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Antonio Ausilio

Antonio Ausilio

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4 Words About: Punisher 1

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
Punisher 1

Benjamin Percy sceglie, giustamente, di proseguire il discorso da lui iniziato in Punisher Red Band – Sangue al cervello nel quale Frank Castle è stato riportato ad atmosfere decisamente più urbane, dopo il lungo intermezzo mistico/fantasy, con cui Jason Aaaron ne aveva stravolto le fondamenta. Ci sono molte domande in sospeso a cui rispondere ma, per ora, basti rivedere il Punisher agire nel suo ambiente naturale, tra le ombre dei vicoli notturni di New York, dove la sua nemesi storica, Mosaico, si sta muovendo per prendere il comando sulla criminalità locale.
Percy sembra voler percorrere una strada a metà tra il noir (anche piuttosto crudo) e l’action puro, richiamando alcuni importanti comprimari come Micro, per cercare di ridare lustro al personaggio rimanendo fedele alla sua caratterizzazione tradizionale.
José Luis Soares alle matite mostra qualche incertezza nel ritrarre i volti di un po’ tutti i character, ma il talento c’è e si vede.

MPUJA016ISBN 0

MPUJA016ISBN 1

Dettagli albo
Editore: Panini Comics
Autori: Testi di Benjamin Percy, disegni di José Luis Soares
Formato: 17x26 cm, 32 pp., col., spillato
Genere: Supereroistico
Prezzo: 4 €
Voto: 6,5

Comic(US) Book #13: a tutta Marvel (o quasi)!

  • Pubblicato in Focus

Tredicesima puntata di Comic(US) Book, in cui, con l’avvicinarsi di Armageddon e la ripartenza di varie serie, è la Marvel a farla da padrona. Impossibile, però, non includere anche La spada selvaggia di Conan, che ospita Ali spezzate, una storia magistrale realizzata per intero da Liam Sharp.

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Marvel miniserie 296

Il testamento di Destino
Che sia la volta buona per vedere, finalmente, una maxievento Marvel degno di questo nome? È sicuramente presto per dirlo, ma Chip Zdarsky pare proprio impegnato a far sì che Armageddon possa diventare una saga che i fan della Casa delle Idee ricorderanno a lungo. Questo corposo one shot ne è soltanto un gustoso antipasto, tuttavia, contiene già le premesse di ciò che potremo leggere tra qualche mese. In più, l’autore canadese si dimostra abilissimo nel valorizzare le pochissime cose buone che Ryan North aveva introdotto in Un mondo sotto Destino (è bastato un solo albo a Zdarsky per evidenziare l’assoluta mancanza di ispirazione del suo connazionale, il quale, pur avendo a disposizione ben nove capitoli, non è riuscito a mettere in scena nulla che valga davvero la pena di tramandare ai posteri), avviando tutta una serie di sottotrame, in cui la drammaticità di quello che sta per accadere comincia a palesarsi in maniera inesorabile. E lasciateci anche dire che questo è uno dei rari albi degli ultimi anni dove i Fantastici Quattro tornano a essere i personaggi che abbiamo sempre conosciuto.
Disegni di Cafu a corrente alternata, che peccano, a volte, di staticità e poca espressività.
Voto: 7

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Wolverine: Armi dell’Armageddon 1

Ulteriori indizi su cosa ci verrà offerto in Armageddon arrivano da questa miniserie in quattro parti. Chip Zdarsky, attraverso una trama che mischia di continuo presente e passato, coinvolge Wolverine in un thriller fantapolitico dove ritornano il siero del supersoldato, il progetto Arma-X e diversi altri elementi di storiche saghe della Marvel. Il ritmo è serrato, Logan è davvero lui (non la “controfigura” che appare nel suo mensile) e i misteri si fanno sempre più fitti.
Discreti i disegni di Luca Maresca che, senza strafare, tratteggia i vari personaggi con linee pulite, anatomie precise e una fisionomia dei volti molto comunicativa.
Voto: 7

MCAPI194ISBN 0
Capitan America 7 (194)

Capitan America – L’ombra di Destino parte due
Se Il testamento di Destino e Wolverine: Armi dell’Armageddon hanno introdotto alcuni di quelli che saranno gli assi portanti dell’imminente maxievento, è la serie di Capitan America a spianare realmente la strada verso di esso, con un fine lavoro di tessitura, iniziato da Chip Zdarsky già nel primo numero della sua gestione. A poco a poco, anche aspetti che sembravano solo funzionali alla presentazione della versione aggiornata di Steve Rogers, mostrano, invece, di essere tasselli importanti alla costruzione della saga. In più, continuano gli intrighi politici, sullo sfondo di una Latveria nel caos per la scomparsa di Victor Von Doom e, nel finale, un personaggio femminile, apparentemente secondario, ci regala un cliffhanger assolutamente inatteso. Uno Zdarsky così ispirato, forse non lo abbiamo mai visto.
Efficaci disegni di Delio Diaz e Frank Alpizar, il cui tratto lineare e dotato di una discreta eleganza si rivela più che adeguato sia nel far risaltare le scene d’azione che nel rappresentare i momenti di passaggio necessari a definire le dinamiche del racconto (se ne deve essere accorto anche il buon Chip, tanto che saranno proprio loro a illustrare i vari capitoli di Avengers: Armageddon).
Voto: 7,5

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Iron Man 2 (151)

Iron Man – Sotto Pressione
Joshua Williamson decide di prendersela molto comoda e non aggiunge granché alla trama di cui si è visto qualche scampolo nell’episodio iniziale. Preferisce ricordare ai lettori l’ambiguo rapporto che lega Tony Stark a Whitney Frost, sua conclamata nemesi di questa run. Per il resto, l’autore americano conferma la sua intenzione di rendere le storie di Iron Man vicine, per atmosfera, a quelle della sua controparte cinematografica, dando largo spazio all’umorismo e a una rappresentazione caricaturale di alcuni nemici (M.O.D.O.K. in testa - scusate per l’involontaria ironia - che, comunque, sono ormai anni che è diventato l’ombra del cinico calcolatore e genio criminale delle origini).
Carmen Carnero non lesina l’impegno, ma, ancor più che nel primo numero, mostra chiaramente di non essere l’artista adatta a illustrare una serie del genere.
Voto: 6

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Amazing Spider-Man 16 (L’Uomo Ragno 892)

Spider-Man - La luce alla fine del tunnel e Ritorno a casa
Bisogna dire che le scelte di Joe Kelly degli ultimi mesi ci avevano lasciati un po’ straniti, anche perché è facile immaginare i fan hardcore del Tessiragnatele inorridire di fronte a un Peter Parker perso nello spazio, che si mette ad amoreggiare con un’aliena, venendo, nel frattempo, sostituito sulla Terra da Norman Osborn, con la complicità di Ben Reilly. A mente fredda, però, dobbiamo riconoscere che il povero sceneggiatore americano non avesse molte altre carte da giocare, dopo aver ereditato dai suoi predecessori una serie lunghissima di assurdità. Anzi, a dispetto di queste “licenze poetiche”, le storie si sono dimostrate piacevoli e hanno permesso a Kelly di poter parzialmente riconfigurare il mondo di Spider-Man, prima di iniziare il conto alla rovescia verso Amazing Spider-Man 1000.
I due episodi contenuti in questo numero, tuttavia, sono penalizzati da vari disegnatori ospiti che non si sono rivelati in grado di sostituire neppure il John Romita Jr. meno brillante degli ultimi anni, anche se le toccanti tavole finali, che mostrano la riconciliazione tra Peter e zia May, sono sufficienti a far passare tutto il resto in secondo piano.
Voto: 6,5

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Amazing Spider-Man: divisi 1 (L’Uomo Ragno 893)

Spider-Man – Divisi parte 1
J. Michael Straczynski torna dopo vent’anni a scrivere Spider-Man e lo fa con una mini-saga ambientata durante i primi mesi di college di Peter Parker, quando lui e Gwen Stacy non erano ancora una coppia. Il tono della vicenda è molto leggero (quasi a voler trasferire su carta la spensieratezza della post-adolescenza) e lo stile della sceneggiatura richiama apertamente quello che Stan Lee decise all’epoca per il personaggio. A sentire le dichiarazioni degli autori, sembrerebbe trattarsi di un’operazione di ret-con (pur cedendo a inevitabili adeguamenti temporali, dato che sarebbe stato illogico collocare gli eventi negli anni Sessanta), che, tuttavia, non sappiamo ancora se avrà vere conseguenze sulle trame presenti e future dell’Arrampicamuri.
A ogni modo, questo primo episodio è abbastanza piacevole a leggersi, anche grazie al segno pulito e classicheggiante, con cui Pere Pérez caratterizza le sue tavole.
Voto: 6,5

MVNOM109 0
Venom 15 (109)

Venom – Scontro tra titani
Abbiamo aspettato un po’ di numeri prima di tornare a parlare di Venom, dato che i testi di Al Ewing ci sembravano troppo brutti per essere veri. Adesso possiamo affermare con una certa sicurezza di aver capito la logica, per quanto altamente discutibile, dietro l’indirizzo a metà tra il demenziale e il caricaturale imposto dal fumettista britannico alle storie. Ebbene, è ormai evidente che Ewing abbia deciso di trasformare la testata in una specie di sit-com supereroistica, cercando – senza riuscirci – di creare qualcosa di simile a I superiori nemici di Spider-Man, divertente miniserie scritta da Nick Spencer nel 2013 (non vogliamo neanche provare a menzionare la Justice League di Keith Giffen e J.M. DeMatteis come modello di riferimento, per non rischiare di finire sul rogo come eretici), che prendeva in giro alcuni villain secondari della Casa delle Idee. Il problema è che mai personaggi potevano risultare più sbagliati per un’operazione del genere di quelli scelti dall’autore inglese, considerando la loro storia editoriale e l’importanza che ognuno di essi ricopre all’interno dell’universo Marvel. Passi per Paul Rabin, uno dei comprimari più insignificanti degli ultimi anni, non, però, per Mary Jane Watson, Venom, Madame Masque e il Dottor Octopus (costui protagonista di scenette comiche talmente insulse, che ancora stentiamo a credere che siano state partorite da Ewing). Ci fossero almeno dei bei disegni a rinfrancarci un po’! Intendiamoci, Carlos Gómez non è malaccio, ma neppure un artista dallo stile particolarmente accattivante.
Un’ultima nota: se qualcuno dubita della mediocrità degli attuali editor in forza alla casa editrice newyorkese, rivolga un pensiero a M.O.D.O.K., che in Iron Man abbiamo visto gozzovigliare allegramente a Madripoor, mentre su Venom è ancora rinchiuso nel Raft.
Voto: 5

MAVES196 0
Gli Avengers 34 (196)

Avengers – Prospero
Si avvia verso la conclusione la gestione di Jed MacKay degli Eroi più potenti della Terra e tutte le tessere del mosaico cominciano a incastrarsi tra loro. Nell’episodio precedente abbiamo scoperto che Myrddin non è che una nuova identità di Nathaniel Richards, alias Kang il Conquistatore (che va ad aggiungersi a quelle di Rama-Tut, Immortus e altre ancora). E per quanto tale rivelazione non si sia dimostrata realmente sorprendente, bisogna dire che lo scrittore canadese l’ha portata avanti abbastanza efficacemente. Anzi, probabilmente si tratta dell’aspetto migliore del suo ciclo, nel quale praticamente ogni membro degli Avengers è apparso, invece, piatto e senza carisma (quando non snaturato del tutto: vedi Iron Man e Pantera Nera, quasi irriconoscibili). In questo numero - che si avvale dei disegni di Javier Pina, il cui stile si sta pian piano avvicinando a quello di Pepe Larraz - MacKay ci racconta di come Kang sia diventato Myrddin. La spiegazione, che tira in ballo persino William Shakespeare, è piuttosto strampalata, ma, comunque, porta il villain a essere ritratto con un’intensità alquanto inattesa.
Voto: 6
Nuovi Avengers – L’altra donna parte 1
Leggere ogni episodio dei Nuovi Avengers ci fa seriamente dubitare che nella redazione della Marvel ci sia davvero qualcuno che conosca il proprio lavoro, perché non è francamente accettabile che sia stata data luce verde a una serie del genere. Mai visti personaggi tanto ridicoli. E non stiamo parlando solo dei cattivi, gli infimi Killuminati, ma anche dei cosiddetti eroi, uno più imbarazzante dell’altro, oltreché facenti parte di un team che definire male assortito è poco. Un livello così basso non sarebbe tollerabile neppure se la vera intenzione di Sam Humhries fosse stata quella di realizzare una parodia, considerando che di ironia intelligente qui non se ne vede nemmeno l’ombra. Soltanto un mucchio di fesserie indegne di essere associate alla Casa delle Idee.
E pensare che Ton Lima non è un disegnatore scarso, ma è stato sprecato su questa testata, quando poteva essere impiegato con maggior profitto in opere ben più meritevoli.
Voto: 3

MDEAD183ISBN 0
Wade Wilson Deadpool 1 (Deadpool 183)

Deadpool – Desiderio di morte
Riparte da uno la serie del Mercenario Chiacchierone e lo fa tornando in maniera decisa a quel misto di violenza sopra le righe (anche se più scenografica che reale) e umorismo un po’ demenziale, che, pur essendo elementi sostanziali del personaggio, erano stati parzialmente edulcorati negli ultimi tempi. Ai testi troviamo Benjamin Percy, il quale, dopo aver ben impressionato su Wolverine e X-Force nel periodo krakoano, non si era, al contrario, ripetuto con le testate dedicate a Ghost Rider e Hellverine. Di Deadpool, ha firmato una recente maxiserie, in cui l’antieroe vestito di rosso ha fatto coppia con Logan e in questo primo numero, lo scrittore americano conferma di essere entrato perfettamente in sintonia con la stravagante personalità di Wade Wilson, introducendo anche un mistero riguardante la sorte di sua figlia Ellie, che ne sta determinando lo status attuale e che, presumibilmente, terrà banco nei prossimi episodi.
Letteralmente esplosivi i disegni di Geoff Shaw, il quale sta progressivamente rinunciando al tratteggio molto fitto dei suoi primi lavori, senza perdere di incisività.
Voto: 7

MPUJA016ISBN 0
Punisher 1

Punisher – Ferite di guerra
Un altro numero uno e, dopo Deadpool, troviamo di nuovo Benjamin Percy alle redini della testata, che sceglie giustamente di proseguire il discorso da lui iniziato nel volume Punisher Red Band – Sangue al cervello (immediatamente precedente a questa serie), nel quale Frank Castle è stato riportato ad atmosfere decisamente più urbane, dopo il lungo intermezzo mistico/fantasy, con cui Jason Aaaron ne aveva stravolto le fondamenta (cosa non nuova per il Punisher: tralasciando bizzarrie come Cosmic Ghost Rider o il Frank soprannaturale di Christopher Golden, ancora facciamo fatica a digerire l’improponibile Franken-Castle immaginato da Rick Remender diversi anni fa). Ci sono molte domande in sospeso a cui rispondere (per esempio: che fine ha fatto Maria, la moglie di Frank, che – lo ricordiamo – è tornata in vita grazie alla Mano?), ma, per ora, basti rivedere il Punisher agire nel suo ambiente naturale, tra le ombre dei vicoli notturni di New York, dove la sua nemesi storica, Mosaico, si sta muovendo per prendere il comando sulla criminalità locale.
Percy sembra voler percorrere una strada a metà tra il noir (anche piuttosto crudo) e l’action puro, richiamando alcuni importanti comprimari come Micro, per cercare di ridare lustro al personaggio rimanendo fedele alla sua caratterizzazione tradizionale.
I disegni sono di José Luis Soares, di cui avevamo già parlato bene negli ultimi numeri del Daredevil scritto da Saladin Ahmed. In questo primo episodio, in verità, mostra qualche incertezza nel ritrarre i volti di un po’ tutti i character, ma il talento c’è e si vede.
Voto: 6,5

MUUUL023ISBN 0
Ultimates 23

Ultimates – Ventitrè
Anche Ultimates, al pari delle altre serie ambientate su Terra-6160, si avvia verso il finale e Deniz Camp ne approfitta per mostrarci tutto l’eclettismo di cui è provvisto realizzando, assieme agli evocativi disegni di Stipan Morian (che – non ce ne voglia il volenteroso, ma poco dotato Juan Frigeri - avremmo voluto vedere all’opera più spesso su queste pagine) una sorta di breve poema epico, dove il supereroismo è provvisoriamente sostituito dagli scenari fantasy dei miti norreni, per raccontare l’arrivo del Ragnarök, chiara metafora del “morente” secondo universo Ultimate e della speranza di una sua futura rinascita in veste rinnovata e migliorata. Un semplice esercizio di stile? Forse, ma questo albo è la risposta definitiva a chi ancora chiede a gran voce una prova reale del talento dello scrittore di origini turco-filippine.
Voto: 7,5

MUUWO016ISBN 0
Ultimate Wolverine 16

Wolverine – Sedici
Abbiamo ripetuto più volte come la conclusione di ogni serie ultimate vista finora mostri in maniera lampante che gli sceneggiatori coinvolti non siano stati avvertiti per tempo della decisione dei boss della Marvel di chiudere le trame di Terra 6160. Su questa testata, però, tale scelta ha avuto esiti più che nefasti. Già il ritorno di Logan alla sua reale personalità aveva indebolito non poco i testi di Chris Condon, divenuti fiacchi e prevedibili, ma il rush finale ha determinato un’accelerazione degli eventi così repentina da far sembrare questo ultimo numero un condensato di almeno tre albi. Il risultato è una sceneggiatura inevitabilmente monca, personaggi piattissimi, pathos inesistente e una risoluzione della vicenda assolutamente insoddisfacente.
A ogni modo, non c’era bisogno di tutto ciò, per notare come Alessandro Cappuccio si sia alla lunga dimostrato un artista poco adatto a Wolverine. Se all’inizio, infatti, le tonalità cupe e le ombreggiature molto nette potevano avere un senso nel rappresentare le efferatezze del Soldato d’Inverno e l’estrema drammaticità dello scenario, poi il racconto si è spostato su un binario diverso e lo stile del disegnatore romano è parso spesso fuori sincrono, con in più qualche esitazione di troppo nella definizione dei volti dei vari character e, in generale, nell’intero storytelling.
Voto: 4

M1ABBA014 0
Absolute Batman 14

Batman – Abominio conclusione
Termina su questo numero lo story arc che ha visto il Batman e il Bane dell’Universo Absolute arrivare allo scontro. Un combattimento senza esclusione di colpi, concitato e violentissimo, in cui il body horror (comunque sempre aleggiante) lascia spazio all’action puro, caricato a mille da mostri possenti ed eroi indomabili. Merito di uno Scott Snyder incredibilmente in palla, capace di utilizzare senza alcuna forzatura una miriade di personaggi, tutti caratterizzati in maniera esemplare. Oltre a ciò, tolta la trama principale, già si prefigurano sviluppi futuri inquietanti, che vedranno probabilmente protagonisti gli ex (?) amici di Bruce Wayne, ormai trasformati in freak ancora più spaventosi delle loro versioni classiche.
Nick Dragotta, infine, continua a sorprenderci con tavole dalla gabbia fittissima di vignette che improvvisamente esplodono in pseudo splash page dall’effetto dirompente.
Voto: 8

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La spada selvaggia di Conan 11

Tolto il raccontino, senza infamia e senza lode, che fa da semplice riempitivo, di Ron Marz e Danny Earls (i cui disegni sono appena più decenti di quelli realizzati per la testata di Hulk) il vero pezzo forte - anzi fortissimo - di questo numero della rivista è la meravigliosa storia lunga Ali spezzate, che vede il ritorno in pompa magna di Liam Sharp su Conan dopo averci già fatto sognare qualche mese fa con il breve episodio La tempesta. Il cartoonist britannico non solo ha saputo cogliere appieno lo spirito delle saghe ideate da Roy Thomas, con testi potenti, quasi solenni e perfettamente calati nella spietata realtà dell’Era Hyboriana, ma è anche riuscito a fondere magnificamente il suo stile con quello dei grandissimi artisti che hanno reso celebre l’eroe di Robert E. Howard nei comic book. Ecco quindi, donne bellissime e sensuali degne del miglior Barry Windsor-Smith e guerrieri possenti come soltanto John Buscema sapeva raffigurare. Le tavole sono strabordanti di dettagli e ornamenti, oltreché costruite con un simbolismo che richiama i miti di ogni latitudine ed epoca, rendendo ancora più suggestivo lo svolgersi della trama.
Da acquistare senza la minima esitazione.
Voto: 8,5

4 Words About: La spada selvaggia di Conan 11

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
La spada selvaggia di Conan 11

Vero pezzo forte - anzi fortissimo - di questo numero de La spada selvaggia di Conan è la meravigliosa storia lunga Ali spezzate, che vede Liam Sharp tornare sul Cimmero dopo averci già fatto sognare qualche mese fa con il breve episodio La tempesta. Il cartoonist britannico non solo ha saputo cogliere appieno lo spirito delle saghe ideate da Roy Thomas, con testi potenti, quasi solenni e perfettamente calati nella spietata realtà dell’Era Hyboriana, ma è anche riuscito a fondere magnificamente il suo stile con quello dei grandissimi artisti che hanno reso celebre l’eroe di Robert E. Howard nei comic book. Ecco quindi, donne bellissime e sensuali degne del miglior Barry Windsor-Smith e guerrieri possenti come soltanto John Buscema sapeva disegnare. Le tavole sono strabordanti di dettagli e ornamenti, oltreché costruite con un simbolismo che richiama i miti di ogni latitudine ed epoca, rendendo ancora più suggestivo lo svolgersi della trama.
Da acquistare senza la minima esitazione.

MSSCO011ISBN 0

MSSCO011ISBN 01

Dettagli della rivista:
Editore: Panini Comics
Autori: “Ali spezzate” testi e disegni di Liam Sharp, “Lupi e streghe” testi di Ron Marz e disegni di Danny Earls
Genere: Fantasy
Formato: 20X27,5 cm, 64 pp., S., b/n
ISBN: 9791221951387
Prezzo: 7,90 €
Voto: 8,5

Intervista a Leo Ortolani: da Tapum ai progetti futuri, passando per cinema e intelligenza artificiale

Durante l’ultima edizione del Bergamo Comicon, abbiamo avuto il piacere di intervistare Leo Ortolani, uno dei più importanti e apprezzati fumettisti italiani, che quest’anno ricopriva la carica di magister del Comicon.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.
Intervista a cura di Antonio Ausilio.



Siamo in compagnia di Leo Ortolani, magister del Comicon. Ciao Leo
Ciao. In realtà, non rimarrò magister ancora a lungo, alla fine del Bergamo Comicon perderò subito la carica.

Ma come hai vissuto questa esperienza da magister?
È stata una bella esperienza, benché sostanzialmente uguale a non avere la carica di magister, se non per il fatto che ti chiamano magister.

Di fatto cosa ha comportato il tuo ruolo?
Mi hanno fatto fare tante cose, che, onestamente, non ricordo più, attraverso le quali, comunque, i giovani avrebbero dovuto considerarmi un esempio. Un esempio deleterio secondo me. Io credo di essere più una sorta di punto di partenza, per poi andare avanti e fare di meglio. Spero che sia questo il messaggio del mio magistero.

Ho qui il volume di una delle tue ultime opere, Tapum. Ci puoi dire come ti è venuta l’idea per questa storia, che si discosta un po’ da quelle che realizzi abitualmente?
Diciamo che arriva un momento nella vita in cui ti viene voglia di fare qualcosa di diverso rispetto ai fumetti comici - che sono bellissimi, per carità! - E grazie all’amicizia con Andrea Pennacchi, che mi ha regalato il suo libro La guerra dei Bepi, dopo un po’ un semino nel cervello ha cominciato a germogliare, trovando subito terreno fertile. In una delle parti del libro, si racconta, infatti, della battaglia dell’Ortigara, di cui avevo spesso sentito parlare, così come da sempre conosco la canzone Tapum, che è il canto degli alpini che celebra quella battaglia. Non mi ero, però, mai immerso così tanto nella vicenda, per cercare di capire cosa fosse successo veramente durante la Prima Guerra Mondiale. Oltretutto, se vogliamo, da parte italiana, l’Ortigara è una delle pagine più tragiche di quella guerra. E, ripeto, le ho affrontate in maniera immersiva: mi sono trasformato in un soldato del 1917 e ho voluto raccontare la storia di chi ha combattuto quella battaglia. Tapum non è un fumetto o un romanzo storico. È soprattutto un racconto su come si possa rimanere umani nonostante la tragedia imminente, perché, di fatto, in quello scenario si trattava di dire: oggi ci sono, domani magari non ci sono più. Pertanto, cosa fare per sopravvivere o, semplicemente, lasciare qualcosa di sé stessi a chi sarebbe venuto dopo? Moltissimi soldati, una cosa di questo tipo, anche in maniera inconscia, erano costretti ad affrontarla.

Hai trovato qualche difficoltà ad avvicinarti a un argomento di questo tipo, visto che, come abbiamo detto prima, si discosta in maniera significativa dalle opere che sei abituato a realizzare?
Ma, allora… difficoltà no, anche se si trattava di raccontare una storia sicuramente più impegnativa e più complessa. Inoltre, mi ci dovevo accostare come se stessi entrando in una chiesa, perché l’Ortigara è considerata il calvario degli alpini. Sono morti o rimasti dispersi tantissimi soldati. Anche da parte austrica ovviamente, perché in guerra non ci sono buoni o cattivi, solo poveri diavoli mandati al macello. E proprio come forma di rispetto ho addirittura creato un battaglione inesistente, perché non volevo utilizzare i battaglioni che avevano effettivamente combattuto quella battaglia. Per il resto è la storia stessa che ti dice come affrontare la vicenda, come fare per trattarla con rispetto. Io sono pure stato in cima all’Ortigara ed è veramente stato come entrare in una cattedrale. Alla stessa persona che mi ha accompagnato, Giorgio Gobbo - che è il musicista di Andrea Pennacchi - hanno fatto un po’ impressione i dettagli della battaglia, mentre li rievocavo, nonostante fosse stato lì molte volte. Perché quando arrivi su, sai che ogni roccia che vedi era bagnata di sangue. Una cosa pazzesca. Nel momento in cui gli italiani conquistarono la cima, gli austriaci, che si trovavano tutti nelle cime intorno, scaricarono su di loro l’ottanta-novanta per cento dell’arsenale che avevano a disposizione. Chi descrive la battaglia, parla di un ribollire della cima. Venivano addirittura scagliati per aria i cadaveri sepolti. Io non so cosa abbia visto chi ha vissuto la battaglia. I nipoti mi dicono che i loro nonni – che ormai non ci sono più – non gli raccontavano niente di quello che avevano visto o fatto. Soltanto in caso di – ahimè – sopraggiunta demenza senile, capitava che si svegliassero urlando, dicendo cose stranissime. Queste sono le uniche testimonianze note - al di là dei libri, come quelli di Emilio Lussu, che era tenente della Brigata Sassari e combatté anche lui in quella battaglia – che ci rivelano come fosse quasi naturale trovarsi fianco a fianco con dei cadaveri. Addirittura, si appendevano le giberne a un femore che usciva dal terreno, oppure, mentre si strisciava nelle trincee, si utilizzava come punto di riferimento un ginocchio che spuntava dal suolo. E varie altre cose di questo genere. Ribadisco, quindi, che è necessario fare un grandissimo lavoro di immersione in questi avvenimenti, per cercare di restituirlo nel modo migliore. Io ho cercato di farlo come ho potuto. Per fortuna ho deciso di non realizzare un libro a colori, forse perché l’avrei trovato volgare, dato che sarebbe stato tutto rosso. Ho comunque usato una china acquerellata perché dovevo mostrare lo sporco di quella guerra, che non è stata altro che sangue, merda e fango. Senza spazio per l’allegria. E con questa china acquerellata credo di aver raggiunto un giusto equilibrio tra la narrazione e il disegno.

Considerando l’argomento e come l’hai descritto, pensi di realizzare in futuro qualcos’altro del genere o preferisci tornare alle tue tematiche abituali?
Guarda, mi hanno proposto qualcosa di simile, traendo spunto dalle lezioni di Alessandro Barbero. Però mi sono detto: la mia guerra l’ho già combattuta ed è stata emotivamente intensa. Ho pianto a scrivere Tapum e ho pianto di nuovo quando l’ho riletto. Mi sono detto: ma che cosa (in realtà, Ortolani usa un termine più colorito, ndr) ho scritto? E credo di aver trasmesso bene la realtà della battaglia. Almeno, così mi hanno confermato in tanti. Pennacchi stesso mi ha detto: “chi l’avrebbe detto? Mi sono commosso” (Ortolani cita Pennacchi parlando con accento veneto, ndr). Io credo che nel cammino di un autore, se continua a maturare, un libro come questo debba essere considerato un gradino in quella direzione, tenendo presente che se ci fosse qualcos’altro da raccontare, non debba necessariamente trattarsi di una battaglia o di una guerra. Ammetto, però, che il mio sogno nel cassetto è scrivere di Masada, la roccaforte sul Mar Morto dove, secoli fa, si rifugiarono gli ebrei per sfuggire all’esercito romano. I soldati di Roma allestirono un accampamento sotto quella rocca inespugnabile, a cui si arrivava attraverso il cosiddetto “sentiero del serpente”, perché procedeva a zig-zag. Per poterci arrivare e buttare giù le mura, i romani costruirono una rampa pazzesca, degna delle piramidi, ma quando entrarono, gli ebrei si erano tutti suicidati, una beffa dopo anni di assedio. Tra l’altro, all’interno della roccaforte non mancavano acqua, bestiame, coltivazioni, quindi era praticamente inespugnabile. Le cronache dell’epoca dicono che solo uno sopravvisse, per raccontare ai romani cosa fosse successo.
Ma da dove deriva il mio interesse per questa storia? Ebbene, quando andai in Terrasanta, nel 2009, Masada era l’unica cosa che mi interessava veramente vedere in quel viaggio. Il giorno della visita, tuttavia, non mi sentii bene. Andai su lo stesso e feci un breve giro e in quello che restava dei mosaici delle abitazioni trovai il simbolo di Rat-Man, per cui sapevo già chi sarebbe sopravvissuto alla fine (risata generale, ndr). Ho, quindi, cominciato a rifletterci su. Esiste pure uno sceneggiato con Peter O’Toole a capo dei legionari romani (Masada, miniserie televisiva trasmessa dalla ABC nel 1981, ndr) da prendere in considerazione. Insomma, l’idea di base c’è e sarebbe anche in controtendenza, dato che i resti dell’antica roccaforte sono il luogo dove l’esercito israeliano va a giurare dicendo: “non ci sarà più un’altra Masada” e stona con quello sta succedendo in questo periodo. Non proprio un gran momento di “marketing” per l’IDF. Si parlerebbe, però, di un’altra epoca, di una storia diversa, al tempo dell’occupazione romana.

Si tratta comunque di una storia di resistenza, quindi più o meno quello che sta succedendo adesso, anche se a parti invertite.
A parti invertite, assolutamente. La storia sarebbe comunque interessante e la cosa bella è che tu devi cercare di capire cosa pensavano gli ebrei arroccati in cima e i romani sotto di loro. In altre parole, non conterebbe più il momento storico, ma, piuttosto, le relazioni umane.
Il Covid l’ho già raccontato attraverso le strisce, perché l’abbiamo vissuto tutti. Si tratterebbe, però, di una situazione simile. C’era questa gente asserragliata, impossibilitata a lasciare questa rocca e per anni sono rimasti lì.

Bene, allora speriamo di leggerla presto questa storia di Masada, anche se, probabilmente, ci vorrà un po’.
Non so se arriverà, perché ce l’ho nella testa dal 2009 e se ancora non l’ho realizzata, significa che c’erano altre cose che mi interessavano un po’ di più.

Nel frattempo, comunque, rimani sempre legato alle cose che ti piace fare, in particolare le parodie di film e di serie televisive – più film che serie televisive, in realtà – dove le tematiche sono spesso legate al fantastico, sia che si tratti di fantasy vero e proprio, che di fantascienza o horror, come nell’ultima miniserie uscita per Panini (La conjura del male, ndr). Tra queste tematiche, ce n’è qualcuna in particolare che ti interessa di più, oppure possiamo dire che quando qualcosa ti colpisce, ti piace poi farne una parodia?
È proprio così. Ad esempio, ho appena visto Backrooms al cinema e devo dire che mi ha colpito molto. Non so se ne farò una parodia, però effettivamente non è male come storia. Ti acchiappa moltissimo. Ovviamente le mie parodie non vogliono essere un prendere in giro. Le faccio quando mi innamoro di un’opera. Voglio trarne qualcosa anch’io e allora prendo da essa alcuni elementi e li inserisco in una storia diversa. È un esercizio di rimescolamento, per dare un nuovo significato allo stesso materiale. A volte riesce molto bene, come in 299+1, che era la parodia di 300. A volte è qualcosa di più leggero come Star Rats, la parodia di Guerre Stellari. Altre volte ancora cerco di portare un messaggio o qualcosa di simile, per cui in Avarat parlo di tornare alla natura e di non di credere che si possa fare tutto con la propria carta di credito.
A ogni modo, l’importante è che mi diverta.

Considerando che tu sei uno sceneggiatore, quindi, in grado di criticare anche sceneggiature che non sono prettamente fumettistiche e visto che sei un appassionato di cinema - prima hai menzionato Backrooms, per cui suppongo che ti piacciano di più le piccole opere, dove magari percepisci un po’ più di creatività dietro la storia - cosa ne pensi della cinematografia hollywoodiana attuale, che sappiamo non averti convinto in alcuni casi, vedi, per esempio il Superman di James Gunn?
Adesso andrò a vedere pure Supergirl, che molti dicono sia un vero disastro. Se Superman lo hanno salvato, con Supergirl, invece, proprio non ci siamo. Ho sentito anche l’amico e collega, oltre che bravissimo recensore, Roberto Recchioni, che ne parlava su Instagram. Ha detto che il primo terzo del film funziona benissimo, ma da lì in poi è un disastro. E lui è uno che riesce a parlare bene anche di pellicole che magari non funzionicchiano, perché, in fondo, è un buono. Ma se dice che è un disastro, allora la mia recensione è praticamente già scritta.
Diciamo che il sistema hollywoodiano sta un po’ collassando su sé stesso, perché l’intento è guadagnare miliardi di dollari, pertanto, quando i produttori trovano qualcosa di buono in un film, cercano semplicemente di replicarlo. È come se cercassero la formula della pietra filosofale, senza aver capito che se un film funziona è perché c’è una visione dietro. Se questa visione manca o viene rimaneggiata da esigenze di produzione, di inclusività o da considerazioni di tipo economico, perché il budget a disposizione è maggiore, allora arriva l’insuccesso. I film partono dalle idee, dalla visione di chi lo porta avanti e di tutti gli altri collaboratori che condividono quella visione. E questo non lo dico io, ma Gabriele Mainetti (regista di Lo chiamavano Jeeg Robot e La città proibita, ndr), con cui sono in amicizia. Ci sono film fatti con pochi mezzi, ma con una visione e funzionano. Altri fatti con un dispendio di mezzi maggiore, dove, però, la visione si è persa, perché ognuno cerca di tirare la giacchetta dalla propria parte e alla fine il film non può che deragliare. Credo proprio che Hollywood abbia un problema di questo tipo. Naturalmente un film dal piccolo budget ha più libertà e tra l’altro, in proposito, c’è una bellissima riflessione sull’arrivo dell’intelligenza artificiale. Che fa paura a tutti, ma a me no e neppure a Gabriele Mainetti. Entrambi sappiamo che non può sostituirci. Non ci sarà un bottone da schiacciare, che farà uscire una storia già pronta. Poi, nel mio caso, io lavoro ancora con le matite, quindi proprio non mi riguarda. Nella cinematografia, tuttavia, l’utilizzo di questo software ti aiuta a potenziare ciò che già possiedi. E, in più, dimezza i costi. Si sente dire che manderà a casa un sacco di gente, ma non si considerano i tecnici che saranno necessari a utilizzare questo software. E non solo, adesso ci sono film hollywoodiani che costano 120-200 milioni di dollari, però, come detto, con l’intelligenza artificiale i costi si dimezzano, per cui si potranno girare più film. Pellicole considerate rischiose perché con un costo stimato di 100 milioni di dollari, potrebbero costarne solo 30 e sarebbe più facile che si decida di realizzarle. Io non vedo l’ora che succeda una cosa del genere. Bisogna sempre guardare l’aspetto positivo nelle cose. Subito ci si spaventa perché si pensa: oddio adesso prenderà il mio posto, “nel 2029 arriva Skynet” (riferimento a Terminator, ndr). Ma, naturalmente, non bisogna ascoltare quelli che hanno già decretato la fine del mondo, bensì coloro che lavorano veramente con l’intelligenza artificiale. Questi diranno che è semplicemente uno strumento da utilizzare con attenzione, con il quale, ovviamente, ti devi impegnare. Ora sembra che alla gente importino solo cose del tipo: prendo Tom Cruise e Brad Pitt, schiaccio un tasto e cominciano a picchiarsi, ma non è così. È qualcosa di meraviglioso, che va gestito correttamente.

Una curiosità, per finire: quando lavoravi ancora sulle fanzine, c’era una tua storia su Made in USA (nota fanzine dedicata al fumetto americano pubblicata all’inizio degli anni Novanta, ndr) che era una specie di Fantastic Four – The end. Hai mai avuto la tentazione di riprenderla? Di chiedere di pubblicarla, visto che collabori con Panini Comics?
No comment. Stiamo a vedere, non posso dire altro. Al limite posso accennare al fatto che Tom Brevoort della Marvel (attuale editor delle testate mutanti, ndr), la tradusse e la pubblicò per intero sul suo blog. E sia lui che Kurt Busiek (lo sceneggiatore della celebre miniserie Marvels, ndr) dissero: “questo qua ha realizzato una storia che anche noi avremmo voluto fare, ma non abbiamo avuto il coraggio di premere il grilletto”. Dissero proprio questo e aggiunsero: “anche se l’avessimo fatto, saremmo comunque arrivati con dieci anni di ritardo rispetto a lui”. Busiek continuò: “darei una settimana di vita per avere una tavola finale come quella che chiude la saga di questi quattro numeri”.
Sono rimasto con gli occhi a forma di cuore per settimane, leggendo i commenti di gente come loro, che lavora in questo settore ad altissimi livelli.

Possiamo dire, quindi, che i Fantastici Quattro sono i tuoi personaggi Marvel preferiti?
Più di loro, il Dottor Destino. Infatti, non vedo l’ora che arrivi Avengers: Doomsday al cinema. Vediamo un po’ come riusciranno a gestirlo.

Si stanno accumulando i tuoi fan, per cui, grazie mille Leo. Gentilissimo.

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