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Antonio Ausilio

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Umbrella academy - Hotel Oblivion, recensione: il ritorno dell'acclamata serie di Gerard Way e Gabriel Bá

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Bao Publishing ha recentemente fatto arrivare in fumetteria l’edizione italiana di Hotel Oblivion, terzo capitolo di Umbrella Academy, la pluripremiata serie di Gerard Way e Gabriel Bá, la cui realizzazione era stata annunciata circa dieci anni fa, ma che, a causa di altri impegni presi nel frattempo dai due autori, ha cominciato a uscire negli USA (sotto forma di miniserie, come i due capitoli precedenti) solo a ottobre 2018. A dir la verità, tra Way e Bá, il più impegnato è stato probabilmente il primo che, oltre a proseguire la sua carriera canora (prima come frontman dei My Chemical Romance e poi come solista), ha, nel frattempo, scritto un’altra serie per la Dark Horse, The True Lives of the Fabulous Killjoys (pubblicata in Italia da Panini Comics nel 2014 come I favolosi Killjoys) e, soprattutto, ha contribuito a sviluppare la linea Young Animal per la DC Comics, per la quale si è anche direttamente occupato dei testi della nuova collana dedicata alla Doom Patrol e, in coppia con Jonathan Rivera, del revival di Cave Carson, un oscuro personaggio degli anni Sessanta, di cui pochi ricordavano l’esistenza.

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Sembrava, insomma, che Way avesse quasi perso interesse a proseguire le avventure di quell’anomalo gruppo di supereroi (un’impressione praticamente confermata da lui stesso attraverso un tweet, nel 2013, dove dichiarava di voler abbandonare a tempo indeterminato i fumetti per dedicarsi di più alla musica), con il quale, nel 2007, all’uscita di Apocalypse Suite, il primo arco narrativo della serie, aveva sorpreso un po’ tutti per la maturità e l’intelligenza della sua scrittura (Way era praticamente un esordiente, visto che prima di Umbrella Academy, aveva scritto solo i testi di On Raven’s Wings, dimenticabile opera giovanile di appena due numeri, uscita per la minuscola Boneyard Press), chiaramente ispirata allo stile di Grant Morrison (un’influenza mai smentita dall’autore americano che, in qualche modo, deve avere anche indirizzato il suo interesse verso la Doom Patrol, uno dei primi successi in terra americana dello sceneggiatore scozzese), ma con diverse peculiarità da attribuire al solo Way. Prima di analizzare in maniera dettagliata questo aspetto, però, occorre accennare alla trama di questi nuovi episodi. Un’impresa tutt’altro che facile, visto il continuo intrecciarsi dei tanti fili narrativi imbastiti dal cantante/scrittore, che solo nel finale sembrano arrivare a una soluzione. Oltretutto, in questa terza avventura di Numero 5 e soci vengono introdotti parecchi nuovi personaggi, spesso appena abbozzati, con il risultato di rendere ancora meno comprensibile il susseguirsi degli eventi. Possiamo dire, tuttavia, che la storia ruota attorno all’hotel del titolo, che, di fatto, è una sorta di prigione extra-dimensionale, dove Sir Reginald Hargreeves ha confinato i nemici sconfitti dai suoi figli adottivi. Questi, dopo gli eventi raccontati in Dallas, il secondo capitolo della serie, sono tutto fuorché una famiglia unita, ma, senza volerlo, alla fine si troveranno di nuovo assieme a fronteggiare i pericolosi ospiti dell’hotel-prigione, tornati, nel frattempo, sulla Terra. Non solo, a differenza delle prime due miniserie, la vicenda narrata non si chiude con l’ultimo episodio, ma viene interrotta nelle pagine finali da un inaspettato colpo di scena. Hotel Oblivion, quindi, in realtà è da considerare solo la prima parte di una storia che, presumiamo, continuerà nella quarta miniserie, già annunciata per il 2020 (una scadenza su cui non scommetteremmo, visti i precedenti).

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Con questa nuova opera, Way conferma, ancora una volta, di essere un’autentica fucina di idee (oltre che un abilissimo omogeneizzatore di generi e un brillante dialoghista), ma a dispetto delle sue dichiarazioni sul volersi dedicare più alla musica che ai fumetti, che abbiamo riportato in precedenza (già smentite dai suoi lavori per la DC), negli anni intercorsi tra l’uscita di Dallas e quella di Hotel Oblivion, deve aver immaginato così tanti sviluppi narrativi per la serie, che arrivato il momento di metterli su carta, pare avere avuto serie difficoltà a limitarsi a quelli davvero meritevoli di essere raccontati. O meglio: dire che qualche sotto-trama poteva essere scartata, potrebbe non rendere giustizia alla grande inventiva di Way. Egli avrebbe dovuto, semplicemente, accantonarle momentaneamente, per, poi, mostrarle con il giusto spazio nelle miniserie a venire (che non mancheranno, visto il successo di critica e di pubblico raccolto dalla trasposizione televisiva prodotta da Netflix). Già dover dividere la storia in due parti (sempre che siano solo due), nonostante l’aggiunta di un episodio in più rispetto ai capitoli precedenti, deve essergli costato parecchio, ma il vero problema è, come detto, che la trama soffre per lunghi tratti di una complessità eccessiva, figlia proprio di una prevedibile voglia dell’autore di volere in qualche modo ripagare gli appassionati per la lunga attesa. In poche parole, questa volta Way sembra peccare di un difetto che, in alcuni casi, viene attribuito anche alle sceneggiature del suo mentore scozzese, il quale, di tanto in tanto, si lascia andare a momenti di scarsa coerenza narrativa, per privilegiare una particolare trovata a effetto. Crediamo, però, che per l’autore americano, quello ottenuto con Hotel Oblivion sia più il risultato della sua esuberanza creativa, che un problema di autoreferenzialità come per Morrison.

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Per quanto riguarda i disegni, anche in questi nuovi episodi Gabriel Bá dimostra di essere la controparte ideale per dare forma a ogni sorta di stravaganza concepita dalla mente di Way. Rispetto a dieci anni fa, l’artista brasiliano sembra mostrare più attenzione alla cura dei dettagli, una caratteristica di cui beneficiano gli sfondi delle sue tavole, che guadagnano notevolmente in profondità e dinamicità. Pare essersi accentuata anche la sua tendenza al grottesco, che, unita alla caricaturalità con cui vengono ritratti alcuni personaggi, rende ancora più forte l’ironia di fondo dei testi di Way. Inoltre, l’utilizzo, da parte di quest’ultimo, di soluzioni al limite del surreale, viene ulteriormente rafforzato da sequenze vagamente psichedeliche (che permettono al lettore di apprezzare anche l’ottimo lavoro ai colori di Nick Filardi) che, se da un lato non aiutano ad alleggerire la complessità della trama, accrescono, però, di parecchio la componente visionaria di questo terzo capitolo.
Da citare, infine, la divertente galleria di bizzarri criminali (tanto curiosi quanto improbabili) immaginata dai due autori, allo stesso tempo un omaggio e una parodia dei più noti villain che imperversano sulle pagine delle collane supereroistiche tradizionali.

Un suggerimento prima di chiudere: cercate di recuperare i primi due capitoli, prima di immergervi nella lettura di Hotel Oblivion, altrimenti la vostra capacità di comprensione verrà messa ancora di più a dura prova. E, soprattutto, non pensate che avere visto la bella serie trasmessa da Netflix possa aiutarvi in qualche modo a fare la conoscenza dei personaggi. Lo show televisivo, infatti, deve essere inteso, semplicemente, come un libero adattamento del fumetto, non come una sua trasposizione fedele. D’altra parte, le suggestioni dell’opera di Way e Bá sarebbero state davvero difficili da trasferire sul piccolo schermo, senza perdere gran parte di quei tratti distintivi, che hanno reso Umbrella Academy, quell’affascinante risultato editoriale che continua a entusiasmare così tanti lettori, su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico.

 

Terminator 35° anniversario, recensione: il ritorno dei "classici" fumetti di Terminator

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Era solo questione di tempo prima che Saldapress decidesse di affiancare alle collane dedicate ad Aliens e Predator anche quella di Terminator. Un po’ lo stesso percorso seguito dalla Dark Horse, la casa editrice americana che, nella seconda metà degli anni Ottanta, fece fortuna realizzando nuove storie a fumetti basate sui personaggi di noti franchise cinematografici. Infatti, come ricorda John Arcudi (che nel 1990 scrisse Terminator: tempesta, la prima miniserie Dark Horse ambientata nel mondo creato da James Cameron) nell’introduzione al volume Terminator – 35° anniversario (preludio alla serie mensile regolare dedicata ai cyborg viaggatori del tempo, sull’esempio di quanto Saldapress ha già fatto con i fumetti degli xenomorfi e degli yautja, le cui collane da edicola sono state precedute da analoghi volumi celebrativi, contenenti le prime storie di questi personaggi ad apparire negli USA), Mike Richardson, storico fondatore e presidente della Dark Horse, dopo gli ottimi risultati di vendita delle serie di Aliens e Predator, voleva allargare il proprio parco testate ad altri protagonisti di film di successo.

L’editore di Portland era riuscito, da poco, a strappare i diritti di Terminator alla Now Comics, che, fino a quel momento, era stata la casa editrice licenziataria per la trasposizione a fumetti della pellicola di Cameron, e dopo la pubblicazione di The Mask (che Arcudi aveva realizzato in coppia con Doug Mahnke sull’antologico Mayhem), aveva intuito le potenzialità dello sceneggiatore di Buffalo, decidendo di metterlo alle redini della nuova collana. La stessa che ritroviamo ora nel volume edito da Saldapress, il quale, sotto una bella copertina cartonata, arricchita da abbondanti effetti metallici, ci ricorda che quest’anno si celebra il 35° anniversario dell’uscita nei cinema del primo film della saga, una ricorrenza che ha portato anche alla realizzazione di un nuovo capitolo cinematografico, Terminator- Destino oscuro.

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Gli eventi raccontati in Tempesta seguono, di poco, quelli visti nella pellicola del 1984: tre mesi dopo l’invio di Kyle Reese nel passato per contrastare il terminator incaricato di uccidere Sarah Connor, un altro piccolo gruppo di soldati umani riesce a tornare indietro nel tempo, con l’obiettivo di fermare sul nascere il progetto Bellerophon, preludio alla creazione di Skynet. Nonostante le precauzioni prese dai militari per evitare che le macchine venissero a conoscenza del loro piano, tre terminator partono al loro inseguimento, trasformando per la seconda volta la città di Los Angeles nel violento terreno di scontro tra esseri umani e cyborg.

Sebbene Arcudi fosse ancora alle prime armi, e nonostante qualche piccola ingenuità nei testi, la trama dei quattro episodi che compongono la miniserie mostra già uno scrittore consapevole delle proprie capacità. Il ritmo frenetico che, fin dalle prime vignette, impone alla narrazione, contribuisce a trasferire su carta quasi la stessa travolgente energia che aveva portato al successo il film con Arnold Schwarzenegger. Il lettore non ha un attimo di tregua e, per quanto gli avvenimenti seguano un percorso che richiama apertamente l’opera cinematografica originale, non mancano anche colpi di scena di un certo effetto. Oltretutto, alcuni passaggi mostrano curiose somiglianze con la trama di Terminator 2 (uno in particolare, molto evidente, che non riveliamo per evitare di rovinare la sorpresa a chi ancora non avesse letto la miniserie), che negli anni hanno alimentato speculazioni sulla possibilità che Arcudi potesse avere avuto accesso alla sceneggiatura di Cameron, in quanto, al momento della pubblicazione del primo episodio di Tempesta, il film era ancora in lavorazione: se anche fosse andata così, non ci sarebbe nulla di male, dato che la storia di Arcudi prende strade completamente diverse rispetto alla pellicola. Ma lo scrittore americano, per quanto ne sappiamo, non ha mai chiarito i dubbi in proposito. Inoltre, malgrado i personaggi siano stati concepiti secondo i modelli in voga nelle pellicole action dell’epoca, possiedono, comunque, quella caratterizzazione minima, necessaria a rendere la lettura ancora più appassionante. Ciononostante, come ammette lo stesso Arcudi, un contributo fondamentale alla riuscita dell’opera è arrivato dai dinamici disegni di Chris Warner.

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L’autore americano, già messosi in mostra in precedenza su altre collane della Dark Horse, con il suo stile cinematografico e con le sue tavole iper-cinetiche, pur non potendo vantare le doti artistiche di altri disegnatori più famosi (un limite particolarmente evidente nella definizione dei volti dei vari personaggi), entra perfettamente in simbiosi con la sceneggiatura di Arcudi. Per di più, essere al lavoro su una serie indipendente, invece che su una di Marvel e DC, gli permette di esprimersi in totale libertà, senza temere la censura del Comics Code. Al lettore, quindi, non viene risparmiato nulla, soprattutto nelle battaglie, dove non mancano scene efferate o veri e propri passaggi al limite dello splatter. Coloro che, per ragioni anagrafiche, hanno appena letto la miniserie, difficilmente comprenderanno l’effetto dirompente che ebbe Tempesta alla sua uscita, ma quando nel dicembre del 1991, la Granata Press di Luigi Bernardi fece uscire in edicola il primo numero della neonata collana Nova Comix (che raccoglieva i primi due episodi di Tempesta), per sfruttare l’arrivo nei cinema di Terminator 2, il lettore italiano si trovò di fronte a qualcosa a cui aveva appena cominciato ad abituarsi: diverse testate nostrane avevano iniziato a proporre alcune hit indipendenti d’oltreoceano, e quelle storie così crude e violente, e, proprio per questo, così lontane dai canoni Marvel e DC, avevano fatto capire, non solo le potenzialità, ma anche la direzione irreversibile verso cui si stava muovendo l’editoria a fumetti americana. Sebbene, a quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, Tempesta mostri qualche segno del tempo, è innegabile che la sua lettura riservi ancora parecchie emozioni.

A completare il volume, non troviamo il seguito dell’opera di Arcudi e Warner (Terminator: obiettivi secondari, che, probabilmente, verrà proposto su altre testate dell’editore emiliano), ma Terminator: one shot, una storia autoconclusiva (il titolo gioca con l’espressione inglese “one shot”, che nel fumetto americano indica gli albi singoli fuori serie, e il “solo colpo” a disposizione di un personaggio della storia per distruggere il cyborg protagonista della stessa), pubblicata dalla Dark Horse proprio alla vigilia dell’uscita sugli schermi americani di Terminator 2, e che si ricollega anch’essa alla trama del primo film della saga. Nelle pagine iniziali, infatti, apprendiamo che il terminator interpretato da Arnold Schwarzenegger non è stato il primo cyborg assassino a essere inviato nel passato, in quanto preceduto da una controparte “femminile”, che arriva fino a San Francisco, sulle tracce della Sarah Connor sbagliata.

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Ai testi di One shot troviamo il britannico James Robinson, all’inizio della sua carriera in terra americana. Quello che oggi è conosciuto come un apprezzato professionista, avendo lavorato, con successo, per tutti gli editori statunitensi più importanti, all’epoca era ancora uno scrittore acerbo, che era arrivato a collaborare con la Dark Horse dopo aver realizzato alcune opere minori sia in patria che negli USA. Poco a suo agio con le tematiche fantascientifiche del film di Cameron, Robinson decide di far evolvere la trama in un insolito intrigo noir, dove i massacri del cyborg femminile vengono inframmezzati dai piani omicidi di due amanti, inconsapevoli vittime delle macchinazioni di Skynet. Le differenze di stile con la miniserie di Arcudi e Warner sono più che evidenti e vengono ulteriormente ingigantite dalla scelta di Matt Wagner come disegnatore. Se si esclude l’evocativa copertina dell’albo, riprodotta nelle pagine interne del volume, le tavole troppo autoriali del papà di Grendel, per quanto molto belle, si conciliano ancora meno dei testi di Robinson al mondo di Terminator e, anche se One shot non manca di spunti interessanti, è inutile negare che il pezzo forte del volume sia rappresentato da Tempesta. Bene ha fatto, comunque, Saldapress a cominciare la riproposizione delle storie legate ai personaggi di James Cameron seguendo la cronologia originale, permettendo, così, a chi ancora non conoscesse questo importante tassello del fumetto americano, di potersi avvicinare ad esso nella maniera più corretta.

Jupiter's Circle, recensione: la Silver Age secondo Mark Millar

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A poche settimane dalla pubblicazione italiana di The Magic Order, Mark Millar è tornato in fumetteria con Jupiter’s Circle, un bel volume cartonato di quasi 300 pagine, dove Panini Comics ha raccolto le due, omonime, miniserie, uscite negli USA tra il 2015 e il 2016, in cui l’autore scozzese ha voluto raccontare la giovinezza di quegli eroi invecchiati e disillusi, che avevamo conosciuto nella precedente Jupiter’s Legacy. Per fare questo, Millar reinterpreta a modo suo la Silver Age dei comics, immaginando l’America di fine anni Cinquanta e primi anni Sessanta, non più come un paese preso a modello per i suoi valori e popolato da infallibili eroi senza macchia e senza paura (che erano tornati a riempire le pagine di gran parte dei fumetti dell’epoca), ma piuttosto come una nazione ancora impreparata a diventare la prima potenza mondiale e, per questo, piena di contraddizioni, dove anche i pochi che possiedono super-poteri, sono tutt’altro che privi di difetti. Ancora una volta, l'autore scozzese ci racconta di esseri semi-divini, che invece di elevarsi al di sopra di tutti gli altri, tradiscono, di continuo, la propria umanità. Essere capaci di volare o poter leggere nelle menti altrui non sono qualità che rendono immuni dalle debolezze delle persone comuni e persino lo stesso Utopian (il cui nome è già una dichiarazione di intenti) fallisce proprio per essere la personificazione della perfezione. Ogni aspetto della sua vita viene pianificato per rendere quella del resto della popolazione mondiale la migliore possibile.

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Il motto “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità”, che per Spider-Man è un monito continuo a non usare le sue abilità ragnesche per i propri interessi, per Utopian diventa quasi l’unica ragione della sua esistenza. Essere sempre al servizio degli altri e credere di fare in ogni momento la cosa giusta, sono, tuttavia, due atteggiamenti che non gli permettono di ascoltare punti di vista diversi dal suo, edi comprendere le ragioni di chi non la pensa come lui. E più che i primi dissidi con suo fratello Brainwave (solo un preludio alle terribili conseguenze future, già note da Jupiter’s Legacy), è l’evoluzione di Skyfox a evidenziare in maniera chiara le contraddizioni del suo modo di agire. La decisione di rimanere a tutti i costi neutrale rispetto alle decisioni del governo, confidando che queste vengano sempre prese nell’interesse del popolo, è soltanto l’estrema dimostrazione di fedeltà ai suoi ingenui principi. Un’illusoria visione del mondo che lo condiziona a tal punto, da arrivare a far finta di non vedere gli evidenti errori commessi da tutte le nazioni del pianeta. E non è un caso che sia proprio Skyfox a rappresentare il punto di vista opposto. Il suo essere così insofferente alle regole e il suo carattere impulsivo, lo portano rapidamente a contestare gli ideali del suo leader e, complice anche una cocente delusione d’amore, a riconsiderare la sua vita ,schierandosi al fianco delle persone più deboli o in difesa delle vittime delle azioni più discutibili promosse dal governo americano (anche a costo di diventare un fuorilegge).

Sembra, quasi, di rivivere lo scontro tra Iron Man e Capitan America in Civil War (uno dei più grandi successi creativi ed editoriali di Millar). Anzi, a dirla tutta, già in Jupiter’s Legacy era possibile intravedere qualcosa di simile: in quel caso era Utopian il “Capitan America” della situazione, l’eroe fedele ai propri valori, che soccombeva di fronte alla folle presunzione di Brainwave. Mentre in Jupiter’s Circle si ha un totale ribaltamento delle parti: Utopian diventa “Iron Man”, il paladino del governo pronto a dare la caccia a Skyfox/Capitan America, solo perché quest’ultimo ha deciso di contestare platealmente le scelte più opinabili prese dal suo paese. Ma prima di arrivare a questo, che, se vogliamo, è un po’ l’essenza del Millar-pensiero, all’inizio l’autore scozzese si limita semplicemente a mostrare i tanti vizi e le poche virtù di questi presunti paladini della giustizia. Sebbene i membri dell’Unione siano chiaramente ispirati alla Justice League, infatti, a Millar interessa poco descrivere le loro gesta eroiche (che, per questo motivo, rimangono quasi sempre sullo sfondo), ma piuttosto quello che si nasconde dietro di esse: Skyfox è un ubriacone, Flare tradisce la moglie con una diciannovenne e gli altri sono o, banalmente, troppo irascibili, oppure gelosi del successo altrui. Semplici esseri umani, che devono andare a letto presto, perché i loro bambini non li fanno dormire la notte, o che non riescono neppure a resistere a piccoli vizi come il fumo (mai si sono visti tanti super-eroi con in mano una sigaretta).

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Millar, inoltre, non manca di lanciare le sue consuete stoccate agli aspetti più controversi della società americana: dopo un inizio apparentemente tranquillo, infatti, ci mostra Blue Bolt fare il possibile per apparire come un playboy impenitente, ma solo per celare a tutti la propria omosessualità. Nell’America perbenista di fine anni Cinquanta, una cosa del genere doveva rimanere un segreto e l’autore scozzese è abilissimo ad accomunare la situazione dell’eroe a quella di tanti divi del cinema dell’epoca costretti per anni a nascondere il proprio orientamento sessuale dietro matrimoni di comodo. A Millar, però, non basta trovare un parallelismo con l’ipocrisia di Hollywood per esprimere a chiare lettere il suo messaggio, quindi la vita privata di Blue Bolt diventa anche un escamotage per criticare violentemente un aspetto ancora peggiore degli Stati Uniti di quel periodo: il tentativo di ricatto di Edgar J. Hoover, allora onnipotente direttore dell'FBI, infatti, ricorda tristemente i numerosi tentativi dell’élite al potere di limitare la privacy e la libertà di pensiero dei cittadini americani.

Se le debolezze degli altri, però, possono solo portare a un danno per sé stessi, per Brainwave la situazione è differente. Millar non prova praticamente mai a giustificarlo. Accecato dal suo evidente complesso di inferiorità nei confronti del fratello, ma anche dalle continue mortificazioni che deve subire dall’immaturo e vanesio Skyfox, il personaggio manifesta più di una volta la sua volontà di ergersi al di sopra degli altri, così come non si fa nessuno scrupolo a manipolare le persone per raggiungere i suoi fini. Inoltre, è così forte il desiderio di Millar di dipingerlo come una persona moralmente discutibile, che, a volte, i dialoghi in cui lo coinvolge sono decisamente forzati (si veda, per esempio, il passaggio in cui gli fa esternare i suoi dubbi sull’avere in squadra un omosessuale). Questo eccesso di manicheismo e qualche rappresentazione un po’ troppo stereotipata di personaggi realmente esistiti (su tutti, gli esponenti della Beat Generation) sono, probabilmente, gli unici difetti attribuibili ai suoi testi, per il resto sempre molto convincenti, sia nel tratteggiare l’estrema fragilità dei vari protagonisti, che nella perfetta ricostruzione storica.

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Non si può dire altrettanto del comparto artistico, soprattutto considerando che Jupiter’s Legacy poteva vantare i disegni di un fuoriclasse come Frank Quitely (qui, purtroppo, autore solo delle belle copertine dei primi sei episodi). Sicuramente un’opera del genere sarebbe stata perfetta per il compianto Darwyn Cooke, il cui tratto ben si sarebbe adattato alla rievocazione dell’America dei primi anni Sessanta (basta sfogliare la sua bellissima The New Frontier, per rendersene conto). Invece, i vari Wilfredo Torres, Davide Gianfelice, Chris Sprouse, Ty Templeton e altri ancora, pur cercando di imprimere nei loro disegni l’atmosfera retro voluta da Millar, raramente riescono nell’impresa. Quello che ha sorpreso maggiormente in negativo è stato Chris Sprouse, che altre volte aveva mostrato di essere proprio l’autore giusto per operazioni di questo tipo (ne è un esempio il Tom Strong di Alan Moore). Forse le chine di Walden Wong sono state determinanti al risultato finale, ma sta di fatto, che si fa veramente fatica a riconoscere lo stile lineare e pulito di Sprouse nelle tavole a lui attribuite. Anche un disegnatore meno quotato come Wilfredo Torres ha fatto di meglio in altre occasioni (recentemente lo si è visto all’opera, con esiti ben diversi, su Quantum Age, spin-off di Black Hammer). Tutti i disegnatori coinvolti, insomma, sembrano quasi più interessati a conservare un’omogeneità nel tratto (probabilmente per non confondere i lettori), che a preservare il loro stile. Quello che alla fine ottengono, però, è un insieme di vignette poco dinamiche e povere di dettagli, con l’aggravante di mostrare spesso personaggi un po’ inespressivi.

A ogni modo, disegni a parte, Jupiter’s Circle resta un ottimo fumetto: Millar riesce a scrivere, per l’ennesima volta, una storia di super-eroi imperfetti e problematici, senza dare quasi mai l’impressione di raccontare cose già viste. Speriamo solo di poter leggere, prima o poi, Jupiter’s Requiem, il più volte annunciato finale della saga, di cui al momento, sembrano essersi perse le tracce.

Quantum Age, recensione: l'universo di Black Hammer continua ad espandersi

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Quando il primo ciclo di storie di Black Hammer venne raccolto in volume, Jeff Lemire disse di aver già elaborato una serie dalle caratteristiche simili fin dai suoi esordi come fumettista. Da grande appassionato di supereroi, infatti, avrebbe voluto cimentarsi il prima possibile con qualcosa che potesse unire le suggestioni degli albi che leggeva da bambino a tematiche adatte a un pubblico più adulto. All’epoca, però, dopo la pubblicazione di Essex County, il cartoonist canadese veniva considerato un astro nascente del fumetto indipendente, quindi ammettere di adorare gli eroi in calzamaglia avrebbe potuto nuocere alla sua reputazione.

Qualche anno dopo, tuttavia, Lemire si trovò a lavorare per Marvel e DC proprio su quei personaggi che, in precedenza, sembravano essergli preclusi. Ma, nonostante l’euforia di poter mettere, finalmente, il proprio talento a disposizione degli eroi della sua giovinezza, il dover continuamente rendere conto al supervisore di turno delle scelte da prendere per i vari personaggi o per la serie nel suo complesso, gli fece capire quanto fosse importante poter gestire creazioni tutte sue. Lemire non ha mai fatto mistero dell’insofferenza provata in questi ultimi anni per le imposizioni dettate dalla continuity o dalla storia pluridecennale di un determinato character, tanto da aver deciso di continuare a collaborare con Marvel e DC unicamente per il forte legame che, tuttora, lo unisce ai personaggi delle due major. Per lo stesso motivo, non si può negare che egli abbia reso al meglio solo quando gli è stato possibile far emergere la sua naturale tendenza all’autorialità: basti citare, per esempio, l’ottimo ciclo dedicato a Hawkeye, realizzato in coppia con Ramón Pérez. Altre volte, invece, le restrizioni a cui ha dovuto sottostare, hanno determinato risultati al di sotto delle aspettative (si veda, a questo proposito, la sua insoddisfacente gestione degli X-Men o, più di recente, la poco riuscita The Terrifics per la DC).

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Stanco di quei compromessi, qualche anno fa Lemire è finalmente riuscito a portare a termine l’opera che aveva ancora nel cassetto, potendo, così, mostrare a tutti la sua personale visione dei super-eroi (trovando nella Dark Horse il partner ideale per agire in completa libertà). Il resto, come si dice, è storia: non solo Black Hammer ha ottenuto un grande successo di pubblico e riconoscimenti di ogni tipo, ma il cartoonist canadese ha, anche, cominciato a espandere il suo universo narrativo, con tutta una serie di spin-off e collane parallele, tra cui un crossover intercompany con la DC (Black Hammer/Justice League: Hammer of Justice) e persino una Black Hammer Encyclopedia (forse siamo un po’ troppo maliziosi, ma aldilà dell’indiscutibile entusiasmo di Lemire, ci viene il sospetto che tanta iperattività sia anche una diretta conseguenza dell’accordo stipulato qualche mese fa con la Legendary Enterteinment, per un prossimo adattamento live action dell’intero franchise).

Di queste nuove testate, l’ultima a essere arrivata in Italia è Quantum Age , una chiara rivisitazione della Legione dei Super-Eroi, che narra di un futuro, dove a seguito di un fallito tentativo di invasione della Terra, da parte del popolo di Marte, sul nostro pianeta si instaura una dittatura militare, quasi esclusivamente dedita allo sterminio di ogni razza aliena. Come diretta conseguenza di questa politica, i nuovi governanti decidono anche di sciogliere la Quantum League, un gruppo di super-eroi teenager “multietnico” che, prima dell’attacco dei marziani, era considerato il simbolo del senso di fratellanza consolidatosi tra gli abitanti dei diversi pianeti della galassia. In questo desolante scenario, un giovane marziano, a rischio della propria vita, sceglie di seguire le orme del grande Barbalien, il Guerriero di Marte scomparso misteriosamente molti anni prima, assieme ad altri eroi terrestri, nel tentativo di fermare l’onnipotente Anti-Dio. La missione che si è imposto, dopo la morte dei suoi genitori, è quella di porre fine al regime del sanguinario presidente terrestre, proprio attraverso la ricostituzione della Quantum League. In suo aiuto, arriveranno, a sorpresa e in una veste parzialmente inedita, alcuni dei protagonisti che abbiamo imparato a conoscere su Black Hammer.

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Così come più volte ammirato nella serie ammiraglia, Lemire realizza una storia avvincente e ricca di colpi di scena. Il sense of wonder che permea la narrazione dall’inizio alla fine (a cui contribuisce anche un ispirato Wilfredo Torres ai disegni), inoltre, non gli impedisce di affrontare temi più complessi, come il tragico genocidio dei marziani o il razzismo latente dei terrestri. Il tutto unito a personaggi ben caratterizzati, che, pur essendo un evidente omaggio ai protagonisti della Legione dei Super-Eroi (così come quelli di Black Hammer richiamano apertamente altri noti personaggi della Golden e della Silver Age del fumetto americano), rappresentano una felice amalgama tra tradizione e modernità.

Perfettamente a suo agio e palesemente divertito, l’autore canadese non si limita a realizzare un riuscito revival di una serie classica, ma mostra anche come sia possibile prendere in esame, in maniera assolutamente verosimile, argomenti difficilmente associabili a un fumetto popolato da personaggi vestiti con improbabili costumi, senza la necessità di arrivare a derive revisioniste del genere super-eroistico, come fatto in passato, tra gli altri, da Frank Miller e Alan Moore, o, negli ultimi anni da Mark Millar. In realtà, senza volere in nessun modo ridimensionare l’operato di Lemire, ma, piuttosto, con lo scopo di sottolineare ulteriormente il nostro apprezzamento per il suo lavoro, vorremmo ricordare che l’intuizione di mixare le atmosfere delle serie super-eroistiche “silver age” con una narrazione più sofisticata, l’aveva già avuta diversi anni fa proprio Alan Moore: gran parte della linea America’s Best Comics (che voleva essere anche una rievocazione della letteratura pulp o una celebrazione del genere steampunk), la sua gestione del Supreme di Rob Liefeld, o, ancora prima, l’esperimento, ormai quasi dimenticato, di 1963, per la Image, contenevano già parecchi degli elementi che adesso hanno reso Black Hammer una lettura tanto appassionante.

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I testi di Lemire, forse, non hanno la stessa raffinatezza di quelli di Moore, ma non è detto che questo sia necessariamente un limite. Se c’è un pregio nella scrittura del cartoonist canadese, infatti, questo è proprio la leggerezza delle trame, che, nelle sue opere migliori, si combina alla perfezione con dialoghi eleganti e ricercati, facendo sì che anche temi complessi e controversi possano essere affrontati senza le complicazioni cervellotiche che, a volte, appesantiscono le sceneggiature dell’autore di Watchmen. La cosa davvero sorprendente, in verità, è la qualità molto alta di tutto ciò che è stato pubblicato finora di questo cosiddetto Black Hammer Universe (almeno quello che per il momento si è visto in Italia). La prolificità di Lemire è nota, ma un conto è riuscire a scrivere più serie contemporaneamente, altra cosa è mantenerle tutte a un livello così elevato. Piuttosto, sarebbe curioso osservare come potrebbe comportarsi l’autore canadese se dovesse passare dall’altra parte della barricata. Nell’eventualità in cui il numero di collane legate a Black Hammer dovesse continuare a crescere, infatti, Lemire potrebbe essere costretto a dover chiedere la collaborazione di qualche illustre collega (per ora si è limitato a condividere con Ray Fawkes la sceneggiatura della miniserie Black Hammer ’45, ancora inedita da noi): chissà se, in quel caso, riuscirebbe a resistere alla tentazione di correggere qualche interpretazione troppo libera data da altri ai suoi personaggi.

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