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Fabio Loiodice

Fabio Loiodice

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Dylan Dog #396 – Il suo nome era guerra, (-4 alla meteora!), recensione

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L’apocalisse si avvicina, quantomeno nel mondo cartaceo di Dylan Dog, e come il testo giovanneo prescrive, verrà anticipata da presagi, profeti ed emissari della fine. E, fra questi, la palma dei più celebri (e scenografici) ambasciatori della catastrofe va ai quattro cavalieri dell’Apocalisse: Guerra, Pestilenza, Carestia e Morte. Il riferimento ad almeno uno dei quattro cavalieri era dunque d’obbligo, tanto più che il conto alla rovescia della meteora orchestrata da Roberto Recchioni strilla in copertina un vertiginoso -4: ed il riferimento non si fa attendere, in questo Dylan Dog #396, intitolato appunto Il suo nome era guerra, scritto da Giovanni Eccher e disegnato da Luigi Siniscalchi.

Nonostante l’eco biblica del titolo, tuttavia, non ci sono cavalli né cavalieri in questa storia: la guerra rappresentata nelle pagine di questo albo è reale ed appartiene al passato dell’ispettore Carpenter, che scopriamo aver combattuto in Iraq nei reparti speciali. Quando i suoi ex-commilitoni inizieranno ad impazzire ed a compiere stragi, toccherà a lui ed a Dylan cercare di venire a capo dell’ondata di violenza scatenatasi per le strade di Londra.

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Eccher svolge un buon lavoro di approfondimento del personaggio di Tyron Carpenter (e in parte, di quello di Rania Rakim), ponendolo al centro di una vicenda che contribuisce a dare sostanza ad un personaggio a nostro avviso poco presente finora. Sebbene lo spunto narrativo non sia poi molto originale e la componente della condizione di reduce di Carpenter sia a nostro avviso sotto-rappresentata, la storia scorre piacevolmente fino al colpo di scena finale che promette interessanti ripercussioni negli albi a venire. Buona la gestione di Groucho, in secondo piano ma risolutivo dove la trama lo richiede.

Per quanto riguarda poi la continuity della meteora, questo albo è il primo in cui la classica autoconclusività delle storie di Dylan Dog si integra in maniera omogenea con le necessità narrative di un ciclo più ampio: sebbene il contributo alla trama della meteora in questo numero non sia enorme, le poche novità introdotte si amalgamano bene con il resto della storia, senza sequenze finali o iniziali del tutto slegate a dagli esiti posticci come negli albi precedenti.

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Il comparto artistico, anticipato dalle copertine sempre impeccabili di Gigi Cavenago, è affidato a Luigi Siniscalchi, che non osa particolarmente nella strutturazione delle tavole: raramente la classicissima 3x2 bonelliana viene sovvertita, con la parziale eccezione delle ultime pagine della storia che costituiscono una sequenza muta ottimamente riuscita. Quanto ai disegni, il tratto veloce ed espressionista di Siniscalchi si adatta bene ad una storia ricca di azione come questa, con un buoni risultati anche nella resa dei volti, grotteschi e contratti, di alcuni personaggi, oltre che di alcune sequenze splatter che non vi anticipiamo.

Dylan Dog #395 - Del tempo e di altre illusioni (-5 alla meteora!), recensione

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"Rappresentare un caos non significa affatto rappresentare caoticamente" scrive a un certo punto Luigi Pirandello nella prefazione ai Sei personaggi in cerca d’autore. Se c’è un’idea che guida questo lungo ciclo della Meteora, si tratta certamente del caos: del disordine, della catastrofe, dell’entropia massima, se si preferisce. Un caos più annunciato, promesso e pubblicizzato che effettivamente manifestato nelle pagine a fumetti del nostro caro investigatore dell’incubo, tanto più che mancano pochissimi mesi (appena cinque) all’avvento della letale meteora che ormai non ha più bisogno di presentazioni.

Per la meteora, purtroppo, bisogna ancora attendere. Ma il caos, quello sì che compare in questo Dylan Dog #395, intitolato Del tempo e di altre illusioni, scritto e disegnato da Carlo Ambrosini e toccherà all’Old boy ristabilire l’ordine in una Londra in cui passato, presente e futuro si mescolano in maniera imprevedibile.

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L’albo si apre con il consueto contributo alla continuity della meteora, questo mese graficamente molto ispirato, sebbene non particolarmente ricco di contenuti, con protagonista John Ghost. Di qui, con un improvviso cambio di ambientazione, veniamo catapultati sull’isola di Stromboli nel 500 a.C., all’indomani dell’eruzione dell’omonimo vulcano (un’altra catastrofe imminente): ma non c’è da temere, perché si tratta solo di un vecchio film muto, peraltro mutilo del finale, a cui Dylan e un annoiatissimo Groucho stanno assistendo. La narrazione procede per continui salti temporali, dalla Prima Guerra Mondiale all’adolescenza di Dylan, anticipando una serie di eventi futuri significativi che non spoileriamo. Filo conduttore delle vicende è un bambino muto (esattamente come il film di inizio albo) che appare e scompare in modi misteriosi.

Il caos che arriva a dominare lo spazio e il tempo, dunque, con un Dylan impigliato fra ricordi di amori passati e tragedie future; peccato, però, che rappresentare il caos non significhi rappresentare in maniera caotica: Carlo Ambrosini affastella situazioni, eventi, ambientazioni e citazioni (visive e testuali) fra le più disparate in modo troppo caotico perché il lettore riesca a venirne a capo: per quanto le suggestioni che Ambrosini presenta siano tutte potenzialmente interessanti e mai fuori tema, l’assenza di un intreccio forte che le disciplini (complice anche il numero limitato di pagine) crea solo confusione. E, difatti, l’albo sembra chiudersi con un’amareggiata resa all’entropia.

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Le mancanze narrative di questo numero, però, sono compensate da un eccellente lavoro grafico, a partire dalla maestosa copertina di Gigi Cavenago che cita il Giove e Teti di Jean-Auguste-Dominique Ingres (e che ricompare anche nell’albo). Ma la vera bravura di Ambrosini si dispiega nella struttura delle tavole, che spesso si discosta in maniera creativa dalla classica griglia bonelliana con risultati davvero riusciti: il rischio di rompere uno schema così consueto e relativamente rigido come la griglia 3x2 avrebbe potuto ingenerare confusioni nella lettura ma non è questo il caso, ed anzi le sequenze del film Stromboli sono da considerarsi le più riuscite da alcuni numeri a questa parte.

Dylan Dog #394 - Eterne stagioni (-6 alla meteora!), recensione

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La fiaba degli amanti/ cui un maleficio tolse/ d’incontrarsi/( donna di notte lei/ e con la luce falco/ lui con la luce uomo/ e nottetempo lupo)/ ci piacque tanto che per un bel pezzo/ ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke."

Così comincia, alludendo al film fantastico Ladyhawke del 1985, una celebre poesia di Michele Mari in cui il poeta e la sua amata, esattamente come il cavaliere e la dama del film, sono condannati (in questo caso a causa di circostanze tutt’altro che fiabesche) a non incontrarsi mai.
E motivo ispiratore di questo Dylan Dog #394, scritto da Paola Barbato e disegnato da Marco Nizzoli, sembra essere proprio il film fantastico del 1985 (e forse, chissà, anche le Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Mari).

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La vicenda, anticipata dal consueto prologo legato al ciclo della Meteora (il cui conto alla rovescia in copertina segna un pericoloso -6), che aggiunge un paio di appetitosi colpi di scena, ci mostra una Londra sconvolta da repentini e frequenti mutamenti climatici: le stagioni, a causa della meteora, si alternano velocemente e la calura estiva viene rapidamente sostituita dal piovoso autunno e dal gelo invernale nel giro di poche ore.
Fin qui niente di troppo diverso (purtroppo) dal mondo reale, se non fosse per il fatto che i cambiamenti climatici sortiscono, in una sorta di meteoropatia di massa, effetti nefasti sulla popolazione londinese: se in primavera tutti sono gentili e affabili, l’estate rende tutti litigiosi, mentre l’autunno istiga pensieri cupi e istinti suicidi. L’inverno, invece, sembra avere effetti talmente nefasti da costringere le autorità a indire il coprifuoco.

È in questa Londra a soqquadro che Dylan farà la conoscenza della misteriosa (e bellissima) Annabeth, con cui intreccerà una relazione impossibile come quella fra Knightwolf e Ladyhawke, fino all’inevitabile e tragico scioglimento ("Come se un lupo/ fosse mai uscito indenne da una fiaba", recita un’altra poesia di Mari dalla stessa raccolta).

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Paola Barbato scrive un numero decisamente diverso dagli altri del Ciclo della Meteora, in cui l’impostazione realistica (se di realismo si può parlare per un fumetto in cui streghe, spiriti e vampiri sono di casa) lascia il posto ad un’atmosfera quasi fiabesca, in questa storia ricca di rimandi, antitesi e parallelismi interni che accentuano il carattere allegorico della vicenda. Il risultato è un bel numero, sebbene, a nostro avviso, il suo inserimento nel Ciclo della Meteora ne smorzi leggermente il carattere fiabesco.

Il comparto grafico, preannunciato dalla bella copertina di Gigi Cavenago, è affidato a Marco Nizzoli, già coautore, assieme a Leomacs, di Dylan Dog #387, primo numero del Ciclo della Meteora. Nizzoli, il cui tratto sottile dà il meglio di sé nella resa del viso dei personaggi (specie di quello di Annabeth), svolge un lavoro discreto senza troppe sperimentazioni grafiche, con la parziale eccezione di alcuni fra i momenti più onirici del numero, in cui osa leggermente di più con l’uso dei grigi. Molto belle, invece, le due pagine mute del primo bacio fra Dylan ed Annabeth.

Questo numero, infine, esce insieme ad un poster e ad una serie di adesivi dell’Indagatore dell’Incubo in omaggio (in maniera simile ad altri albi Bonelli in uscita in questo mese). Il poster, disegnato da Cavenago, mostra un Dylan Dog seduto in poltrona nella sua iconica posa: se il disegno è, tutto sommato, piacevole, decisamente meno lo è l’omogeneo sfondo azzurro che lo circonda. Avremmo preferito, se non un disegno a tutto foglio, quantomeno una qualche grafica più accattivante ed elaborata.

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Dylan Dog #393 – Casca il mondo, (-7 alla meteora!), recensione

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Le prime pagine di questo Dylan Dog #393, intitolato Casca il mondo, ci mostrano finalmente da vicino la meteora tanto chiacchierata negli albi precedenti e che, come più volte ripetuto sia dai personaggi che dagli autori sulle colonne dell’Horror Club (l’editoriale che accompagna ogni albo di DD), minaccia di scuotere le fondamenta della vita del nostro indagatore dell’incubo (oltre che dell’umanità intera).

E di scosse ce ne sono in abbondanza, in questo numero scritto da Barbara Baraldi e disegnato da Bruno Brindisi, e non solo metaforiche: a suonare il campanello del civico 4 di Craven Road in questo numero, infatti, c’è una bambina, Lucy Hamilton in cerca della madre, rimasta intrappolata sotto le macerie a seguito di una serie di terremoti limitati, misteriosamente, all’East End londinese.
Barbara Baraldi pesca direttamente dalle sue personali esperienze del terremoto in Emilia del 2012 per creare un’ambientazione credibile e particolareggiata: le tendopoli, la ricerca dei superstiti, i tentativi di rientrare nelle proprie case pericolanti per recuperare quanto rimasto, gli inevitabili sciacalli a caccia di preziosi, tutti dettagli che rendono bene l’idea di cosa succeda dopo un forte terremoto.

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La trama tuttavia, nonostante l’innegabile (e ottimo) lavoro di caratterizzazione delle ambientazioni, difetta di una certa scarnezza delle vicende di Lucy, in parte riducibile al solo colpo di scena finale (che non sveleremo) e che viene compensata inserendo una serie di personaggi e di situazioni a nostro avviso superflui o addirittura pretestuosi (su tutti Arya, impegnata come volontaria nell’assitenza ai terremotati), creando così nel lettore, se non confusione, l’impressione che gli eventi si avvicendino in maniera slegata.
Fra i difetti dobbiamo includere, inoltre, una certa stucchevolezza dei dialoghi e di alcune didascalie, specie nei punti chiave della storia: è un peccato che la resa realistica delle ambientazioni finisca per cozzare con frasi troppo smielate e inverosimili da parte dei personaggi. Ben riusciti, invece, sono i siparietti comici affidati, come di consueto, a Groucho.
Appena accennata in questo numero (sebbene si tratti di un accenno importante) è invece la storyline della meteora e che aggiunge un altro tassello ad un mosaico di cui ancora non si riesce ad indovinare l’immagine. Globale.

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Per quanto riguarda l’aspetto grafico, l’albo si apre con la bella copertina (questa volta più minimalista del solito) di Gigi Cavenago, che in un forte contrasto cromatico fra le tinte del rosso e quelle del nero, ci mostra un Dylan intrappolato sotto le macerie di una Londra devastata.
I disegni, invece, sono affidati a Bruno Brindisi, disegnatore di lunga data di Dylan Dog, che confeziona una serie di tavole ben riuscite e funzionali alla storia senza intaccare la consueta griglia bonelliana. Buona la resa di personaggi e ambientazioni, specie in notturna, quando le ombre e i chiaroscuri (realizzati attraverso i retini) conferiscono la giusta tridimensionalità ai corpi ed agli spazi, nonché l’attenzione per alcuni dettagli che contribuiscono a rendere solida la caratterizzazione delle situazioni.

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