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Emanuele Amato

Emanuele Amato

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Sfera: la ricerca e l'Arte: intervista ad AlbHey Longo

Classe 1993, il fumettista torinese AlbHey Longo - dopo La quarta variazione - pubblica per Bao Publishing il suo secondo libro dal titolo Sfera. Come evidenziato nella nostra recensione, i temi affrontati nel graphic novel vanno dal ruolo dell'Arte alla ricerca di se stessi. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l'autore per saperne di più. Diamo dunque il benvenuto ad AlbHey Longo su Comicus.

Tutta l’opera ruota intorno alla ricerca. Dalle prime pagine, dove Damiano cerca di capire l’origine del suo potere, fino a Chiara, che cerca il modo di esprimere la propria creatività. Se già ne La quarta variazione si parlava di ricerca, Sfera sembra la sua evoluzione concettuale. Cosa è cambiato per te riguardo al tema e rispetto al tuo primo libro?
Ciao, Comicus! Se ne La Quarta Variazione il tema era anche la crescita, insicura, piena di domande su se stessi e su chi ci circonda, in Sfera si parla più di una ricerca personale. Damiano e Chiara sono personaggi più adulti che non possono più “nascondersi” dietro un apparente immaturità, le loro ricerche sono lo specchio di una ricerca di stabilità, ordine e appagamento che tutti noi cerchiamo costantemente, tenendo testa alle mille variabili che la vita ci pone davanti! O almeno, questo è quello che volevo in parte trasmettere!

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Emotivamente, escludendo l’affinità di pensiero, ti senti più vicino a Chiara o Damiano?
Inizialmente mi sentivo più vicino a Damiano e questa cosa mi ha aiutato a scrivere parte del suo personaggio e delle sue scene iniziali. Mentre lavoravo al libro alla fine mi sono reso conto, anche tramite pareri esterni, che ho messo in Chiara molte più cose di me di quanto pensassi! E quindi, ad un certo punto, Damiano è andato per la sua strada.

In Sfera hai inserito elementi paranormali. Come mai questa scelta?
Avevo voglia di staccarmi da una narrazione prettamente ancorata alla realtà. Il fumetto ti offre la possibilità di inserire “senza spese” elementi che in altri media visivi avrebbero un costo elevato, e volevo cogliere questa possibilità. In più mi divertiva trovare una mia declinazione del “superpotere”.

Si sente la critica all’arte moderna, sul suo fattore essenzialmente estetico ma dal contenuto non sempre presente, se non quello dato dai critici. Credi che questi tempi veloci abbiano messo in secondo piano il senso e il significato, puntando più sul design e sull’impatto visivo, rispetto a prima?
In realtà la mia non è proprio una critica, è più un mostrare quali sono gli approcci più diffusi sul mondo dell’arte contemporanea. Ormai l’impatto visivo e la pura estetica sono diventate di per sé dei valori che non hanno bisogno di grandi significati per esistere, che poi se ci pensiamo era la stessa cosa per l’arte classica, pura rappresentazione e tecnica.
Penso anche che la critica del vecchio contro il nuovo, del nuovo contro il vecchio, del nuovo contro il nuovo e via discorrendo faccia parte del gioco. Tornando a Damiano e Chiara, in qualsiasi ambito artistico il proprio operato non sarà mai apprezzato completamente da tutti, e bisogna essere sicuri dei propri intenti per avere le spalle abbastanza larghe per sopportare e accogliere le critiche.

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Il tuo tratto è in evoluzione. Sempre caratteristico ma più deciso e preciso. Senza contare l’uso dei colori. Il tuo laboratorio creativo sono le storie brevi, oppure sperimenti sostanzialmente e soprattutto con i tuoi lavori lunghi?
Grazie! Sicuramente le storie brevi e le illustrazioni sono la palestra che preferisco!
Poi in generale, e penso continuerà così, il tratto in evoluzione è anche dovuto al tipo di storia che voglio raccontare, nel periodo di lavorazione di Sfera avevo bisogno di trovare un mio ordine, una mia pulizia nella narrazione e nel tratto.

Più volte hai dichiarato che intendi spostarti su lidi più action, dalle tinte sci-fi. Cosa dobbiamo aspettarci?
Spero delle figate, ahahah!
Vi ringrazio per l’intervista!

Sfera, recensione: L’arte come legame e come ricerca

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Per leggere l'intervista ad AlbHey Longo, clicca qui.

AlbHey Longo ha esordito per Bao Publishing nel 2016 con La quarta variazione e ora, il giovanissimo autore torinese, torna in libreria con Sfera, graphic novel che in parte rappresenta l’evoluzione del suo primo libro, per tematiche, e in parte se ne discosta per messa in atto.

La storia ruota intorno a Damiano e Chiara, due giovani giornalisti che si incontrano a un festival di cinema per conto delle rispettive testate. Il primo è impegnato in una ricerca sui fenomeni paranormali legati ad esperienze extracorporee e abilità extrasensoriali e telecinetiche. Questo tema è dovuto allo sviluppo improvviso di un “super-potere” che gli permette di creare delle sfere nere di vetro di dimensioni e durata variabili. La seconda, invece, è una giovane ragazza laureata all’Accademia d’Arte che, accantonato il sogno di diventare un’artista, si è ritrovata nel mondo del giornalismo per poter vivere grazie ad un lavoro stabile e tranquillo. Ha un cruccio però: quel sogno non è mai svanito e si interroga spesso se questa sia la scelta giusta, data la sua insoddisfazione. Mentre i due chiacchierano e fanno amicizia, accade qualcosa. Damiano fa vedere il proprio potere a Chiara innescando nel giovane un’idea, ovvero quella di usare l’abilità per divenire artisti, così da sfruttare quella dote al servizio del sogno della ragazza.

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AlbHey Longo scrive un’opera lineare, pulita e semplice. Quella semplicità funzionale che mette in risalto molto bene i temi che vuole affrontare, senza girarci intorno, pur con l’escamotage del superpotere. Amicizia, crescita e responsabilità sono i focus su cui ruota tutto. C’è un qualcosa, però, che diviene il cuore pulsante della narrazione: la ricerca. Se già nel precedente libro era evidente questo tema, in Sfera è affrontato in maniera diversa e inserendo variabili di vita reale nuove. Anche la critica, o per meglio dire, riflessione dello stato attuale del concetto di Arte, viene riproposto in modo differente e sapiente.
I dialoghi sono fluidi e realistici e non appaiono mai ostentati o statici e riflettono dubbi ed interrogativi sulle nostre scelte, sull’accantonare le passioni per qualcosa di diverso ma stabile, visto in due modi diversi secondo i punti di vista dei protagonisti.

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In Sfera non troviamo solo un’evoluzione nei temi e nella narrazione, ma anche sul versante artistico/visivo. Il tratto migliorato, più pulito e meno “grezzo”, ma pur sempre caratteristico, assume nuovo valore grazie alla colorazione. Dopo l’esperienza nel ruolo di colorista sul webcomic Sappy, insieme a Capitan Artiglio e Oscarito sulla piattaforma online Wilder, troviamo il fumettista più sicuro di sé. Questo dona a Sfera un'arma in più per sottolineare e valorizzare l’espressività dei primi piani e rendere più fresche le sequenze, donando un mood diverso e accattivante in perfetta linea con il contesto artistico narrato.

L’edizione Bao è un cartonato 17x24 cm con inserti lucidi (le sfere) in copertina. È disponibile anche una variant cover disegnata da Nova Sin.

Io sono Maria Callas, recensione: Vanna Vinci racconta la donna Callas

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Abbiamo già detto altrove che questo è il momento dei biographic novel. E così, anche Feltrinelli Comics si imbarca nel flusso della narrazione di personaggi iconici che hanno fatto la storia della cultura contemporanea. È il caso di Vanna Vinci con la sua opera Io sono Maria Callas. In ambito fumettistico, la Diva ha già ricevuto attenzioni da altre autrici, ricordiamo ad esempio Nata Libera di Lorenza Natarella del 2017 per Bao Publishing - inserita anche nei ringraziamenti del volume dalla stessa Vinci.

La fumettista organizza un racconto non tanto sull’aspetto iconico del personaggio: certo, questo è presente - sarebbe assurdo non inserirlo - ma la sua narrazione ha un focus diverso incentrato sulla donna. Il lato umano con tutte le sue sfumature, determinazioni, debolezze, sogni e desideri. Il conflitto tra "Maria" e la "Callas". Tra la sua determinazione, impegno e dedizione, con tutte le rinunce fatte per amore dell’arte da un lato, chiamato da lei La “Callas” e quello fragile, passionale, desideroso e sognante dall’altro, chiamato da lei “Maria”. Insomma tutte le sfumature possibili di una donna indomita e complessa.

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Vanna Vinci riesce ben a sviscerare i volti, o meglio i filtri della personalità di Maria Callas, sia tramite i suoi pensieri che quelli di chi le girava intorno. La narrazione lineare dell’autrice rende il racconto toccante e sincero. I biographic novel possono risultare spesso pesanti, per chi, magari, non è amante o conoscitore del personaggio ma in questo caso il problema non si pone. La Vinci non annoia il lettore e con l’esperienza e i suoi stilemi mette in atto una vera tragedia greca intorno alla Callas. Perché sì, la vita di Maria Callas assomiglia a una delle tragedie da lei interpretate. L’impostazione narrativa infatti assume i connotati della Medea di Euripide.

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Seguendo la struttura di una tragedia greca con prologo, parodo, stasimi ed episodi, l’autrice ci dona i momenti emblematici della soprano. Dalla Maria sovrappeso, con problemi legati alla percezione del suo aspetto e vessata da una madre egoista e ingombrante, a quello di leggenda. Le varie fasi della sua trasformazione fisica e gli amori che l’hanno circondata e tormentata emotivamente, come Meneghini, Pasolini, Visconti, e quello che più di tutti l’ha influenzata: Aristoteles Onassis. I successi e il disastro della Norma per l’inaugurazione dell’Opera di Roma, quando restò afona e abbandonò il palco, nel ‘58. Il ritiro dalle scene e la chiusura dal mondo nella sua casa parigina. Vanna Vinci scava e sviscera l’icona del Novecento fino a trovare la sua vera essenza.
Un’opera corale dove ogni personaggio si incastra in un racconto che diventa sfaccettato e in cui tutti sono chiamati in causa per aggiungere pezzi importanti della storia di Maria Callas. 

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L’autrice non utilizza gabbie visive, si libera di ogni forma di struttura come per evitare costrizioni al personaggio. Man mano la figura della Callas diventa sempre più imponente come una maestosa Medea o la sacerdotessa Norma. Le espressioni, sempre evocative e precise, rendono perfettamente lo stato d’animo della Diva nelle varie fasi della narrazione. Maria Callas nel tempo ha avuto molte trasformazioni fisiche e Vanna Vinci riesce nell’intento di comunicare la sofferenza e la gioia di alcune metamorfosi. Il suo tratto si destreggia egregiamente nel saper cogliere le sfumature della trasformazione fisica e mentale della soprano.
L’edizione Feltrinelli Comics è curatissima, un cartonato a colori 21x24 con sovraccoperta, molto elegante, che valorizza ancora di più l’opera.

Andy. I fatti e la favola, recensione: Come si dovrebbe raccontare Warhol? Ve lo dice Typex

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"Ignoro dove l'artificiale finisce e cominci il reale".
[Andy Warhol]

Le biographic novel stanno occupando sempre maggior spazio nelle libreria, dalle vicende delle rock-star alle icone della musica pop, fino a quelle di pittori ed artisti che hanno avuto un peso rilevante nella Storia. Ovviamente, non poteva mancare in questo elenco l’eclettico Andy Wharol, già di recente protagonista della biografia illustrata dall'inglese Andrew Rae, intitolata Warhol. Come non lo hai mai visto pubblicato nel 2014 da Electa Mondadori. Successivamente, nel 2017, arrivò Becoming Andy Warhol di Nick Bertozzi. Per quanto riguarda invece le opere nostrane, Adriano Barone e Officina Infernale diedero alla luce Warhol per BeccoGiallo Edizioni. La loro versione racconta dell’artista attraverso il suo punto di vista. Questo rapido excursus serve solo a dire che non mancano ormai opere a fumetti e narrazione illustrata sull’artista, ma il graphic novel dell'olandese Typex si distingue in quanto a complessità e mole.

Tutti conoscono il geniale Andy Warhol o, quanto meno, le sue opere più famose. Padre della Pop Art, la vera genialità di Warhol è stata quella di sfruttare le enormi potenzialità che la comunicazione gli ha offerto riuscendo a trasformare qualunque cosa in espressione artistica. Dal mondo del Fumetto, al panorama Hollywoodiano, passando per il campo della pubblicità, Andy creava linguaggi diretti e semplici. Una delle sue frasi più celebri, che racchiudeva un po’ tutto il suo pensiero sull’arte, risiede in un’intervista fatta nel 1967. Egli diceva: “Se volete sapere tutto su Andy Warhol, guardate solo la superficie: dei miei dipinti, dei miei film e di me, eccomi là. Dietro non c’è niente”. Sottolineare così volutamente, l’assenza di ogni forma di significato o critica sociale nelle sue opere, non è da tutti. Questo particolare passaggio lo ritroviamo anche nel fumetto di Typex. Ma procediamo con ordine.

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L’opera parte proprio dall’infanzia dell’artista, dove il tempo passava nella lettura dei fumetti di Micky Mouse, fino alla sua morte. I dieci capitoli, anche se in verità e come se fossero dieci libri, non tralasciano nulla e comprendono essenzialmente tutte le tappe fondamentali della sua vita: gli incontri con Truman Capote, la Factory, le famosissime ed iconiche serigrafie di Marilyn Monroe, i film come Sleep, il supporto e la collaborazione con i Velvet Underground, gli incontri con Bob Dylan e Madonna, solo per fare alcuni illustri esempi. La narrazione di Typex gioca molto sulla realtà, ben documentata, e la favola. Da qui il titolo del volume: dove non arriva il racconto documentaristico, l’autore olandese inserisce sfumature personali, sviscerando e comprendendo pienamente il pensiero e le emozioni di Warhol.

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Per quanto riguarda lo stile del disegno, anche qui troviamo delle peculiarità. Attraverso l’evoluzione narrativa e i periodi storici descritti, anche i disegni mutano e si modellano in base all’estetica degli anni raccontati. Dal tratto minimal in scala di grigio e seppia, passiamo a matite e colori più psichedelici. Typex cerca di usufruire del media nel migliore dei modi in base al contesto storico. Questa scelta è un ulteriore omaggio dell’autore all’artista. Ad inizio di ogni capitolo, inoltre, il fumettista inserisce delle card descrittive dei personaggi cardine di quel periodo storico che hanno ruotato intorno a Warhol. Un modo pratico per capire chi siano in maniera veloce e, in verità, un espediente estetico realmente ben fatto, in linea con il pensiero di Andy.

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Andy non è una lettura veloce, ma in quasi 600 pagine non ci si annoia mai. Questo porta a due considerazioni: la prima che Typex ha voluto donare un racconto estremamente dettagliato, non lasciando pezzi lungo la strada e, la seconda, che l'autore ha voluto evitare di realizzare un' opera veloce che vien mangiata in modalità binge-eating, dati i tempi che corrono.

L’edizione Bao Publishing è fedelissima a quella originale, molto curata e in linea con il mood dato dalle opere di Warhol. Il volume si presenta con grafica simile al packaging di una scatola di detersivi, chiaro rimando alla Pop Art. Gli esterni delle pagine hanno la matrice specchiata, per rendere il tutto ancora più iconico, merito del graphic designer Piet Schreuders. Ultime nota: per le quasi 600 pagine a colori, il prezzo di 29 euro risulta davvero contenuto.

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