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Antonio Ausilio

Antonio Ausilio

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Comic(US) Book #12: Absolute, le ripartenze di Hulk e Batman e la fine di Un mondo sotto Destino

  • Pubblicato in Focus

Dodicesima puntata di Comic(US) Book, in cui diamo spazio a varie serie Absolute, che mancavano da un po’ di tempo nella rubrica. Poi, terminano Un mondo sotto Destino e Ultimate X-Men, Hulk diventa “infernale” e inizia il Batman di Matt Fraction e Jorge Giménez, una delle hit della DC del momento.

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Marvel miniserie 295

Un mondo sotto Destino capitolo 9: la bianca vela della sua anima
Si conclude questo lunghissimo maxievento, i cui strascichi saranno visibili già a partire dai prossimi mesi (si spera con mani più capaci di quelle di Ryan North). Poche le promesse mantenute rispetto alle intenzioni iniziali, compreso il finale, il quale ci lascia una forte sensazione di incompiutezza (che ha attraversato un po’ tutti i capitoli). Lo scrittore canadese non dà proprio l’impressione di essere in grado di raccontare un dramma in maniera emotivamente coinvolgente, così come sono troppo rapide (e soltanto in apparenza imprevedibili) le conseguenze derivate dalla caduta di Destino.
Anche R.B. Silva ci è sembrato meno incisivo del solito, con tavole anonime, che trovano la loro ragion d’essere solo nei colori di David Curiel.
Voto: 5

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Il mortale Thor 4 (Thor 320)

Una lieta storia di Asgard
Al Ewing si prende una pausa dalle vicende terrene di Sigurd Jarlson (e per l’occasione Pascual Ferry viene sostituito ai disegni da Juann Cabal, il cui stile, per quanto semplice e lineare, si adatta piuttosto bene agli scenari fantasy asgardiani) ed esibisce un’insospettabile dimestichezza nel raccontare, con il tono giusto, di Magni (il figlio dell’Incantatrice e del Thor di una dimensione alternativa) e degli altri Aesir. Un intermezzo solo in apparenza secondario, che sembra preannunciare un futuro alquanto intrigante per la serie.
Voto: 7

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L’infernale Hulk 1 (Hulk 136)

Hulk – Ascesa
E così alla fine Phillip Kennedy Johnson è riuscito nel suo intento, trasformando il Golia Verde (che ora in realtà sfoggia un colore grigio-viola) nel personaggio che aveva in mente sin dall’inizio, il quale con l’alter ego di Bruce Banner c’entra poco o nulla (tanto da separarli nel vero senso della parola). Dove voglia andare a parare non è molto chiaro. Per il momento, lo scrittore americano sembra semplicemente compiaciuto di dare libero sfogo a efferatezze senza limiti e di promuovere una deriva horror con forti ascendenze lovecraftiane. Su entrambi gli aspetti, non è da trascurare il contributo di Nic Klein, che non si risparmia nel mostrarci dettagli sgradevoli e scenari allucinati.
Troppo facile, tuttavia, prendere una strada di questo tipo, quando sul protagonista non si ha niente da dire.
Voto: 5

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Ingloriosa X-Force 1 (X-Force 67)

X-force – Una forza inevitabile
Riparte da uno X-Force, questa volta con l’appellativo “ingloriosa”, a testimoniare probabilmente l’agire del team ai limiti della legittimità e lontano dalla luce dei riflettori. Tim Seeley pare voler riportare la serie alle sue radici storiche, ma, per ora, benché la trama mostri di poter offrire sviluppi interessanti, i membri scelti da Cable ci sembrano male assortiti (soprattutto Miss Marvel, difficilmente associabile a un gruppo paramilitare). Inoltre, gli eventi scorrono con poco ritmo, anche a causa dei disegni piuttosto statici di Michael Sta. Maria, il quale, non di rado, manifesta una totale incapacità nell’infondere un minimo di espressività nei personaggi.
Una sufficienza stiracchiata, in attesa dei prossimi numeri.
Voto: 6

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Ultimate X-Men 24

X-Men - Ventiquattro
Termina la sua corsa la versione ultimate degli X-Men. Giudicare un’opera di questo tipo resta un’impresa piuttosto ardua e il fatto che, come già notato con le serie di Spider-Man e Black Panther, più che a un finale programmato, ci è sembrato di assistere a un’interruzione improvvisa delle trame (non si capisce altrimenti perché introdurre due nuovi personaggi proprio nell’episodio conclusivo e non risolvere varie questioni portate avanti nei numeri precedenti), arrivare a una valutazione precisa diventa davvero complesso. Come vedremo, le vicende di Maystorm e compagnia sono destinate a proseguire su Ultimate Endgame, che, però, rimane sostanzialmente un lavoro di Deniz Camp, pertanto, è difficile immaginare un ruolo reale delle mutanti nipponiche all’interno della saga.
A ogni modo, dobbiamo ammettere che la curiosità con cui abbiamo accolto questo stravagante esperimento di fusione tra un manga e un comic book supereroistico ha progressivamente lasciato spazio alla noia. Apprezziamo il fatto che Peach Momoko abbia brillantemente trovato la maniera di ridefinire gli Homo Superior di Terra 616, senza tradirne l’essenza, tuttavia, il suo tratto non si è dimostrato adeguato alle scene d’azione o a infondere il ritmo che un fumetto del genere richiederebbe. I suoi X-Men sono parsi semplicemente gli attori di un dramma adolescenziale, condito con un po’ di horror e superpoteri, decisamente lontano dalle atmosfere di un albo americano.
Non sappiamo se l’intenzione della Marvel fosse quella di spingere qualche appassionato di manga ad avvicinarsi ai suoi comic book tradizionali. Ma nel caso, siamo abbastanza sicuri che il tentativo sia andato a vuoto.
Voto: 6

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Ultimate Endgame 3

Tre
Prosegue la battaglia contro il Creatore all’interno della Città e nuovi combattenti (le mutanti di Hi No Kuni, in particolare) si aggiungono alla lotta. Deniz Camp non sempre riesce a gestire in maniera coerente tutti i personaggi coinvolti, ma ci regala colpi di scena a ripetizione, ingegnosi paradossi spazio-temporali (con ulteriori rivelazioni sul legame tra Iron Lad e Kang) e un finale struggente, il quale, però, potrebbe essere solo un subdolo trabocchetto per depistare i lettori, dato che sulle pagine di Ultimates abbiamo già visto qualcosa di simile. A ogni modo, le sorprese sembrano ben lungi dall’essere terminate, con i due Reed Richards a fare da ago della bilancia.
Disegni di Jonas Scharf e dei coniugi Dodson di qualità molto altalenante, che contrastano non poco con la bellissima immagine di copertina realizzata da Mark Brooks.
Voto: 7

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Batman 1 (126)

Batman - Colori immensi nell’oscurità e Robin in gita sul furgone
Anche solo limitandoci al fandom americano, l’inizio della gestione di Matt Fraction e Jorge Jiménez su Batman è stato uno degli avvenimenti fumettistici più chiacchierati degli ultimi mesi. Non tanto per le vendite altisonanti del primo numero, ma per il deciso cambio di approccio al personaggio voluto dallo scrittore statunitense. Fraction ha pensato di riportare il Guardiano di Gotham City alle atmosfere molto meno cupe che caratterizzavano le sue storie, prima che Frank Miller recuperasse quell’oscurità con cui Bill Finger lo aveva immaginato in origine e che gli è rimasta cucita addosso – anche a seguito della sua rappresentazione cinematografica – fino a oggi. Ecco, quindi, trame che, senza perdere di drammaticità, ostentano una maggiore leggerezza, un significativo incremento dell’aspetto avventuroso (in stile James Bond, vista l’abbondanza di particolari con cui vengono descritti i “gadget tecnologici” dell’Uomo Pipistrello), scaramucce verbali tra i protagonisti, che portano un po’ di allegria nel racconto e un generale clima più spensierato, il quale, tuttavia, non deve essere inteso come un deragliamento della serie all’insegna della superficialità.
I due episodi presenti in questo nuovo numero uno sono contraddistinti da una sceneggiatura solida e articolata, che affonda nella mitologia della Bat Family, ma rivela ancora poco di quello che gli autori hanno in serbo per i lettori nelle prossime storie, limitandosi a non rinnegare gli sconvolgimenti attuati da chi li ha preceduti (vedi, per esempio, Vandal Savage a capo della polizia cittadina).
Naturalmente, una variazione così drastica nel registro narrativo non poteva non essere accompagnata pure da una raffigurazione differente dei personaggi e della stessa Gotham City, improvvisamente luminosi e colorati (con annesso cambio di costume da parte di Batman), esaltata da un Jorge Jiménez in forma smagliante, visibilmente entusiasta di esibirsi in tavole spettacolari, ricche di azione e di immagini già diventate iconiche.
Voto: 7,5

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DC K.O. 1 (DC Crossover 49)

DC K.O. – Capitolo uno: sul ring
Diamo atto a Scott Snyder che, nonostante l’assurdità dell’evento in sé, si sia almeno impegnato a fornire delle premesse credibili, che possano rendere più digeribile quella che resta, di fatto, l’ennesima, colossale scazzottata tra eroi e criminali della Terra, necessaria, nel caso specifico, a definire il campione che sfiderà Darkseid per impedirgli di mettere fine all’esistenza nell’intero universo. Nei capitoli successivi, quando inizierà realmente il torneo, ai lettori verrà richiesta una gigantesca sospensione dell’incredulità, per potersi godere la storia. Per ora, invece, sono da apprezzare i siparietti “domestici” tra Superman, Batman e Wonder Woman, il sottile umorismo di alcuni passaggi, che svelano il bonario intento goliardico dell’operazione e i bei disegni di Javi Fernández e Xermánico, i quali, sebbene entrambi non posseggano un tratto dinamico, riescono a infondere la giusta energia al racconto.
Voto: 6,5
DC K.O. Knightfight – Capitolo uno
Tie-in di DC K.O. che si preannuncia decisamente più interessante della miniserie principale. Forse, mostrare l’ennesima realtà alternativa è una soluzione un po’ scontata, ma si tratta di un topos narrativo a cui il fumetto supereroistico non vuole proprio rinunciare, dato che garantisce una maggiore libertà creativa e la possibilità di esplorare in maniera imprevedibile le caratteristiche di base dei vari personaggi. Almeno questa sembra l’intenzione di Joshua Williamson, qui affiancato da Dan Mora, diventato ormai (e non potrebbe essere altrimenti) l’artista di riferimento in casa DC.
Voto: 7

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Justice League Unlimited 13

Justice League – Senza titolo
Forse non tutti ricordano che il terreno a DC K.O. è stato preparato fin dall’inizio del periodo “All In”, al termine di Absolute Power, per cui Scott Snyder, nell’imbastire il maxievento, ha potuto beneficiare dell’aiuto, per nulla marginale, di Mark Waid e Joshua Williamson. Proprio il secondo è l’autore dei testi dello special ospitato in questo numero di Justice League Unlimited, dove Doomsday/Time Trapper e Booster Gold (con il contributo di Flash) riannodano ogni filo delle trame sparse sulle varie testate DC nell’ultimo anno, per farle convergere verso la saga principale. Il tutto inframmezzato da un flashback ambientato su Krypton, diverso tempo prima della sua distruzione, che getta nuova luce sul passato del pianeta nativo di Superman.
Perché la DC abbia, poi, scelto di snaturare queste premesse promettenti in un crossover fracassone e superficiale resta onestamente un mistero.
Molto buoni i plastici disegni di Yasmine Putri e Cian Tormey.
Voto: 7

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Absolute Flash 8

Flash – Vita e morte di Barry Allen
Dopo otto numeri possiamo tranquillamente affermare che la versione absolute di Flash è una delle meno riuscite tra tutte quelle che hanno già esordito nella nuova linea editoriale. Jeff Lemire ha volutamente indirizzato la serie verso un pubblico più giovane, ma così facendo a risentirne è stata la sua scrittura, diventata scialba, prevedibile e contraddistinta da dialoghi senza spessore. Stessa cosa per quanto riguarda i personaggi, che appaiono persino meno interessanti delle loro controparti classiche. Un clamoroso abbaglio preso dall’autore canadese (con la probabile complicità dei supervisori della DC), il quale ha, a torto, pensato che i teenager non siano capaci di apprezzare sceneggiature mature e maggiormente stratificate. Non è un caso che proprio l’episodio di questo numero si sia dimostrato uno dei migliori della serie, non solo per i disegni di Travis Moore (che non sono niente di trascendentale, eppure di un livello più alto di quelli di Nick Robles, il titolare della testata), ma anche perché la trama si concentra sul passato di alcuni comprimari, lasciando da parte l’anonimo protagonista.
Voto: 6

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Absolute Lanterna Verde 8

Lanterna Verde – Sojourner
Se Absolute Flash ha deluso le aspettative, non si può certo dire che Absolute Lanterna Verde le abbia mantenute. Anzi, in vari elementi questa serie si è rivelata anche peggiore di quella del Velocista Scarlatto. Per cominciare, Al Ewing, nel tentativo di rendere la vicenda meno scontata, si è perso in una ridefinizione confusa e troppo criptica dello spettro emozionale che, nell’universo DC classico, dà origine ai “colori” delle diverse lanterne. Alcuni personaggi (Hector Hammond su tutti) sono stati caratterizzati in maniera grossolana ed eccessivamente sopra le righe. Inoltre, i misteri sono diventati così tanti, da appesantire una narrazione già resa ostica dal desiderio dello sceneggiatore britannico di voler far convivere a ogni costo horror e fantascienza.
A questo bisogna aggiungere i disegni davvero modesti di Jahnoy Lindsay, il cui tratto cerca di ibridizzare, con risultati molto discutibili, l’iconografia manga (Hal Jordan in particolare, francamente inguardabile) con quella supereroistica.
Voto: 5

M1ABMM008ISBN 0
Absolute Martian Manhunter 8

Martian Manhunter – Senza titolo
Terminato lo scontro tra il Marziano Verde e il Marziano Bianco (che, come sappiamo, avrebbe dovuto corrispondere anche al finale della miniserie, prima che la DC, visto il successo di pubblico e critica, decidesse di prolungarla di altri sei numeri), Deniz Camp e Javier Rodríguez proseguono il loro trip lisergico all’interno delle menti dei protagonisti, aggiungendo alla psichedelia fin qui dominante nelle illustrazioni, nuove suggestioni visive, nelle quali pure le onomatopee acquisiscono un’importanza fondamentale nella costruzione delle tavole. Sogno e realtà sono sempre più indistinguibili, e la vicenda - dove Camp sceglie anche di inserire varie denunce politico-sociali, con cui è solito caratterizzare molti dei suoi lavori - pur procedendo senza un vero filo conduttore, resta altamente affascinante.
Una lettura irrinunciabile.
Voto: 8

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Absolute Superman 13

Superman – La battaglia per il Kansas parte due: stato libero di Smallville
Dopo un inizio molto incoraggiante, Jason Aaron ha dato l’impressione di non saper bene come proseguire la serie, cominciando a prendere strade decisamente più convenzionali. Negli ultimi numeri la qualità dei suoi testi è sembrata di nuovo in crescita, ma le tematiche affrontate nei primi episodi, con un Kal-El in versione “proletaria”, paiono essere state messe da parte. Il suo Superman ha gradualmente assunto un profilo conforme alla tradizione del personaggio e l’arrivo in pianta stabile di Ra’s al Ghul nelle storie, sebbene ne irrobustisca la componente avventurosa (con in aggiunta un significativo incremento del tasso di violenza) allontana la possibilità di un ritorno alle origini. 
Un’evoluzione narrativa che, comunque, ben si concilia con il tratto classicheggiante di Rafa Sandoval.
Voto: 6,5

Powers Deluxe 1-4, recensione: il noir supereroistico secondo Bendis e Oeming

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Sul fatto che Brian Michael Bendis fosse affezionato a Powers non nutrivamo alcun dubbio, ma averne ricevuto conferma direttamente da lui, a margine della breve intervista che ci ha gentilmente concesso durante l’ultima edizione della Milano Games Week & Cartoomics, ci ha, comunque, tranquillizzati. I numerosi progetti che lo attendono nei prossimi mesi, infatti, compresi anche diversi lavori per la Marvel, ci avevano fatto temere che la serie, ripartita con nuovi personaggi per celebrare i venticinque anni dall’uscita del primo numero, potesse essere pubblicata un po’ a singhiozzo, se non, addirittura, messa in stand-by. Così non sarà, a quanto pare, pertanto, in attesa degli episodi inediti in Italia, vale sicuramente la pena andarsi a rileggere la collana storica. Una possibilità offerta dai corposi volumi cartonati in cui Panini Comics ha recentemente deciso di ristamparla.

Quando nell’aprile del 2000 Powers arrivò nelle fumetterie americane, Bendis era un giovane autore già beniamino della critica, dopo essersi fatto notare con alcune brevi serie indipendenti di genere spionistico e noir pubblicate dalla Caliber Press (in seguito Caliber Comics) come Fire, A.K.A. Goldfish e Jinx, tanto da riuscire a conquistare nel 1999 un premio Eisner (nella scomparsa categoria Talent Deserving of Wider Recognition) e a catturare l’interesse di Todd McFarlane, il quale si convinse ad affidargli i testi di Hellspawn e di Sam & Twitch. Da lì in poi, sotto le insegne della Image, la sua fama crebbe ulteriormente, prima con l’uscita di Torso (ennesima crime story ispirata alla vicenda reale di un mai identificato serial killer di Cleveland degli anni Trenta) e successivamente proprio – e soprattutto - con Powers, diventata nel tempo la sua opera creator owned più nota, portandosela con sé in Marvel, all’interno dell’etichetta Icon, in DC e attualmente alla Dark Horse, come parte dell’imprint Jinxworld.

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Protagonisti del fumetto sono i due detective Christian Walker e Deena Pilgrim, appartenenti a una sezione speciale della Homicide Unit del dipartimento della polizia di Chicago, che si occupa di casi in cui sono coinvolti superesseri (i “powers” del titolo, appunto). Le trame elaborate da Bendis sono, quindi, una curiosa commistione tra il genere poliziesco (in particolare il filone cosiddetto “procedural”, nel quale si concede parecchio spazio ai sistemi di indagine e al lavoro di squadra degli agenti) e quello supereroistico, che nasce dal desiderio dell’autore di provare a confrontarsi con il secondo - sua grande passione - senza dover necessariamente rinunciare al primo. Un’idea, però, apparentemente simile a quella avuta solo pochi mesi prima da Alan Moore per Top 10 e in effetti, venuto a sapere della serie che il maestro inglese stava preparando, Bendis fu vicino ad abbandonare il progetto. Tuttavia, non appena Top 10 venne pubblicato, si capì immediatamente che Moore aveva mantenuto la componente supereroistica nettamente predominante, utilizzando, inoltre, uno scenario decisamente lontano dalla realtà come la città di Neopolis. Esattamente l’opposto di ciò che aveva in mente il creatore di Jessica Jones e Miles Morales, il quale, con la presenza di esseri dotati di superpoteri nelle storie, voleva semplicemente dare il suo personale contributo al decostruzionismo della figura del supereroe. La serie di Bendis resta, a tutti gli effetti, maggiormente ancorata al genere crime, molto più vicina come atmosfera a Gotham Central (splendida testata DC dei primi anni Duemila, sicuramente debitrice di Powers, benché orientata al classico hardboiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett) che a un comune comic book delle Big Two.

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La Chicago immaginata dallo sceneggiatore americano, nonostante i numerosi tizi in calzamaglia che la popolano, è praticamente identica alla metropoli dell’Illinois che tutti conosciamo. Inoltre, i personaggi sono spesso cinici e disincantati e i crimini vengono raccontati con durezza e realismo. Seguire le vicende dei detective Walker (che, presto, si scoprirà essere stato lui stesso un supereroe, prima di perdere i poteri e decidere di entrare nella polizia) e Pilgrim, pertanto, vuol dire immergersi nel mondo cupo e violento di serial televisivi come CSI o New York Police Department. E sebbene Powers rappresenti anche l’opera in cui la tipica scrittura “decompressa” (tecnica che rallenta il ritmo della storia, dilatando gli avvenimenti e privilegiando le parti discorsive) di Bendis raggiunge la sua massima espressione - pur perdendo gli eccessi “tarantiniani” che avevano contraddistinto i suoi primi lavori, ma mantenendo quella “logorrea narrativa” caratterizzata da lunghi passaggi fittissimi di dialoghi che sono diventati il suo marchio di fabbrica - la tensione rimane sempre palpabile, così come la sensazione che il peggio debba ancora arrivare. Oltre a ciò, lo sceneggiatore statunitense si dimostra molto abile a modellare i due protagonisti senza cadere nella trappola dello stereotipo, né per quanto concerne l’aspetto poliziesco né, a maggior ragione, per quello supereroistico.

Bendis, tuttavia, è notoriamente un autore che non ama prendersi troppo sul serio, quindi, a dispetto del clima disperante delle storie, Powers è piena di citazioni più o meno esplicite riguardanti la musica rock. Per esempio, la Retro Girl originale (la cui ultima reincarnazione è la vittima del primo arco narrativo della serie) è ispirata a Janis Joplin, ma ci sono anche riferimenti ai Fugees o, più in generale, al movimento punk e alle tribute band. Nel settimo episodio lo scrittore di Cleveland si cimenta persino con il metafumetto, dato che uno dei protagonisti è Warren Ellis (sì, proprio l’autore di Transmetropolitan e Authority), che diventa il partner per un giorno del detective Walker, al fine di poter realizzare un graphic novel di genere poliziesco, il più vicino possibile alla realtà. Attraverso lo sceneggiatore inglese, in verità, Bendis ne approfitta pure per dire la sua sull’asfittico panorama offerto dalla Nona Arte negli Stati Uniti dell’epoca, ed è singolare notare come molto del suo credo di allora sia stato sostanzialmente contraddetto quando, poco tempo dopo, il nostro Brian divenne uno degli “architetti” della Marvel. Tra l’altro, restando alla Casa delle Idee, è probabile che Powers abbia rappresentato il vero trampolino di lancio che portò Joe Quesada (in quegli anni responsabile della linea Marvel Knights ed editor in chief fresco di nomina) ad affidare a Bendis i testi di Daredevil, dove l’impronta noir dell’autore americano è piuttosto evidente.

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Considerando le tematiche di cui abbiamo parlato, però, chi non abbia mai letto Powers prima d’ora, potrebbe rimanere un po’ spiazzato dal tratto cartoonesco del suo disegnatore. Tuttavia, come confermato dalle parole di Michael Avon Oeming stesso, recuperabili tra i contenuti extra del primo volume della ristampa Panini, la sua intenzione era proprio quella di realizzare un fumetto crime con lo stile adottato da Bruce Timm nell’acclamata serie animata di Batman degli anni Novanta, con in più un richiamo ai character ideati per il piccolo schermo da Alex Toth, di cui Timm è uno degli eredi dichiarati. I personaggi sono squadrati, definiti da linee nette e pulite, gli sfondi sono geometrici ed essenziali (ma sempre funzionali al racconto) ed esattamente come nello show della Warner Bros Animation, è l’eccellente lavoro su ombre e chiaroscuri a far sì che Powers rimanga saldamente legata al genere poliziesco. È importante sottolineare che fu Oeming a chiedere a Bendis di collaborare su una nuova serie, mostrando fin dal primo numero di non temere l’utilizzo di gabbie stracolme di vignette, pur di valorizzare per intero i testi del collega. Ciononostante, le tavole vengono trasformate radicalmente, quando la trama necessita di una spinta verso l’action o quando occorre che una determinata scena colpisca il lettore come un pugno nello stomaco. In questi casi, l’artista americano si rivela capace di variare le inquadrature in maniera estremamente suggestiva, riuscendo anche a infondere un inaspettato dinamismo nelle tavole, che un tratto così rigoroso e lineare sembrerebbe teoricamente impedire.

La ristampa Panini, di cui è appena uscito il quarto volume, è caratterizzata da una veste editoriale pregevole, essa rappresenta non solo l’occasione migliore per apprezzare la rapida maturazione grafica di Oeming, ma pure per scoprire il vero Bendis, in particolare per coloro che ne hanno conosciuto soltanto la versione appannata nei suoi ultimi anni alla Marvel (prima del suo recente ritorno) o nei tutt’altro che memorabili lavori per la DC.

Intervista a Gary Frank: dagli inizi in Marvel UK fino al suo impegno con Ghost Machine

Durante l’ultima edizione del Lake Como Comic Art Festival abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Gary Frank, disegnatore di moltissime saghe di successo di Marvel, DC e, attualmente, Image (per l’etichetta Ghost Machine, di cui è uno dei membri fondatori).
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.



Ciao Gary, non è la prima volta per te al Lake Como Comic Art Festival. Sembra che sia una convention a cui ti piace partecipare.
Ciao, sì Como è uno dei posti più belli del mondo e la manifestazione è molto tranquilla, per cui per i visitatori c’è l’opportunità di dialogare senza problemi con gli artisti. È una bellissima esperienza.

Vedo che sei “brandizzato” Ghost Machine (Frank indossa una t-shirt e un cappellino con il logo dell’etichetta editoriale distribuita da Image, ndr), ma è un po’ di tempo che in Italia non vediamo nuovi volumi di Geiger (la serie a cui Frank si sta dedicando da qualche anno negli USA, per i testi di Geoff Johns, ndr). Sai il perché?
Onestamente non lo so. Negli Stati Uniti, se non ricordo male, stiamo per uscire con il quinto volume, ma non so perché la pubblicazione in Italia si è fermata. Non è una decisione che dipende da noi.

Recentemente abbiamo visto che la Mirage Comics si è assicurata i diritti di Hyde Street (serie Ghost Machine scritta da Geoff Johns e disegnata da Ivan Reis, ndr), mentre Geiger dovrebbe essere ancora di Panini Comics, giusto?
Sì i diritti di Geiger sono ancora di Panini, ma non è chiaro perché finora abbiano pubblicato solo un volume di Geiger e la miniserie di Junkyard Joe.

Effettivamente è un po’ sorprendente: quando abbiamo visto i primi albi Ghost Machine in originale, considerato il livello degli artisti coinvolti, ci aspettavamo un rapido adattamento in Italia e, invece, di Redcoat (serie scritta da Geoff Johns e disegnata da Bryan Hitch, ndr), di Rook: Exodus (serie scritta da Geoff Johns e disegnata da Jason Fabok, ndr) e di tutte le altre, non si sa nulla.
Un amico, riferendosi a Mirage Comics, mi ha detto: “Ah, ho visto che Ghost Machine ha un nuovo editore in Italia”, ma in realtà non conosco bene la situazione. A me interessa più dedicarmi al disegno, sono altri a occuparsi del business.

Una curiosità, il nome Ghost Machine da dove deriva?
L’idea del nome nasce dal fatto che Ghost Machine è una sorta di cooperativa. Gli autori non solo realizzano i fumetti, ma sono anche i proprietari dell’azienda, per cui abbiamo fatto nostra l’espressione “lo spirito dentro la macchina”, in cui gli autori sono appunto i ghost, gli spiriti creativi indipendenti, all’interno dell’industria dell’editoria, la macchina (in realtà questa spiegazione più articolata ci è stata data da Frank a microfoni spenti, terminata l’intervista. Nel video, l’origine del nome è meno chiara, ndr).

Tu hai lavorato per tanti anni sia in Marvel che in DC. Hai notato delle differenze tra le due case editrici, o credi che operino nello stesso modo?
Sono due grandi aziende molto simili. Noto maggiori differenze con Ghost Machine, una realtà decisamente più piccola, dove abbiamo molta più libertà creativa. Per esempio, non abbiamo bisogno di chiedere agli editor che personaggi sono disponibili per un determinato progetto.

E rispetto alla prima volta che hai lavorato in Image per Gen13?
È una situazione ancora diversa, ma fammi pensare, perché è stato tanto tempo fa. Diciamo che, comunque, io, vivendo in Europa, non venivo coinvolto nelle decisioni da prendere. Differente è la situazione con Ghost Machine, dove per la prima volta ho partecipato alla fondazione dell’azienda. Image è nata effettivamente come casa editrice per gli autori e, per certi versi, è ancora così. Tuttavia, esiste anche una struttura separata dalla parte creativa, che tiene i contatti con gli artisti che, come me, non vivono negli Stati Uniti. Pertanto, all’epoca non mi sembrava molto diverso dal lavorare per Marvel e DC.

Visto che stiamo parlando di Geiger, l’idea è quella di continuare finché le vendite saranno soddisfacenti o esiste già un piano per terminare la serie?
Abbiamo un’idea su come far finire la serie, ma non abbiamo ancora deciso quando. Ci sono parecchie storie che io e Geoff vogliamo raccontare e ci vengono in mente nuovi sviluppi di continuo. L’entusiasmo è tanto, ed è questa la cosa più importante in questo momento.

Esclusa qualche sporadica collaborazione per eventi speciali, c’è la possibilità di rivederti in futuro, in maniera regolare, su qualche testata di Marvel e DC o pensi che, ormai, la tua casa sia Ghost Machine?
Per ora la mia casa è Ghost Machine, ma in futuro chissà? Al momento, però, mi interessa rimanere concentrato su Geiger e Ghost Machine.

Il tuo nome è associato a uno dei cicli più famosi dell’incredibile Hulk, quello scritto da Peter David. Cosa ci puoi dire di quel periodo?
È stato un periodo della mia vita molto eccitante e, guardandolo in retrospettiva, l’arroganza tipica della giovinezza mi ha permesso di affrontarlo senza alcun timore. Solo adesso mi rendo conto di aver lavorato con uno dei migliori scrittori dell’epoca, su uno dei comic book più popolari. Peter David mi trattava come se fossi un autore della sua stessa statura, nonostante avessi poca esperienza. Era molto generoso. A ripensarci, si trattò di una situazione surreale per uno che da bambino leggeva i fumetti della Marvel e si trovò improvvisamente a disegnare un albo di così alto profilo, per uno sceneggiatore così bravo. Che dire? Sono stato fortunato.

Se non ricordo male, prima di disegnare Hulk, uno dei tuoi primi lavori è stato su una serie di Marvel UK, Motormouth.
Sì esatto. Essendo inglese avevo inviato alla redazione di Marvel UK un portfolio con alcuni miei disegni, per cercare di ottenere qualche piccolo incarico. Dopo circa 2-3 anni di lavori di quel tipo, Marvel UK ha inaugurato una sua linea editoriale e io sono stato selezionato come disegnatore di Motormouth & Killpower. Pochi mesi dopo, a New York, Bobbie Chase (importante editor della Marvel negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso e poi della DC negli anni Dieci del Duemila, ndr) ha notato quello che stavo facendo su quella serie e mi ha offerto di illustrare Hulk, per sostituire Dale Keown che, nel frattempo, era passato alla Image.

Tu hai lavorato con molti grandi scrittori. Adesso stai collaborando con Geoff Johns. Quando lavori, ti limiti a seguire le loro indicazioni o dai anche qualche suggerimento?
Geoff è molto collaborativo. Lui mi parla sempre delle sue idee e ne discutiamo assieme. È contento quando propongo qualche modifica per portare dei miglioramenti o se è possibile fare qualche cambiamento per rendere la storia più interessante. Lui ha in mente le storie che vuole raccontare e il mio compito è aiutarlo a trasferirle in immagini, per diffonderle nel mondo intero.

Ultimamente hai lavorato molto con Geoff Johns. È un caso o ti piace molto il modo in cui collaborate?
Insieme lavoriamo bene. Ovviamente dopo venti anni di collaborazione siamo diventati amici, ma condividiamo le stesse idee sul tipo di storie che vogliamo produrre. Ci interessa far emergere nei personaggi il loro carattere e la loro personalità. Gli elementi umani devono essere sempre presenti. Non solo superpoteri, costumi ed esagerazioni varie.

Grazie mille Gary, speriamo di rivedere presto Geiger in Italia perché è sicuramente uno dei tuoi lavori migliori.

4 Word About: Spider-Noir

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
Spider-Noir

Bizzarro ibrido tra una serie hard boiled e una supereroistica (con più caratteristiche della prima che della seconda), Spider-Noir riprende una versione alternativa dell’Uomo Ragno che, nata come fumetto, era poi apparsa nel film d’animazione Spider-Man – Un nuovo universo. In quell’occasione, a doppiare il personaggio era stato Nicolas Cage, che ritorna in questa trasposizione live action, proprio per vestire i panni del protagonista. E sebbene i 62 anni dell’attore americano si notino tutti, la sua interpretazione - confrontata con quella di un cast dove ognuno appare perfettamente in parte - risulta, alla fine, più che soddisfacente. I riuscitissimi omaggi al noir hollywoodiano degli anni Trenta e Quaranta (a proposito, noi consigliamo la visione in bianco e nero) fanno passare in secondo piano alcune sbavature della sceneggiatura, un paio di episodi superflui e qualche intermezzo umoristico di troppo.
Molto gustose – e argute - le tantissime citazioni tratte dai comic book.

spider noir

Dettagli serie
Piattaforma: Prime Video
Genere: Noir, supereroistico
Studio: Sony Pictures Television/Amazon MGM Studios
Voto: 7,5

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