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Antonio Ausilio

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Black Hammer - L'Era del Terrore, recensione: la chiusura del ciclo

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Sapevamo da tempo che Jeff Lemire avesse deciso di chiudere l’arco narrativo principale dedicato agli eroi di Spiral City con la miniserie Black Hammer: Age of Doom (che Bao ha raccolto in due bei volumi cartonati, il secondo dei quali è arrivato in fumetteria qualche settimana fa). Eppure, sebbene l’universo creato dall’autore canadese continuerà a vivere attraverso nuovi protagonisti e svariate serie parallele, vedere compiersi il destino di personaggi entrati da subito nel cuore di molti lettori, ci ha lasciati un po’ disorientati. Non possiamo neanche permetterci di andare oltre questa affermazione un po’ sibillina, perché altrimenti rischieremmo di svelare troppo di un finale che, invece, merita di essere assaporato fino in fondo. Lo stesso finale che, tra l’altro, è anche una chiara conferma della linea seguita da Lemire per la sua opera fin dall’inizio: non una semplice celebrazione nostalgica della Golden e della Silver Age dei comics ma, piuttosto, una storia in cui i personaggi sono degli attori tridimensionali, la caratterizzazione dei quali va ben aldilà della semplice umanizzazione della figura del supereroe, a cui assistiamo periodicamente, anche se con sfumature diverse, fin dagli anni Ottanta. I poteri di Abraham Slam, Barbalien, Golden Gail e tutti gli altri non sono praticamente mai la forza motrice del racconto, che concede, invece, maggiore spazio ai sentimenti dei protagonisti, ai loro sogni, alle loro frustrazioni o, semplicemente, al desiderio di alcuni di condurre una vita normale. Il tutto, comunque, senza rinunciare a quell’ingenuità di fondo che ha caratterizzato il fumetto americano per gran parte del secolo scorso.

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È anche vero che, per apprezzare pienamente il lavoro del cartoonist canadese, occorrerebbe andarsi a rileggere non solo tutti gli episodi precedenti, ma anche i volumi dedicati agli spin-off della serie, dove i vari indizi disseminati da Lemire per anticipare la conclusione della storia, acquistano finalmente un senso. Ciò nonostante, aldilà di queste considerazioni di carattere generale, il contenuto della miniserie merita senz’altro un approfondimento maggiore, ma per fare questo è necessario ripartire dalle ultime pagine del secondo volume dell’edizione italiana, dove la giovane Lucy Weber, dopo aver impugnato il martello cosmico di suo padre, si era trasformata nella nuova Black Hammer, annunciando ad Abraham e al resto degli ex eroi di Spiral City di aver recuperato i ricordi, che gli erano stati sottratti da Madame Dragonfly al momento del suo arrivo a Rockwood. Un colpo di scena particolarmente efficace, che ha lasciato il pubblico americano con il fiato sospeso per diversi mesi, dato che negli USA quel finale ha coinciso anche con la chiusura della serie regolare dedicata ai personaggi. Una trovata un po’ insolita, che è servita a Lemire per prendere in giro Marvel e DC riguardo la loro politica editoriale degli ultimi anni, impostata sul periodico azzeramento della numerazione delle varie testate, con la scusa di eventi narrativi particolarmente significativi o di importanti cambi nel team creativo. Una strategia che, da tempo, sembra voler inseguire la serialità televisiva moderna, cercando di accomunare le “run” fumettistiche alle “season” del piccolo schermo, così da rendere il linguaggio dei comics più familiare ai giovani di oggi ma, nello stesso momento, difficilmente digeribile per chi, come il cartoonist canadese, è cresciuto con i ritmi compassati della Bronze e della Modern Age. Naturalmente, l’escamotage è servito anche per far tirare il fiato agli autori, soprattutto a Lemire, sempre impegnato in più di un progetto contemporaneamente. A ogni modo, i lettori italiani non si sono accorti praticamente di nulla, visto che la Bao ha giustamente raccolto Age of Doom nei volumi tre e quattro della sua collana dedicata ai paladini di Spiral City.

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I nuovi episodi si aprono con Madame Dragonfly che riesce, ancora una volta, a impedire a Lucy di raccontare la verità sulla fattoria, inviandola in quello che, almeno all’inizio, sembra una sorta di labirinto dimensionale. Da qui in poi, la narrazione di Lemire procede su due livelli separati: nel primo viene portata avanti in maniera classica la vicenda principale, nel secondo, invece, ci viene mostrato il tentativo di Lucy di tornare alla fattoria, attraverso un surreale viaggio su altri mondi, dove l’autore canadese non riesce neppure a resistere alla tentazione di citare sé stesso facendo comparire, in una vignetta, Gus, il protagonista di Sweet Tooth. In questi passaggi, Lemire comincia a giocare in maniera scoperta con le regole del medium, trascendendo la storia principale con citazioni più o meno nascoste di pietre miliari del fumetto (la dimensione di Storyland, per esempio, ricorda le atmosfere del Sandman di Neil Gaiman) e improbabili paradossi spazio-temporali (concentrati soprattutto nel personaggio di Jack Sabbath, che sarà uno dei protagonisti della cosiddetta Fase II del Black Hammer Universe). Questo processo raggiunge infine il suo apice in due episodi successivi dedicati quasi per intero al Colonnello Weird, dove, per accrescere lo straniamento causato dalla sovrapposizione tra realtà e fantasia, i disegni vengono affidati a Rich Tommaso, un autore dallo stile a metà tra l’underground e la linea chiara franco-belga, molto diverso da quello di Dean Ormston, l’artista titolare della serie. In questa lunga sequenza, Lemire si esibisce in un divertente delirio metafumettistico, con ulteriori omaggi ai diversi periodi che compongono la storia dei comics, utilizzati anche per anticipare quello che vedremo nelle storie future. Assistiamo persino alla parziale entrata in scena dell’autore stesso e, soprattutto, facciamo la conoscenza dei diversi scenari e dei tanti personaggi che avrebbero potuto far parte del complesso affresco di questo nuovo universo narrativo e che, invece, sono stati - per il momento - accantonati. Tra questi, meritano sicuramente una citazione i bizzarri superanimali, protagonisti di uno dei momenti più camp dell’intera storia, assolutamente improponibili al giorno d’oggi, ma molto popolari negli anni Cinquanta e Sessanta, quando rappresentavano la risposta del fumetto a star televisive come Rin Tin Tin o Furia.

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Per quanto queste lunghe digressioni possano apparire gustose e non prive di interesse, è innegabile che il pezzo forte dei due volumi sia costituito dagli eventi direttamente legati alla trama principale. Questa viene magistralmente portata a conclusione, attraverso una narrazione trascinante, dove l’avventura prettamente supereroistica si intreccia con le vicende dei vari personaggi, ognuna delle quali viene utilizzata da Lemire per far emergere altri temi: la persecuzione da parte dei suoi simili, di cui è oggetto Barbalien, per esempio, è una chiara condanna di ogni forma di discriminazione, tuttavia il messaggio che ne deriva è molto più diretto di quanto fatto per tanti anni dalla Marvel con gli X-Men. I sogni repressi e le frustrazioni di Lucy, invece, sono una sorta di rappresentazione di come i supereroi possano essere un modo per evadere dal grigiore della quotidianità, oppure, attraverso il personaggio di Golden Gail, per oltrepassare i limiti della vecchiaia (se non nel fisico, almeno nello spirito). Assolutamente da non dimenticare, infine, il parallelismo tra il desiderio umano di alcuni di preferire una vita di finzione, ma felice, a una desolante esistenza nel mondo reale, e il sacrificio di altri, pronti a fare il proprio dovere fino alle estreme conseguenze: due motivazioni opposte che permettono, però, di raggiungere uno scopo comune. In altre parole, la chiara manifestazione dell’essenza stessa del pensiero di Lemire a proposito degli eroi in calzamaglia.

Qualche commento sui disegni dei due volumi, prima delle battute finali: fino a questo momento, abbiamo accennato alla parte grafica, solo per descrivere brevemente i due capitoli realizzati da Tommaso ma, in realtà occorre spendere qualche parola in più per il lavoro di Ormston il cui stile, che all’inizio aveva destato qualche perplessità negli appassionati, si è progressivamente imposto come uno degli elementi portanti dell’opera. È sicuramente vero che la tendenza al grottesco dei suoi disegni, affinata durante la permanenza dell’autore inglese su vari titoli Vertigo, si apprezza maggiormente nei passaggi vagamente horror o nella rappresentazione di personaggi soprannaturali come Madame Dragonfly, ma l’apparente semplicità del tratto e un’indubbia capacità di saper raccontare per immagini, si sposano molto bene con quel misto di celebrazione e disincanto voluto da Lemire.

Sebbene, in pochissimi anni, l’universo di Black Hammer sia già riuscito a guadagnarsi un posto d’onore tra i classici contemporanei, l’autore di Essex County e Gideon Falls sembra avere parecchie altre cose da dire. Di sicuro, noi confidiamo nella sua grande inventiva e nella passione dimostrata per i personaggi, con la certezza che, negli anni a venire, sarà capace di farci emozionare molte altre volte ancora.

Stumptown 1, recensione: il noir di Rucka e Southworth che ha dato vita alla serie tv con Cobie Smulders

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Per quanto Greg Rucka sia uno scrittore piuttosto eclettico, vista la sua capacità di spaziare dai tradizionali supereroi al thriller fantascientifico, il più delle volte, il suo nome è associato al genere di cui è ormai diventato un maestro riconosciuto, ovvero il noir. Pur non avendo raggiunto la popolarità di un altro amante delle atmosfere torbide come Ed Brubaker (con il quale, nei primi anni 2000, si è alternato ai testi della bellissima Gotham Central, per la DC), la presenza di Rucka su una collana,costituisce spesso un forte motivo di richiamo per i lettori. Questo è vero non solo negli Stati Uniti, ma anche nel nostro paese, dove lo scrittore americano può vantare un buon numero di ammiratori.

Non sono molte, infatti, le opere che portano la sua firma ancora inedite in Italia e, fino a poco tempo fa, tra queste c’era anche Stumptown, una serie iniziata nel 2009, teoricamente ancora in corso di pubblicazione presso la piccola Oni Press, anche se l’ultimo numero uscito risale al 2016. Ma, sfruttando l’arrivo in Italia dell’omonimo serial televisivo, con protagonista l’affascinante Cobie Smulders (già Maria Hill nei film dei Marvel Studios), qualche settimana fa, le Edizioni BD hanno fatto arrivare in fumetteria un volume che raccoglie il primo arco narrativo della collana (pubblicato originariamente negli USA sotto forma di miniserie).
Protagonista della vicenda è Dexedrine “Dex” Parios, un’abile investigatrice privata, con il vizio del gioco d’azzardo. Proprio a causa dei debiti accumulati in un casinò, è costretta a lavorare gratis per la proprietaria del locale che ha bisogno di lei per ritrovare la nipote, apparentemente scappata di casa. Dex intuisce presto che il caso è più complicato del previsto e i suoi sospetti trovano conferma non appena viene trasportata di peso presso l’abitazione di un potente boss dell’organizzazione criminale latinoamericana nota come MS-13.

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In alcune interviste, Rucka ha dichiarato che l’ispirazione per il personaggio di Dex gli è venuta ripensando con nostalgia ai tanti telefilm degli anni '70 e '80 con protagonisti dei detective un po’ scanzonati, le cui avventure assumevano, spesso, i toni della commedia. Serie tipo Magnum P.I. o Agenzia Rockford, dalle quali, però, Stumptown ha ereditato molto poco. Anzi, curiosamente, più che il fumetto è la sua trasposizione sul piccolo schermo a mostrare parecchie somiglianze con quei popolari telefilm del passato. Infatti, se è innegabile che il personaggio di Dex richiami in alcune caratteristiche i vari Thomas Magnum e soci, è anche vero che l’atmosfera della serie è, invece, quella di una tipica crime story. La detective di Rucka è insolente, inaffidabile, incosciente, incapace di avere una vita regolare, tutte “qualità” che unite alla sua ironia, che emerge persino nelle situazioni più pericolose, riescono facilmente a catturare le simpatie del lettore. Qua e là si intravede anche qualche personaggio un po’ macchiettistico e non mancano neppure i passaggi più rilassati e leggeri ma, come detto, l’impianto generale segue essenzialmente le regole del genere poliziesco. La serie, inoltre, è ambientata a Portland, nel nord-ovest degli Stati Uniti (Stumptown, infatti, è un soprannome della città), che non è una metropoli affollata come New York o Chicago, ma neppure una delle assolate location di quei telefilm di cui Rucka era appassionato da ragazzino. I toni, pertanto, sono cupi, la tensione è spesso palpabile e gli avversari della protagonista sono criminali realmente pericolosi e senza scrupoli. In poche parole, lo scrittore californiano decide di non abbandonare del tutto le tematiche con cui, evidentemente, si trova più a suo agio, seppur con numerosi intermezzi più distesi e meno drammatici.

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Di sicuro, non aiutano a mantenere un clima più rilassato i disegni di Matthew Southworth e, soprattutto, i colori bui e freddi (persino quando l’azione si svolge in pieno giorno) a cui ha lavorato lo stesso disegnatore assieme a Lee Loughridge e Rico Rienzi. L’artista di Seattle riempie le sue tavole di personaggi spigolosi e tratteggiati con uno stile graffiato, giocando spesso con ombre e chiaroscuri, che contribuiscono ulteriormente ad appesantire l’inquietudine trasmessa dai testi di Rucka, ma che, nello stesso tempo, concorrono a rendere la lettura piacevole e appassionante. L’autore californiano, infatti, pur non avendo seguito alla lettera le sue intenzioni iniziali, mette in mostra, ancora una volta, la sua notevole abilità narrativa, con una scrittura tesa e priva di eccessi autoreferenziali.

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Edizioni BD confeziona un bel volume brossurato, che si distingue per l’ottima qualità di carta e stampa, nel formato leggermente ridotto rispetto a quello dei comic book tradizionali, già adottato per i fumetti di Archie. Nelle pagine finali del libro, tra gli extra prodotti dalla Oni Press per promuovere la collana, troviamo anche una breve storia in bianco e nero dove, rispetto agli episodi principali, viene messa in risalto, in maniera piuttosto divertente, la scaltrezza della protagonista. Speriamo solo che le vendite siano sufficienti a convincere l’editore milanese a continuare la pubblicazione delle avventure di questa scapestrata eroina. Sarebbe un vero peccato non poterne leggere il seguito.

Discesa all'inferno 1-2, recensione: il thriller da incubo di Garth Ennis e Goran Sudzuka

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Fin dai suoi esordi in terra anglosassone, Garth Ennis è sempre stato un autore noto per opere alquanto provocatorie, contrassegnate da uno smaccato gusto per il grottesco o da un umorismo cinico e iconoclasta. Discesa all’Inferno (in originale A Walk through Hell), recente fatica dell’autore nordirlandese (uscita negli USA per la AfterShock come miniserie di dodici numeri, che la Saldapress ha raccolto in due volumi cartonati), sembra invece seguire - almeno all’inizio - strade più canoniche, tanto da poter essere quasi ascritta a un genere specifico. Una rarità per Ennis, che, storie di guerra a parte, anche nelle sue sporadiche incursioni in territori a lui meno congeniali (ci riferiamo a personaggi più mainstream come Punisher o Nick Fury) ha sempre fatto in modo di lasciare la sua impronta ben in evidenza, dando a intendere che, per uno come lui, seguire le regole di un determinato genere, significherebbe arrendersi a una scrittura troppo scontata e banale.

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A una prima lettura la trama di questa nuova opera sembra proprio quella di un comune thriller dai risvolti soprannaturali. Protagonisti della vicenda sono due agenti del F.B.I. di cui conosciamo solo i cognomi, Shaw e McGregor, che, alla fine del loro turno, invece di tornare a casa per la vigilia di Natale, decidono di andare a controllare un magazzino, dove, qualche ora prima, due loro colleghi sono entrati per indagare, senza più dare notizie di sé. Pur se scoraggiati dalla polizia locale e da alcuni agenti dei reparti speciali, terrorizzati da quello che hanno trovato all’interno del deposito, Shaw e McGregor decidono di entrare nell’edificio diventando, in breve tempo, preda di quelle che - inizialmente - sembrano solo inquietanti allucinazioni per poi diventare qualcosa di molto diverso. In una di queste, inoltre, fa la sua comparsa Paul Carnahan, un pedofilo assassino che, sebbene già morto, continua a perseguitare Shaw nei suoi tumultuosi sogni notturni.

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Come in ogni racconto di suspense che si rispetti, nella parte iniziale della storia (cioè quella raccolta nel primo volume), l’incubo in cui precipitano i due agenti del F.B.I. tende a palesarsi a poco a poco, ed Ennis è molto abile ad accrescere, a più riprese, i momenti di tensione, interrompendoli immediatamente nell’istante di massima intensità, attraverso la rievocazione di alcuni eventi del passato. In questo modo il lettore ha la possibilità di tirare il fiato e di prepararsi allo shock successivo cercando, nel frattempo, di incastrare i vari pezzi del puzzle attraverso i flashback di cui dicevamo, che ricostruiscono - in maniera volutamente irregolare e spezzettata (rendendo la vicenda ancora più misteriosa e sinistra) - sia l’indagine che ha segnato la carriera dei due protagonisti, sia alcuni momenti della loro vita, apparentemente determinanti per le scelte professionali di entrambi. È in questi primi cinque capitoli che l’autore di Preacher dà il meglio di sé: le poche concessioni al “gore” servono solo ad accentuare le atmosfere disturbanti e vagamente paranoiche della trama, non a mettere in mostra il suo abituale spirito anarchico.

A completare il tutto, una caratterizzazione dei personaggi da manuale, anche quella apparentemente scontata dello psicopatico Carnahan. Ad aiutarlo, i disegni del croato Goran Sudžuka, solo in apparenza troppo “puliti” e poco evocativi. In realtà, grazie anche ai colori del connazionale Ive Svorcina, e a una costruzione delle tavole estremamente variabile, l’autore balcanico riesce a trasferire in immagini il continuo cambio di registro narrativo voluto da Ennis. Nei passaggi in cui la tensione prende il sopravvento, inoltre, il largo uso dei primi piani dei personaggi (o anche solo dei loro occhi), accresce notevolmente la loro espressività, permettendo al lettore di percepire chiaramente l’angoscia e l’orrore che essi stanno vivendo in quel momento.

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Nel secondo volume, che racchiude gli ultimi sette capitoli della miniserie, e che può ancora contare sul buon lavoro di Sudžuka, la tematica di fondo cambia progressivamente, con una narrazione sempre più contorta, che sembra quasi prendere a modello alcune delle opere più controverse di David Lynch. Nel finale, per di più, l’autore nordirlandese sembra più interessato a filosofeggiare sulla natura del male in senso assoluto, con avvenimenti reali e immaginari che diventano indistinguibili, mischiandosi in maniera poco chiara persino con discutibili riferimenti all’attualità politica statunitense. In verità, già nel primo volume si poteva intuire che le intenzioni di Ennis fossero proprio quelle quando, dopo le drammatiche tavole introduttive, i due protagonisti appaiono sullo sfondo di tweet di persone intente a discutere gli avvenimenti iniziali, cercando di far emergere, in poche battute, le forti contraddizioni e le enormi differenze presenti nella società americana contemporanea. Oppure, subito dopo, dai discorsi a tavola dell’agente McGregor che, senza giri di parole, decide di inveire contro l’attuale inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, tutto viene presto messo in secondo piano dalla raccapricciante vicenda principale, ed è solo arrivando al finale, che quelle brevi scene iniziali acquistano un significato reale. Ma, per quanto possiamo comprendere i motivi della frustrazione dello scrittore nordirlandese, così come trovare condivisibili i suoi giudizi sullo stato comatoso della politica mondiale (e di quella statunitense in particolare), abbiamo trovato un po’ fuori luogo l’accostamento di una vicenda, che vorrebbe farci riflettere su questioni dal sapore quasi biblico, con le imbarazzanti “imprese” dei governanti del suo paese d’adozione (con tanto di nomi e cognomi!). È questo non proprio piccolo neo, unito al finale un po’ confuso, che ha determinato il nostro giudizio sull’opera nel suo complesso: lusinghiero ma non entusiastico, come la lettura del primo volume sembrava, invece, far presagire.

Avengers - La saga di Proctor, recensione: gli anni '90 di Bob Harras e Steve Epting

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Quando si parla di Bob Harras, spesso ci si ricorda di lui solo per i suoi ruoli manageriali, tanto che quasi tutte le note biografiche che lo riguardano non mancano mai di sottolineare che l’attuale editor-in-chief della DC (carica che ormai ricopre dal 2010) ha anche avuto l’onore di essere a capo della Marvel dal 1995 al 2000, oppure che, quando si trovò a dirigere le testate mutanti, X-Men e compagnia vissero il loro momento di massima popolarità presso il pubblico americano. Molta meno enfasi, invece, viene riservata alla sua attività di sceneggiatore, sebbene i pochi lavori da lui firmati abbiano sempre contribuito a rilanciare personaggi rimasti per troppo tempo in secondo piano, o che rischiavano di non rientrare più nei piani a breve termine della Casa delle Idee. Così fu nel 1988 con la bellissima miniserie Nick Fury vs. S.H.I.E.L.D., e lo stesso avvenne nel 1992, quando riuscì a tenere a galla la testata di Namor per qualche mese, dopo l’abbandono di John Byrne.

Proprio l’uscita di scena dell’autore anglo-canadese dalle testate dedicate agli Avengers (avvenuta a metà del 1990), determinò l’arrivo di Harras ai testi della collana ammiraglia del team. Mark Gruenwald e Larry Hama, infatti, i primi successori di Byrne (che, in poco più di due anni, aveva portato cambiamenti così radicali ad alcuni membri degli Eroi più potenti della Terra, che ancora adesso se ne intravedono gli effetti), realizzarono due cicli molto brevi e assolutamente dimenticabili, con la conseguenza di far rapidamente scivolare gli Avengers in fondo alla lista delle preferenze dei lettori americani. Il nostro Bob, quindi, si ritrovò più o meno nella stessa situazione di qualche anno prima, quando gli toccò provare a rivitalizzare il capo dello S.H.I.E.L.D. All’inizio, però, anche lui sembrò essere solo di passaggio tanto che, nei primi sei numeri, si limitò a imbastire una non certo memorabile mini-saga dedicata al Collezionista e a i misteriosi Fratelli  - termine con il quale la Panini tradusse venticinque anni fa l’originale Brethren -, per poi essere brevemente sostituito da Fabian Nicieza. Ma già nel gennaio del 1992, Harras tornò alle redini della testata, facendo capire immediatamente che, questa volta, non avrebbe lasciato i personaggi tanto presto.

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Nel primo episodio di questo nuovo ciclo si assiste subito all’arrivo di un nuovo membro nelle fila del gruppo, Crystal degli Inumani, un personaggio che, di lì a poco, avrebbe assunto un ruolo centrale nella trama congegnata dallo sceneggiatore americano. Poi, dopo un lungo intermezzo un po’ interlocutorio, ecco il finale esplosivo, dove appare, come avversario, un ex-vendicatore, a lungo creduto morto, lo Spadaccino. Senza rivelare troppo a chi non avesse mai letto questa saga appassionante (sicuramente una delle cose migliori prodotte dalla Marvel nella prima metà degli anni Novanta), diciamo solo che, il personaggio si rivelerà presto, non il defunto Jacques Duquesne, ma un certo Philip Javert, proveniente da una Terra alternativa. Egli, assieme alla compagna Magdalene, e ad altri viaggiatori interdimensionali, noti come Raccoglitori, verrà manipolato dal misterioso Proctor, un essere molto potente, la cui vera identità e il reale scopo dei suoi piani rimarranno celati ai lettori per lungo tempo.

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Il cambio di passo rispetto alla breve gestione di qualche mese prima fu più che evidente. I vari personaggi assunsero presto una caratterizzazione ben definita, all’interno di una vicenda elaborata e coinvolgente. Harras, negli episodi successivi, non solo confermerà di essere particolarmente bravo a portare avanti una storia piena di misteri, come già aveva fatto nella miniserie dedicata a Nick Fury, ma, dopo l’esperienza come editor delle testate mutanti, mostrerà anche di aver appreso qualche trucco dal collega Chris Claremont, in particolare l’ampio ricorso a trame a lungo termine (spesso arricchite da complicati intrecci amorosi), e l’utilizzo di parecchi personaggi enigmatici o dal passato oscuro. Piacevoli anche gli intermezzi umoristici, su tutti le scaramucce verbali tra Jarvis, il maggiordomo degli Avengers, e Marilla, la tata inumana della figlia di Crystal e Quicksilver, e degne di nota alcune brillanti creazioni personali, a testimonianza delle sue notevoli abilità di narratore: citiamo, ad esempio, la Mahd W’Yry, la follia che può colpire il popolo degli Eterni e di cui cade vittima Sersi, all’epoca uno dei membri più importanti del team, oppure che la nostra Terra-616 è, in realtà, la dimensione “prima”, quella, cioè, da cui derivano tutte le altre che compongono il Multiverso Marvel. Questa idea, pur se perfettamente funzionale alla trama, è particolarmente curiosa, perché introduce il concetto che chi si ritrova in una dimensione non sua, debba necessariamente eliminare il suo “doppio” su quella Terra, per evitare di morire. Nessuno, dopo la Saga di Proctor, ha più ripreso questo tema (ma anche prima, in verità, nessuno ne aveva mai fatto menzione), tanto è vero che parecchi “gemelli dimensionali” hanno convissuto a lungo o, tuttora, convivono sulle pagine delle varie testate della Casa delle Idee, basti citare, per esempio, Mr. Fantastic e il Creatore, il suo doppio malvagio, proveniente dall’Universo Ultimate. Insomma, una sorta di licenza poetica, che è strano associare a chi, per lungo tempo, ha lavorato come supervisore e che, tra i suoi compiti, aveva anche quello di evitare incongruenze all’interno della continuity marvelliana.

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Harras, proprio in virtù della sua lunga esperienza da editor, si dimostrò bravissimo a portare avanti la sua sottrotrama principale, senza avere la necessità di tenere fuori gli Avengers dai vari crossover concepiti dalla casa editrice. Inoltre, sempre durante la sua gestione - terminata nel 1995, alla vigilia della sua promozione a editor-in-chief della Marvel-, riuscì anche a far coincidere il finale della saga con le celebrazioni per i trent’anni degli Avengers e, persino, a introdurre ufficialmente in casa Marvel l’Ultraverse della Malibu, la casa editrice californiana che dopo aver dato i natali all’Image Comics, era precipitata in una crisi finanziaria che si risolse solo con la sua acquisizione da parte della Casa delle Idee. Naturalmente, i meriti dello sceneggiatore andavano ben aldilà di queste semplici considerazioni “tecniche”. Narrativamente parlando, infatti, questo ciclo degli Avengers si distinse per la perfetta calibrazione tra i momenti sentimentali e quelli puramente action, ma anche, come già accennato in precedenza, per l’approfondimento psicologico dei protagonisti, che trovò il suo massimo compimento in Crystal, Sersi e il Cavaliere Nero (gli ultimi due, in particolare, prima di Harras erano sempre sembrati dei semplici personaggi di contorno e, dopo questo ciclo di storie, torneranno in breve tempo ai margini dell’Universo Marvel), ma di cui beneficiarono anche Ercole e la Visione, il primo soprattutto, raramente tratteggiato con una personalità così ben delineata.

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Sul fronte artistico, la Saga di Proctor rappresentò il primo vero banco di prova per Steve Epting, giovane disegnatore dell’Ohio, arrivato alla Marvel dopo essersi fatto le ossa alla First Comics. L’ottimo artista che abbiamo ammirato nel lungo ciclo di Capitan America scritto da Ed Brubaker e, più di recente, nella miniserie Velvet della Image, sempre in coppia con lo scrittore di Criminal, oltreché sulle pagine dei New Avengers di Jonathan Hickman, era ancora alle prime armi, ma, aiutato dalle chine del veterano Tom Palmer, in poco tempo riuscì a liberarsi di qualche residua incertezza nel tratto e a rendere il suo stile più che riconoscibile. Inoltre, a differenza dei vari Jim Lee e Rob Liefeld, allora molto popolari, Epting mostrò di guardare soprattutto ad artisti più classici come Al Williamson o Austin Briggs. Un’influenza ancora non così evidente nelle tavole di questo lungo ciclo degli Avengers, o nei successivi lavori per le testate mutanti, dove, per venire incontro al gusto dei lettori dell’epoca, occorreva concedere diversi momenti dinamici o “muscolari”, ma che apparirà chiara prima con la breve parentesi alla CrossGen e poi, come detto, con le celebrate storie di Capitan America, dove le atmosfere da spy-story imposte da Brubaker, si adattarono perfettamente alle sue figure anatomiche ben delineate e ai suoi frequenti primi piani.
Adesso che, negli ultimi anni, il suo tratto si è fatto ancora più pulito e il ricorso ai giochi di ombre è diventato una caratteristica fondamentale del suo stile, Epting è considerato l’artista ideale per personaggi abituati a muoversi in ambientazioni più dark. Lo ha capito bene la DC - casa editrice dove il disegnatore americano sembra essersi, per il momento, accasato - che lo scorso anno gli ha affidato le matite di Batwoman, e pare voglia affidargli altri progetti simili.

Il grosso tomo di oltre quattrocentocinquanta pagine con cui la Panini ha raccolto l’intera saga per la prima volta dopo la pubblicazione su comuni albi spillati da edicola, più di venticinque anni fa, risulta curato con la consueta professionalità. L’unico appunto da fare riguarda la quasi totale assenza di note esplicative, le quali sarebbero state di grande aiuto per i lettori più giovani, che potrebbero comprensibilmente trovarsi in difficoltà a capire i collegamenti, a cui accennavamo prima, con Operazione Tempesta nella Galassia (uno dei crossover più importanti dell’epoca) o con l’Ultraverse.
Crediamo, infatti, che volumi di questo tipo non debbano essere acquistati solo da chi ricorda quel periodo con un po’ di nostalgia, ma anche da chi non ha vissuto quegli anni e meriterebbe di apprezzarne il valore.

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