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Mario Aragrande

Mario Aragrande

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Hellboy, la recensione del film

Una fitta selva di domande tormenta il fan di Hellboy, in attesa dell'ultimo film tratto dalle avventure del suo eroe preferito: sarà la terza pellicola più aderente al fumetto delle prime due? Il tono sarà davvero più horror che fantasy come annunciato? Ma soprattutto - la domanda più importante di tutte - sarà meglio la versione di Neil Marshall o quella di Guillermo Del Toro?
È l'effetto che fa il reboot, operazione ormai molto diffusa ad Hollywood, volta a rilanciare un franchise in cui si è sbagliato qualcosa o, come nel caso del personaggio creato da Mike Mignola, per continuare a sfruttarlo commercialmente. Ma il reboot è anche un'operazione molto pericolosa: infatti, come insegna The Amazing Spider-Man di Marc Webb, il rischio di sbagliare è molto più alto al secondo tentativo, poiché bisogna necessariamente marcare una forte differenza dai lavori precedenti.

La differenza in questo caso è sbandierata fin dalla nascita del progetto: naufragata, a causa di dissensi in fase di produzione e della fittissima agenda del regista Guillermo Del Toro, l'idea originaria di fare uscire il terzo capitolo delle avventure firmate dal cineasta messicano, dopo il discreto successo del primo Hellboy del 2004 e del sequel Hellboy - The Golden Army da lui firmati, Mike Mignola, creatore del fumetto, decide di ripartire da zero, raccontando una nuova avventura del suo eroe con una confezione diversa, meno fantasy e più horror.

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Per questo nuovo progetto la produzione punta su un regista, Neil Marshall, dall'impronta meno autoriale di Del Toro, ma sicuramente più in grado di gestire il mix di generi e l'ampia gamma di personaggi pensati per il film, con un approccio più contemporaneo, più oscuro, come dimostrano gli episodi di Westworld, Il Trono di Spade, ma soprattutto il film The Descent - Discesa nelle tenebre, da lui diretti. A dare un volto al protagonista, viene chiamata un'altra icona della cinematografia dark, quel David Harbour diventato famoso al grande pubblico per il ruolo di Jim Hopper nella serie cult di Netflix Stranger Things, suscitando anche le polemiche del vecchio attore Ron Perlam, che ha accusato il nuovo protagonista, senza mezzi termini, di avergli soffiato il posto. Ma soprattutto è da rimarcare il coinvolgimento molto più attivo di Mike Mignola, deus ex machina del personaggio, in tutte le fasi della produzione, per garantire una resa il più fedele possibile alla rappresentazione cartacea del personaggio, forse un po' sacrificata nei film di Del Toro.  La sceneggiatura, infatti, si presenta come una combinazione di varie storie della serie (Il seme della distruzione, Hellboy in Messico, Il Cadavere, tra tutte), tenute insieme, come filo conduttore, da Hellboy Volume 9: La Caccia selvaggia, un'antologia del 2010 che include i numeri 37 e 44 della serie, ritenuta particolarmente adatta alla trasposizione sul grande schermo poiché, oltre ad essere una bella storia d'azione, rivela le origini di Hellboy, permettendo così di realizzare un reboot non convenzionale, capace inoltre di rappresentare il conflitto interiore caratteristico del personaggio, un essere sempre in bilico tra la sua educazione umana e il suo retaggio demoniaco, che dovrà sempre fare i conti con l'oscura profezia che lo riguarda.

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In questa ultima avventura, dopo un breve viaggio in Messico per tentare di salvare un suo collega del BPRD (Bureau for Paranormal Research and Defense), corpo di polizia che protegge la Terra dalle minacce provenienti dal mondo del soprannaturale, Hellboy (David Harbour), viene mandato in Inghilterra dal suo padre adottivo, il professor Broom (Ian McShane) per aiutare la controparte inglese del BPRD a combattere tre giganti infuriati. Nel corso di questa avventura, il protagonista, in una girandola di eventi al confine tra mondo umano e mondo soprannaturale e con l'aiuto di compagni di squadra improvvisati, come Alice Monaghan (Sasha Lane), ragazza proveniente dal suo passato col potere di parlare con i morti e Ben Daimio (Daniel Dae Kim), capitano del BPRD inglese, col potere di trasformarsi in un famelico giaguaro, dovrà affrontare la minaccia di Nimue, la Regina di Sangue (Milla Jovovich), un'antica strega, neutralizzata addirittura da Re Artù e Mago Merlino, ritornata in vita con una forte sete di vendetta nei confronti dell'umanità.
Nello scontro con la sua nemica, Hellboy scoprirà la verità sulle sue origini e si troverà a scegliere definitivamente da che parte stare, nell'eterna lotta tra le forze del bene e quelle del male.

L'obiettivo dichiarato di reinventare la serie in una chiave di lettura diversa, più moderna, si può dire ampiamente centrato: a cominciare dal trucco del protagonista, (che rende quasi irriconoscibile David Harbour, tanto è spaventoso), passando per la colonna sonora totalmente rock, usata per rendere più vivaci le scene d'azione (si pensi a Psycho dei Muse, sottofondo della scena della battaglia con i giganti), fino a giungere alla scelta dei personaggi comprimari (al posto del problematica Elisabeth "Liz" Sherman, primo amore dell'eroe e dell'impacciato ma fedele Abraham "Abe" Sapien, personaggi quasi fiabeschi presenti nei primi film, troviamo invece la freak Alice Monaghan e il mostruoso Ben Daimio, molto meno ingenui e molto più spigolosi), tutto è pensato per calare lo spettatore in un'atmosfera più elettrizzante, ma meno manieristica di quella pensata dal regista messicano. È un peccato, tuttavia, che la Cgi non sia per niente adeguata alle intenzioni originali della produzione. La prova più grande la si ritrova nella già citata scena dei giganti: la bella colonna sonora, infatti, non riesce a nascondere i difetti visivi evidenti, che fanno sembrare i giganti fino troppo fragili di fronte alla durezza fin troppo marcata del protagonista, rendendo davvero impossibile la sospensione dell'incredulità. E non basta a giustificare questo difetto la difficoltà realizzativa della scena, pensata come un piano sequenza molto lungo.

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Uno dopo l'altro, in particolare, vengono messi in fila gli stereotipi dei film horror: dal vampiro mostruoso, alla strega cattiva; dai giganti ai goblin; dai mutaforma Gruagach ai morti viventi di Baba Yaga, a cui probabilmente verrà dedicato molto spazio nel sequel. Sembra veramente difficile, visto lo sforzo prodotto, a tratti fin troppo esagerato, che i fan del genere possano rimanere delusi. La Regina di Sangue Nimue, poi, in mezzo a tanta abbondanza, è la ciliegina sulla torta, grazie alla bellezza e alla bravura di Milla Jovovich e allo script, che non risparmia neanche lei, inserendola in scene talmente pulp da risultare grottesche.
Altro punto di forza della pellicola è il racconto dell'origine del personaggio, affrontato con flashback distribuiti all'interno di tutto il film e alternato con l'intreccio della vicenda: la scelta stilistica permette di fare confluire l'intera vicenda con coerenza nel gran finale, a dire il vero non molto emozionante, ma capace di rendere nel modo migliore gli elementi più caratteristici del personaggio.

In definitiva, quindi, il nuovo Hellboy è un film divertente e ben studiato che sicuramente sarà capace di soddisfare la richiesta di nuove avventure dei fan; restano alcune perplessità sulla moda di sottoporre a reboot una saga cinematografica ogni dieci anni: alla fine, infatti, i film si somigliano molto e, sebbene chi scrive preferisca di poco la versione moderna e contemporanea rispetto a quella più fantasy di Del Toro, non fosse altro perché leggermente più accattivante e divertente, viene da chiedersi se il personaggio avesse davvero bisogno di questo rilancio.

Ai posteri - e al botteghino - l'ardua sentenza.

Shazam!: la recensione del film

Anche i supereroi hanno bisogno di una famiglia. Lo sa bene Billy Batson (Asher Angel), quindicenne orfano di Philadelphia, che continua a scappare dai genitori a cui viene affidato per cercare di trovare la sua madre naturale, dalla quale si è allontanato da piccolo quasi per errore. Dopo l'ennesima fuga, Billy si ritrova in una casa famiglia tanto amorevole quanto popolata da bambini un po' nerd e, sebbene il suo istinto sia di scappare di nuovo, ben presto trova dei buonissimi motivi per restare: dopo aver difeso il suo nuovo fratellino Freddy (Jack Dylan Grazer), disabile con la passione per i supereroi, si ritrova trasportato dalla metropolitana locale in un mondo fatato, il cui mago (Djimon Hounsou) gli affida il potere di Shazam, poiché sa che è puro di cuore.

Molti criminali, invece, una famiglia ce l'hanno, ed è proprio questo il problema: al dott. Thaddeus Sivana (Mark Strong), infatti, anni prima era stato offerta dal mago la stessa opportunità di Billy, ma non aveva superato l'ultima prova, sopraffatto dai suoi peggiori istinti, scatenati dalla disapprovazione di suo padre e suo fratello. Divenuto ormai adulto e dopo una lunga ricerca, il dottore riesce a ritrovare il mago che lo aveva rifiutato e riesce a liberare i suoi peggiori nemici: sette demoni che simboleggiano i sette peccati capitali. Sotto la loro influenza, incomincia una vendetta verso suo padre e suo fratello e una ricerca smodata del potere assoluto.
Mentre Billy e Freddy esplorano la portata dei poteri di Shazam che, quando si manifestano, conferiscono un corpo adulto e fortissimo (con le fattezze di Zachary Levi) a Billy, il dott. Sivana decide di sbarazzarsi dell'unico ostacolo alla sua ricerca del potere: lo stesso Shazam. Billy dovrà quindi scoprire davvero cosa vuol dire essere un eroe ed un adulto, e riuscirà a farlo solo grazie all'aiuto dei suoi nuovi affetti.

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Per cavalcare l'onda del successo di Wonder Woman, ma soprattutto di Aquaman, che già si erano discostati dal genere drammatico, la DC Comics si affida al suo supereroe più solare, abbandonando - sembra definitivamente - i toni cupi di Batman V Superman e Justice League, per portare sul grande schermo una commedia dai toni dissacranti e pensata per un pubblico di giovani, ai quali è anche rivolto il significato nascosto della pellicola: l'importanza dei legami, non importa se biologici, per diventare delle brave persone da grandi

Del resto, nessun personaggio pare più azzeccato di Shazam per spingere sul pedale della frivolezza: nato nel 1939 dalla penna di Bill Parker C. C. Beck per la Facwett Comics (nel film è  presente un riferimento a questa vicenda sotto forma di easter egg) col nome di Capitan Marvel, fu al centro di una battaglia legale tra la DC Comics e i suoi creatori, perché troppo simile a Superman; passato alla Dc, perse il suo nome originario, del quale deteneva i diritti la Marvel Comics (il Capitan Marvel più famoso della Casa delle Idee, è quello interpretato da Brie Larson nel film omonimo uscito a fine marzo, per intenderci), in favore dell'attuale Shazam, (acronimo di Salomone, Hercules, Atlante, Achille e Mercurio, eroi mitologici alle cui qualità si ispirano i poteri dell'eroe). Col suo nuovo nome, Shazam si impose subito come il personaggio più buono della DC, perché ha la purezza di un bambino intrappolato nel corpo di un uomo.
I fumetti da cui il film prende spunto sono contenuti nella run di Geoff Johns e Gary Frank, inserita nel rilancio editoriale denominato New 52 del 2013, dalla quale il film si discosta solo per la scelta dell'avversario, quel Black Adam che tutti i fan sperano di vedere nel sequel interpretato da Dwayne Johnson. Partendo da questo materiale, si  può tracciare un giudizio che presenta, in definitiva, molte luci e qualche ombra.

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Il regista svedese David F. Sandberg, abituato in verità al genere horror dei suoi precedenti lavori, Lights Out - Terrore nel buio e Annabelle 2: Creation, concentrandosi sull'intreccio più  che sulle super-battaglie, ridotte in questo caso all'osso, riesce nell'intento sia di proporre un film a tratti esilarante grazie ad una ironia dissacrante rivolta in primo luogo ai fumetti dai quali è tratto, - si pensi alle molte battute Nei confronti di Batman e Superman, oppure ai continui giochi di parole riguardanti il nome di battaglia di Shazam, chiaro riferimento al travaglio legato alla nascita del suo nome attuale-, sia di trasmettere un messaggio positivo, di speranza, capace di arrivare non solo al pubblico teen a cui evidentemente è rivolto, che si immedesima nei protagonisti, ragazzini freak capaci di trascendere la propria condizione, ma anche ad una platea più ampia.

Tuttavia, a differenza di operazioni simili, la pellicola manca di passaggi veramente emozionanti: i momenti catartici dell'eroe e dei suoi aiutanti scivolano via davvero troppo velocemente e non creano la giusta empatia col pubblico; inoltre il film pare privo di un elemento veramente caratterizzante, che in un'opera del genere dovrebbe essere presente, come la demenzialità iperviolenta, che sfonda addirittura la quarta parete, di Deadpool, o la confezione nostalgica e citazionista dei Guardiani della Galassia.

Cosi, nonostante la buona prova di Zachary Levi, bravo nel recitare la parte dell'adulto eterno adolescente, di Mark Strong, che riesce ad essere convincente nonostante lo script non restituisca un cattivo veramente degno di questo nome, ma soprattutto di Jack Dylan Grazer, perfetto nel ruolo della spalla nerd dell'eroe, e capace di riportare alla mente un classico del cinema teen come I Goonies, il film lascia un senso di incompiutezza, poiché si ha l'idea che se si fosse osato solo un po' di più, il risultato sarebbe stato decisamente migliore. Da ultimo, consigliamo di rimanere fino alla fine dei titoli di coda: la battuta più bella, infatti, Shazam! se la tiene per la fine.

Venom Collection: Maximum Carnage 1 e 2, recensione: simbionti e botte dagli anni '90

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Se ogni eroe, o antieroe, ha un arcinemico, quello di Venom non è Spider-Man, come si sarebbe portati a pensare vista l'origine del personaggio, ma sicuramente Carnage, personaggio presentato al grande pubblico nella scena post titoli di coda del film con Tom Hardy, e nato, nel fumetto, dalla fusione tra il serial killer Cletus Kasady e un simbionte discendente dell'alter ego di Eddie Brock, avvenuta per caso durante un’evasione di prigione.
È proprio la sfida definitiva tra Venom e il suo arcinemico il tema centrale di Maximum Carnage, crossover di 14 episodi tra le 4 testate di Spider-Man, (The Amazing Spider-Man, Spider-Man, The Spectacular Spider-Man e Web of Spider-Man, ed una, Spider-Man Unlimited, creata addirittura per celebrare il lancio della saga), proposto nei volumi 3 e 4 della Venom Collection, edita da Panini Comics per presentare le storie del V-Man che hanno ispirato il primo film e forse faranno lo stesso col sequel, la cui lavorazione è già stata confermata dalla Sony. 

Concepito nel 1993 per sfruttare, in termini di vendite, il momento di grande popolarità che i due villain stavano vivendo (Venom, in particolare, era già protagonista di una collana di miniserie tutta sua), l'evento fu anche un primo - a dire il vero non riuscitissimo - tentativo di inserire nelle storie di Spider-Man, una generale atmosfera di negatività in linea con la moda dei primi anni '90, che aveva portato in auge eroi oscuri e tormentati.
Maximum Carnage inizia con i suoi tre protagonisti divisi dopo il loro ultimo scontro: Spider-Man sta affrontando la morte di Harry Osborn, suo migliore amico, alcune incomprensioni coniugali e il difficile rapporto con i suoi ritrovati genitori; Venom è alle prese con la sua nuova vita come protettore letale di San Francisco; Carnage è rinchiuso nell'istituto psichiatrico del Ravencroft, dopo essere stato sconfitto proprio grazie ad un'insolita alleanza tra il V-Man e l’Arrampicamuri, nata dopo che i due avevano stabilito una tregua proprio per fermare il loro psicopatico nemico comune, per la nascita del quale si sentivano entrambi responsabili.

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All’inizio della maxi saga, Carnage fugge senza grossa fatica dal Ravencroft e, nel farlo, incontra Shriek, una criminale - qui alla sua prima apparizione - dotata di poteri sonici e della capacità di far affiorare i peggiori istinti delle persone: con lei nasce un rapporto malato, una follia di coppia che ha l'unico scopo di portare il caos in città attraverso l'omicidio di massa. Nel corso delle loro scorribande riescono ad affascinare altri criminali psicopatici: Doppelganger (un doppio mostruoso di Spider-Man con sei braccia), Demogoblin (una creatura infernale con le fattezze del cattivo Hobgoblin) e Carrion (uno studente universitario trasformato da un virus in uno zombie capace di uccidere con un solo tocco). Carnage e Shriek, nel loro delirio, credono di aver formato una famiglia, e New York si ritrova ad affrontare uno dei gruppi criminali più sanguinari della sua storia, che scatena, tra l’altro, un’ondata di tumulti e di isteria tra la gente comune.
L’uomo Ragno, non tenendo fede alla promessa fatta alla moglie di prendersi una vacanza dalla vita da supereroe, decide di fermare questa minaccia ma, non potendo riuscirci da solo, è costretto ad allearsi con vigilantes di strada, come Venom (coprotagonista della vicenda, tornato a New York solo per chiudere i conti con il suo discendente), la Gatta nera, Cloak, Dagger, Morbius, Nightwatch e Deathlock. Solo nella fase finale, quando tutto sembra perduto, ad aiutare il gruppo giungono "veri eroi", come Capitan America, Iron Fist e Firestar.

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La battaglia tra i due super-gruppi si sviluppa in tutte le 14 storie fino alla resa dei conti finale tra i tre personaggi principali e consente di mettere a confronto le idee opposte di eroismo di Venom e Spider-Man, costringendo quest'ultimo a dubitare dell'efficacia dei suoi metodi e ad attraversare una forte crisi di coscienza, prima di venire a capo della grave vicenda.
L'obiettivo che gli autori si erano prefissati concependo la saga (come viene mostrato in una intervista al più importante scrittore dell'Uomo Ragno degli anni '90, J.M. DeMatteis, proposta nel primo dei due volumi di Panini Comics) cioè di raccontare le avversità che il bene deve superare per sconfiggere definitivamente il male (simboleggiati in questo caso da due gruppi di superumani, uno di eroi ed uno di criminali), analizzando i tormenti, le motivazioni profonde e i metodi delle due fazioni, viene centrato solo in parte.

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Per riuscire a coprire i 14 capitoli della storia, infatti, gli sceneggiatori (J.M. Dematteis, David Micheline, Terry Kavanagh, Tom De Falco e il supervisore Danny Fingeroth) si concentrano più sull'azione che sull'approfondimento psicologico dei personaggi, lo spazio prevalente è riservato ai combattimenti e alla violenza e il risultato assomiglia più ad un videogioco (un anno dopo l'uscita della serie, non a caso, verrà prodotto proprio un omonimo picchiaduro a scorrimento per Nintendo e Mega Drive) che ad un'opera drammatica. La lunghezza della storia costringe inoltre a trovare espedienti forse un po’ grossolani per tenere alta la tensione: vengono presentati personaggi (Nightwatch e Morbius ad esempio) in maniera estemporanea solo per rimpolpare le scene di azione, Venom, il coprotagonista, quasi verso la fine sparisce in modo rocambolesco, solo per tornare negli ultimi due episodi per la resa dei conti finale col suo arcinemico, mentre il dilemma morale dell'Uomo Ragno (quale limite è disposto a varcare un eroe per fermare un criminale?), vero collante dell'intera saga, viene risolto in maniera troppo semplicistica, senza creare quel pathos che la tematica meriterebbe.

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La parte visiva è curata dal team titolare di disegnatori delle testate ragnesche dell'epoca: Alex Saviuk, Ron Lim, Tom Lyle, Sal Buscema e Mark Bagley. Valutando l'opera nel suo complesso, appare evidente il tentativo degli artisti di mantenere una certa omogeneità per non disorientare troppo il lettore nel passaggio da una testata all'altra. Il risultato è che l'intera storia si può leggere tutta d'un fiato senza notare particolari cadute di stile, ma neanche particolari picchi espressivi degni di menzione. Solo Sal Buscema, negli ultimi racconti, giocandosi particolarmente bene la scansione delle vignette e l'utilizzo delle splash-page, si distingue, riuscendo a rendere al meglio i momenti più emozionanti della storia (la disperazione dell'Uomo Ragno, l'arrivo salvifico di Capitan America, la lotta all'ultimo sangue tra Shriek e Dagger), mentre si avverte la maturazione del tratto di Mark Bagley rispetto alle sue prime prove su The Amazing Spider-Man, serie nella quale, tra l'altro, fu proprio lui a creare il design di Carnage.

Maximum Carnage, con tutto il suo carico di eccessività, di lunghezza e violenza, rimane quindi un prodotto di puro intrattenimento, non adatto a chi ama l'introspezione. Forse proprio per questa sua caratteristica è riuscito, ad ogni modo, ad imprimersi nei ricordi dei fan come uno dei più riusciti esempi di sfida all'ultimo sangue tra l'eroe e il suo arcinemico. C'è da giurare che sia proprio questa la saga che tutti vorranno vedere, adattata per il grande schermo, nel sequel del primo film con Tom Hardy e che, se la Sony deciderà di ispirarsi al fumetto, il successo di pubblico sarà assicurato.

Daredevil Collection: Il bacio della Vedova, recensione: l'addio di Gene Colan all'Uomo senza Paura

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Il nome di Gene Colan non può che far scorrere un brivido lungo la schiena dei fan di Daredevil: il disegnatore classe 1926, scomparso nel 2011, infatti, è stato protagonista di un ciclo storico del personaggio, durato dal 1966 al 1973, che ne ha definitivamente fissato i canoni estetici, dopo l'iniziale difficoltà della Marvel di trovare un disegnatore stabile per il supereroe cieco.
Subentrato a John Romita Sr., l’autore nato nel Bronx impiegò solo pochi numeri per imprimere il suo stile alla serie: mentre i suoi predecessori utilizzavano un tratto tradizionale, rassicurante e solare, Colan decise di cambiare registro, puntando su inquadrature d'impatto, su figure dinamiche e voluminose, disegnate in dissolvenza per meglio rendere le pose plastiche, che esaltavano le incredibili acrobazie del diavolo rosso.
Anche i volti di Colan erano lontani dalla rappresentazione tradizionale: l'autore, con i suoi lineamenti marcati, le mascelle squadrate, voleva rendere al meglio l’espressività dei personaggi, alternando sulla serie sia il registro della malinconia sia quello della comicità e, soprattutto, giocando con l'utilizzo delle ombreggiatura per sottolineare le variazioni degli stati d'animo dei protagonisti, dando vita a un chiaroscuro unico tra i disegnatori suoi contemporanei, che si personalizzò sempre più col passare degli anni andandosi a collocare - secondo il giudizio di Roy Thomas, successore di Stan Lee come editor in chief della Marvel - tra l'espressionismo di Jack Kirby e il realismo di Neal Adams.

L'autore, dopo il primo ciclo di più di 80 numeri quasi consecutivi, che gli valse il soprannome di “Decano" e gli consenti di consegnare alla storia episodi memorabili, nonché di disegnare il primo annual della testata, tornò a ritrarre Daredevil due volte: la prima, tra il 1974 e il 1979; la seconda nel 1997.

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È proprio l’ultima fatica di Gene Colan sul diavolo di Hell’s Kitchen il piatto forte del numero 21 della collana antologica Daredevil Collection, pubblicata da Panini Comics per ripresentare al pubblico le storie più belle del supereroe cieco: il volume, infatti, raccoglie il ciclo dello scrittore Joe Kelly (pubblicato poco prima del grande rilancio della serie dovuto al suo spostamento nella linea Marvel Knights della Marvel e all'arrivo di Kevin Smith e Joe Quesada), nel quale, oltre a Colan, sono presenti anche altri disegnatori ospiti, come Cary Nord, autore del primo racconto dell’albo e Ariel Olivetti, autore invece del terzultimo episodio.

Discostandosi sia dalle atmosfere hard boiled di Frank Miller, sia da quelle di denuncia sociale di Ann Nocenti, sia, da ultimo, da quelle più teatrali di Dan Chichester, suoi predecessori illustri alla guida della serie, Kelly decide di dare un’impronta tradizionale alla sua gestione di Daredevil, riportando nel fumetto l'atmosfera presente agli esordi, nella gestione di Stan Lee.
L’attenzione si sposta sul lato eroico del personaggio, il tono generale è quello del fumetto di avventura e il fulcro della narrazione sono le sfide che il protagonista deve affrontare quotidianamente per proteggere la città da alcuni nemici storici, cercando di non trascurare troppo la sua vita privata che, tra la momentanea sconfitta di Kingpin, il ritorno di fiamma con la fidanzata storica Karen Page e l'entrata del tradizionale Nelson & Murdock, nell'orbita del ben più grande e famoso Studio Legale Sharp (guidato dalla spietata Rosalind, madre di Foggy), sembra godere di un periodo di serenità insolito per un personaggio come Matt Murdock, certamente non tra i più fortunati della storia dei comics.

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I personaggi di supporto sono usati per portare un tocco d comicità e per creare delle pause dalla narrazione delle avventure del protagonista: oltre agli insoliti problemi domestici di Foggy Nelson (che non riesce a convincere la sua compagna dell’epoca, Liz Osborn, di non essere un donnaiolo e si trova a dover fronteggiare la scomparsa del suo cane), possiamo goderci, mentre Daredevil affronta nemici classici come Mr. Fear e il Gladiatore, i tentativi di sue due dei suoi grandi amori, Karen Page e la Vedova Nera, di riprendere il controllo della la propria vita, la prima consolidando la sua nuova carriera come speaker radiofonica, la seconda ritornando alla sua vecchia attività di spia dello Shield, dopo la momentanea scomparsa dei Vendicatori a causa dell’evento Oslaught. Daredevil si trova quindi coinvolto nel tentativo della Vedova di consegnare alla giustizia ex alti gerarchi del Kgb intenzionati a darsi al crimine organizzato, in un’avventura divertente che assume i contorni della spy story e finisce con un lieto fine per i due supereroi ex amanti.

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Ma la Vedova non è la sola ex amante di Matt Murdock a creargli problemi: il volume presenta infatti una storia tratta dal Daredevil/Deadpool Annual del 1997, in cui la protagonista assoluta è Typhoid Mary, la killer dalle personalità multiple che poco tempo prima, su incarico di Kingpin, era riuscita a distruggere la vita del Diavolo Rosso, facendolo addirittura allontanare da New York; al suo ritorno in città, Matt era però riuscito ad raggirarla e farla internare. L’annual, disegnato da Bernard Chang, narra quindi il ritorno della femme fatale a New York in cerca di vendetta sul nostro protagonista e ha come ospite d’eccezione il mercenario chiacchierone, personaggio particolarmente caro a Joe Kelly (che proprio negli anni '90 lo aveva trasformato, con la sua gestione, dall’assassino senza cuore della sua prima apparizione al personaggio comico e surreale attuale) e si inserisce perfettamente nel tono generale della raccolta, permettendo inoltre allo scrittore di introdurre, con un’operazione di ret-con sulle origini di Daredevil, un dettaglio nuovo sul passato del nostro eroe.

La mano di Gene Colan, nel suo ultimo lavoro sul personaggio a lui più caro, è più incerta di quella delle sue prime opere, anche a causa di problemi di salute abbastanza seri che lo colpirono alla fine della sua carriera. Le caratteristiche del suo stile sono qui portate agli estremi, facendo avanzare qualche riserva sulla resa finale: l’uso forse eccessivo delle ombreggiature, per esempio, influisce negativamente sulla caratterizzazione dei volti dei personaggi e l’utilizzo di una colorazione sfumata finisce col rendere un po’ troppo confuse le scene di azione, in cui le pose plastiche dell’eroe, marchio di fabbrica del disegnatore, sebbene meno numerose, sono comunque presenti.
Nonostante questi piccoli difetti, l’operazione amarcord messa in atto dalla Marvel nel 1997, ingaggiando l’autore simbolo di Daredevil per dare vita ad un ciclo dal sapore fortemente tradizionale, si può dire sicuramente riuscita. In questo senso, l’ultima storia dell’albo, realizzata nell’ambito dell’iniziativa Flashback, volta a mostrare momenti inediti del passato degli eroi Marvel ed incentrata sul racconto del primo giorno all’università di un giovane Matt Murdock, accompagnato da suo padre (e da uno Stan Lee in formato autista di autobus), appare essere la vera chicca del volume. Per la realizzazione di questa storia, non poteva essere scelto artista migliore di Colan, e l’autore ripaga l’affetto e la fiducia riposte in lui con una prova superlativa, malinconica e divertente allo sesso tempo, che è il miglior commiato possibile dal personaggio al quale ha più legato la propria carriera e riesce sicuramente a far scorrere quel brivido nella schiena dei fan del Diavolo Rosso di cui parlavamo all’inizio e che solo vere leggende dei comics come Gene Colan possono regalare.

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