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Antonio Ausilio

Antonio Ausilio

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Hill House Comics, l'analisi delle serie arrivate in Italia

Introduzione

Quando nel 2019 la DC ha annunciato di voler chiudere la Vertigo, la linea editoriale che più di tutte ha contribuito a rinnovare il fumetto americano negli ultimi trent’anni, molti lettori hanno accolto la notizia con un misto di rabbia e sconforto. Nella realtà, quella che sembrava una resa ai comics più commerciali, era, invece, una semplice ristrutturazione dei propri titoli. Poco tempo prima, infatti, era nato l’imprint Black Label, destinato a un pubblico più adulto, dove hanno trovato dimora le nuove incarnazioni delle serie gestite in precedenza da Karen Berger, assieme a collane di stampo prettamente supereroistico, ma dal taglio più autoriale, e ad altre opere meno appetibili per il grande pubblico. La casa editrice newyorkese in sostanza, contrariamente ai timori iniziali, ha dimostrato di voler continuare a differenziare le proprie proposte, confermando una vitalità quasi sconosciuta all’altra big del fumetto americano. La Marvel, difatti, tranne rare eccezioni, ha sempre puntato tutto sui suoi variopinti eroi in calzamaglia o, di recente, su qualche serie di ispirazione cinematografica, sulla scorta delle varie acquisizioni fatte nel frattempo dalla Disney.

In appena due anni e mezzo di vita, quindi, la Black Label ha dato prova di avere tutte le carte in regola per ambire a essere un marchio riconosciuto del fumetto di qualità, producendo tante opere meritevoli dell’interesse dei lettori. In più, ha accolto sotto il suo ombrello alcune sotto-etichette, che da sole sarebbero in grado di coprire l’intero parco testate di una piccola casa editrice indipendente. Una di queste è la Hill House Comics, creata e diretta da Joe Hill (alias Joseph Hillström King), figlio d’arte del re dell’horror Stephen King, il quale, oltre ad aver seguito le orme paterne (al suo attivo ha già quattro romanzi, tutti a tema fantasy-horror) può anche vantare qualche exploit in ambito fumettistico, tra cui la serie Locke & Key, già trasposta con successo in versione live da Netflix.

Giocando con il suo nome d’arte, il trentanovenne scrittore americano ha deciso di chiamare la nuova linea editoriale come la tenebrosa abitazione protagonista di un celebre romanzo di Shirley Jackson, adattato più volte per il cinema e la televisione, dando subito a intendere che il genere principale delle varie collane sarebbe stato l’horror. Finora sono state date alle stampe cinque miniserie (più una sesta, Sea Dogs, pubblicata in appendice a tutte le altre), delle quali tre sono giunte anche da noi, sotto le insegne della Panini Comics. Ognuna di esse meriterebbe un articolo a parte, piuttosto che una recensione in comune, tuttavia crediamo che un’analisi collettiva possa dare un’idea più precisa di quello che i lettori devono aspettarsi da queste nuove uscite.

Basketful of Heads

Basketful of Heads

Per ora, l’ordine di pubblicazione in Italia ha seguito quello americano e il primo titolo ad arrivare in libreria è stato Basketful of Heads, per i testi dello stesso Hill e per i disegni del nostro Massimiliano Leonardo (in arte Leomacs). La miniserie racconta le disavventure della giovane June Branch, che raggiunto il fidanzato sull’Isola di Brody nel Maine, si trova invischiata in una storia da incubo, in cui tutti sembrano nascondere qualcosa o si rivelano molto diversi da come erano apparsi in un primo momento. In balia di alcuni criminali, si difende con un’antica ascia vichinga, che improvvisamente comincia a manifestare degli inaspettati poteri magici.

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Da questa breve descrizione della trama, si intuisce come Hill abbia deciso di esordire in casa DC con un omaggio agli slasher movie degli anni Ottanta (non a caso la vicenda è ambientata nel 1983), dai quali viene subito ripreso uno degli elementi cardine: una giovane protagonista, che cerca di difendersi da chi vuole farle del male, facendo affidamento solo sulle proprie forze. Similmente a quei film, inoltre, il procedere incalzante degli eventi determina una tensione continua per quasi tutte le pagine dell’opera, sebbene – e in maniera un po’ inattesa - gli eccessi sanguinolenti sfocino spesso nel grottesco o, addirittura, nella parodia. Difficile pensare che questa strana deriva non fosse nelle intenzioni dell’autore, che, forse attento a non escludere un pubblico più giovane, ha disseminato qua e là anche piccoli riferimenti ai popolari teen horror che animano i cinema americani durante i mesi estivi. In essi, non è infrequente il ricorso a un umorismo nero un po’ dissacrante, utile a far tirare il fiato agli spettatori, in attesa del colpo di scena successivo.

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In genere, tuttavia, i continui ribaltamenti della trama che caratterizzano quelle pellicole, alla lunga risultano un po’ forzati. Una sensazione che si prova anche nel fumetto, dove, a essere onesti, è la scrittura di Hill nel suo complesso ad apparire di qualità altalenante: a un inizio accattivante e con personaggi ben definiti, infatti, lo scrittore fa presto seguire situazioni abbastanza scontate. Di questo e, in particolare, della strana commistione di stili sembrano risentirne anche i disegni di Leomacs, che, per quanto offra una prova nel complesso discreta, a volte si mostra indeciso sulla direzione da prendere, non riuscendo a essere mai veramente macabro, ma neppure propenso a rappresentare con ironia le situazioni più paradossali. La lettura è, comunque, piacevole, perché Hill sopperisce con molto mestiere alla prevedibilità del racconto. Siamo, però, piuttosto lontani dalle suggestioni di Locke&Key, dove l’autore americano, anche grazie a un Gabriel Rodríguez particolarmente ispirato, era stato in grado di sfruttare nel migliore dei modi le potenzialità della narrazione per immagini, rendendo l’inverosimile quasi reale e mostrandosi capace di saper amalgamare con abilità i generi più disparati.

Piccola curiosità prima di chiudere: come da tradizione di famiglia, Hill introduce nella trama parecchi riferimenti al Nord-Est degli Stati Uniti, arrivando addirittura a evocare l’immaginaria prigione di Shawshank, teatro di un noto racconto di Stephen King e del suo splendido adattamento cinematografico (il film Le ali della libertà di Frank Darabont).

The Dollhouse Family

The Dollhouse Family

Di tutt’altro spessore sono le due miniserie successive, soprattutto The Dollhouse Family, opera di tre vecchie conoscenze dell’era Vertigo: a occuparsi dei testi, infatti, è Mike Carey (che qui preferisce firmarsi con lo pseudonimo M. R. Carey), mentre i disegni sono della coppia Peter Gross e Vince Locke. Lo scrittore britannico immagina una vicenda che scorre su due piani temporali differenti. In quella principale, che inizia alla fine degli anni Settanta, protagonista è la piccola Alice Dealey, che riceve in eredità un’antica casa delle bambole costruita con estrema dovizia di particolari. Ben presto il bizzarro giocattolo diventa il suo passatempo preferito, soprattutto quando la bambina cerca di estraniarsi dai continui litigi dei genitori. Misteriosamente, però, Alice sembra essere in grado di comunicare con le bambole che si trovano all’interno dell’edificio in miniatura, le quali, dopo un po’, la invitano a unirsi a loro.

In parallelo, facciamo la conoscenza di Joseph Kent, un cartografo dei primi dell’Ottocento, che tornando a casa al termine di una giornata di lavoro, si imbatte in una grotta non segnata sulle mappe. Incautamente, decide di esplorarla, non riuscendo più a ritrovare l’uscita. Dopo tre giorni, ormai stremato, l’uomo precipita in un’ampia cavità sotterranea, dove incontra un essere gigantesco, che giace addormentato, e una donna sconosciuta, la quale, ammaliandolo, lo induce ad avere un rapporto sessuale con lei. È l’inizio di una serie di eventi, che porterà i discendenti di Joseph a incrociare il loro destino con quello di Alice.

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Come detto, Carey è un nome noto ai fan dei fumetti per “mature readers”, avendo portato avanti per molto tempo le avventure di John Constantine ed essendo stato alle redini di celebri serie come Lucifer e Unwritten. Nativo di Liverpool, ha cominciato a lavorare sulle testate DC agli inizi degli anni Duemila e può, quindi, essere considerato uno degli ultimi esponenti della British Invasion. Analogamente ai suoi connazionali sbarcati in terra americana prima di lui, possiede una scrittura elegante e sofisticata e la capacità di concepire trame fantasiose ed elaborate. E benché non abbia disdegnato escursioni, anche alquanto durevoli, su collane più popolari (la sua firma appare, per esempio, su un lungo ciclo degli X-Men) è indubbio che gran parte della sua fama sia legata a opere più raffinate, spesso avvolte da un manto gotico e misticheggiante. Un clima che si respira anche in The Dollhouse Family, dove Carey mette in scena in maniera molto ingegnosa l’ennesimo duello tra bene e male. Tale confronto procede attraverso una successione degli eventi calibrata alla perfezione, che, dopo un inizio più compassato, raggiunge il suo climax nel finale, senza dare mai l’impressione di patire gli stacchi che segnano il continuo avvicendarsi tra presente e passato. L’autore britannico, inoltre, lascia poco spazio all’orrore esplicito (sebbene qualche scena raccapricciante non manchi), preferendo, come di consueto, lavorare sulle suggestioni, sui turbamenti dell’animo umano, e qui, più nello specifico, sul lento palesarsi di una malvagità ancestrale capace di determinare in modo inesorabile la vita delle persone. Ottima la caratterizzazione dei personaggi, così come la qualità dei dialoghi, moderni, ma allo stesso tempo classici, oltreché ricolmi di contaminazioni letterarie, che risulteranno particolarmente gradite a chi si sente ancora orfano della Vertigo o non completamente appagato dai nuovi titoli inclusi nel Sandman Universe (altra sotto-etichetta della Black Label).

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Passando ai disegni, il duo costituito da Peter Gross e Vince Locke non riserva particolari sorprese rispetto a quanto già visto di loro in passato, benché a prevalere sia soprattutto lo stile del secondo, il quale si manifesta attraverso un tratteggio più attento ai dettagli, che contrasta con la tipica linearità di Gross (si pensi, per citare un paio di esempi, agli ultimi numeri di Unwritten o al nuovo capitolo di American Jesus). Ne deriva un’apparente staticità delle figure, che se da un lato aiuta ad avvicinare le tavole ambientate nell’Ottocento alle illustrazioni dei romanzi dell’epoca, dall’altro permette ai passaggi collocati nei giorni nostri, di far risaltare di più i volti (spesso sproporzionati rispetto al resto del corpo) e gli sfondi, trasferendo al lettore l’angoscia dei personaggi e l’ansia che si genera all’avvicinarsi del male.

The Low, Low Woods

The Low Low Woods

Arriviamo, quindi, alla terza e ultima miniserie, The Low, Low Woods, dove l’autrice dei testi è la giovane scrittrice Carmen Maria Machado, qui alla sua prima prova con i fumetti, ma già nota in ambito fantasy-horror per alcuni racconti pubblicati su diverse riviste letterarie.

Protagoniste della vicenda sono due amiche, Eldora e Octavia, che, nelle prime pagine, si risvegliano in una sala cinematografica, rendendosi conto di essersi addormentate entrambe nello stesso momento, prima ancora che il film iniziasse. Quel sonno appare loro immediatamente innaturale, non solo per il fatto di essere le uniche due persone rimaste in sala, ma anche perché il ragazzo che lavora come inserviente nel cinema dà l’impressione di nascondere qualcosa. Ancora stordite, si dirigono verso casa e durante l’attraversamento del bosco si imbattono in un cervo che sembra avere appendici umane. Un incontro inquietante, che, tuttavia, non le sconvolge più di tanto, quasi come se fossero in qualche modo abituate a dover convivere con avvenimenti fuori dall’ordinario.

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Queste poche righe non sono sicuramente sufficienti a dare un’idea precisa della trama, dato che, a differenza delle altre due miniserie, in The Low, Low Woods l’horror assume presto una forte connotazione metaforica. Già il nome dell’immaginaria cittadina della Pennsylvania che fa da sfondo alla vicenda, Shudder-to-Think (che potrebbe tradursi in “Rabbrividire al pensiero”) suggerisce che qualcosa di sinistro condizioni da sempre la vita della gente locale. All’inizio, la fonte di ogni male parrebbe essere la miniera di carbone, attorno alla quale è sorto il piccolo centro abitato, tanto da intravedere negli eventi una sorta di messaggio ecologista. L’avvelenamento dell’aria provocato dal lavoro dei minatori, infatti, va ben oltre il normale: il nero della fuliggine ricopre ogni cosa e oltre a compromettere inevitabilmente la salute dei tanti uomini impegnati a estrarre il carbone, dà l’impressione di avere un’influenza negativa anche sulle donne, gran parte delle quali soffre di una strana forma di amnesia. Poi, però, l’autrice comincia a svelare una realtà persino peggiore: un incidente avvenuto anni prima, che ha causato la scomparsa di molte persone, sembrerebbe essere il risultato di un’imperdonabile colpa di cui si sono macchiati gli uomini della cittadina. È proprio in questi passaggi che l’orrore assume un’evidente valenza simbolica: per esempio, i mostruosi esseri privi di pelle, capaci di emettere solo suoni gutturali, che sbucano fuori dai profondi crepacci intorno al piccolo centro abitato, sono solo la raccapricciante rappresentazione di individui che hanno perso la loro umanità a causa di quello che hanno commesso, ma di cui non paiono pentirsi affatto. In contrapposizione a essi, ecco donne condannate a mutazioni aberranti, ma parzialmente liberatorie o costrette a corrompere il proprio corpo fino alle estreme conseguenze, pur di punire chi quel corpo vorrebbe profanarlo.

La giovane età delle due protagoniste permette alla Machado di raccontare la storia come una sorta di lugubre teen drama, trasformando i sogni e le speranze di Eldora e Octavia nel grimaldello necessario per portare alla luce una verità scomoda, che l’apatia degli abitanti della cittadina mineraria (dove non è difficile intravedere la provincia americana per intero) ha reso tragicamente accettabile. Un messaggio forte, in parte già presente nella sua produzione letteraria, che la scrittrice di origini cubane porta avanti in maniera molto originale, pur raggiungendo, a volte, picchi di surrealismo difficilmente digeribili da chi ama un horror più materiale, ma che saranno, per contro, apprezzati dai tanti lettori che non gradiscono incasellare un’opera entro un determinato genere.

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Occorre, tuttavia, sottolineare che la Machado in alcuni passaggi tradisce la sua poca dimestichezza con i fumetti, appesantendo la narrazione con l’utilizzo frequente di didascalie, molte delle quali racchiudono i pensieri delle protagoniste, quasi come due voci fuori campo intente a illustrare lo svolgersi degli avvenimenti. Un modo di raccontare tipico dei romanzi veri e propri, in cui l’autrice si rifugia quando non riesce a esprimersi attraverso il tradizionale linguaggio della letteratura disegnata. A ogni modo, si tratta di un peccato veniale che non compromette la lettura, al cui fascino contribuisce anche il segno della giovane disegnatrice greca Dani (al secolo Danai Kilaidoni), molto lontano dalle tendenze fumettistiche del momento. Più concentrata a dare risalto all’espressività dei volti, le figure dei suoi personaggi diventano di frequente solo abbozzate o forzatamente deformate che, assieme a sfondi spesso appena accennati aiutano ad accrescere l’atmosfera vagamente onirica, che si respira lungo tutta l’opera.

In conclusione

Basketful of Heads, The Dollhouse Family e The Low, Low Woods rappresentano tre uscite molto diverse in termini di stile e contenuti che suggeriscono come Joe Hill abbia intelligentemente deciso di non dare un indirizzo preciso alla sua linea, in modo da poter attrarre un pubblico ampio ed eterogeneo. Dal punto di vista qualitativo, ci sentiamo di assegnare la palma dell’opera più riuscita a The Dollhouse Family, sebbene anche le altre due si posizionino oltre il livello medio dei comics odierni e, soprattutto, di tante presunte novità, che sembrano invece inseguire (affannosamente) le mode degli ultimi anni. Il nostro giudizio finale, in ogni caso, deve essere inteso come la valutazione media dei tre titoli.

Da segnalare, infine, le bellissime ed evocative copertine dei vari capitoli che compongono le miniserie. Citare tutti gli artisti coinvolti sarebbe troppo lungo, noi, tuttavia, abbiamo particolarmente apprezzato quelle di Reiko Murakami, Clayton Crain, Igor Kordey, Jessica Dalva e Jenny Frison.

Sara, recensione: la nuova opera bellica di Garth Ennis e Steve Epting

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Che Garth Ennis sia uno scrittore capace di garantire una qualità di fondo quasi sempre elevata è una considerazione che capita di fare spesso e che in generale accompagna gran parte delle valutazioni riguardanti un nuovo fumetto che porta la sua firma, anche quando decide di sconfinare in territori da lui meno battuti (recentemente, per esempio, lo abbiamo visto tornare a cimentarsi con l’horror in Discesa all’inferno) o quando viene meno il suo proverbiale gusto per il grottesco e la violenza estrema. Maggiormente noto per opere irriverenti come Preacher e The Boys (le cui trasposizioni televisive ne hanno ulteriormente aumentato la popolarità), l’autore nordirlandese è anche un maestro riconosciuto del genere bellico. A questo appartiene una delle sue ultime fatiche, la miniserie Sara, realizzata in coppia con il disegnatore Steve Epting per i TKO Studios, giovane e rampante casa editrice statunitense, di cui, da poco, la Panini ha cominciato a pubblicare qualche titolo qui da noi.

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Sara è il nome della protagonista della vicenda, un personaggio ispirato vagamente alla nota Ljudmila Michajlovna Pavličenko, eroina dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, di cui, in realtà, Ennis riprende solo la nazionalità e la fenomenale abilità come tiratrice scelta. È sulla base di queste due caratteristiche, tuttavia, che lo scrittore britannico costruisce la trama, la quale, come capita sempre nelle sue storie di guerra, non si ferma semplicemente a raccontare le gesta di qualche soldato, ma esplicita, al contrario, in maniera netta l’abisso in cui precipita l’umanità durante un conflitto armato di grosse proporzioni. Pertanto, per portare avanti un messaggio di questo tipo, l’utilizzo di una donna, che le circostanze trasformano in una macchina di morte fredda e implacabile, appare quasi del tutto naturale. A Ennis non importa neppure inquadrare gli eventi in una fascia spazio-temporale ben precisa. Si intuisce soltanto di essere nei primi mesi dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, quando sembrava che il Terzo Reich potesse facilmente avere la meglio sull’improvvisato esercito bolscevico, nonostante la strenua resistenza della popolazione locale (come ci viene ricordato con i fugaci dialoghi che evocano il terribile assedio di Leningrado). All’inizio non si conosce neanche la storia di Sara e dei vari comprimari, anche perché le prime parole con cui il lettore viene a contatto sono le poche e semplici istruzioni che ogni cecchino ripete a sé stesso prima di colpire, le quali vengono reiterate più volte, proprio per rendere al meglio la lunga e paziente attesa necessaria a centrare l’obiettivo con assoluta precisione. E per raggiungere questa sorta di sospensione temporale, l’autore britannico decide intelligentemente di non seguire una narrazione lineare, ma di alternare la vicenda principale con lunghi flashback o con spaccati di vita nell’accampamento militare sovietico. In questo modo, da un lato non si corre mai il rischio di rendere la trama una semplice rappresentazione di scontri a fuoco o un’infinita sequenza di uccisioni che, alla lunga, potrebbero anche diventare stucchevoli, dall’altro si ha la possibilità di svelare le carte a poco a poco, in particolare per quanto riguarda i dettagli relativi alla protagonista, di cui solo nelle ultime pagine si vengono a sapere le ragioni della sua apparente indifferenza verso la vita umana.

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Questo metodo di raccontare non è una novità per Ennis, che lo ha già impiegato con successo nella miniserie Discesa all’inferno, citata all’inizio, ma qui risulta ancora più efficace, anzi quasi l’unica strada percorribile. Il continuo spezzettamento della vicenda, peraltro, non impedisce allo scrittore di far emergere gli orrori della guerra e, sebbene la storia insegni che sia stata la Germania di Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica, anche la linea di demarcazione tra buoni e cattivi appare spesso molto rarefatta. I soldati di Ennis sono solo delle pedine all’interno di un gioco più grande, di cui fanno fatica a comprendere la reale portata. Costretti a odiare un nemico, del quale conoscono solo quello che viene diffuso dalla propaganda del governo - macchiatosi a sua volta di crimini anche peggiori di quelli dei nazisti - combattono senza sosta in nome di una madrepatria sempre più vicina a somigliare a un vuoto ideale. Eppure, le compagne d’armi di Sara non sono soltanto delle anonime comparse, necessarie a non far apparire la protagonista un’attrice solitaria, ma ognuna di esse viene definita attraverso caratteristiche ben precise: che sia l’ingenuità che porta una di loro ad affezionarsi a cani addestrati per farsi esplodere sotto i carri armati nemici o il sadismo con cui a un’altra piace infierire sui prigionieri. Persino la stessa Sara è meno monocorde di come ci viene presentata per più di metà dell’opera, tanto che nell’intensissimo finale riesce anche a riscattare una vita che pareva aver perso di significato. Il tutto inserito in una narrazione impeccabile che non si perde mai in lungaggini o digressioni superflue.

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I testi di Ennis vengono valorizzati in maniera significativa da un comparto grafico d’eccezione, grazie soprattutto ai disegni di uno Steve Epting mai così efficace. Ricorrendo solo quando strettamente necessario alle forti ombreggiature che hanno caratterizzato le sue ultime fatiche per Marvel e DC o le spy story in coppia con Ed Brubaker, l’artista dell’Ohio sceglie di far evolvere ulteriormente il suo tratto in una direzione che richiama apertamente i classici americani delle strisce sindacate, senza però rinunciare a una costruzione delle tavole più moderna, sebbene ancora lontana dai virtuosismi grafici dei disegnatori delle ultime generazioni. Abbandonate del tutto la dinamicità e l’esplosività dei suoi esordi a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il co-creatore del Soldato d’Inverno preferisce focalizzarsi sulla pulizia dei volti, sull’essenzialità dei dettagli e sul realismo delle anatomie.
Eccellente, infine, il lavoro di Elizabeth Breitweiser ai colori, capaci di immergere completamente il lettore nello scenario creato da Ennis ed Epting. A dominare sono inevitabilmente il bianco e il grigio, fondamentali per rappresentare al meglio il rigido inverno russo, ma non mancano neanche tonalità più calde, maggiormente idonee a trasmettere la convivialità dell’accampamento.

Panini Comics confeziona con cura un volume a cui forse non è stato dato il risalto che avrebbe meritato, ma probabilmente questo è lo scotto da pagare quando un’offerta già molto vasta viene notevolmente accresciuta dall’ingresso nelle proprie scuderie di un editore come DC Comics a cui risulta spontaneo concedere, almeno nei primi mesi, quasi tutta la luce dei riflettori.

Doomsday Clock, recensione: l'opera di Johns e Franks fra seguito di Watchmen e futuro della DC

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È arrivata finalmente a conclusione anche da noi Doomsday Clock, la maxiserie di dodici numeri con cui Geoff Johns e Gary Frank hanno trasportato all’interno del multiverso DC i personaggi di Watchmen, il capolavoro con cui, a metà degli agli anni Ottanta, Alan Moore e Dave Gibbons hanno contribuito in maniera determinante a rivoluzionare il genere supereroistico. E sebbene le traversie dell’edizione italiana abbiano messo a dura prova la pazienza dei lettori, occorre ricordare che anche negli USA le cose non sono andate meglio, dato che, dopo l’uscita del primo numero nel novembre del 2017, gli appassionati d’oltreoceano hanno dovuto aspettare fino al dicembre del 2019 per poter sfogliare le ultime pagine dell’opera. A questo proposito, permetteteci una breve digressione per rendere il giusto merito alla Panini, che, prima di mandare in libreria il volume che raccoglie la serie per intero, ha pubblicato i quattro capitoli finali nello stesso formato adottato dalla Lion, la quale, come sappiamo, è stata costretta a interrompere le pubblicazioni di Doomsday Clock con il numero otto, a seguito del passaggio dei diritti dei personaggi DC all’editore modenese. Non solo, gli episodi mancanti sono usciti a cadenza regolare e persino a un prezzo sensibilmente più basso rispetto a quello precedente (ogni albetto spillato della Lion costava 4,50 €, contro i 3,00 € di quelli della Panini. Escludendo, naturalmente, l’ultimo numero, che avendo una foliazione maggiore è stato proposto a 5,00 €). Di recente criticati - non sempre a torto - per alcune scelte editoriali un po’ controverse, in questo caso Marco Marcello Lupoi e il suo staff hanno, invece, dimostrato di essere vicini alle esigenze dei propri lettori.

Tornando ai contrattempi di Doomsday Clock, saremmo quasi tentati di credere che a causarli sia stato qualche strano sortilegio ideato da Moore (di cui è nota la passione per magia ed esoterismo) per colpire la dirigenza DC, colpevole di aver messo in cantiere un progetto del genere. Battute a parte, sebbene sulla contrarietà del bardo di Northampton non ci siano dubbi, il suo progressivo allontanamento dai fumetti potrebbe, in realtà, aver ingenerato in lui un totale disinteresse verso il destino delle sue creazioni. A meno di improbabili ripensamenti, infatti, La Tempesta, ultimo capitolo de La Lega degli Straordinari Gentlemen - che prima o poi la Bao Publishing porterà anche in Italia - dovrebbe segnare il suo addio definitivo alla Nona Arte. È molto più verosimile, al contrario, che Johns e Frank, desiderosi di arrivare nel miglior modo possibile all’inevitabile confronto con la serie originale, abbiano deciso di mettere da parte il rispetto delle scadenze, per essere sicuri di riuscire a realizzare un’opera di altissimo livello ed evitare, così, la brutta figura paventata (per non dire augurata) da molti.

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In effetti, da quando, qualche anno fa, lo scrittore di Detroit ha deciso di tirare in ballo il Dottor Manhattan per giustificare il repentino ritorno del multiverso DC alla continuity pre-Flashpoint, parte del fandom ha vissuto un momento di smarrimento, temendo che la brillante trovata di Johns si riducesse a una mera operazione di marketing, necessaria solo a nascondere il fallimento dell’iniziativa The New 52. Poi ci si sono messi gli stessi vertici DC a gettare benzina sul fuoco, annunciando che Doomsday Clock sarebbe stato il seguito ufficiale di Watchmen. Il cartoonist americano, tuttavia, forse timoroso di aver fatto il passo più lungo della gamba, si è affrettato presto a chiarire che l’utilizzo di Ozymandias e soci dovesse essere visto esclusivamente come un escamotage utile a dare una spiegazione logica e definitiva a tutte le “crisi” spazio-temporali, impiegate periodicamente dalla casa editrice newyorkese per fare ordine nella sua storia pluridecennale, e non come un proseguimento della vicenda immaginata da Moore e Gibbons. È pur vero, però, che già la grafica delle copertine degli albi (praticamente identica a quella della serie dei due autori inglesi), così come l’utilizzo di pagine di approfondimento nel finale di ogni capitolo (una delle caratteristiche più note dell’opera originale) sembrerebbero smentire le affermazioni di Johns. Non solo, lo scenario in cui veniamo catapultati fin dalle prime pagine è proprio quello di Watchmen, sebbene a qualche anno di distanza dal finale della serie degli anni Ottanta.

Siamo nel 1992 e il piano ideato da Adrian Veidt per porre fine all’escalation militare, che avrebbe presto condotto Stati Uniti e Unione Sovietica ad annientarsi a vicenda, è stato portato alla luce, con la conseguenza di risvegliare rivalità tra nazioni mai sopite e di avvicinare pericolosamente l’umanità all’olocausto nucleare. Nel frattempo, facciamo la conoscenza di un nuovo Rorschach, arruolato da Veidt per far evadere Mimo e Marionetta, due criminali apparentemente necessari a convincere il Dottor Manhattan a salvare il mondo. Solo nelle ultime pagine cominciano a far capolino i classici personaggi DC, con Clark Kent che in sogno rivive la morte dei propri genitori, avvenuta quando frequentava il liceo di Smallville. Anche il secondo capitolo sembra iniziare come il primo, con una lunga sequenza dedicata di nuovo a Rorschach e Ozymandias. Presto, però, l’intreccio comincia a seguire una strada diversa e la vera natura della serie inizia a prendere forma. Inoltre, l’attesa per vedere il fatidico incontro tra i personaggi DC e quelli di Watchmen è molto breve, e cosa ancora più sorprendente, quando questo avviene, tutti i protagonisti coinvolti sembrano realmente fare parte dello stesso universo fumettistico. Merito senz’altro di Johns, finalmente tornato ai livelli della sua lunga gestione di Lanterna Verde, che mostra sia un’insospettabile capacità nel saper amalgamare supereroi narrativamente agli antipodi, che una maturità dei testi a cui non era arrivato neppure nei suoi lavori più riusciti. Due qualità utili a garantirgli quello che probabilmente era il suo obiettivo principale: scrivere una storia più mainstream, provando a non tradire fino in fondo l’opera di Moore e Gibbons. Per fare questo, il cartoonist americano adotta uno stile di scrittura diverso rispetto al passato, con molti elementi che ricordano la prosa dell’autore di V for Vendetta e From Hell. Ciò è vero soprattutto all’inizio, quando, come detto, i protagonisti della vicenda sono Rorschach e compagni. Ma, man mano che la storia procede, si ha una lenta inversione di tendenza, che arriva a completarsi nell’episodio conclusivo, dove tutto il pessimismo (o quantomeno il cinismo) insito nella serie degli anni Ottanta, lascia definitivamente il passo a quella visione più idealistica del genere supereroistico, che, almeno fino a questo momento, ha sempre contraddistinto tutti i lavori di Johns (anche se presto potremmo essere smentiti dal recente Tre Joker, di cui è iniziata da poco la pubblicazione in Italia e che si preannuncia decisamente più oscura). Pertanto, non è un caso che sia Superman (emblema della positività per antonomasia) a diventare centrale nel finale della storia, così come non dobbiamo sorprenderci se in questo processo anche un personaggio che trascende la moralità come il Dottor Manhattan venga in parte snaturato e, analogamente, che il destino di Ozymandias si compia nella maniera più prevedibile. E a proposito dell’alter-ego di Adrian Veidt, il parallelismo con Lex Luthor è un vero tocco di classe da parte dello scrittore di Detroit, perché le similitudini tra i due personaggi sono effettivamente parecchie, anche mantenendo una rappresentazione del primo molto vicina a quella che ne aveva dato Moore.

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Sono, invece, gli eroi DC più importanti a conservare quasi inalterate le loro caratteristiche, sebbene vengano coinvolti in un intrigo internazionale dove l’accostamento all’attualità del nostro mondo è più che tangibile. Proprio per questo, abituati a immaginare Superman & Co. in città fittizie come Metropolis e Gotham City, vederli contrapposti a personaggi reali come Vladimir Putin crea un’innegabile sensazione di straniamento. Si tratta, però, di un ulteriore tentativo di Johns di avvicinarsi a Watchmen, con il risultato che alcuni character secondari, di cui mai avremmo pensato male, si rivelano improvvisamente ambigui, opachi, o anche semplicemente stravolti rispetto a come ci erano stati presentati finora. Una conseguenza non da poco, dato che Doomsday Clock è una saga progettata per fare parte a pieno titolo della continuity DC (sebbene mostri avvenimenti futuri), per cui quanto è stato rivelato in essa, porterà a sicure ripercussioni negli anni a venire. Assieme a questo, il cartoonist americano riesce effettivamente a chiarire in maniera definitiva la natura del multiverso DC e a rimuovere gli ultimi paletti piantati durante l’evento Flashpoint (da lui stesso concepito), dimostrandosi anche capace di omaggiare ripetutamente la serie di Moore e Gibbons. Riguardo a quest’ultimo punto, oltre agli esempi già citati, vanno almeno ricordati la sottotrama con protagonista Carver Colman, che, pur con importanti differenze, sembra essere una versione aggiornata della storia di pirati presente nelle pagine di Watchmen, e l’utilizzo di personaggi ispirati a quelli che la DC ha ereditato dalla defunta Charlton Comics. Mimo e Marionetta, infatti, sono una rivisitazione di Punch e Jewelee, così come Capitan Atom e The Question, per esempio, erano stati il modello a cui si era ispirato Moore per il Dottor Manhattan e Rorschach. Ora, però, che tutti questi personaggi convivono nello stesso universo, si è venuta a creare una situazione un po’ paradossale, con cui Johns si diverte a giocare, dato che, a un certo punto, sono proprio Capitan Atom e il Dottor Manhattan ad arrivare allo scontro. Per come vanno le cose durante il resto della storia, tuttavia, difficilmente si vedranno in futuro altre bizzarrie di questo tipo. Tranne che per un’importante eccezione. Non tutti, in effetti, rammentano che Ozymandias nasce come reinterpretazione di Peter Cannon, alias Thunderbolt, unico personaggio ex-Charlton a non essere finito in mano all’editore newyorkese (i diritti appartengono alla Dynamite, che, di recente, ha dedicato all’eroe una nuova miniserie, acclamata dalla critica – ma ancora inedita in Italia - scritta da Kieron Gillen), pertanto è probabile che il megalomane Adrian Veidt torni presto a far danni in casa DC.
 
Passando ai bellissimi disegni di Frank, abbiamo scritto così tanto dei testi di Johns, che qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a ritenerli un aspetto secondario dell’opera. E sarebbe davvero un grave errore, perché l’autore britannico, per nulla intimorito dalla gabbia a nove vignette di gran parte delle tavole (ennesimo omaggio alla serie di Moore e Gibbons), conferma di essere non solo nel pieno della sua maturità artistica, ma anche uno dei migliori disegnatori in circolazione. Ogni pagina dei dodici capitoli che compongono la serie - dove non va sottovalutato neppure l’ottimo lavoro di Brad Anderson ai colori - sono un’autentica gioia per gli occhi ed è veramente difficile scorgere in esse un dettaglio fuori posto: le anatomie sfiorano la perfezione e l’espressività dei protagonisti è tale da rendere quasi inutili balloon e didascalie. Solo nelle splash page dell’episodio finale si nota qualche piccola incertezza, probabilmente causata dall’elevatissimo numero di personaggi presenti.
Capofila di coloro che preferiscono la classicità alla novità, Frank può essere considerato una sorta di moderno Alex Raymond o un erede di Neal Adams e, soprattutto, uno dei pochissimi di cui il solo nome è già sinonimo di qualità.

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Alla fine, quindi, Doomsday Clock è un’opera che vale la pena leggere? Sicuramente sì, ma con un avvertimento: se siete tra coloro che si attendevano seriamente un seguito di Watchmen, allora è meglio che lasciate perdere. Si sarà ormai capito, infatti, che, a dispetto delle sequenze iniziali, tutte dedicate alla serie originale, Johns e Frank hanno realizzato in realtà una classica storia di supereroi. Più moderna e più raffinata quanto si vuole, ma pur sempre un racconto che, in definitiva, celebra ancora una volta la vittoria dei buoni sui cattivi. D’altra parte, era lecito aspettarsi qualcosa di diverso? Secondo noi no e quando ci si trova di fronte a una trama appassionante e perfettamente coerente dal punto di vista narrativo - oltreché illustrata magnificamente - ogni passaggio autoriale, se presente, diventa persino superfluo. Doomsday Clock è intrattenimento puro, al massimo del suo potenziale. E tanto basta.

 

Blueberry: Vendetta Apache, recensione: la visione di Joan Sfar e Christophe Blain

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Fino a poco tempo fa sembrava che a Blueberry fosse riservato un destino simile a quello di Tintin, le cui avventure non sono più riprese dopo la morte del suo creatore Hergé. Infatti, a parte qualche volume della collana spin-off dedicata alla giovinezza del personaggio, che però viene gestita da François Corteggiani fin dal 1989 (quando morì improvvisamente Jean-Michel Charlier, uno dei due autori della serie originale), è dal 2007 che non veniva pubblicato un nuovo capitolo della saga. Scomparso, poi, nel 2012 anche Jean Giraud (l’altro papà di Blueberry, più noto con lo pseudonimo di Moebius), che, tolta la breve parentesi di Marshal Blueberry, dal 1989 aveva portato avanti da solo la serie principale, nessuno sembrava intenzionato a confrontarsi con questa autentica icona del fumetto franco-belga. Difficile pensare, tuttavia, che un editore come Dargaud potesse accontentarsi dei pur cospicui introiti garantiti dalle ristampe della collana. E così, nel 2018,, è arrivato l’annuncio che sarebbero stati Joan Sfar e Christophe Blain a raccontare una nuova avventura del personaggio, in una storia divisa in due parti.

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I due fumettisti d’oltralpe, tra i più importanti rappresentanti della bande dessinée contemporanea, avevano già collaborato in passato su alcuni albi della monumentale serie La fortezza (che Sfar ha ideato assieme a Lewis Trondheim) e su Socrate il semicane, opere, però, piuttosto distanti dai classici transalpini a cui appartiene anche il fumetto di Charlier e Giraud. Per questa ragione, pur essendo uno degli albi più attesi dello scorso anno, molti fan di Blueberry hanno temuto che l’operazione potesse in parte deludere le aspettative, come già successo con L’ultimo faraone, l’avventura di Blake e Mortimer disegnata da François Schuiten. Sfar e Blain, infatti, negli anni si sono distinti come portavoce di un profondo rinnovamento stilistico della bande dessinée, una sorta di “nouvelle vague” della Nona Arte che negli anni Novanta ha cercato di portare, in terra francese, nuova linfa a un medium mai realmente allontanatosi dalla tradizione o, al massimo, ancora debitore della rivoluzione operata negli anni Settanta proprio da Moebius, assieme ai suoi colleghi de Les Humanoïdes Associés. E invece, un po’ a sorpresa, i due autori hanno deciso di riportare Blueberry alle sue origini, mantenendo, di fatto, quelle caratteristiche che hanno reso celebri le storie del personaggio, almeno finché a scriverle è rimasto Charlier.

Esemplare, in proposito, il nome scelto per questa miniserie di due volumi, Une aventure du lieutenant Blueberry, che sancisce in maniera definitiva l’intenzione di autori ed editore di inserire la nuova saga nel periodo più amato dai lettori, lo stesso delle storie che cominciarono ad apparire sulle pagine della leggendaria rivista Pilote nel 1963. Non sorprende, pertanto, che anche la trama imbastita da Sfar e Blain richiami apertamente le tematiche dei primi anni del personaggio: Rancore Apache (preferiamo la traduzione adottata da Alessandro Editore per il titolo del volume, più vicina all’originale Amertume Apache, rispetto alla più libera Vendetta Apache, con cui la storia è stata pubblicata a puntate su Linus all’inizio dell’anno) vede, infatti, Blueberry ancora alle dipendenze del governo degli Stati Uniti, impegnato come tenente dell’esercito in pieno territorio apache. Nelle prime pagine, suo malgrado, assiste all’omicidio di due donne apache da parte di tre ragazzi bianchi e per cercare di mantenere la pace appena raggiunta con la tribù delle vittime, promette al capovillaggio di assicurare i colpevoli alla giustizia. Le due donne, però, erano la moglie e la figlia del guerriero Rancore, che, pur consapevole del rischio di un nuovo scontro con l’esercito, decide di andare alla ricerca dei tre giovani per ucciderli. A partire da questa premessa, tutt’altro che inedita, il racconto prosegue rimanendo fedelmente ancorato alla tradizione del fumetto western, con gli indiani che lasciano una scia di sangue sulla loro strada e Blueberry intento a scongiurare una nuova guerra tra governo e pellerossa. Nel mentre, gli eventi principali sono inframmezzati da vicende di vario tipo, dal tono più leggero, dove non manca neppure il ripescaggio di Jimmy McClure, spalla del protagonista in tante avventure.

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Per quanto riguarda i disegni, Blain fa il possibile per contenere la sua naturale propensione a deformare le anatomie dei personaggi, riuscendo ad avvicinarsi parecchio allo stile che Giraud utilizzava nei primi capitoli della serie, e che mantenne più o meno inalterato fino alla morte di Charlier (che non aveva mai amato fino in fondo l’evoluzione artistica del collega) per poi mutarlo progressivamente fino a renderlo molto simile a quello del suo alter-ego Moebius. Anche la costruzione delle tavole è quella tipica dei primi episodi, con largo spazio alla rappresentazione di canyon e vallate, e un forte richiamo alle inquadrature dei grandi classici hollywoodiani di John Ford e Howard Hawks. È questa probabilmente la concessione principale che Blain fa al fumetto di Charlier e Giraud, una differenza che stride sensibilmente con i suoi lavori precedenti, dove le vignette presentano quasi sempre sfondi appena abbozzati e poveri di dettagli, se non quelli necessari a creare quell’atmosfera surreale, tipica delle sue opere. Il cartoonist francese si lascia andare anche a un paio di omaggi cinematografici, uno evidente dedicato a Sergio Leone, vista la somiglianza del personaggio di Ruth con la Claudia Cardinale di C’era una volta il West, l’altro più nascosto, date le poche apparizioni della Sig.ra McIntosh, che potrebbero non essere sufficienti a scorgere in lei le fattezze di Brigitte Bardot.

Ciò nondimeno, a dispetto di tutte queste considerazioni, non si può negare che Rancore Apache sia anche un fumetto di Sfar e Blain. L’impronta stilistica di quest’ultimo, infatti, non viene snaturata del tutto e rimane abbastanza riconoscibile, soprattutto nei volti di alcuni character secondari, tratteggiati in maniera meno realistica e un po’ più grottesca. I passaggi notturni e gli interni, inoltre, spesso caratterizzati da un uso molto esteso del nero e da giochi di ombre molto suggestivi, sono due elementi molto distanti sia dall’estetica del Giraud giovane, che dal tratto più moebiusiano (e luminoso) del Giraud anziano. Le scene in cui viene mostrato lo scontro tra esercito e indiani, infine, sono insolitamente cruente e ancora più lontane da quanto visto finora nelle storie classiche del personaggio. Lo stesso si può dire per i testi, dove i due autori non mancano di far trasparire un’interpretazione del Far West più al passo con i tempi, chiaramente visibile nella descrizione degli apache, non più rappresentati come semplici vittime dell’egoismo e dell’arroganza dei bianchi (aspetto che, comunque, è tutt’altro che assente), ma per quello che erano veramente: fieri guerrieri pronti a vendicarsi in maniera spietata di un torto subito. Anche il linguaggio dei vari personaggi è più crudo e realistico e molto spesso le sottotrame di contorno, oltreché a servire come alleggerimento delle fasi più drammatiche della vicenda, vengono utilizzate per conferire maggior spessore e umanità ad alcuni dei protagonisti (si pensi, per esempio, ai problemi coniugali tra il comandante del forte e sua moglie). In verità, questi appena elencati potrebbero essere anche solo dei semplici tentativi di Sfar e Blain di modernizzare la serie, mentre sarebbe più corretto cercare le suggestioni, con cui i due autori amano arricchire le loro opere, nei pochi intermezzi vagamente onirici del racconto o negli stravaganti passaggi dedicati agli automi posseduti da uno dei personaggi secondari.

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Alla fine, il risultato è abbastanza eterogeneo, anche se per nulla sgradevole e l’essere riusciti a trovare un compromesso in grado di accontentare tanto gli affezionati al Blueberry più classico, quanto i lettori maggiormente in sintonia con un approccio più contemporaneo, conferma il profondo rispetto di Sfar e Blain per la saga originale.
Speriamo solo che quanto visto di buono in questa prima parte della storia non vada perduto nel secondo capitolo, anche se l’esperienza maturata dai due cartoonist francesi nella loro più che ventennale carriera dovrebbe metterci al riparo da una simile eventualità. 

Chiudiamo con una piccola nota riguardante l’ottima edizione italiana del volume, che conferma ancora una volta l’eleganza con cui la Alessandro Editore è solita confezionare le proprie uscite in libreria, con in più la piacevole sorpresa di un prezzo alla portata di tutti.

 

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