronze Age pubblicati nel nostro paese nel decennio precedente. Denny (come veniva chiamato da tutti) O’Neil era lo sceneggiatore regolare di Amazing Spider-Man in un periodo di passaggio della collana, con storie oggi perlopiù dimenticate a favore di quelle successive, scritte da Roger Stern, che ebbero però il merito di tenere a battesimo un giovane John Romita Jr. sulla testata che avrebbe disegnato a più riprese nei successivi trent’anni, introducendo inoltre interessanti personaggi di contorno come Madame Web. Una storia piuttosto bizzarra di quella run, ma che colpì la mia immaginazione di bambino, fu quella in cui Hydro-Man, villain creato dallo stesso O’Neil, si fondeva per errore con l’Uomo Sabbia dopo uno scontro con l’Uomo Ragno formando un colosso di fango che si aggirava per New York come un novello King Kong, ricalcandone anche la tragica fine.

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Avrei scoperto anni più tardi che quelle storie, pur apprezzate da ragazzino, non erano certamente quelle per cui Denny O’Neil sarebbe stato ricordato. Nonostante la sua carriera fosse iniziata giovanissimo alla Marvel negli anni ’60, tappando buchi per le sceneggiature di testate lasciate orfane da un sempre più indaffarato Stan Lee come Doctor Strange e X-Men, è alla DC che la carriera di O’Neil decolla definitivamente. Voluto da Dick Giordano, che aveva conosciuto durante un rapido passaggio alla Charlton, O’Neil si trasferisce presso l’editore di Batman e Superman sul finire degli anni ’60, preparandosi a sfornare due opere che faranno epoca. Dopo un ciclo di Justice League of America e uno piuttosto contestato di Wonder Woman, in cui O’Neil priva Diana dei suoi poteri e del legame con le Amazzoni, la DC decide di affidargli il rilancio di Green Lantern, personaggio dalle atmosfere tipicamente Silver Age che faticava a trovare il suo spazio in un periodo storico convulso come quello di fine anni ‘60/inizio anni ’70. La nazione, già attraversata dalle contestazioni studentesche e dalla protesta contro la guerra del Vietnam, stava per conoscere lo scandalo del Watergate: un contesto politico/sociale nel quale un poliziotto intergalattico che aveva come unico punto debole il colore giallo sembrava drammaticamente fuori luogo. O’Neil ebbe un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: mantenere lo status di “uomo di legge” di Hal Jordan calandolo però in un contesto reale. Lanterna Verde si sarebbe dovuto sporcare le mani con i veri problemi di un paese lacerato dal punto di vista sociale. L’intuizione più importante dello scrittore fu quello di affiancare a Jordan un eroe urbano fino ad allora considerato di seconda fascia, che avrebbe accompagnato la Lanterna Verde della Terra nel suo viaggio nel cuore degli States.

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La scelta cadde su Freccia Verde, personaggio che O’Neil aveva già scritto durante la sua gestione della JLA, facendolo evolvere dal clone di Batman dotato di frecce qual’era stato fino a quel momento a un personaggio completamente rinnovato e al passo con i tempi. Spogliato del suo status di milionario e playboy, caduto in disgrazia dopo aver perso la sua fortuna, Oliver Queen si presentava ora come un eroe irascibile e scontroso, adirato con la vita ma profondamente maturato nella sua visione politica, veicolo perfetto per l’anima progressista che avrebbe animato la serie fin dal primo numero e che ben si evince da questa tavola emblematica:

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Le trame di O’Neil affondavano le mani nei grandi problemi politici e sociali dell’epoca, come il razzismo intrinseco nella società americana (tematica piuttosto attuale ancora oggi) e la piaga della dipendenza dalle droghe dei giovani, simboleggiata dall’episodio più celebre di tutto il ciclo, quello in cui viene rivelata la tossicodipendenza di Speedy, il sidekick di Freccia Verde. In assenza del suo mentore, Roy Harper era sprofondato nel tunnel della droga. Lo shock di Oliver Queen fu pari a quello dei lettori. Per la prima volta veniva rappresentato in un fumetto mainstream lo spaesamento di una generazione a cui stavano venendo meno tutti i punti di riferimento, incorrendo inoltre nel paternalismo degli adulti a cui neppure un liberal come l’Arciere di Smeraldo sembrava volersi  sottrarre.

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Green Lantern/Green Arrow inaugurò una partnership parallela a quella cartacea tra Hal Jordan e Oliver Queen, quella tra Denny O’Neil e il disegnatore Neal Adams, artista rivoluzionario per la modernità di cui erano intrise le sue tavole. La loro collaborazione, tra le più celebrate della storia del fumetto, raggiunse l’apice con un ciclo di Batman iniziato nel 1971 che consegnò alla storia quella che molti ritengono la versione definitiva del personaggio.

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All’epoca il Cavaliere Oscuro era reduce da un paio di decenni un cui tutto era stato, tranne che “oscuro”. Le atmosfere cupe degli inizi erano state annacquate per contenere le accuse mosse dal Prof. Wertham nel suo famigerato saggio Seduction of the Innocent, mentre la sbornia “camp” dovuta al grande successo del telefilm trasmesso a partire dagli anni ’60 aveva definitivamente allontanato il personaggio dalle sue radici. Confesso che io adoravo la serie, vista più volte negli anni delle infinite repliche su varie emittenti private, eppure provavo un notevole imbarazzo a vedere Batman impegnato a ballare il “Batusi” o occupato in altre amenità non consone al suo ruolo di giustiziere. Le atmosfere goliardiche tipiche della serie tv trasmigrarono inevitabilmente anche negli albi a fumetti e fu solo grazie al lavoro del duo O’Neil/Adams, coordinato dall’editor-in-chief Julius Schwarz, se il Crociato Incappucciato tornò ad essere il vendicatore notturno immaginato da Bob Kane e Bill Finger. La coppia recuperò la dimensione urbana della serie, accantonando definitivamente gli elementi più bizzarri e pop che avevano contraddistinto le avventure di Batman degli anni ’60, e reintrodusse il suo più grande avversario, il Joker, nell’episodio chiave intitolato The Joker’s Five-Way Revenge.

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In questa storia dai toni noir, il Clown Pagliaccio del Crimine torna a Gotham dopo essere fuggito di prigione, uccidendo ad uno ad uno gli ex membri della sua gang per stanare quello che lo aveva tradito. O’Neil inaugura qui la caratterizzazione moderna del personaggio, mettendo da parte l’innocuo burlone degli anni ’50 e ’60 e liberando su carta il maniaco omicida che perseguiterà il Cavaliere Oscuro fino ai giorni nostri. Il contributo più celebre della coppia O’Neil e Adams al mito di Batman è però la creazione del villain definitivo del personaggio, una sorta di suo riflesso oscuro: Ra’s Al Ghul, capo della Lega degli Assassini, setta dedita ad estirpare la corruzione dell’essere umano tramite azioni di sterminio e genocidio. Pluricentenario, ma ancora giovane grazie al potere curativo della Fossa di Lazzaro, Ra’s condivide con Batman intelletto e vigore fisico fuori dal comune, tanto da ritenerlo un suo possibile e degno erede alla guida della Lega degli Assassini. L’ammirazione per il Cavaliere Oscuro è condivisa anche dalla figlia Talia che se innamora, intraprendendo con lui in seguito una relazione che porterà alla nascita del figlio dell’inconsapevole Bruce, Damien. Per mettere in scena il primo scontro tra Batman e Ra’s Al Ghul, O’Neil si ispira ai film di James Bond tanto in voga in quel periodo, trascinando il Crociato Incappucciato in scenari per lui inediti come il Nanda Parbat e le Alpi Svizzere, costringendolo ad una caccia all’uomo avvincente. Sono storie che mantengono un grande fascino anche oggi, e che all’epoca sembravano provenire direttamente dal futuro, tanto per le sceneggiature scoppiettanti di O’Neil quanto per la prova epocale di Adams al tavolo da disegno. Il Batman moderno viene codificato graficamente in queste pagine, e sarà un punto di riferimento imprescindibile per i successivi autori. L’artista tratteggia un Cavaliere Oscuro avvolto in un lungo mantello, snello e atletico, michelangiolesco nel suo fascio di muscoli tesi fino allo spasmo e sempre pronti a scattare. Le pose iconiche di Batman realizzate da Adams durante il ciclo realizzato con O’Neil si sprecano, come è iconico lo scontro finale a colpi di spada con Ra’s. I due personaggi sono inquadrati in modo che appaiano come giganti impegnati in una resa dei conti epica.

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Voglio ricordare due storie di Batman in particolare, tra le tante scritte da O’Neil in quel periodo, che esercitarono su di me una profonda suggestione: Night of the Reaper, sempre in coppia con Adams, in cui Cavaliere Oscuro si trova ad affrontare un misterioso assassino armato di falce e The Demon of Gothos Mansion, illustrata da Irv Novick, in cui il nostro eroe si trova catapultato in una vicenda di spettri e vecchi manieri che sembra uscita dritta da un film della Hammer.

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I fantastici anni ’70 di Dennis O’Neil alla DC vedono l’uscita di altri progetti prestigiosi, come il rilancio del classico eroe pulp The Shadow per gli eleganti disegni dell’artista Mike Kaluta, e l’epocale scontro tra Superman e Muhammad Alì (di cui vi abbiamo parlato qualche anno fa) che segna la fine della proficua collaborazione con Neal Adams.
Nel 1980 torna alla Marvel, prendendo le redini di Amazing Spider-Man, come detto in apertura. Il ciclo, della durata di un anno, non è all’altezza dei suoi precedenti lavori, mentre invece sono notevoli i due Annual della collana, datati 1980 e 1981, che O’Neil scrive per le matite di un giovane disegnatore di nome Frank Miller.

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Nel primo albo l’Uomo Ragno e il Dottor Strange affrontano la minaccia combinata del Dottor Destino e di Dormammu, in un riuscito omaggio a Steve Ditko, mentre il secondo mette in scena un’alleanza forzata tra l’Aracnide e il Punitore contro il Dottor Octopus, in una storia che esalta la predilezione per i contesti urbani di Miller, in procinto di diventare una delle superstar assolute del decennio. L’incontro con l’ex scrittore di Batman sarà decisivo per la carriera del giovane artista: è proprio O’Neil, in qualità di editor di Daredevil, a sollevare dall’incarico lo sceneggiatore Roger Mckenzie per lasciare al giovane Miller, fino ad allora solo illustratore della serie, il doppio incarico di scrittore/disegnatore. Il risultato di questa mossa sarà il ciclo leggendario conosciuto come la Saga di Elektra. Denny O’Neil e Frank Miller incroceranno più volte i loro passi nel corso delle rispettive carriere, e saranno tutti incroci importanti. Sarà proprio il primo a raccogliere il testimone del secondo sulle pagine di Daredevil, con un ciclo notevole che venne però offuscato dal ritorno di Miller sulla testata col capolavoro Born Again.

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È una sequenza di storie che merita di essere riscoperta (pochi anni fa Panini Comics ne ha raccolto una parte nel volume Il Secondo Segreto della sua Daredevil Collection) e che contiene alcune gemme dimenticate, per la maggior parte illustrate da un giovane David Mazzucchelli. Tra tutte, vale la pena ricordare Nebbia, con un Matt Murdoch attonito di fronte alla scoperta del cadavere di Heather Glenn, sua sfortunata vecchia fiamma suicidatasi dopo essere caduta nella spirale della depressione.

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O’Neil scrisse una sequenza di episodi di forte intensità emotiva e psicologica, preparando il mood della serie per il già citato Born Again di Frank Miller. Una perla assoluta di questo sottovalutato ciclo è …E poi si muore, episodio in cui lo scrittore fornisce probabilmente la migliore interpretazione mai apparsa dell’Avvoltoio, il classico nemico dell’Uomo Ragno, qui alle prese con Devil. O’Neil lo ritrae nella sua natura rapace e predatoria, derivata dall’animale da cui prende il nome, sorpreso dall’eroe mentre profana la tomba di Heather Glenn per rubare i gioielli con cui è stata sepolta.

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Da bambino mi colpì molto la caratterizzazione del villain, ritratto da Mazzucchelli mentre è appollaiato come un vero volatile sul tetto della Nelson & Murdoch, latore di morte dalla filosofia nichilista e ladro miserabile allo stesso tempo. L’atmosfera plumbea e malinconica contribuì a stampare nella mia memoria questo gioiellino misconosciuto.
A metà degli anni ’80, dopo aver scritto un’importante sequenza di storie di Iron Man in cui Tony Stark cedeva momentaneamente l’armatura all’amico Jim Rhodes (il secondo personaggio di colore a cui lo scrittore regala un ruolo da protagonista, dopo la creazione del personaggio di John Stewart sulle pagine di Green Lantern), O’Neil torna alla DC per lavorare ancora sul personaggio che aveva definito la sua carriera, ma non come scrittore. Nel 1986 viene nominato infatti group editor delle collane relative a Batman, ruolo che ricopre fino al 2000, traghettando così il Cavaliere Oscuro nel nuovo millennio. Quindici anni in cui il medium fumetto attraversa un grande cambiamento, a causa soprattutto dell’affermarsi di una “cross-medialità” che vede i personaggi dei comics uscire dai confini angusti degli albi per invadere altri media come cinema, tv e videogiochi. Batman è al centro di queste trasformazioni: il film diretto da Tim Burton che esce nel 1989 è un successo epocale che cambia per sempre la percezione che il pubblico generalista ha del character.

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O’Neil accompagna il personaggio attraverso questa fase di grande popolarità e di profondo rinnovamento del suo mito, coordinando ogni progetto a lui dedicato e svolgendo allo stesso tempo la funzione di garante della tradizione. Nei suoi anni di supervisione delle bat-testate, O’Neil da il semaforo verde a eventi che lasceranno il segno, come la morte di Jason Todd, il secondo Robin, decisa dai lettori grazie ad un sondaggio telefonico in un’epoca in cui internet e i social erano ancora un'ipotesi da fantascienza. Parallelamente, continua la sua carriera da scrittore col rilancio di The Question, il vigilante senza volto creato da Steve Ditko, un cult assoluto di quegli anni che conquista il suo seguito anche nel nostro paese grazie alle sue apparizioni in appendice al Green Arrow delle Edizioni Play Press.

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Continua a scrivere occasionalmente anche il Cavaliere Oscuro, sia nell’adattamento a fumetti del film di Tim Burton, splendidamente illustrato da Jerry Ordway, sia nella miniserie Sword of Azrael, disegnata da Joe Quesada. O’Neil aggiunge un ulteriore contributo personale al mito di Batman creando Jean – Paul Valley, discepolo e campione dell’antico ordine di Saint Dumas col nome di Azrael. Sarà quest’ultimo a sostituire nel ruolo di Batman un Bruce Wayne gravemente ferito dopo uno scontro con Bane, svolgendo però il suo compito con una violenza tale da costringere il vero Crociato Incappucciato a tornare anzitempo dalla sua convalescenza e a reclamare il mantello.

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Le ultime e recentissime sceneggiature realizzate dallo scrittore prima della sua scomparsa sono ancora una volta legate ai personaggi che hanno segnato la sua carriera: una storia breve di Batman per il celebrativo Detective Comics 1000 e un contributo all’albo speciale che festeggia gli 80 anni di Lanterna Verde, con la reunion tra Hal Jordan e l’arciere Oliver Queen.
Con Dennis O’Neil non scompare solamente uno sceneggiatore di grande talento, capace di inserire nel suo lavoro importanti istanze politiche e sociali come nessuno aveva mai fatto prima, ma anche un innovatore del fumetto popolare che ha contribuito a fare evolvere nella forma d’arte matura e consapevole di se stessa che conosciamo oggi.

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