Menu

 

 

 

 

Luca Tomassini

Luca Tomassini

URL del sito web:

Superman di Geoff Johns 1 - L'ultimo figlio di Krypton, recensione: Rinnovare l'Uomo d'Acciaio

superman geoff johns 1

Quando nel 1999 debuttava nelle fumetterie americane Stars and S.T.R.I.P.E., recupero da parte della DC Comics di vecchi personaggi di epoca bellica aggiornati per il nuovo millennio, nessuno avrebbe immaginato che il soggettista di quella serie dalla durata effimera sarebbe diventato l’autore maggiormente associato all’editore per tutti gli anni a venire. Geoff Johns iniziava in sordina una carriera che lo avrebbe visto diventare in pochi anni l’architetto assoluto dei maggiori eventi del DC Universe, il “Re Mida” capace di trasformare in oro qualsiasi serie da lui toccata. La sua capacità di estrarre le caratteristiche iconiche di personaggi classici e un po’ datati, come la maggior parte di quelli appartenenti alla library DC, per inserirle in un contesto attuale e renderle di nuovo appetibili, aveva contraddistinto le sue lunghe e felici gestioni di Flash, JSA e Green Lantern.

La sua consacrazione definitiva avviene nel 2005, quando la DC decide di festeggiare il ventesimo anniversario della pubblicazione dell’epocale Crisis on Infinite Earths con la pubblicazione di un evento altrettanto ambizioso, Infinite Crisis. Nella mini di 6 numeri, e in una pletora di speciali e tie-in associati, Johns e gli altri autori coinvolti celebrano la tradizione immaginifica dell’editore di Burbank, riportando in scena il Multiverso che era stato cassato dalla precedente “Crisi” ed elementi classici ad esso associato. In tal senso, Crisi Infinita rappresentò il culmine di una tendenza, quello del recupero di stereotipi della Silver Age rimossi dall’universo DC ai tempi della prima “Crisi”, che era iniziato sulle collane dedicate a Superman dirette dagli editor Eddie Berganza e Matt Idelson. L’evento, scritto da Johns per i disegni di Phil Jimenez e George Pérez, ebbe un forte impatto sul pantheon di personaggi DC e ne avrebbe condizionato le vicende per gli anni successivi. L’editore decise per un rilancio “morbido” delle sue principali collane, escludendo di azzerarne la numerazione a favore di nuovi scenari narrativi e di nuovi e prestigiosi team creativi. Così, mentre Grant Morrison iniziava la sua lunga gestione di Batman, Geoff Johns prese in carico le testate dedicate all’Uomo d’Acciaio, in quello che rappresentò il punto d’arrivo della sua carriera. Si sarebbe occupato principalmente di Action Comics, mentre avrebbe aiutato a lanciare il nuovo corso di Superman lasciandola poi nelle mani del suo co-autore e esimio collega Kurt Busiek.

superman geoff johns 2

Panini Comics ha iniziato a raccogliere l’intera run scritta da Geoff Johns per le collane dell’Azzurrone in prestigiosi volumi cartonati, di cui il primo raccoglie le due saghe iniziali firmate dall’autore: Su, su e via!, sceneggiata insieme a Busiek per i disegni di Pete Woods e Renato Guedes, e L’Ultimo Figlio di Krypton. Quest’ultima è il piatto forte di questo primo tomo, perché vede la collaborazione ai testi tra Johns e Richard Donner, il mitico regista del primo Superman cinematografico, per i disegni della superstar Adam Kubert.

Entrambe le saghe si svolgono un anno dopo la conclusione di Crisi Infinita. La DC infatti stabilì che le proprie collane avrebbe effettuato un salto temporale di un anno dopo la conclusione del cross-over, un lasso di tempo in cui Superman, Batman e Wonder Woman si sarebbero momentaneamente ritirati, lasciando ad altri eroi il compito di proteggere il mondo. Questo gruppo di storie sarebbero state raccolte sotto l’ombrello denominato One Year Later. Le vicende di un mondo privato della sua iconica trinità di eroi sarebbe stato invece raccontato nel settimanale antologico 52.

superman geoff johns 3

Su, su e via! è il classico “starting-point” post-evento editoriale, in cui si fa il punto sull’essenza di un personaggio per poi lanciarlo verso il futuro. Ritroviamo un Superman privato dei suoi poteri, a seguito dello scontro con il malvagio Superboy – Prime nel finale di Crisi Infinita, che da un anno si limita a vestire esclusivamente i panni di Clark Kent. La carriera di giornalista e il matrimonio con Lois Lane vanno a gonfie vele, ora che i compiti di supereroe sono appannaggio dei suoi colleghi della Justice League e della Justice Society of America. Inutile dire che minacce come Lex Luthor, l’Intergang e altri villain della colorata gallery degli avversari dell’Uomo d’Acciaio non tarderanno a ritornare più temibili che mai, mettendo sotto pressione un Clark depotenziato ma determinato a ritrovare le capacità per affrontare i suoi avversari.
Su, su e via! è tanto una classica “origin story” quanto una tipica avventura di Superman, all’interno della quale l’Uomo d’Acciaio compie un “viaggio dell’eroe” in otto capitoli, dal quale esce rinvigorito e rafforzato. Johns e Busiek riescono a rivitalizzare brillantemente tutti i classici comprimari delle storie dell’azzurrone come Lois Lane, Jimmy Olsen, Perry White e Lex Luthor, e ad approfondire il loro rapporto con Clark, così come si fanno apprezzare le nuove versioni di villain classici come Kryptonite Man, Bloodsport e Prankster. I due sceneggiatori scrivono una lunga lettera d’amore al personaggio, con un trasporto che ne fa perdonare l’eccessiva lunghezza, di almeno un paio di capitoli. Sul fronte artistico, Pete Woods e Renato Guedes svolgono un lavoro diligente ma senza particolari guizzi stilistici. L’impostazione della tavola è piuttosto classica, ma il tratto di entrambi, improntato alla linea chiara e esaltato dai colori luminosi di Brad Anderson, non manca di soddisfare il palato del lettore, soprattutto nelle numerose scene d’azione.

Per L’Ultimo Figlio di Krypton, la seconda saga contenuta nel volume e reale inizio della gestione Johns dopo il lungo prologo in tandem con Busiek, lo sceneggiatore decise di avvalersi della collaborazione di Richard Donner, il mitico regista del Superman del 1978 e suo mentore di gioventù. Ancora fresco di laurea, infatti, il giovane Geoff Johns aveva cominciato la sua carriera nel mondo dell’entertainment proprio come assistente del cineasta.
Il coinvolgimento di Donner nelle sceneggiature della collana storica di Superman, Action Comics, avviene in un momento in cui molte personalità del cinema stanno collaborando con le major dei fumetti, basti pensare alle storie di Kevin Smith per Daredevil e Green Arrow, di Reginald Hudlin per Black Panther e Spider-Man, o all’acclamato ciclo di Joss Whedon per Astonishing X-Men. Ma la presenza al fianco di Johns di colui che regalò il Superman di Christopher Reeve al mondo ha in sé un valore metatestuale e metaforico molto forte, perché l’eco di quel film epocale e spartiacque è ben presente in L’Ultimo Figlio di Krypton. Comincia qui un topos che sarà presente in molti lavori successivi dello scrittore, la rielaborazione personale delle opere fumettistiche e cinematografiche fondanti per la generazione a cui appartiene Johns, quella nata negli anni ’70. Se in questa saga lo sceneggiatore affronta il mito del Superman di Donner, nel futuro Doomsday Clock farà i conti col Watchmen di Alan Moore, mentre Three Jokers sarà un omaggio al The Killing Joke di Alan Moore con echi del Batman di Tim Burton.

superman geoff johns 4

L’Ultimo Figlio di Krypton si apre con un Superman nuovamente nel pieno delle sue forze, intento ad ascoltare le registrazioni a lui lasciate dal padre Jor-El, in una Fortezza della Solitudine composta da cristalli come nel film del 1978. La routine della sua doppia vita come supereroe e giornalista viene improvvisamente sconvolta dall’arrivo, in una navicella atterrata direttamente a Metropolis, di un ragazzino che sostiene di essere l’ultimo sopravvissuto di Krypton. Una rivelazione che sconvolge tutte le certezze acquisite di Clark, che non potrà perdere troppo tempo in riflessioni per salvare il bambino, insieme a Lois, dalle mire dell’esercito. Intanto fa il suo arrivo sulla terra il Generale Zod con i suoi alleati Ursa e Non, per cercare il figlio del loro antico avversario, Jor-El, che li aveva esiliati nella Zona Fantasma.

La saga imbastita da Johns e Donner è un’epopea di respiro cinematografico, un vero e proprio blockbuster su carta che esplode nelle splash-page spettacolari di Adam Kubert, che si trasferì alla DC dopo un decennio in esclusiva alla Marvel per coronare il sogno di disegnare Superman. Una permanenza effimera, durata solo un paio d’anni prima di far ritorno nei lidi più familiari della Casa delle Idee, che hanno prodotto però tavole interessanti come quelle di questo Last Son of Krypton. L’artista si trovava in un periodo della sua carriera in cui non disdegnava sperimentalismi, evidenti tanto nelle bellissime copertine dipinte in tono di seppia per Action Comics, quanto nella scelta di dare al colorista, in questo caso Dave Stewart, tavole prive di chine che producono una piacevolissima sintesi cromatica tra matite e colori.

superman geoff johns 5

L’ispirazione proveniente dalle due pellicole dirette da Donner è evidente (compreso Superman II che venne girato in larga parte dall’autore ma accreditato a Richard Lester) e Last Son ne trascina nella modernità gli elementi più iconici, a partire da Zod e dai suoi alleati, qui alla prima apparizione post-Crisis (senza contare le versioni provenienti da realtà alternative come quella apparsa in For Tomorrow di Brian Azzarello e Jim Lee). L’iconico avversario interpretato da Terence Stamp non aveva ancora fatto il suo reale debutto a vent’anni dal rilancio operato da John Byrne, che aveva stabilito che Clark fosse l’unico sopravvissuto di Krypton. Ma gli echi della varie versione cinematografiche dell’Uomo d’Acciaio echeggiano in tutta la saga, dal Superman Returns di Bryan Singer allora appena uscito (vedi il rapporto padre – figlio) a, incredibile a dirsi, il Man of Steel di Zack Snyder che sarebbe stato girato solo sette anni più tardi ma il cui finale ricorda molto da vicino quello di Last Son.

Al di là delle possibili ispirazioni e contaminazioni cinematografiche, il volume proposto da Panini Comics mette in luce tutto quello in cui eccelle un autore come Geoff Johns: la conoscenza assoluta dei “ferri” e dei trucchi del mestiere di sceneggiatore di fumetti, la capacità di distillare gli aspetti più complessi della lunga storia di personaggi iconici e di restituirli al lettore come nuovi e facilmente accessibili. E di trovare, in queste storie così popolari e spesso abusate, il potenziale per offrirne versioni rinnovate eppure rispettose della propria leggenda.

La Fabbrica Onirica del Suono, recensione: l'indimenticabile stagione della psichedelia e delle utopie

fabbrica onirica del suono 0

Gli anni ‘70 sono stati un momento chiave della storia italiana, caratterizzati da un fermento culturale, politico e sociale senza precedenti. Il boom economico del decennio precedente e il diffuso benessere che ne era derivato, generato dalla trasformazione del Paese in potenza industriale nel dopoguerra, aveva messo in moto le giuste rivendicazioni dei movimenti operai, protagonisti della transizione dell’Italia nella modernità. I lavoratori avevano raccolto le istanze del ’68 e dei movimenti studenteschi: il movimento di protesta, partito dalle università e dalle scuole aveva attraversato tutti gli ambiti della società, dilagando nelle fabbriche. È la grande stagione delle battaglie per i diritti civili, richiesti da grandi movimenti di piazza: vengono introdotti il divorzio e il diritto di famiglia, oltre alla liberalizzazione dell’aborto. Tra tutte le arti, è la musica che più racconta gli epocali mutamenti sociali in atto. La comparsa dei Beatles negli anni ’60 ha cambiato le regole del gioco, regalando ai giovani il primo grande fenomeno di massa con cui identificarsi.

L’apparizione folgorante dei quattro di Liverpool produce, in pochi anni, una serie di epigoni. Alcuni attraverseranno il decennio come delle comete, altri, come gli Who e i Rolling Stones, riveleranno ben presto una propria specificità che li condurrà verso vette artistiche altissime. La musica Beat, nata in Inghilterra, invade il resto del mondo compreso l’Italia, a cui il boom ha assicurato un fiorente mercato discografico. Il ritmo di gruppi come l’Equipe ’84 e i Dik Dik fa da colonna sonora agli anni ’60 di un Paese che conosce un benessere generalizzato ed improvviso e vuole mettersi alle spalle gli anni bui della guerra. Una musica scanzonata che diventa di colpo inadeguata a rappresentare un clima sociale profondamente mutato col cambio di decennio. La complessità degli anni ’70 trova così una sponda nel rock progressivo di gruppi come gli Area, la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, i Goblin. Si tratta di formazioni che, sulla scia di band inglesi alfiere della musica “prog” come i Genesis e i Pink Floyd, propongono composizioni concettualmente e stilisticamente elaborate, colte e ricche di riferimenti letterari, che vanno oltre il concetto di semplice canzone riuscendo a cogliere lo zeitgeist del proprio tempo. È a queste straordinarie esperienze artistiche e all’epoca che le ha viste protagoniste assolute della scena musicale che è dedicato La Fabbrica Onirica del Suono, graphic novel scritto e disegnato da Sergio Algozzino per Feltrinelli Comics.

fabbrica onirica del suono 1

L’autore non è nuovo al racconto di momenti storici che hanno segnato la cultura italiana. Se l’autobiografico Memorie a 8 bit era dedicato alla generazione del Commodore 64 e delle merendine del Mulino Bianco, il nuovo lavoro si concentra su un periodo storico entrato nel mito, caratterizzato si da luci e ombre, ma attraversato da una energia giovanile e da una spinta propulsiva verso il futuro che il nostro Paese non avrebbe più conosciuto. Attraverso la storia di una band fittizia, Algozzino ripercorre la storia della musica di quegli anni e dei grandi mutamenti politici e sociali avvenuti in contemporanea. Il cartoonist siciliano mette in scena la vicenda umana di Nunzio e Patrizio, la cui amicizia attraversa la storia italiana. Il primo è di estrazione proletaria, lavora in fabbrica ed è politicamente impegnato. Il secondo viene da una famiglia borghese, che lo sostiene economicamente e gli paga gli studi. Diversi in tutto, sono uniti dall’amore per la musica: entrambi suonano come turnisti in uno studio di registrazione. Stufi di sentire la propria musica suonata da altri o sfruttata in musicarelli di poco conto, i due approfittano dell’esplosione del Beat in Italia per fondare con altri ragazzi una propria band, i Jokers, che conoscono un successo travolgente, partecipando ai più noti Festival dell’epoca come il Disco per l’Estate di Saint-Vincent.

La musica dei Jokers è un’alchimia vincente tra le melodie composte da Patrizio e i testi scritti da Nunzio che parlano ai giovani mettendoli al centro del grande rinnovamento sociale in atto. Ma per il membro più impegnato della band tutto questo non è sufficiente.  Mentre l’epoca d’oro del Beat si avvia alla conclusione con la fine degli anni ’60, la complessità storica del decennio successivo necessita di un nuovo approccio all’arte e alla musica. È così che i Jokers cambiano pelle, e si trasformano ne La Fabbrica Onirica del Suono mettendosi sulla scia della grande ondata del rock progressivo di quel periodo. La composizione musicale si fa più complessa e di ampio respiro, sfociando in suite sperimentali e psichedeliche di lunga durata. I testi si fanno più colti e pieni di riferimenti letterari. Ma nel momento di massimo splendore artistico, le strade di Nunzio e Patrizio iniziano a dividersi. Il primo è sempre più coinvolto nei movimenti di protesta e strizza l’occhio ai gruppi eversivi, chiedendo alla Fabbrica un maggior coinvolgimento politico che Patrizio non intende concedere. Irrompono così gli anni di piombo che metteranno fine alle utopie sognate in quegli anni, portando al tramonto delle ideologie.

fabbrica onirica del suono 2

Con La Fabbrica Onirica del Suono, Sergio Algozzino si pone su un solco molto frequentato dalla fiction italiana, sia cinematografica che cartacea, come La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana e L’ora X di Erri De Luca, Cosimo Damiano Damato e Paolo Castaldi, di cui abbiamo parlato in precedenza. Un racconto intimista, in questo caso di una grande amicizia, che si sovrappone alla rievocazione di una stagione veramente irripetibile. Un lavoro appassionato, quello dell’autore, a cui si deve certamente perdonare la foga con cui cita praticamente tutti i protagonisti della scena musicale dell’epoca (oltre ai già citati beaters e musicisti prog, anche gli esponenti del cantautorato come Fabrizio De André, Francesco Guccini e Lucio Dalla). Questa scelta da una parte inquadra perfettamente il periodo in cui si svolge la narrazione, dall’altra finisce per rallentarne lo svolgimento. Si tratta però di un peccato veniale, che nasce dalla passione di Algozzino per la materia trattata e che farà felici i cultori del sound di quegli anni. Molto ben tratteggiata è invece l’amicizia tra i due protagonisti, opposti che si attraggono per amore della musica.

fabbrica onirica del suono 3

A livello grafico, ci troviamo di fronte ad un lavoro felicemente riuscito, dove una gradevole semplicità compositiva lascia spazio improvvisamente a soluzioni più ardite. Si passa dai colori pastello e dalla linea chiara delle scene di dialogo, a sperimentalismi lisergici, carichi di colori acidi, che ricordano la psichedelia del periodo; felicissime anche le citazioni d’epoca con pagine cariche di copertine di dischi chiave del periodo. Le pagine più oniriche, ricche di neri, sono paradossalmente quelle che riportano il lettore alla realtà del nostro presente carico di inquietudini, con i personaggi invecchiati persi nel ricordo delle utopie ormai spente. Algozzino sembra dirci che nulla è più reale e vivido del sogno, consegnando ai lettori un’opera generosamente imperfetta. Un lavoro appassionato che a tratti sembra soccombere sotto il peso dei numerosi spunti proposti, salvo poi riemergere come omaggio gioiosamente caleidoscopico ad un’epoca andata che sapeva però parlare di futuro.

Ice Cream Man 1 - Zuccherini Arcobaleno, recensione: i gusti del terrore

ice cream man 0

Sottogenere di un genere, l’antologia di racconti è un classico della letteratura horror e di quella fantastica. Basti pensare a raccolte come Stagioni Diverse del maestro del brivido Stephen King, o a serie televisive che hanno popolato l’immaginario di diverse generazioni, spaventandole a dovere, come Ai Confini della Realtà o Storie Incredibili. Il discorso potrebbe essere esteso ad una pellicola come Creepshow di George Romero, che era a sua volta un omaggio ai fumetti horror anni ’50 della EC Comics, popolati da sinistri anfitrioni come lo Zio Tibia che introducevano il lettore a storie traboccanti di suspense e terrore da cui traevano poi una morale. È sul solco di questi illustri predecessori che si inserisce Ice Cream Man, serie scritta da W. Maxwell Prince e disegnata da Martin Morazzo per la Image Comics, di cui Panini Comics ha appena pubblicato per il nostro paese il primo volume.

Il gelataio del titolo è un uomo all’apparenza tranquillo e rassicurante, che gira per la piccola cittadina di St. Generous col suo camioncino pieno di prelibatezze. Il tipo è in realtà un parente prossimo di Pennywise, il clown protagonista dell'It di Stephen King, capace di gettare in un abisso di orrore i malcapitati che incrociano i suoi passo, magari ingolositi da un buon gelato.

ice cream man 1

Come nelle più classiche delle antologie horror, le storie di Ice Cream Man presentano protagonisti diversi, focalizzandosi di volta in volta su tematiche differenti. Si comincia con la storia di un adolescente problematico e del suo rapporto con un “cucciolo” speciale, un latore di morte in miniatura; si prosegue con la triste storia di una coppia di tossicodipendenti, capaci di spingersi alle estreme conseguenze per amore e per una dose; facciamo poi la conoscenza di una vecchia rockstar dimenticata ormai in pensione, autore di un unico grande successo che non è mai riuscito a replicare. L’ispirazione per un nuovo ed insperato successo potrebbe arrivare da un trip lisergico da incubo indotto dall’uomo dei gelati. Chiude il volume la dolorosa ma macabra vicenda di un uomo che vuole riappacificarsi col figlio abbandonato da bambino: peccato che quest’ultimo sia ormai defunto.

ice cream man 2

Ice Cream Man contiene molti degli stereotipi presenti nei modelli sopracitati. C’è una cittadina di provincia, come nei romanzi di King, che sembra tranquilla e rassicurante ad un primo sguardo: in realtà è la culla di indicibili orrori. W. Maxwell Prince è abile nel mettere in scena la quiete della vita suburbana, che scivola improvvisamente verso l’abominio più insostenibile. È un contrasto che costituisce la carta vincente del volume, resa perfettamente dalle soluzioni grafiche ideate da Martin Morazzo. Il cartoonist, considerata la natura dello script di Prince, potrebbe optare per una resa visiva composta da ombre e tratteggi. Al contrario, si affida ad una linea chiara arricchita da colori omogenei che fanno da contrasto alla scene più terrorizzanti ideate dallo scrittore. L’orrore viene sbattuto in faccia al lettore senza troppi fronzoli, illuminato dai colori vivaci di Chris O’Halloran. Una scelta stilistica coraggiosa, inusuale per un horror, che rappresenta una scommessa vinta.

ice cream man 3

Il volume si conclude con un twist di sceneggiatura che sembra suggerire un ruolo di maggior spessore del sinistro gelataio rispetto a quello di semplice anfitrione: nel corso dei quattro capitoli, Prince lo caratterizza prima come amico e poi come nemico mortale, come entità benevola e come demonio subito dopo. C’è da scommettere che la scoperta della vera natura di questo Ice Cream Man costituirà il piatto forte delle prossime uscite.

Question: Le morti di Vic Sage #1, recensione: Ritorno ad Hub City

question le morti di vic sage 0

La storia della cultura pop è attraversata da esempi di collaborazioni irripetibili tra creativi geniali che, dopo aver sfornato capolavori, si sono separati in modo traumatico e astioso. L’esempio più celebre è quello della rottura tra Stan Lee e Jack Kirby, responsabili, grazie alla loro alchimia creativa, della nascita dell’universo Marvel. Ma Kirby non fu l’unica figura rilevante della Marvel degli esordi ad entrare in rotta di collisione con Lee: il rapporto del sorridente con Steve Ditko, disegnatore nonché co-creatore di Spider-Man, non fu meno turbolento. Dopo anni di divergenze creative, il punto di non ritorno arrivò nel 1966, quando Ditko lasciò Amazing Spider-Man e la Marvel. A dividerlo da Lee, oltre a scelte non condivise sugli sviluppi narrativi e sul tono da imprimere alla testata, anche una differente visione della vita. Se Stan era un ardente liberale, Ditko al contrario era un convinto sostenitore dell’Oggettivismo, una teoria filosofica di stampo conservatore fondata dalla filosofa e scrittrice russa-statunitense Ayn Rand secondo cui l’uomo deve vivere solo per sé, senza sottostare ad altri e senza costringere altri a sacrificarsi per il bene altrui.

Le convinzioni etico-morali di Ditko ben si riflettevano nelle storie di Mr. A, personaggio di sua proprietà creato dopo aver lasciato la Marvel, nel cui nome veniva sintetizzato il principio di identità postulato dalla Rand. Indossando completo e fedora, come i detective della tradizione noir, Mr. A annunciava il suo arrivo tramite l’uso di carte bianche o nere, suggerendo così che esistono solo il bene ed il male, senza zone di grigio. Il personaggio era troppo violento per le maglie stringenti del Comics Code, così Ditko ne produsse una variante più accettabile per il lettore medio. Fu così che The Question debuttò nel 1967 in appendice a Blue Beetle, testata che l’ex artista di Spider-Man stava realizzando per la Charlton Comics. Con Mr. A, Question condivide completo e fedora, oltre ad una visione della vita manichea che lo porta a combattere il crimine con una dedizione inarrestabile. Al contrario degli eroi Marvel, attraversati da dubbi e tormenti, l’alter-ego del giornalista Vic Sage sa cosa è giusto e agisce di conseguenza. Con il viso coperto da una maschera di pseudo-derma, creazione del suo mentore Prof. Rodor che lo rende un uomo senza volto, Question combatte la corruzione nella decadente Hub City.

question le morti di vic sage 1

Dopo l’acquisizione dei personaggi Charlton da parte della DC Comics, negli anni ‘80 il personaggio riappare in Crisis on Infinite Earths, ispira il Rorshach di Watchmen e, soprattutto, è protagonista di una collana firmata da Dennis O’Neil e Denys Cowan che diventa rapidamente una hit di quegli anni, attraversati dalla fascinazione dei lettori per i vigilantes dai metodi spicci. O’Neil ripensa il personaggio per il nuovo decennio, cambiandone le motivazioni di base: dall’oggettivismo degli inizi si passa a filosofie di matrice orientale come il pensiero zen. È a questa versione che si rivolge l’omaggio di Jeff Lemire nella nuova miniserie dal titolo Question: Le morti di Vic Sage.

L’etichetta Black Label  in cui è inserita consente agli autori di sfuggire alle maglie strette della continuity, così questa nuova avventura sembra ignorare la morte del personaggio avvenuta nella maxiserie 52 e la versione misticheggiante apparsa nel reboot New 52. Piuttosto, si pone come sequel spirituale della serie originale, di cui conferma ambientazione e cast di supporto, anche se alcune modifiche fanno pensare ad una sorta di soft reboot. Question, che opera ancora nella degradata e violenta Hub City, riesce a smantellare un giro di prostituzione minorile in cui è coinvolto Max Ford, consigliere comunale della giunta presieduta dal corrotto sindaco Fermin. Il potente politico è da tempo nel mirino non solo del vigilante, ma anche del suo alter-ego Vic Sage, che cerca di convincere la sua vecchia fiamma Myra Fermin della natura criminale del fratello. Dopo aver appreso dell’esistenza di una vecchia loggia massonica, a cui potrebbero essere affiliati uomini di fiducia del sindaco, Vic comincia un’indagine che lo porta in una grotta segreta nascosta sotto la città. Qui trova le ossa di un uomo ucciso molto tempo prima, con accanto una maschera di pseudo - derma come quelle da lui indossate, che gli procura visioni di vite passate. Per risolvere il mistero, Sage dovrà ricorrere all’aiuto del suo vecchio mentore zen Richard Dragon, a cui lo lega un rapporto controverso.

question le morti di vic sage 2

Del prolificissimo Jeff Lemire si dice che i suoi lavori più ispirati siano quelli creator-owned piuttosto che quelli realizzati per le due major del fumetto statunitense. Vero solo in parte: il tema dell’identità personale e della ricerca di se stessi è un leitmotiv che attraverso tanto lavori personali come Essex County, Il Saldatore Subacqueo e Niente da perdere quanto lavori su commissione come il Moon Knight della Marvel. E se il suo splendido Black Hammer era una sorta di sbobinamento terapeutico delle sue letture di infanzia, anche Question: Le morti di Vic Sage non sfugge a quella meta – narrazione che è la cifra stilistica tipica dello scrittore. Si tratta della rilettura di un classico evidentemente molto apprezzato da Lemire, il Question di Dennis O’Neil, di cui lo scrittore rievoca le atmosfere hard boiled richiamando in servizio il team artistico originale: Denys Cowan, autore dei disegni della maggior parte di quei 37 numeri, e il maestro Bill Sienkiewicz, responsabile della prima, iconica cover della serie. L’incipit della storia, in cui Question irrompe nel bordello, ripropone la netta distinzione tra il bene e il male tipica delle storie di Ditko (C’è il bene, c’è il male, e se non sei sicuro da che parte stai allora è probabile che tu sia da quella sbagliata). Una rigidità costruita su certezze destinate a vacillare nelle pagine successive, che sfociano nel cliffhanger finale.

question le morti di vic sage 3

Lemire gioca abilmente sui contrasti forniti dall’opportunità di poter scrivere il più intransigente dei giustizieri, inserendolo però in un’epoca complessa come la nostra, contraddistinta dalla manipolazione mediatica della realtà (vedere la sequenza in cui il sindaco Fermin distorce a suo vantaggio il caso di cronaca relativo all’omicidio di un uomo di colore, richiamo all’attualità del Black Lives Matter). Il manicheismo del giustiziere diventa così uno strumento obsoleto, un attrezzo anacronistico che non consente più di decifrare il presente, scatenando una crisi d’identità il cui esito sarà chiarito solamente nei prossimi numeri. La stessa scelta di richiamare Cowan alle matite è una dichiarazione d’intenti: le sue matite sporche, caratterizzate da un tratteggio grezzo e ruvido ulteriormente esaltato dalle chine di Sienkiewicz, comunicano come nessun altro il senso di smarrimento del protagonista, le cui certezze traballano pagina dopo pagina. Uno spaesamento provato dallo stesso lettore, a cui sembra inizialmente di leggere una nuova storia del Question di Dennis O’Neil salvo poi trovarsi impelagato in qualcosa di completamente diverso. È su questa dicotomia che si gioca l’ottima riuscita di questo primo numero e su cui, prevedibilmente, Lemire costruirà l’architrave delle prossime uscite.

Sottoscrivi questo feed RSS

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nell'informativa estesa.
Per saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta l'informativa estesa.