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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Historica: Le Spie di Cambridge, recensione: tradire per una causa

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Lo spionaggio è un genere d’intrattenimento enormemente popolare che ha saputo ritagliarsi, nel corso del tempo, uno spazio importante nell’immaginario collettivo. Spesso associata a trame avventurose, intrighi, scenari esotici, donne ammalianti e gadget tecnologici di “bondiana” memoria, la narrativa spionistica ha saputo declinarsi anche in versioni più realistiche, come nei romanzi di John LeCarré, ex agente segreto britannico divenuto scrittore di best-seller di successo. Nei suoi libri le spie rifuggono da qualsiasi caratterizzazione densa di superomismo alla 007 per rivelarsi, spesso, come grigi burocrati immersi nello squallore di uffici soffocati dal fumo delle sigarette. È il caso di George Smiley, antieroe per eccellenza e presenza ricorrente nei romanzi dello scrittore inglese, come ne La Talpa, romanzo del 1974 da cui è stato tratto nel 2011 l’omonimo film di successo diretto da Tomas Alfredson con Gary Oldman protagonista. La vicenda narrata nel libro ruota intorno alla riorganizzazione dei servizi segreti britannici in seno ai quali opera, ai più alti livelli, una spia doppiogiochista al soldo dell’Unione Sovietica. La trama fu ispirata a LeCarré da una reale e clamorosa vicenda di spionaggio che sconvolse l’opinione pubblica britannica: la storia dei “Cinque di Cambridge”. Si trattava di cinque esponenti dell’alta borghesia che, dopo aver aderito alla causa del comunismo, riuscirono ad infiltrarsi in ruoli chiave della diplomazia di sua maestà e a fornire informazioni riservatissime ai servizi segreti sovietici per più di trent’anni. Una storia incredibile ma realmente accaduta, che ha fornito l’ispirazione per Le Spie di Cambridge, avvincente bd di spionaggio scritta da Valerie Lémaire per i disegni di Olivier Neuray, coppia affiatata tanto nel lavoro quanto nella vita.

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Per capire le motivazioni dietro al tradimento della propria patria da parte dei cinque inglesi e la situazione storica nel quale questo è maturato, bisogna tornare indietro nel tempo fino agli anni successivi alla fine del primo conflitto bellico. In quel periodo una nuova classe dirigente cominciava a rifiutare la tradizionale impostazione della vita pubblica britannica, conservatrice in politica e liberista in economia, ritenendo che fosse stata determinante nel condurre il paese prima in guerra e poi alla rovina economica. Come se non bastasse, alla fine degli anni venti cominciarono a farsi sentire gli effetti della grande crisi economica iniziata oltreoceano. Disoccupazione e miseria facevano sentire la loro morsa. Le politiche di austerity portate avanti dal governo conservatore di Stanley Baldwin finirono per aggravare la situazione, portando allo sciopero generale. Guerra, recessione e disordine sociale convinsero un gruppo di giovani britannici che l’Europa come era stata conosciuta fino ad allora era destinata a un’inesorabile declino. Subendo le suggestioni della Rivoluzione d’Ottobre, aderirono segretamente all’ideologia comunista in nome di un sovvertimento dell’ingessata società inglese, rigida e snob, che si sarebbe dovuta aprire così ad una maggiore libertà sociale e di costumi, oltre all’eliminazione di ogni differenza di classe.

Appartenendo alla classe dirigente britannica, i personaggi della storia raccontata da Lemaire & Neuray divennero una preda ambita dello spionaggio sovietico. I cinque protagonisti di questa bd e della clamorosa vicenda storica che l’ha ispirata, pur appartenendo alla stessa classe agiata, presentavano caratteri molto differenti tra loro. Se Kim Philby, figlio di un diplomatico inglese di stanza in India che gli aveva dato il nome del bambino spia dell’omonimo romanzo di Rudyard Kipling, conduceva una vita da donnaiolo impenitente, di diverso orientamento sessuale erano il libertino Guy Burgess e l’austero Anthony Blunt. Nel caso di questi ultimi due, la contrapposizione alla rigida società inglese derivava anche dalla difficoltà di vivere liberamente la propria condizione di omosessuali in un periodo in cui essere gay in Inghilterra era considerato un reato. Completavano il quintetto Donald MacLean e John Cairncross, sui quali però la coppia di autori si sofferma di meno, puntando i riflettori soprattutto su Philby, Burgess e Blunt.

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È l'ormai anziano Blunt a rievocare l’intera vicenda, tornata agli onori della cronaca dopo che il governo Thatcher l’ha strumentalmente riesumata per distrarre l’opinione pubblica britannica dai disordini sociali, in primis lo sciopero dei minatori, causati dai propri interventi di natura conservativo/liberista nel campo del lavoro. Ripercorriamo così l’incontro tra i cinque all’università di Cambridge, sul finire degli anni 20, la condivisione degli ideali rivoluzionari e la profonda amicizia che li unirà per tutta la vita. Partendo dalla cellula comunista fondata in seno alla prestigiosa università da Maurice Dobb e aderendo in seguito alla società segreta degli “Apostoli”, che sosteneva il libertarismo in campo filosofico e il libertinismo in quello sessuale oltre alla fiducia nel marxismo, i cinque ebbero buon gioco nello sfruttare la propria posizione sociale per scalare i vertici della diplomazia britannica ed occupare posti chiave in seno ad enti come l’ MI5, preposto alla sicurezza interna del paese, e ambasciate inglesi all’estero. Entrati in contatto con i servizi segreti russi, il quintetto inglese cominciò una collaborazione ultradecennale con il regime sovietico, tradendo di fatto il proprio paese. Tale tradimento non avvenne però per interesse personale o per denaro, ma per una fede spontanea verso la dottrina comunista. La prima fase dell’attività spionistica dei cinque coincise con l’ascesa del nazismo in Germania e la successiva Seconda Guerra Mondiale, che rese meno sofferto il loro status di spie sovietiche: in fondo in quel momento Gran Bretagna e Unione Sovietica erano alleate contro il nazifascismo e i loro interessi, in linea di massima, coincidevano. Ben diverso lo scenario che gli si presentava davanti nel periodo post-bellico, con un riposizionamento politico inglese in ottica anticomunista. Senza dilungarci ulteriormente sulla trama per non svelarne troppo, diremo che i cinque dovranno vivere sia con il pericolo costante di essere scoperti, sia con il peso di una inevitabile disillusione.

Valerie Lémaire imbastisce una trama avvincente che è intimamente connessa agli avvenimenti storici del periodo preso in esame. A causa dell’intrecciarsi di molteplici eventi storici, la narrazione non è molto fluida e potrebbe mettere in difficoltà il lettore occasionale non troppo avvezzo alla materia storica. Ciò nonostante, la scrittrice riesce comunque a fornire un’interessante caratterizzazione di personaggi, sfuggendo così al pericolo di realizzare un’opera troppo didascalica, concentrandosi soprattutto sul trio Philby, Burgess e Blunt. A vario titolo, i tre resteranno fedeli all’ideale comunista fino alla fine, anche se sarà Burgess, il più spontaneo e disincantato del gruppo, a pagare il prezzo più alto.

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Dal punto di vista artistico, l’opera si inserisce pienamente nel solco della tradizione della bd francofona, tanto per lo stile del suo disegnatore quanto per l’organizzazione a bande orizzontali della tavola. Oliver Neuray è un classico esponente della linea chiara, ma il suo tratto pulito, per quanto giovi alla chiarezza espositiva, a tratti risulta freddo e non si segnala per particolare originalità. Risulta evidente il metodo di lavoro dell’artista basato su riferimenti fotografici: le fattezze di Burgess, in particolare, sono modellate su quelle del divo del cinema classico Cary Grant. Ciò nonostante, la semplicità del suo stile risulta funzionale a una narrazione già piuttosto ingarbugliata per la vicenda raccontata e ben si sposa tanto con la sceneggiatura della Lémaire, quanto con i colori altrettanto chiari di Dominique Osuch.

A conti fatti, Le Spie di Cambridge è una lettura imperdibile per qualsiasi fan dello spionaggio e degli intrighi internazionali, che potrebbe però risultare intrigante anche per chi volesse approfondire uno dei “casi” storici più clamorosi dello scorso secolo.

Tributo a Dennis O'Neil: Tra la luce della Lanterna e l'oscurità della Bat-Caverna

La prima volta che ho letto il nome di Dennis O’Neil nei credits di un albo a fumetti ero ancora un bambino che nei primi anni ‘80 si riempiva gli occhi di meraviglia leggendo le storie Marvel portate in Italia da una Editoriale Corno prossima a scomparire. L’Uomo Ragno II serie era rimasta l’unica collana dell’editore milanese a presentare materiale inedito, mentre le altre testate presentavano ristampe dei gloriosi periodi Silver e Bronze Age pubblicati nel nostro paese nel decennio precedente. Denny (come veniva chiamato da tutti) O’Neil era lo sceneggiatore regolare di Amazing Spider-Man in un periodo di passaggio della collana, con storie oggi perlopiù dimenticate a favore di quelle successive, scritte da Roger Stern, che ebbero però il merito di tenere a battesimo un giovane John Romita Jr. sulla testata che avrebbe disegnato a più riprese nei successivi trent’anni, introducendo inoltre interessanti personaggi di contorno come Madame Web. Una storia piuttosto bizzarra di quella run, ma che colpì la mia immaginazione di bambino, fu quella in cui Hydro-Man, villain creato dallo stesso O’Neil, si fondeva per errore con l’Uomo Sabbia dopo uno scontro con l’Uomo Ragno formando un colosso di fango che si aggirava per New York come un novello King Kong, ricalcandone anche la tragica fine.

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Avrei scoperto anni più tardi che quelle storie, pur apprezzate da ragazzino, non erano certamente quelle per cui Denny O’Neil sarebbe stato ricordato. Nonostante la sua carriera fosse iniziata giovanissimo alla Marvel negli anni ’60, tappando buchi per le sceneggiature di testate lasciate orfane da un sempre più indaffarato Stan Lee come Doctor Strange e X-Men, è alla DC che la carriera di O’Neil decolla definitivamente. Voluto da Dick Giordano, che aveva conosciuto durante un rapido passaggio alla Charlton, O’Neil si trasferisce presso l’editore di Batman e Superman sul finire degli anni ’60, preparandosi a sfornare due opere che faranno epoca. Dopo un ciclo di Justice League of America e uno piuttosto contestato di Wonder Woman, in cui O’Neil priva Diana dei suoi poteri e del legame con le Amazzoni, la DC decide di affidargli il rilancio di Green Lantern, personaggio dalle atmosfere tipicamente Silver Age che faticava a trovare il suo spazio in un periodo storico convulso come quello di fine anni ‘60/inizio anni ’70. La nazione, già attraversata dalle contestazioni studentesche e dalla protesta contro la guerra del Vietnam, stava per conoscere lo scandalo del Watergate: un contesto politico/sociale nel quale un poliziotto intergalattico che aveva come unico punto debole il colore giallo sembrava drammaticamente fuori luogo. O’Neil ebbe un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: mantenere lo status di “uomo di legge” di Hal Jordan calandolo però in un contesto reale. Lanterna Verde si sarebbe dovuto sporcare le mani con i veri problemi di un paese lacerato dal punto di vista sociale. L’intuizione più importante dello scrittore fu quello di affiancare a Jordan un eroe urbano fino ad allora considerato di seconda fascia, che avrebbe accompagnato la Lanterna Verde della Terra nel suo viaggio nel cuore degli States.

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La scelta cadde su Freccia Verde, personaggio che O’Neil aveva già scritto durante la sua gestione della JLA, facendolo evolvere dal clone di Batman dotato di frecce qual’era stato fino a quel momento a un personaggio completamente rinnovato e al passo con i tempi. Spogliato del suo status di milionario e playboy, caduto in disgrazia dopo aver perso la sua fortuna, Oliver Queen si presentava ora come un eroe irascibile e scontroso, adirato con la vita ma profondamente maturato nella sua visione politica, veicolo perfetto per l’anima progressista che avrebbe animato la serie fin dal primo numero e che ben si evince da questa tavola emblematica:

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Le trame di O’Neil affondavano le mani nei grandi problemi politici e sociali dell’epoca, come il razzismo intrinseco nella società americana (tematica piuttosto attuale ancora oggi) e la piaga della dipendenza dalle droghe dei giovani, simboleggiata dall’episodio più celebre di tutto il ciclo, quello in cui viene rivelata la tossicodipendenza di Speedy, il sidekick di Freccia Verde. In assenza del suo mentore, Roy Harper era sprofondato nel tunnel della droga. Lo shock di Oliver Queen fu pari a quello dei lettori. Per la prima volta veniva rappresentato in un fumetto mainstream lo spaesamento di una generazione a cui stavano venendo meno tutti i punti di riferimento, incorrendo inoltre nel paternalismo degli adulti a cui neppure un liberal come l’Arciere di Smeraldo sembrava volersi  sottrarre.

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Green Lantern/Green Arrow inaugurò una partnership parallela a quella cartacea tra Hal Jordan e Oliver Queen, quella tra Denny O’Neil e il disegnatore Neal Adams, artista rivoluzionario per la modernità di cui erano intrise le sue tavole. La loro collaborazione, tra le più celebrate della storia del fumetto, raggiunse l’apice con un ciclo di Batman iniziato nel 1971 che consegnò alla storia quella che molti ritengono la versione definitiva del personaggio.

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All’epoca il Cavaliere Oscuro era reduce da un paio di decenni un cui tutto era stato, tranne che “oscuro”. Le atmosfere cupe degli inizi erano state annacquate per contenere le accuse mosse dal Prof. Wertham nel suo famigerato saggio Seduction of the Innocent, mentre la sbornia “camp” dovuta al grande successo del telefilm trasmesso a partire dagli anni ’60 aveva definitivamente allontanato il personaggio dalle sue radici. Confesso che io adoravo la serie, vista più volte negli anni delle infinite repliche su varie emittenti private, eppure provavo un notevole imbarazzo a vedere Batman impegnato a ballare il “Batusi” o occupato in altre amenità non consone al suo ruolo di giustiziere. Le atmosfere goliardiche tipiche della serie tv trasmigrarono inevitabilmente anche negli albi a fumetti e fu solo grazie al lavoro del duo O’Neil/Adams, coordinato dall’editor-in-chief Julius Schwarz, se il Crociato Incappucciato tornò ad essere il vendicatore notturno immaginato da Bob Kane e Bill Finger. La coppia recuperò la dimensione urbana della serie, accantonando definitivamente gli elementi più bizzarri e pop che avevano contraddistinto le avventure di Batman degli anni ’60, e reintrodusse il suo più grande avversario, il Joker, nell’episodio chiave intitolato The Joker’s Five-Way Revenge.

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In questa storia dai toni noir, il Clown Pagliaccio del Crimine torna a Gotham dopo essere fuggito di prigione, uccidendo ad uno ad uno gli ex membri della sua gang per stanare quello che lo aveva tradito. O’Neil inaugura qui la caratterizzazione moderna del personaggio, mettendo da parte l’innocuo burlone degli anni ’50 e ’60 e liberando su carta il maniaco omicida che perseguiterà il Cavaliere Oscuro fino ai giorni nostri. Il contributo più celebre della coppia O’Neil e Adams al mito di Batman è però la creazione del villain definitivo del personaggio, una sorta di suo riflesso oscuro: Ra’s Al Ghul, capo della Lega degli Assassini, setta dedita ad estirpare la corruzione dell’essere umano tramite azioni di sterminio e genocidio. Pluricentenario, ma ancora giovane grazie al potere curativo della Fossa di Lazzaro, Ra’s condivide con Batman intelletto e vigore fisico fuori dal comune, tanto da ritenerlo un suo possibile e degno erede alla guida della Lega degli Assassini. L’ammirazione per il Cavaliere Oscuro è condivisa anche dalla figlia Talia che se innamora, intraprendendo con lui in seguito una relazione che porterà alla nascita del figlio dell’inconsapevole Bruce, Damien. Per mettere in scena il primo scontro tra Batman e Ra’s Al Ghul, O’Neil si ispira ai film di James Bond tanto in voga in quel periodo, trascinando il Crociato Incappucciato in scenari per lui inediti come il Nanda Parbat e le Alpi Svizzere, costringendolo ad una caccia all’uomo avvincente. Sono storie che mantengono un grande fascino anche oggi, e che all’epoca sembravano provenire direttamente dal futuro, tanto per le sceneggiature scoppiettanti di O’Neil quanto per la prova epocale di Adams al tavolo da disegno. Il Batman moderno viene codificato graficamente in queste pagine, e sarà un punto di riferimento imprescindibile per i successivi autori. L’artista tratteggia un Cavaliere Oscuro avvolto in un lungo mantello, snello e atletico, michelangiolesco nel suo fascio di muscoli tesi fino allo spasmo e sempre pronti a scattare. Le pose iconiche di Batman realizzate da Adams durante il ciclo realizzato con O’Neil si sprecano, come è iconico lo scontro finale a colpi di spada con Ra’s. I due personaggi sono inquadrati in modo che appaiano come giganti impegnati in una resa dei conti epica.

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Voglio ricordare due storie di Batman in particolare, tra le tante scritte da O’Neil in quel periodo, che esercitarono su di me una profonda suggestione: Night of the Reaper, sempre in coppia con Adams, in cui Cavaliere Oscuro si trova ad affrontare un misterioso assassino armato di falce e The Demon of Gothos Mansion, illustrata da Irv Novick, in cui il nostro eroe si trova catapultato in una vicenda di spettri e vecchi manieri che sembra uscita dritta da un film della Hammer.

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I fantastici anni ’70 di Dennis O’Neil alla DC vedono l’uscita di altri progetti prestigiosi, come il rilancio del classico eroe pulp The Shadow per gli eleganti disegni dell’artista Mike Kaluta, e l’epocale scontro tra Superman e Muhammad Alì (di cui vi abbiamo parlato qualche anno fa) che segna la fine della proficua collaborazione con Neal Adams.
Nel 1980 torna alla Marvel, prendendo le redini di Amazing Spider-Man, come detto in apertura. Il ciclo, della durata di un anno, non è all’altezza dei suoi precedenti lavori, mentre invece sono notevoli i due Annual della collana, datati 1980 e 1981, che O’Neil scrive per le matite di un giovane disegnatore di nome Frank Miller.

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Nel primo albo l’Uomo Ragno e il Dottor Strange affrontano la minaccia combinata del Dottor Destino e di Dormammu, in un riuscito omaggio a Steve Ditko, mentre il secondo mette in scena un’alleanza forzata tra l’Aracnide e il Punitore contro il Dottor Octopus, in una storia che esalta la predilezione per i contesti urbani di Miller, in procinto di diventare una delle superstar assolute del decennio. L’incontro con l’ex scrittore di Batman sarà decisivo per la carriera del giovane artista: è proprio O’Neil, in qualità di editor di Daredevil, a sollevare dall’incarico lo sceneggiatore Roger Mckenzie per lasciare al giovane Miller, fino ad allora solo illustratore della serie, il doppio incarico di scrittore/disegnatore. Il risultato di questa mossa sarà il ciclo leggendario conosciuto come la Saga di Elektra. Denny O’Neil e Frank Miller incroceranno più volte i loro passi nel corso delle rispettive carriere, e saranno tutti incroci importanti. Sarà proprio il primo a raccogliere il testimone del secondo sulle pagine di Daredevil, con un ciclo notevole che venne però offuscato dal ritorno di Miller sulla testata col capolavoro Born Again.

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È una sequenza di storie che merita di essere riscoperta (pochi anni fa Panini Comics ne ha raccolto una parte nel volume Il Secondo Segreto della sua Daredevil Collection) e che contiene alcune gemme dimenticate, per la maggior parte illustrate da un giovane David Mazzucchelli. Tra tutte, vale la pena ricordare Nebbia, con un Matt Murdoch attonito di fronte alla scoperta del cadavere di Heather Glenn, sua sfortunata vecchia fiamma suicidatasi dopo essere caduta nella spirale della depressione.

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O’Neil scrisse una sequenza di episodi di forte intensità emotiva e psicologica, preparando il mood della serie per il già citato Born Again di Frank Miller. Una perla assoluta di questo sottovalutato ciclo è …E poi si muore, episodio in cui lo scrittore fornisce probabilmente la migliore interpretazione mai apparsa dell’Avvoltoio, il classico nemico dell’Uomo Ragno, qui alle prese con Devil. O’Neil lo ritrae nella sua natura rapace e predatoria, derivata dall’animale da cui prende il nome, sorpreso dall’eroe mentre profana la tomba di Heather Glenn per rubare i gioielli con cui è stata sepolta.

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Da bambino mi colpì molto la caratterizzazione del villain, ritratto da Mazzucchelli mentre è appollaiato come un vero volatile sul tetto della Nelson & Murdoch, latore di morte dalla filosofia nichilista e ladro miserabile allo stesso tempo. L’atmosfera plumbea e malinconica contribuì a stampare nella mia memoria questo gioiellino misconosciuto.
A metà degli anni ’80, dopo aver scritto un’importante sequenza di storie di Iron Man in cui Tony Stark cedeva momentaneamente l’armatura all’amico Jim Rhodes (il secondo personaggio di colore a cui lo scrittore regala un ruolo da protagonista, dopo la creazione del personaggio di John Stewart sulle pagine di Green Lantern), O’Neil torna alla DC per lavorare ancora sul personaggio che aveva definito la sua carriera, ma non come scrittore. Nel 1986 viene nominato infatti group editor delle collane relative a Batman, ruolo che ricopre fino al 2000, traghettando così il Cavaliere Oscuro nel nuovo millennio. Quindici anni in cui il medium fumetto attraversa un grande cambiamento, a causa soprattutto dell’affermarsi di una “cross-medialità” che vede i personaggi dei comics uscire dai confini angusti degli albi per invadere altri media come cinema, tv e videogiochi. Batman è al centro di queste trasformazioni: il film diretto da Tim Burton che esce nel 1989 è un successo epocale che cambia per sempre la percezione che il pubblico generalista ha del character.

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O’Neil accompagna il personaggio attraverso questa fase di grande popolarità e di profondo rinnovamento del suo mito, coordinando ogni progetto a lui dedicato e svolgendo allo stesso tempo la funzione di garante della tradizione. Nei suoi anni di supervisione delle bat-testate, O’Neil da il semaforo verde a eventi che lasceranno il segno, come la morte di Jason Todd, il secondo Robin, decisa dai lettori grazie ad un sondaggio telefonico in un’epoca in cui internet e i social erano ancora un'ipotesi da fantascienza. Parallelamente, continua la sua carriera da scrittore col rilancio di The Question, il vigilante senza volto creato da Steve Ditko, un cult assoluto di quegli anni che conquista il suo seguito anche nel nostro paese grazie alle sue apparizioni in appendice al Green Arrow delle Edizioni Play Press.

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Continua a scrivere occasionalmente anche il Cavaliere Oscuro, sia nell’adattamento a fumetti del film di Tim Burton, splendidamente illustrato da Jerry Ordway, sia nella miniserie Sword of Azrael, disegnata da Joe Quesada. O’Neil aggiunge un ulteriore contributo personale al mito di Batman creando Jean – Paul Valley, discepolo e campione dell’antico ordine di Saint Dumas col nome di Azrael. Sarà quest’ultimo a sostituire nel ruolo di Batman un Bruce Wayne gravemente ferito dopo uno scontro con Bane, svolgendo però il suo compito con una violenza tale da costringere il vero Crociato Incappucciato a tornare anzitempo dalla sua convalescenza e a reclamare il mantello.

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Le ultime e recentissime sceneggiature realizzate dallo scrittore prima della sua scomparsa sono ancora una volta legate ai personaggi che hanno segnato la sua carriera: una storia breve di Batman per il celebrativo Detective Comics 1000 e un contributo all’albo speciale che festeggia gli 80 anni di Lanterna Verde, con la reunion tra Hal Jordan e l’arciere Oliver Queen.
Con Dennis O’Neil non scompare solamente uno sceneggiatore di grande talento, capace di inserire nel suo lavoro importanti istanze politiche e sociali come nessuno aveva mai fatto prima, ma anche un innovatore del fumetto popolare che ha contribuito a fare evolvere nella forma d’arte matura e consapevole di se stessa che conosciamo oggi.

Historica 84: Ribelli - Dalle colonie alla confederazione, recensione: una Storia senza eroi

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La collana Historica, edita da Mondadori, ha ospitato fin dal suo debutto nelle edicole alcune delle più pregevoli saghe a sfondo storico del fumetto internazionale principalmente provenienti dal mercato francese. Fra le eccezioni troviamo l'americana Ribelli, appassionata narrazione della nascita degli Stati Uniti d’America scritta da Brian Wood per i disegni del nostro connazionale Andrea Mutti, pubblicata in patria da Dark Horse Comics. Abbiamo già avuto modo di apprezzare in passato i precedenti capitoli dell’epopea di Wood e Mutti, di cui è da poco uscito il quarto volume dal titolo Ribelli: Dalle Colonie alla Confederazione.

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Fedele al registro ideologico che lo scrittore ha conferito all’intera opera fin dalle prime uscite, anche in questo volume la storia viene raccontata attraverso gli occhi degli umili, coloni e contadini, quei “comprimari” degli avvenimenti storici i cui nomi non vengono mai riportati nelle cronache ufficiali e tanto meno nei libri di testo. Così, se nelle prime uscite il compito di narrare gli eventi fondanti dei nascenti Stati Uniti d’America veniva affidato alla famiglia Abbott, attraverso gli occhi del patriarca Seth prima e del figlio John dopo, i riflettori si spostano ora su altri personaggi. Alcuni sono nati dalla fantasia di Wood; altri, invece, sono ben conosciuti e celebrati dalla Storia.

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Concedendosi un’eccezione rispetto alle linee guida che si era impartito fin qui, nel primo racconto del volume lo scrittore assegna finalmente il ruolo di protagonista a George Washington, comandante in campo delle forze ribelli e futuro primo Presidente degli USA. Qui viene narrata la presa di Fort Rectitude da parte di uno sparuto drappello di coloni virginiani agli ordini di un giovane Washington ai danni dei francesi, che a loro volta lo avevano sottratto agli inglesi. Proprio questi ultimi interpreteranno il gesto spregiudicato del generale americano come la scintilla di quelle ostilità che inizieranno da li a breve. Pur concedendo, per la prima volta, le luci della ribalta ad un personaggio storico, Wood non si allontana dalla poetica che ha contraddistinto finora il suo lavoro su Ribelli: la sua prosa e la sua caratterizzazione dei personaggi sono volutamente asciutti e privi di qualsiasi retorica, ferme nel proposito di consegnare ai lettori il resoconto di fatti storici compiuti da uomini con pregi e difetti e non un’agiografia di santi e virtuosi. In quest’ottica, il ritratto che lo scrittore fa di Washington è emblematico: un giovane temerario e scaltro oltre i limiti del consentito, certamente coraggioso ma anche pericolosamente avventato. Wood sottopone la figura del generale statunitense ad un processo di demitizzazione e umanizzazione che, attraverso lui, coinvolge anche la narrazione della nascita degli Stati Uniti d’America, spogliata così da qualsiasi aura epica ed eroica che potrebbero essere oggi usate strumentalmente da correnti suprematiste e sovraniste. Come brillantemente sottolineato da Sergio Brancato nella sua introduzione al volume, Wood intende recuperare la memoria collettiva americana in una dimensione critica, capace di restituire alla grande epopea nazionale i propri significati originari.

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Come nei volumi precedenti, ancora una volta Andrea Mutti accompagna i testi dello scrittore con uno storytelling classico ed efficace tanto nei momenti di azione più concitata quanto nei momenti intimi e domestici. All’artista bresciano si uniscono nei capitoli successivi, all’insegna di una piacevolissima unità stilistica garantita dai colori di Lauren Affe, l’abruzzese Luca Casalanguida, ormai lanciatissimo oltreoceano, e il catalano Joan Urgell, rendendo il comparto grafico del volume assolutamente prezioso per una delle saghe più interessanti del fumetto a stelle e strisce degli ultimi anni.

Examen, recensione: la breve ma gloriosa stagione dei supereroi italiani

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Il nome di Daniele Brolli è ben noto alla generazione di lettori di fumetti che ha vissuto la propria adolescenza durante la prima metà degli anni ’90. Figura eclettica del panorama a fumetti nostrano, capace di intuizioni editoriali in anticipo sui tempi, Brolli viene ricordato dagli appassionati soprattutto per la collaborazione con la Star Comics, con la quale lancia nel 1990 l’indimenticabile StarMagazine, rivista contenitore di fumetti Marvel dotata di un apparato critico-redazionale quale mai si era visto prima in Italia. Il successo dell’iniziativa è tale che l’anno successivo la Star da il semaforo verde ad una proposta ancora più ambiziosa di Brolli, Cyborg, rivista di fantascienza a fumetti contenente materiale inedito, realizzato dallo stesso autore e da altri giovani talenti che faranno la storia del fumetto italiano come Onofrio Catacchio, Davide Fabbri, Giuseppe Palumbo, Otto Gabos, Francesca Ghermandi, Davide Toffolo, Massimo Semerano e altri.

Il progetto editoriale si vuole collegare al filone cyberpunk, iniziato ufficialmente nel 1984 con la pubblicazione di Neuromancer di William Gibson ma conosciuto relativamente poco dai lettori italiani dell’epoca. Cyborg non ottiene un grande successo di vendite e chiude dopo soli sette numeri, lasciando però un solco profondo nel mondo del fumetto italiano. La rivista conoscerà una ripresa di otto numeri grazie all’editore Telemaco, per poi chiudere ancora. Dalle ceneri della Telemaco, Brolli fonda una nuova casa editrice dal nome emblematico, la Phoenix. L’avventura dell’editore sarà di breve durata ma, anche in questo caso, costellata dalla pubblicazione di fumetti di grandissima qualità. Oltre alla ripresa di alcuni dei personaggi che popolavano le pagine di Cyborg, la Phoenix porta in Italia alcuni tra i più quotati fumetti indie statunitensi del periodo, come Hate! di Peter Bagge e Concrete di Paul Chadwick, oltre agli eroi tamarri di Rob Liefeld tra i quali spicca, anche se per la durata di un solo albo, il sublime Supreme di Alan Moore. Ma Brolli coltiva un progetto più ambizioso, quello di creare il primo universo condiviso supereroistico completamente “made in Italy”.

Siamo a metà degli anni ’90 e oltreoceano il successo della Image ha cambiato completamente le carte in tavola delle gerarchie di mercato, proiettando un editore “indie” (per quanto fondato dalle star delle matita più quotate del momento) a rivaleggiare con Marvel e DC per le prime posizioni delle classifiche di vendita. Brolli non è interessato a realizzare un calco italiano dei fumetti che vanno per la maggiore negli USA in quel momento storico, quanto ad ibridarli con la sua formazione personale di lettore di supereroi, che affonda inevitabilmente le radici nei tempi della Corno e delle storie classiche Marvel. A questo mix viene aggiunta la sensibilità revisionista mutuata dalle opere di Alan Moore e di Rick Veitch (il cui fondamentale The One è stato pubblicato proprio dalla Telemaco, in allegato a Cyborg, su input di Brolli), e tutta la furia punk e iconoclasta del fumetto di rottura italiano che ha i suoi numi tutelari in Stefano Tamburini, Tanino Liberatore e Andrea Pazienza. Un ambiente frequentato dallo stesso Brolli, che può vantare collaborazione con tutte le riviste dalla grande stagione del fumetto d’autore italiano, da Linus a Alter, da Frigidaire a Valvoline. Tra tutte le collane supereroistiche autoctone prodotte dalla Phoenix, molte delle quali mai concluse, una spiccava decisamente sopra le altre, vuoi per il fatto che ne venne concluso almeno il primo arco narrativo, vuoi per la felice e riuscita sintesi di tutti gli elementi elencati sopra: Examen, scritta dallo stesso Brolli per i disegni di un giovane ma già strabordante Carmine Di Giandomenico.

Lo spunto narrativo era quello tipico del supereroe con superproblemi Marvel, calato però in un contesto da fantascienza distopica: duecento anni nel futuro, nella megalopoli di Nova Roma, Paolo Canale è un grigio impiegato degli archivi di stato perennemente in bolletta. Il suo lavoro, privo di stimoli, è quello di digitalizzare montagne di vecchi documenti cartacei, simbolo di un’era analogica ormai superata. Il riscatto di Paolo avviene di notte quando, nei panni del supereroe Examen, affronta tanto pericolosi criminali quanto i suoi vecchi colleghi supereroi, creati dall’azienda senza scrupoli Farmacon, i cui poteri sono fuori controllo rendendoli delle pericolose mine vaganti. Cruccio di Paolo, oltre al misero stipendio che rende complicato acquisire pezzi di ricambio per il costume del suo alter-ego, è il rapporto con la bella collega Laura. Uno è innamorato dell’altra, ma per una serie di equivoci evitano di confessarsi i propri sentimenti. Ma nella vita di Paolo c’è un problema ancora più grande, che lo rende unico nel panorama supereroistico: la tossicodipendenza. La droga infatti è l’unico metodo per tenere a freno i suoi poteri psicocinetici che altrimenti sarebbero fuori controllo. Un grattacapo notevole, che neanche il buon Stan Lee si sarebbe spinto a congegnare.

Ristampato dalla Star Comics per presentarlo ad una nuova generazione di lettori, Examen resta un’opera piacevolmente sovversiva capace di unire, come sottolineato da Roberto Recchioni nella bella introduzione, le suggestioni di Stan Lee, Steve Ditko, Alan Moore, Jim Lee, Rob Liefeld e i succitati Tamburini, Liberatore e Pazienza, fattore che la rende una lettura assolutamente unica. Merito della verve ispirata dei testi di Brolli e della potenza del tratto di un giovane ma già talentuoso DiGiandomenico, capace di costruire tavole ipercinetiche debitrici dello stile dell’epoca, ma nelle quali è già possibile riscontrare tutte le caratteristiche che lo porteranno ad essere uno dei disegnatori italiani più apprezzati del panorama internazionale. 
Unico difetto di Examen è l’assenza di un finale, a causa della chiusura prematura della Phoenix, problema al quale speriamo che gli autori vogliano rimediare al più presto.

L’ultima parola la vogliamo spendere per l’ottima qualità del volume con il quale Star Comics riportano sugli scaffali delle librerie l’opera di Brolli e Di Giandomenico: un bel cartonato dalla copertina double-face, disegnata dall’artista abruzzese e da Davide Fabbri, creatore grafico del personaggio, proposto ad un prezzo più che popolare. Una politica editoriale a portata delle tasche di tutti che, in tempi incerti come questi, non può che essere sostenuta ed elogiata.

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