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Antonio Ausilio

Antonio Ausilio

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Strangers in paradise. 25 anni dopo, recensione: il breve ritorno del classico di Terry Moore

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Ebbene sì, sono passati già venticinque anni da quando Terry Moore fece timidamente il suo esordio sulla scena fumettistica statunitense con un’opera anomala, molto lontana dal gusto e dalle mode del periodo, ma che presto avrebbe raccolto uno zoccolo duro di fan agguerritissimi, ancora oggi molto numerosi.
Nata nel 1993 come miniserie di tre numeri per la piccolissima Antarctic Press, Strangers in Paradise traslocò presto presso gli Abstract Studios, una casa editrice fondata da Moore stesso, dove la serie rimase fino alla sua conclusione, nel 2007. L’autore texano, intenzionato a seguire le orme di altri due suoi celebri colleghi, Dave Sim e Jeff Smith, decise infatti di non appoggiarsi alle big Marvel e DC, ma neanche alle emergenti Dark Horse e Image, e di autoprodurre la sua creatura, in modo da mantenerne il controllo totale.

Dei tre autori citati, però, solo Sim (che è stato anche il mentore degli altri due, dato che iniziò la sua attività di fumettista indipendente fin dal 1977) rimase fedele ai suoi propositi iniziali e i 300 numeri del suo Cerebus vennero interamente pubblicati dalla minuscola Aardvark-Vanaheim, di proprietà sua e di sua moglie. Sia Moore che Smith, infatti, vennero travolti dalla crisi che investì il fumetto americano a metà degli anni Novanta e le rispettive case editrici (quella di Smith si chiamava Cartoon Books, sotto la cui etichetta uscì fin dal primo numero Bone, la sua serie più nota) si ritrovarono presto senza un distributore. Ad aiutarli arrivò l’Image, che pubblicò per un breve periodo entrambe le serie (per la precisione, Strangers in Paradise apparve nella sotto-etichetta Homage, un altro tentativo di Moore di conservare la propria indipendenza), un tempo necessario ai due autori per recuperare la visibilità perduta, potendo, così, tornare, dopo pochi mesi, all’autoproduzione.

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Un giovane lettore americano di oggi, in un mercato dove, ormai, trovano spazio opere di ogni tipo (grazie agli ingenti investimenti di piattaforme streaming e studios hollywoodiani sempre pronti ad accaparrarsi i diritti di nuove serie, da adattare per il grande e per il piccolo schermo), troverà, probabilmente, difficile capire quanto sia stata coraggiosa, allora, la scelta di Moore e soci, quando essere indipendenti voleva dire davvero poter contare solo sulle proprie forze. Ma, d’altra parte, quale altra strada, se non l’autoproduzione, poteva intraprendere il cartoonist americano, per vedere pubblicata la storia di un semplice triangolo amoroso (quello che si crea tra le due protagoniste, la romantica e impacciata Francine Peters e l’energica e irrequieta Katina “Katchoo” Choovanski, con il timido e gentile David Qin a fare da terzo incomodo) in un momento in cui solo i supereroi sembravano poter catturare l’interesse del pubblico? Perché è questo che raccontava, di fatto, Strangers in Paradise, nonostante i lunghi intermezzi a metà tra il thriller e la spy-story, che, di frequente, interrompevano le scaramucce amorose dei tre. Francine, Katchoo e David erano persone reali: i loro dubbi, le loro paure, le loro reazioni, erano quelle di ognuno di noi, raccontate, però, con una profondità e con un’intensità che aveva pochi eguali nel fumetto, non solo americano.

Come dar torto, quindi, a tutti gli appassionati, che si sono entusiasmati non appena hanno appreso la notizia che Moore avrebbe proseguito le vicende dei loro beniamini? Ma, che questi nuovi episodi siano un reale seguito della serie originale è vero solo in parte. Le emozioni, i sentimenti, quello che, in poche parole, aveva reso Strangers in Paradise quel piccolo cult, il cui ricordo è ancora vivo nella memoria di tanti lettori, anche italiani (nonostante la travagliata vita editoriale nel nostro Paese, dato che l’opera, prima di arrivare nelle capaci mani di Michele Foschini e di Caterina Marietti e della loro Bao Publishing, era passata in pochi anni attraverso ben quattro editori) vengono lasciati un po’ in disparte, anche se, nei brevi momenti in cui emergono, regalano nuovamente al lettore la magia dei passaggi più riusciti degli episodi precedenti. Naturalmente, in questo modo, a farne le spese è Francine, il personaggio maggiormente legato al lato sentimentale della serie, che compare solo in una manciata di vignette: una scelta che scontenterà parecchi fan, nonostante una Katchoo più esuberante che mai e sempre nel vivo dell’azione.

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L’impressione che si ha alla fine del volume, infatti, è che Moore abbia voluto a tutti i costi tornare a utilizzare i suoi personaggi più noti, nonché quelli a cui si sente maggiormente legato (come lui stesso dichiara alla fine del volume), ma che fosse intenzionato a raccontare una storia di tutt’altro tipo. Se ci dimentichiamo per un momento della serie originale, però, è proprio dal punto di vista della narrazione che a Moore non si può rimproverare nulla: la trama imbastita dall’autore texano, infatti, è molto ben congegnata, oltre che coinvolgente e decisamente intrigante. Una dimostrazione di come, nel tempo, Moore abbia notevolmente affinato le sue capacità di storyteller, riuscendo a eliminare quel modo di raccontare un po’ scontato e quelle incertezze che, talvolta, penalizzavano i primi episodi della serie. Quando, infatti, il torbido passato di Katchoo venne portato alla luce, in molti ritennero quella parte della storia la meno riuscita della serie. Quasi un riempitivo o un modo per tenere viva l’attenzione del lettore, in attesa che tutti i risvolti sentimentali arrivassero alla conclusione decisa dall’autore. D’altra parte, però, Moore ha dimostrato nei suoi lavori successivi di non volersi fossilizzare su un genere ben definito e, per quanto la parte sentimentale fosse sempre presente (soprattutto in Motor Girl, la sua serie più recente), erano altre le tematiche che il cartoonist texano aveva deciso di esplorare (la fantascienza, con abbondanti dosi di supereroismo, in Echo e l’horror in Rachel Rising). Quello che non è mai mancato, però, era il gusto per il mistero, il desiderio di scoprire le carte a poco a poco, in modo da tenere il lettore incollato all’albo fino all’ultima pagina. Ed è tale aspetto che caratterizza in maniera netta questo “finto” seguito, con una Katchoo che si trova improvvisamente invischiata in un complotto a metà tra il fantapolitico e il “fanta-archeologico” alla Indiana Jones (preferiamo non rivelare molto della trama per non rovinare la sorpresa ai lettori).

A rendere ancora più appassionante la vicenda, poi, contribuisce l’aperto utilizzo di molti personaggi comparsi nelle serie successive a Strangers in Paradise, che, sostanzialmente, rende ufficiale quello che Moore aveva finora solo suggerito in maniera più o meno scoperta in alcune brevi scene delle succitate serie, e cioè che tutte le sue creazioni condividono lo stesso universo narrativo (già ribattezzato “Terryverse”). Non solo, nella postfazione alla fine del volume, l’autore texano ammette chiaramente che questo nuovo capitolo di Strangers in Paradise sia effettivamente da considerare un preludio alla sua nuova serie Five Years, un autentico crossover dove tutti i personaggi partoriti dalla sua mente si uniranno per cercare di fermare la minaccia descritta in questo volume, che rischia di portare l’umanità verso l’olocausto nucleare.

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Un breve accenno ai disegni prima di chiudere, dove non si segnalano particolari novità rispetto a quanto visto nei lavori di Moore più recenti: il suo tratto ormai maturo è, pur nel suo minimalismo, più che sufficiente a descrivere l’intimità dei protagonisti, e il ricorrente uso dei primi piani garantisce quell’espressività che si perderebbe a seguito dello scarso dinamismo del suo segno (particolarmente evidente già a partire dalla staticissima sequenza di fuga delle prime pagine). Da segnalare, infine, il lento ma costante affrancamento da quelle piccole ascendenze schulziane (Moore è un fan dichiarato del papà dei Peanuts), che in passato contraddistinguevano distintamente le gag o i passaggi umoristici delle sue serie. Moore non rinuncia a queste sequenze, ma la deriva cartoonesca è sensibilmente ridotta rispetto ai suoi esordi.

Ghost Rider Cosmico, recensione: l'inedito Punitore spaziale che conquista i lettori

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Non c’è più pace per Frank Castle. Dopo essere morto innumerevoli volte, aver cacciato demoni per conto degli angeli, essere diventato una sorta di mostro di Frankenstein (in uno degli archi narrativi più deliranti di Rick Remender), aver indossato l’armatura di War Machine, e parecchie altre cose, scopriamo che nel futuro (o meglio, in uno dei tanti possibili futuri del multiverso Marvel) il Punitore diventerà il nuovo Spirito della Vendetta, poi l’ennesimo araldo di Galactus e, infine, prima di essere ucciso da Silver Surfer, il servitore di Thanos.

Il Ghost Rider Cosmico compare per la prima volta negli ultimi episodi della recente serie dedicata al titano dalla pelle viola, in un ciclo di storie intitolato Thanos vince, dove il folle adoratore della morte viene trasportato in un remotissimo futuro a incontrare una versione anziana di se stesso che, pur avendo praticamente sterminato tutta la vita nell’universo, sembra avere bisogno del suo io più giovane per sconfiggere l’unico essere ancora in grado combatterlo, il Caduto (una versione futura di Silver Surfer in grado di brandire il Mjolnir).

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La storia, narrata nella miniserie Cosmic Ghost Rider, riparte proprio dal finale di Thanos vince, con un Frank Castle degno di entrare nel Valhalla (che nelle leggende nordiche è il paradiso dei combattenti morti con onore in battaglia), grazie a Odino, che ne ha sempre ammirato l’incontenibile spirito guerriero. Ma i secoli in compagnia di dei e valchirie non riescono ad allontanare in lui il rimorso per essere stato al servizio del peggior criminale dell’universo. Un autentico tradimento alla missione a cui aveva dedicato tutta la vita, dopo l’assassinio della sua famiglia. Consapevole di non poter guarire la profonda inquietudine di Frank, Odino si convince a riportarlo in vita, di nuovo come il Ghost Rider Cosmico. Pronto a solcare l’immensità dello spazio in sella alla sua moto, Frank chiede a Odino di tornare indietro nel tempo, quando Thanos era ancora un bambino, in modo da poterlo uccidere prima che possa crescere come il mostro genocida che è destinato a diventare, rimediando, così, al tragico errore commesso nella sua vita precedente. Assassinare un bambino, però, non è semplice neppure per il Punitore, per cui il nostro “eroe” si convince che, tenendo lontano il piccolo Thanos da violenza e morte, potrebbe riuscire a evitare ciò che le forze del fato sembrano aver già deciso per lui. In mezzo a scorribande spazio-temporali, con tutto l’universo che sembra complottare contro di lui, Frank imparerà che cambiare il destino degli esseri viventi è molto difficile, anche per chi possiede contemporaneamente il potere cosmico e quello infernale.

Ai testi di Thanos vince e di questa miniserie troviamo l’astro nascente Donny Cates, il giovane sceneggiatore texano che si è imposto rapidamente all’attenzione di pubblico e critica per la sua capacità di creare storie veloci, frizzanti, divertenti, dove l’ironia non manca mai, così come l’inventiva, tanto da essere richiestissimo sia dalle case editrici indipendenti (per le quali ha ideato opere già celebrate come Babyteeth, Redneck e God Country) sia da una major come la Marvel, che lo ha ormai inserito nella sua lista di autori di punta, e a cui ha affidato serie bisognose di essere rilanciate (recentemente lo abbiamo apprezzato su Dr. Strange e Venom). Estremamente prolifico (lo vedremo presto su parecchi nuovi progetti della Casa delle Idee), non gli manca neppure la spavalderia tipica della sua giovane età, tanto che, recentemente, ha scherzosamente accostato le sue storie di Venom a un capolavoro irraggiungibile come Watchmen. Una specie di Quentin Tarantino dei comics, insomma, o un novello Garth Ennis, dai quali ha ereditato il gusto per l’irriverenza e la capacità di sorprendere, mostrando, allo stesso tempo, di sapersi contenere con gli eccessi grotteschi o dissacranti.

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La trama imbastita da Cates per questo Cosmic Ghost Rider ricorda l’incipit di parecchie storie di fantascienza, in particolare l’idea che si possano eliminare le sofferenze causate da un individuo, uccidendolo da bambino grazie a un viaggio indietro nel tempo. Ma nelle mani dell’autore texano questa semplice premessa diventa molto di più: Cates non si limita a mettere in piedi una sorta di lungo “what if?” (un omaggio alle celebri storie immaginarie della Marvel, reso ancora più evidente dalla presenza dell’Osservatore), ma si scatena in una sequenza infinita di trovate divertenti, mostrando sia di sapere già utilizzare parecchi trucchi narrativi, che molti cartoonist più navigati di lui non hanno mai compreso fino in fondo, sia di sapersi abilmente destreggiare all’interno della continuity marvelliana. Il tutto condito da una buona dose di ironia, da testi ammirabili per arguzia e dal desiderio di non prendersi mai troppo sul serio (non si spiegherebbero, altrimenti, idee al limite del demenziale come lo strano ibrido tra il Fenomeno e Howard il Papero, con cui Frank si trova costretto a combattere). Inoltre, lavorare su personaggi che ancora non appartengono al pantheon della Marvel (anche se Thanos, dopo il clamoroso successo di Avengers: Infinity War e il prevedibile exploit del suo seguito di fine aprile, ne entrerà presto a far parte), gli ha permesso di godere di una libertà creativa invidiabile, che ha sicuramente influito positivamente sulla riuscita dell’opera. Non a caso, Cates ha affermato in alcune interviste di considerare Cosmic Ghost Rider una sorta di serie “indipendente”, ma scritta per la Marvel. Merito, senz’altro, del feeling che si è creato con l’editor Jordan D. White, già assieme a Cates sulla serie di Thanos e bravo a riconoscere l’abilità dello sceneggiatore a reinterpretare in chiave moderna parecchi personaggi della Casa delle Idee, concedendogli tutta l’autonomia necessaria a raggiungere questo scopo.

Per quanto riguarda i disegni, lo stile cartoonesco del canadese Dylan Burnett si sposa alla perfezione al taglio leggero e scanzonato dei testi di Cates, tanto che a volte sembra di rivivere la perfetta simbiosi che si era creata su un'altra serie dalle atmosfere simili, la mai dimenticata Hitman del duo Garth Ennis-John McCrea. Il merito principale di Burnett è quello di “aggiustare” il suo tratto a seconda del ritmo della narrazione, accrescendo o diminuendo l’aspetto caricaturale dei personaggi sulla base del tasso di drammaticità della storia. Infine, il suo segno così distante dalla classicità Marvel, è, probabilmente, l’ennesima conferma di come la Casa delle Idee abbia ormai deciso di non fissare più rigidi paletti atti a contenere la creatività dei suoi talenti, spesso liberi di esprimersi come meglio credono.

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Il Ghost Rider Cosmico sarà presto uno dei membri del cast della nuova testata dedicata ai Guardiani della Galassia, un rilancio affidato ancora una volta all’estro di Cates. La serie, di cui sono appena usciti i primi numeri negli USA, dovrebbe arrivare da noi tra maggio e giugno, presumibilmente alla conclusione di Infinity Wars. Inutile dire che non vediamo l’ora di leggerla.

Star Slammers. The complete collection, recensione: l'opera integrale di Walter Simonson

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Non ce ne voglia Jason Aaron, da tempo alle redini della testata dedicata al Dio del Tuono, ma per i fan di Thor di vecchia data, sentire il nome di Walter Simonson significa ricordare con nostalgia quello che è tuttora considerato l’arco narrativo più bello del super-eroe ispirato al dio scandinavo e, probabilmente, anche l’opera più importante del fumettista originario del Tennessee.
Il motivo per cui quelle storie sono diventate così famose va ricercato nella perfetta combinazione che seppe creare Simonson tra l’epica dei miti norreni - di cui l’autore americano è un appassionato - e le atmosfere anni Sessanta delle migliori storie di Stan Lee e Jack Kirby. Inoltre, l’ammirazione per il co-creatore dell’Universo Marvel, spinse l’autore americano a modificare il suo stile di disegno fino a riuscire a rievocare, almeno in parte, il gigantismo e l’esplosività tipica delle tavole del Re, portando la serie di Thor a essere considerata uno dei più importanti fumetti americani degli anni Ottanta.
Grazie a quelle storie, Simonson divenne uno degli autori di punta della Marvel, prima facendo coppia con la moglie Louise Jones su X-Factor poi, nuovamente come autore completo, prendendo in mano la serie dei Fantastici Quattro. In seguito l'artista si dedicherà a opere creator-owned, sull’esempio dei colleghi e amici Frank Miller e John Byrne, accasatasi, nel frattempo, alla Dark Horse (nella sotto-etichetta Legend), con il desiderio di svincolarsi dalle rigide regole di Marvel e DC, e di possedere i diritti delle proprie opere.

Simonson si rivolse alla Malibu, una piccola casa editrice californiana, diventata improvvisamente uno degli attori più importanti del mercato fumettistico americano, per aver distribuito i primi numeri della neonata Image Comics. Intenzionata a rimanere ai vertici di quel mercato, nonostante Todd McFarlane e soci avessero deciso di andare per la loro strada, la Malibu acconsentì nuovamente a concedere il proprio canale distributivo alla Bravura, un consorzio di fumettisti del quale facevano parte Simonson, appunto, e autori del calibro di Howard Chaykin, Gil Kane, Jim Starlin e Peter David.
Simonson esordì con la miniserie Star Slammers, dove riprese i personaggi che aveva creato durante i suoi anni universitari e che gli avevano permesso di ottenere il suo primo lavoro da professionista alla DC. Gli stessi personaggi, per la verità, nel 1983 erano stati anche i protagonisti del sesto numero della serie Marvel Graphic Novel (pubblicato in Italia per la prima volta nel 1992, sulla rivista Supercomics della Max Bunker Press), una collana nata solo l’anno prima, attraverso la quale l’allora editor-in-chief della Casa delle Idee, Jim Shooter, prendendo a modello i volumi a fumetti pubblicati in Francia, desiderava proporre le avventure degli eroi della casa editrice newyorkese con un approccio più adulto. Quella storia, nelle intenzioni di autore ed editore, avrebbe dovuto essere un semplice preludio a una possibile serie che, però, visti gli impegni del cartoonist su altre testate, non si fece mai. Già da queste poche righe è facile intuire quanto sia stata travagliata la storia editoriale di questi personaggi, i quali, come detto, ritornarono solo nel 1994 grazie alla Malibu.

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La miniserie degli Slammers era stata concepita per durare cinque numeri, ma solo quattro di questi videro la luce sotto l’etichetta della casa editrice californiana. Infatti, non più soggetto ai controlli di un supervisore, Simonson si dimostrò incapace di rispettare le scadenze, finché lo scoppio della bolla speculativa, che colpì l’industria del fumetto americano nella prima metà degli anni Novanta, non cominciò a mietere le prime vittime. La Malibu fu una di queste: alla fine del 1994, cioè lo stesso anno in cui cominciò a uscire la nuova miniserie degli Slammers, la casa editrice fu acquisita dalla Marvel e le serie Bravura finirono nel limbo (fa quasi tenerezza leggere le note di apertura del numero 7 dell’effimera rivista della Star Comics, che, più di vent’anni fa, pubblicò in Italia per la prima volta i personaggi di Simonson e compagnia. Il curatore della testata, che era stata chiamata proprio Bravura, annunciava la temporanea sospensione delle pubblicazioni per mancanza di materiale, dando la colpa ai ritardi accumulati dagli autori e alla lentezza della Malibu a fornire le pellicole per la stampa. Fiducioso di un futuro ritorno in edicola di lì a poco, elencava tutte le nuove miniserie in cantiere. Inutile dire che le pubblicazioni non ripresero più).
Simonson, quindi, si vide costretto a far uscire l’ultimo numero della miniserie come one-shot presso la Dark Horse nel 1996, realizzando, lo stesso anno, anche un breve preludio in bianco e nero (una sorta di collegamento tra graphic novel e miniserie), che apparve sulle pagine dell’antologica Dark Horse Presents. Poi più nulla, e, per quanto l’autore americano abbia più volte dichiarato di voler riprendere le vicende degli Slammers con nuove pubblicazioni, per ora i personaggi sono solo stati oggetto di una recente ristampa da parte della IDW, che ha ripubblicato tutte le storie apparse fino a questo momento sotto forma di miniserie di otto numeri. Questa collana ha proposto la saga degli Slammers in ordine cronologico, a partire dalla vicenda narrata nel graphic novel del 1983.

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Nel primo numero apprendiamo di come gli Star Slammers (il cui nome deriva da “power slammer”, la caratteristica fionda, che ognuno di loro sa utilizzare con grande maestria) siano un popolo di mercenari, abilissimi nel combattimento e, per questo, temuti in tutta la galassia. Cacciati secoli prima dal loro pianeta di origine dagli Orion, sono spesso costretti a difendersi dagli assalti di questi ultimi, che considerano l’uccisione degli Slammers un semplice divertimento. Per eliminare definitivamente la minaccia degli Orion, gli Slammers sono costretti a offrire i loro servigi in tutto il cosmo in cambio di armamenti, ma proprio mentre sembrano essere vicini a capire come utilizzare la loro arma più potente, il Silvermind Bridge, un’unione mentale capace di renderli quasi imbattibili, i loro nemici decidono di attaccare. Terminata la storia narrata sul graphic novel, la collana continua con il materiale Dark Horse e Malibu, dove la vicenda si sposta mille anni nel futuro. Qui gli Slammers sono ancora dei temutissimi mercenari e a seguito di un attacco fallito su un pianeta ai margini dell’impero Minoan, uno di loro viene catturato vivo e scortato verso il pianeta Knossos. In realtà le cose non sono come sembrano e gli Slammers sono diventati delle ignare pedine all’interno di un complotto politico più grande, volto a ribaltare i vertici dell’impero.

Le differenze sia nei testi che nei disegni tra il graphic novel e la miniserie sono notevoli, mostrando come in poco più di dieci anni lo stile dell’autore americano sia mutato in maniera profonda. Sebbene l’influenza kyrbiana cominci a farsi strada, soprattutto nelle scene ambientate nello spazio, il tratto che caratterizza il graphic novel evidenzia chiare similitudini con quelle del nostro Sergio Toppi, un artista che il cartoonist americano non ha mai nascosto di ammirare. Nella miniserie, invece, lo stile è ormai riconducibile a quello del Re, una versione più matura di quei disegni dinamici, che Simonson aveva già messo in mostra sulle pagine di Thor. Nella miniserie, inoltre, trovano maggiore spazio le enormi scritte onomatopeiche diventate, nel tempo, una specie di marchio di fabbrica dell’autore, le quali, nel graphic novel, sono ancora in fase germinale. Anche il tono della narrazione è molto diverso. Nel graphic novel la storia degli Slammer viene raccontata come se ci trovassimo di fronte a un’epopea: sebbene tutta la storia si svolga nell’arco di una sessantina di pagine, assistiamo alle origini del popolo, al loro prepararsi all’inevitabile guerra contro gli Orion, e alle gesta di carismatici condottieri pronti a sacrificarsi in battaglia senza la minima esitazione. Nella miniserie, invece, ritroviamo il Simonson più maturo, capace di creare una trama più articolata e complessa, meno pomposa e più divertente, dove l’avventura e l’azione prendono il sopravvento, con più di una strizzatina d’occhio alle mode fumettistiche del periodo (le armi impugnate dai vari personaggi ricordano non poco le pistole “ipertrofiche” di Rob Liefeld, mentre il colonnello Phaedra è chiaramente ispirato alle eroine sexy e letali tanto in voga negli anni Novanta). Differenze di stile a parte, però, in entrambi i casi ci troviamo di fronte a fumetti molto ben scritti, oltre che piacevoli da guardare. Anche se, è giusto sottolinearlo, pur tralasciando il graphic novel, da considerare ancora un’opera giovanile, e fermo restando che stiamo comunque parlando di un livello qualitativo ben più elevato di quello di tanta paccottiglia Image che, in quel periodo, dominava le classifiche di vendita americane, Simonson non riesce a raggiungere i picchi delle storie di Thor, neppure nella miniserie Malibu/Dark Horse.

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Bene ha fatto, comunque, la Cosmo a proporre in Italia, in un’edizione impeccabile e a un prezzo tutto sommato contenuto, il volume con cui l’IDW ha raccolto tutto il materiale dedicato agli Slammers apparso finora, sia quello ufficiale, della miniserie di otto numeri. Segnaliamo, tuttavia, alcune traduzioni che, per quanto riprese alla lettera dal testo originale, perdono un po’ di efficacia in italiano. L’esempio più eclatante è rappresentato dal personaggio di Galarius, soprannominato “grandfather” in originale, che tradotto come “nonno” non suona allo stesso modo. Meglio avevano fatto i curatori della Max Bunker Press, più di vent’anni fa, che avevano tradotto “grandfather” con un semplice “padre”.
Oltre al materiale fin qui descritto, nel volume troviamo un brevissimo epilogo in bianco e nero, che sembra effettivamente preludere a nuove storie dei personaggi, sia le primissime storie ideate da Simonson ai tempi del college. Queste pagine, interessanti soprattutto per motivi filologici, mostrano non solo l’evoluzione degli Slammers nel tempo, ma anche il rapido progredire dello stile narrativo del cartoonist americano.

Ant-Man & The Wasp: Persi e ritrovati, recensione: a spasso nel Microverso

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Ogni Marvel fan che si rispetti sa bene che Stan Lee e Jack Kirby cominciarono presto a recuperare nelle loro storie parecchi personaggi o concetti provenienti dal passato della Casa delle Idee, quando questa si chiamava ancora Timely. Capitan America e Namor sono due dei ripescaggi più noti, ma in pochissimi sanno che anche il Microverso, reintrodotto da Lee e Kirby su Fantastic Four 16 (vi aveva trovato rifugio il Dottor Destino, dopo essere apparentemente scomparso nel nulla qualche mese prima, per effetto di un raggio miniaturizzante), è in realtà una creazione degli anni Quaranta. Per la precisione, questo universo microscopico apparve per la prima volta sulle pagine di Captain America Comics 26, albo in cui gli autori Ray Cummings e Syd Shores trasportarono il futuro vendicatore a stelle e strisce e il suo fedele alleato Bucky Barnes, fino a quel momento impegnati a difendere gli Stati Uniti dalle forze dell’Asse, nel microscopico mondo di Mita a combattere contro il malvagio despota Togaro.

Successivamente, nelle abili mani di Lee e Kirby, il Microverso divenne lo scenario di storie memorabili, soprattutto non appena i Fantastici Quattro dovettero scontrarsi con uno degli abitanti di quell’universo, il temibile Psycho-Man. Furono poi Harlan Ellison e Roy Thomas a proseguire brillantemente le vicende del Microverso, quando nel giugno del 1971, su Incredible Hulk 140, il Golia Verde, esposto a un raggio miniaturizzante (tanto per cambiare!), si ritrovò sul mondo di K’ai, dove conobbe e si innamorò della principessa Jarella. Ma, per quanto, grazie a quelle storie, il Microverso sia diventato un luogo immaginario ben noto agli appassionati, esso sarebbe rimasto praticamente sconosciuto al grande pubblico, se non fosse stato introdotto, con il nome di Regno Quantico, anche nel Marvel Cinematic Universe. È lì, infatti, che scompare la Janet van Dyne cinematografica, ed è sempre lì che rimane intrappolato Paul Rudd, nelle vesti di Scott Lang, alla fine di Ant-Man & the Wasp, suggerendo in maniera sibillina, che il Regno Quantico giocherà un ruolo importante nella rivincita degli Avengers contro Thanos, che vedremo nei cinema alla fine di aprile. Ed è proprio con l’obiettivo di sfruttare il più possibile l’interesse mediatico che un film di successo porta con sé, che la Marvel Comics ha fatto uscire nella seconda metà del 2018 una miniserie con Scott Lang e Nadia van Dyne come protagonisti, recentemente pubblicata da Panini Comics in un bel volumetto cartonato da fumetteria (impeccabile per confezione e stampa), che è ormai diventato il formato abituale della casa editrice modenese per le serie recenti di un certo rilievo.

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L’intenzione della Marvel non è evidente solo dal titolo della miniserie, che ricalca alla lettera quello del secondo film dedicato all’"Uomo Formica", ma anche dal tono leggero e scanzonato dell’intera opera, una caratteristica ben presente anche nelle due pellicole dirette da Peyton Reed. Senza considerare che l’azione si svolge quasi per intero proprio nel Microverso. Inoltre, sempre per rimarcare il legame tra cinema e fumetto, è bene ricordare che il personaggio di Nadia van Dyne (conosciuta all’esordio come Nadia Pym) è stato introdotto sulle pagine degli Avengers, solo per dare una versione cartacea alla Hope van Dyne vista nei film. Non essendoci, infatti, un modo plausibile per inserire nella continuity marvelliana una figlia di Hank Pym e Janet van Dyne, Mark Waid, in quel momento alle redini della testata degli Eroi più potenti della Terra, è riuscito, attraverso un’abile operazione di ret-con, a presentare ai lettori la figlia, mai menzionata prima, che il “papà” di Ultron ha avuto (senza saperlo) dalla prima moglie Maria Trovaya. Lo stesso Waid, evidentemente desideroso di tornare a una delle sue creazioni, è anche l’autore dei testi di questa miniserie, dove la sua verve ironica (ammirata anche in altre sue opere passate, ma spesso controbilanciata da una buona dose di drammaticità: basti pensare, per esempio, alla lunga run di Daredevil di qualche anno fa) trova libero sfogo in un susseguirsi di situazioni paradossali, colpi di scena a ripetizione, battibecchi continui tra i due protagonisti e personaggi di contorno al limite del demenziale.

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È chiaro che per ottenere un simile risultato, la trama non poteva che essere un semplice pretesto, tanto che possiamo tranquillamente riassumerla in poche righe: dopo aver seguito i Guardiani della Galassia sul pianeta base dei Nova Corps, Scott Lang, al fine di tornare sulla Terra in tempo per festeggiare il compleanno della figlia Cassie, chiede aiuto a Nadia van Dyne, la quale, pur controvoglia, in pochi minuti realizza un mezzo di trasporto subatomico a correlazione quantica, in grado di riportarlo indietro. Scott, però, non segue alla lettera le indicazioni di Nadia e rimane bloccato nel Microverso, costringendo la nuova Wasp a tentare di recuperarlo. L’impresa si rivela più difficile del previsto e solo dopo numerose peripezie (e diversi incontri ravvicinati con gli strani abitanti del Microverso) i due riescono a tornare a casa.

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Waid trova un alleato perfetto in Javier Garrón, le cui tavole ricchissime di dettagli (ma mai confuse), si sposano magistralmente al ritmo frenetico imposto alla narrazione dallo sceneggiatore americano. Grazie anche all’ottimo lavoro del colorista Israel Silva, Garrón riesce a creare un Microverso come mai si era visto prima, più simile al Regno Quantico dei due film di Ant-Man, che all’universo in miniatura delle storie a fumetti del passato. Un ambiente perfetto per mettere in mostra un talento visionario fuori dal comune, particolarmente evidente in una sequenza di tre tavole all’inizio del quinto episodio, che definire surreali è poco. Waid asseconda più che volentieri l’irruenza espressiva del disegnatore spagnolo, capace persino di andare con l’immaginazione ben aldilà delle indicazioni generali presenti nella sua sceneggiatura. Questo lo si intuisce dalle parole di Garrón riportate negli extra alla fine del volume: vi si legge, infatti, che Waid, per aumentare l’effetto comico, aveva chiesto che gli esseri rappresentati nel Microverso non fossero degli umanoidi, come visto fino ad allora, ma degli esseri totalmente alieni, già a partire dal loro aspetto esteriore. Lo sceneggiatore americano, da buon filologo dei fumetti Marvel e DC, porta a esempio i mostri dai nomi roboanti e quasi impronunciabili delle classiche storie di fantascienza, che l’Atlas (nome che assunse la Timely negli anni Cinquanta) pubblicava su testate come Tales to Astonish, Journey into Mistery o Strange Tales, prima che queste cominciassero a ospitare le storie dei super-eroi che tutti conosciamo. Ma i buffissimi Saarg ideati da Garrón, sicuramente più in sintonia con il tono farsesco della serie (l’autore spagnolo sostiene di essersi ispirato a delle semplici patate!), sembrano più un omaggio agli stravaganti alieni ideati da Sydney Jordan sulle strisce di Jeff Hawke, che alle creature di Jack Kirby e Steve Ditko. Inoltre, l’espressione un po’ caricaturale che caratterizza i suoi personaggi, che in serie Marvel più tradizionali potrebbe essere visto come un limite, contribuisce ulteriormente a sottolineare l’ironia di fondo della trama. Sarà probabilmente per tutte queste ragioni che, di recente, a Garrón sono state affidate le matite della nuova serie di un personaggio importante come Miles Morales.

Ant-Man & Wasp è, in definitiva, una bella miniserie adatta a passare un’oretta in allegria.

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