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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Historica 77 Ribelli - L'alba degli Stati Uniti d'America, recensione: Quello che la Storia non dice

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Dopo essersi fatto un nome in Marvel con serie mainstream come X-Men e Moon Knight e in DC, sponda Vertigo, con serie originali come DMZ e Northlanders, Brian Wood si era accasato alla Dark Horse Comics sfornando ottimi lavori, prima di essere travolto dallo scandalo a sfondo sessuale di cui vi abbiamo dato conto qualche giorno fa.

Tra le opere prodotte per l’editore del cavallino nero, sicuramente è l’epopea storica di Rebels quella ad aver ricevuto i maggiori consensi di pubblico e critica. Ripercorrendo la storia della lotta per l’indipendenza delle colonie americane dal giogo della Corona inglese, l’opera di Wood ha il merito di non cadere né nella retorica patriottica di pellicole come Il Patriota, né tanto meno di indugiare in quell’agiografia storica che un soggetto del genere potrebbe ispirare. I protagonisti di Rebels non sono infatti i grandi generali celebrati nei libri di storia (che peraltro appaiono ma in ruoli secondari, vedi George Washington), ma contadini e persone semplici che devono lasciare le proprie famiglie per andare a combattere – e a morire – in guerre per le quali non verranno mai ricordati. Mondadori ha già pubblicato, nei volumi 37 e 63 della collana Historica, i primi due archi narrativi della serie scritta da Wood per le matite del nostro Andrea Mutti.

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La nuova uscita, intitolata Ribelli – L’Alba degli Stati Uniti d’America, si discosta dalla macro narrazione degli eventi che hanno definito la rivoluzione americana mostrati nei capitoli precedenti e ci presenta una raccolta di racconti intimisti, dei veri e propri interludi usciti originariamente tra i due blocchi già pubblicati qui da noi. Pur nella loro brevità, questi brevi episodi autoconclusivi sono paradigmatici della scelta ideologica, da parte di Wood, di raccontare la Storia attraverso gli occhi delle persone comuni anche se alcune tra queste, come vedremo, sono alquanto straordinarie. È il caso, in particolare, dei due ritratti femminili con i quali si apre il volume.

Protagonista del primo è Sarah Hull, moglie di un sergente delle forze armate di George Washington. Sarah sposa totalmente la causa del suo uomo: mentre questi è impegnato nel campo di battaglia, la donna si dedica con impegno a procacciare il cibo per le truppe e a cucinarlo, oltre che a rammendare le vesti. Il destino pretenderà un coinvolgimento ancora maggiore della donna nella battaglia, quando il marito verrà ferito gravemente e Sarah si troverà costretta a sostituirlo nella indispensabile attività di ricarica dei cannoni. Con questo racconto breve Wood omaggia tutte le donne che ebbero un ruolo attivo nella guerra d’indipendenza senza poter ottenere alcun riconoscimento, visto che i loro diritti non erano equiparati a quelli degli uomini, vedi l’accesso allo statuto militare e relativa pensione.

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Un altro esempio di straordinaria abnegazione alla causa è quello narrato nel secondo episodio, in cui facciamo la conoscenza di Silence Bright, mezzosangue proprietaria di una tipografia clandestina di Boston, nella quale segretamente produce volantini contro le truppe lealiste che occupano la città, sposando così la causa rivoluzionaria. Quando i soldati britannici riusciranno a trovarla e ad arrestarla, saranno stupefatti nello scoprire che dietro al pericoloso ribelle si nascondeva una donna, oltretutto meticcia, ma soprattutto colta. Come brillantemente sottolineato da Sergio Brancato nell’introduzione al volume, Wood intreccia la storia della Rivoluzione con il ruolo crescente della donna nella società e con l’importanza sempre maggiore della stampa, che proprio con la Rivoluzione Americana diventa protagonista della società industriale di massa.

Concludono il volume tre vicende al maschile: si va da Clayton Freeman, soldato afroamericano al servizio della Corona, da lui ritenuta meno crudele dei suoi “padroni” americani, al pellerossa Stone Hoof, guerriero pellerossa che per fedeltà alla sua tribù si trova a combattere i coloni di origine inglese con cui aveva stretto amicizia di bambino. Nel raccolto finale, dietro la vicenda del soldato semplice Matthew Kilroy, Wood dedica uno struggente omaggio a tutti quegli arruolamenti coatti che hanno fornito carne da macello ai campi di battaglia della Storia.

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Come nei precedenti volumi, Brian Wood rifugge qualsiasi tentazione di celebrazione retorica, prediligendo l’osservazione quasi naturalistica dell’animo umano quando questi si trova ad attraversare un periodo storico complesso e convulso. La sua è una prosa di grande sensibilità, carica di sentimento e compassione. Ad accompagnare lo scrittore in questa terza uscita italiana di Rebels troviamo un comparto grafico ricco e di assoluto valore. Oltre al titolare della serie, il nostro Andrea Mutti che torna nuovamente a collaborare con Wood, si aggiungono per l’occasione alla lista degli illustratori Matthew Woodson, Ariela Kristantina e Tristan Jones. Una lista eterogenea di artisti che consente un cambio di registro grafico interessante: si passa dalle linee chiare di Woodson e Mutti ai pennelli sporchi e carichi di atmosfera della Kristantina e di Jones, che illustrano le vicende di Silence Bright e del soldato Kilroy. Una piacevole continuità cromatica viene comunque assicurata dai colori di Jordie Bellaire, mentre Tula Lotay fornisce un importante contributo con le sue evocative copertine.

Un’uscita notevole, questo nuovo capitolo dell’epopea storica concepita da Brian Wood la cui prosecuzione negli States sembra essere però a rischio dopo la decisione della Dark Horse di chiudere ogni rapporto con lo scrittore a seguito di quanto accennato in apertura.

 

Grandi Eventi Marvel: Atti di Vendetta 1, recensione: la rivincita dei villain

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Se per giustificare la sua esistenza un eroe ha bisogno di un grande cattivo contro cui battersi, la Marvel ha senza dubbio provveduto a questa necessità fin dalla nascita del suo universo fumettistico. Nel concepire delle nemesi all’altezza dei propri campioni del bene, Stan Lee e soci hanno dato vita ad alcuni dei più grandi villain della storia dei comics e non solo. Basti pensare a personaggi dalla psicologia complessa e tormentata, quasi shakespeariana, come il Dottor Destino e Magneto o all’incarnazione del male assoluto, il Teschio Rosso. Una rogue gallery sterminata, che spazia dai grossi calibri dediti a piani di conquista come quelli citati alla semplice manodopera del crimine che si accontenta di rapinare banche. Gente come Melter, che era una spina nel fianco di Iron Man nei suoi primi anni di carriera nonostante la sua unica capacità fosse solo quella di sparare direttamente dal petto un raggio capace di fondere i metalli.

Nemici semplici per tempi più semplici. E in quei tempi più semplici i “cattivi” erano un elemento essenziale delle vicende dei super-eroi Marvel, fino a quando la realtà ha fatto drammaticamente capolino nei colorati albi in quadricromia dell’editore a seguito della tragedia dell’11 settembre. Quella data funesta segna uno spartiacque anche nella produzione dell’editore. Improvvisamente, gli eroi non affrontavano più i loro avversari tradizionali ma un pesante clima di restrizione delle libertà costituzionali, giustificato dalla necessità di garantire maggiore sicurezza alla nazione. Ecco comparire il famigerato Atto di Registrazione dei Super-Umani, con la comunità dei super-eroi drammaticamente divisa in una fazione pro e una fazione contro: la Civil War ideata da Mark Millar e Steve McNiven, che diede il via alla tendenza degli eroi "l’un contro l’altro armato" che ha attraversato il comicdom statunitense per almeno un decennio, lasciando in naftalina intere schiere di “cattivi” classici. Ma questa è un’altra storia. Noi invece torniamo indietro di 30 anni in uno dei periodi di massimo fulgore dei bad guys della Marvel.

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Era l’estate del 1989 quando la Casa delle Idee scelse alcuni tra i più importanti dei suoi villain come attori principali del canonico cross-over del periodo delle vacanze, donando loro un meritato momento di gloria. Dopo anni in cui i riflettori erano stati puntati principalmente sull’universo mutante e sulle testate degli X-Men, campioni di vendite assoluti di quel decennio, si decise di riportare l’attenzione su eroi classici come Vendicatori e Fantastici Quattro, che in quel periodo non si trovavano ai primi posti delle preferenze del pubblico. Serviva un’idea forte per attrarre i lettori e quell’idea arrivò, tanto semplice quanto efficace. Un misterioso e smilzo criminale, dotato della capacita del teletrasporto, invita a far parte di una Cabala segreta sei tra i più letali malvagi dell’Universo Marvel: il Dottor Destino, Magneto, Kingpin, il Teschio Rosso, Wizard e il Mandarino.  Una volta riunitisi in assemblea, il losco figuro suggerisce ai suoi interlocutori un piano della logica inoppugnabile: poiché gli eroi sono ormai abituati alle loro nemesi, che puntualmente sconfiggono, non resta altro che confonderli facendoli attaccare da avversari ai quali non sono preparati. Atti di Vendetta, questo il titolo dello storico evento che in quella lontana estate coinvolse l’intero parco testate Marvel, rappresaglia sapientemente ordita dalle sei menti criminali, denominatisi “agenti primari”, che dietro le quinte organizzavano attacchi agli ignari eroi da parte di nemici mai affrontati prima.

La trama principale si sviluppò principalmente sulle testate legate al mondo degli Avengers, salvo poi spandersi a macchia d’occhio su tutte le serie pubblicate dall’editore, passando dalle serie ragnesche a quelle mutanti, fino a quelle degli eroi urbani come Punisher, Daredevil e Moon Knight e tante altre. Il volume della serie Grandi Eventi Marvel, primo di due, con cui Panini Comics ristampa la saga a venticinque anni dalla prima pubblicazione italiana, contiene i capitoli principali dell’evento, pubblicati sulle collane “vendicative” Avengers, Avengers West Coast, Avengers Spotlight, Captain America, Iron Man, Quasar. È su queste pagine che prende le mosse Atti di Vendetta, con una fuga di massa di criminali dalla Volta, il carcere per superumani dell’Universo Marvel, ordita dalla Cabala e parzialmente contenuta da un intervento di Iron Man e Occhio di Falco. In rapida sequenza, vedremo i piani della malefica congrega prendere forma: dapprima con l’affondamento dell’Idrobase, la stazione acquatica dove in quel periodo gli Avengers avevano stabilito la propria base, qui difesa dal solo Quasar, successore del Capitan Marvel originale come Protettore della Terra appena reclutato dagli Avengers.

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Proprio Quasar sarà uno dei primi Vendicatori a doversi confrontare con un avversario per lui inusuale, Crusher Creel detto l’Uomo Assorbente, mentre Capitan America affronterà un suo tradizionale alleato, Namor il Sub-Mariner, mentalmente manipolato dal Controllore. Iron Man se la dovrà vedere contro il Demolitore, usuale avversario di Thor, e Chemistro, villain minore della scuderia Marvel. La saga prosegue anche in un trittico di Fantastic Four, riproposto nel volume, in cui il Quartetto dovrà affrontare non tanto gli attacchi a ripetizione di alcuni tra i più improbabili cattivi marvelliani, quanto il tentativo del Congresso degli Stati Uniti d’America di far approvare un atto di registrazione dei super-umani, antesignano di quello citato in apertura. Si passa senza soluzione di continuità ad un’avventura in due parti di Wolverine, in cui il mutante canadese in trasferta deve opporsi tanto al regime autoritario dell’immaginaria nazione sudamericana Tierra Verde, quanto allo Squalo Tigre, usuale avversario di Namor, inviato da Kingpin e soci per eliminare l’eroina locale, La Bandera. Ma la ragazza potrà contare sull’aiuto insperato di Logan. Il grande botto, l’acuto qualitativo, il volume lo riserva per il finale, con un episodio di Avengers West Coast scritto e disegnato da John Byrne, il “Re Mida” del fumetto americano anni ’80. Seppur collegato ad Atti di Vendetta, con lo scontro tra la filiale della Costa Ovest degli Avengers e gli U-Foes, controparti malvagie dei Fantastici Quattro, l’episodio è un tassello importante della trama inerente Scarlet Witch e la sua trasformazione in “Scarlet Nera” che il cartoonist stava brillantemente portando avanti sulla collana, ispirando più di tre lustri dopo Brian Micheal Bendis per la sua seminale Avengers: Disassembled.

Dal punto di vista qualitativo, Atti di Vendetta è caratterizzata da alti e bassi dovuti alla differente caratura delle testate e degli autori coinvolti. La punta di diamante, come abbiamo detto, è sicuramente rappresentata dalla presenza di John Byrne, autore che non ha certo bisogno di presentazioni, esponente della nobiltà del fumetto americano degli anni ’80 insieme a talenti come Frank Miller e Walter Simonson. L’artista canadese cura sia i testi che i disegni di Avengers West Coast, realizzando tavole spettacolari improntate alla bellezza delle figure e alla potenza delle immagini. Per Avengers invece Byrne è autore solo dei testi, e confezione un’avventura avvincente per le matite classiche del compianto Paul Ryan, autore anche della storia di Quasar scritta da Mark Gruenwald. Troviamo il rimpianto “Gru”, che aveva fama di essere un’enciclopedia vivente di storia Marvel, anche ai testi di Captain America, testata che curò per un decennio e che lasciò poco prima della sua improvvisa scomparsa. Kieron Dwyer, figlioccio di Byrne, illustra la sequenza dedicata al Capitano con tratto muscolare e deciso. Ottimo anche il trittico di Fantastic Four scritto da un Walter Simonson che stava per iniziare la sua bella run come scrittore/disegnatore sulla testata del Quartetto. Di questi primi tre numeri firmò solo i testi, per i disegni del veterano Rich Buckler e del debuttante e futura star Ron Lim. Da riscoprire per la gustosa ironia dei testi di Simonson, e per l’idea di un atto di registrazione per super-umani subito bollata come una stupidaggine dal suo stesso ideatore (mentre i già citati Millar e McNiven, quasi vent’anni dopo, ci costruiranno sopra uno dei più grandi successi della storia Marvel). Il dittico di Wolverine, oltre che per i testi del grande Archie Goodwin, si segnala per la riuscita collaborazione al tavolo da disegno tra l’onnipresente Byrne, autore degli schizzi e Klaus Janson, autore dei disegni finiti. Il risultato finale è un piacevolissimo ibrido tra la consueta potenza della matita di Byrne e il pennino “sporco” di Janson.

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Le noti dolenti, che contribuiscono ad abbassare la qualità del volume, arrivano dalle pagine di Avengers Spotlight e Iron Man, dove la presenza di autori dal tratto a dir poco incerto come Al Milgrom e Herb Trimpe, onesti e preziosi faticatori del tavolo da disegno che di certo non passeranno alla storia per la qualità del proprio lavoro, pregiudica l’effetto d’insieme della raccolta. La saga, a trent’anni dalla prima lettura, risulta ancora avvincente, per quanto sia la fotografia di un’era più ingenua del fumetto americano: ma la sua forza sta proprio in questo. Sorprendono comunque i tanti spunti (l’atto di registrazione, l’evasione dalla Volta, la Cabala segreta di super-criminali, la follia di Scarlet) che verranno ripresi in seguito da autori successivi, come i già citati Bendis e Millar, con una modalità che non sembra essere casuale.

Atti di Vendetta viene presentata da Panini Comics in un brossurato della linea Grandi Eventi Marvel a cui fa seguito la seconda parte in cui la saga dei villain entrerà nel vivo con momenti entrati nella storia come la rivelazione della vera identità dell’ideatore del piano, lo scontro tra Magneto e il Teschio Rosso, il debutto dei New Warriors, l’arrivo di Scarlet Nera e il coinvolgimento di altri eroi di primo piano come Thor e Spider-Man.

Spider-Man: Far From Home: la recensione del film

“Vedrai Peter, la gente di questi tempi ha bisogno di credere. Credere a qualsiasi cosa”. (Quentin Beck).

Oltre a chiudere brillantemente la Fase Tre del progetto Marvel Cinematic Studios, Spider-Man: Far From Home introduce nell’universo cinematografico concepito da Kevin Feige e soci alcuni elementi di straordinaria attualità. Il film diretto da Jon Watts, che lo faccia consapevolmente o no, racconta la difficoltà di questi nostri tempi moderni nel decifrare la realtà che si palesa davanti agli occhi e nel distinguere il vero dal falso. L’epoca del massimo sviluppo dei mezzi di comunicazione è purtroppo anche quella della maggiore diffusione di falsità spacciate per verità assolute.

Per incarnare questo paradosso, ovviamente attraverso la lente pop di un cinecomic, viene estratto dalla straordinaria galleria dei nemici di Spider-Man una delle migliori creazioni di Stan Lee e Steve Ditko: Mysterio, il Maestro delle Illusioni, al secolo Quentin Beck. Interpretato da un Jake Gyllenhaal in ottima forma, Beck si presenta al duo di ex agenti S.H.I.E.L.D. Nick Fury (Samuel L. Jackson) e Maria Hill (Cobie Smoulders) come un esule di una terra parallela, giunto sulla nostra per evitarne la distruzione da parte delle creature chiamate “Elementari”, furie della natura che hanno devastato il suo pianeta uccidendo i suoi cari. In un mondo che sta ancora piangendo la morte di Tony Stark e dove gli Avengers si devono ancora riorganizzare dopo le perdite patite durante lo scontro finale con Thanos, Fury non ha altra scelta che chiamare in soccorso il ragazzino designato da Stark come suo erede spirituale: Peter Parker, Spider-Man. Peccato però che il nipote preferito di Zia May sia impegnato con la sua classe in una gita in Europa, e abbia come unico pensiero la conquista della bella MJ.

Diretto con mano sicura da Jon Watts, alla sua seconda prova con le vicende cinematografiche dell’amichevole Uomo Ragno di quartiere, Spider-Man: Far From Home non rinuncia ai toni da teen comedy della pellicola precedente, alzando però il livello della spettacolarità (straordinaria la sequenza che strizza l’occhio a classici di Stan Lee & John Romita come The Madness of Mysterio e To Squash a Spider!).

Tom Holland si candida ad essere la versione definitiva di Peter Parker, di cui incarna con disarmante spontaneità la purezza d’animo. Ottimo tutto il cast di contorno: Jake Gyllenhaal offre una prova più che convincente come Mysterio, regalandogli spessore ed ambiguità, ed è un’aggiunta importante alla galleria di villains del MCU. Rispetto ad Homecoming acquista importanza la MJ interpretata da Zendaya: definita dall’attrice come una rivisitazione del classico character di Mary Jane Watson, il personaggio prende però una strada del tutto nuova grazie all’interpretazione brillante e carismatica della giovane diva.

Segnalazione d’obbligo per le due scene post-credit: la prima è fan service allo stato puro e vede un ritorno direttamente da un’era precedente dei cinecomic, oltre a portare avanti il discorso della manipolazione della realtà di cui parlavamo in apertura. La seconda getta una luce del tutto nuova su un personaggio centrale del Marvel Cinematic Universe e ne scuote le fondamenta. Di nuovo, molto di quello che abbiamo visto finora potrebbe non essere ciò che sembra.
La scena in cui le pene d’amore di Peter vengono sublimate sulle note di Stella Stai di Umberto Tozziall’arrivo a Venezia, per quanto surreale, è invece simpaticamente vera.

Historica: La Brigata Ebraica, recensione: la vera storia dei soldati con la stella di Davide

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La Storia, intesa come resoconto degli avvenimenti che hanno segnato l’umanità, è fatta anche di percorsi laterali, di fatti ignoti ai più che tuttavia hanno avuto la loro importanza fondamentale nel costruire il mondo come oggi lo conosciamo. Limitando il campo all’ultimo conflitto mondiale, è stato a lungo sottovalutato l’apporto decisivo fornito dalla cosiddetta "Brigata Ebraica" alla vittoria finale degli Alleati sui Nazifascisti. Questa milizia, fortemente voluta da Winston Churchill, rispose a due necessità: da una parte, l’urgenza di coinvolgere quanti più attori possibili sullo scenario della guerra mondiale in grado di dare filo da torcere ai nazisti; dall’altra, una volta che le notizie circa l’esistenza dei campi di concentramento avevano iniziato a fare il giro del mondo, il bisogno da parte del popolo ebraico di uscire dall’immagine generalmente attribuitogli di “vittime” e di recitare un ruolo proattivo nel conflitto. E il ruolo giocato dalla brigata sarà addirittura decisivo, soprattutto sul fronte italiano.

Costituita tanto da ebrei provenienti dalla Palestina (i territori che oggi corrispondono allo Stato d’Israele) quanto da altri provenienti da terre soggette al controllo britannico, come Canada, Australia e Sudafrica, la Brigata assurse agli onori della cronaca dando un apporto determinante alla vittoria alleata nella Battaglia dei Tre Fiumi, con il quale venne sfondata la Linea Gotica eretta dal feldmaresciallo Albert Kesselring. A conflitto ancora in corso, all’attività bellica della Brigata già si affiancava un’importante attività di sostegno ai sopravvissuti della persecuzione nazifascista, molti dei quali decisi a lasciare l’Europa per dirigersi nella Palestina britannica. Molti degli stessi soldati della Brigata decisero, a guerra finita, di trasferirsi in quei territori contribuendo alla formazione dell’esercito del nascente stato israeliano, che ben presto avrebbe affrontato un nuovo genere di guerra.

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L’epopea della milizia con la stella di Davide è al centro de La Brigata Ebraica, nuovo lavoro di Marvano, nome d’arte della star del fumetto belga Mark Van Oppen. Diventato famoso con adattamenti di romanzi di fantascienza (fruttuosa in tal senso la collaborazione con lo scrittore Joe Hadelman, vincitore del premio Hugo), da qualche anno Marvano sembra preferire la rievocazione storica, con una particolare predilezione per soggetti poco frequentati dalle cronache ufficiali.

Giocando abilmente tra verità storica e fiction, l’autore pone al centro della sua opera due personaggi immaginari, i soldati Leslie e Ari della Brigata Ebraica, che si muovono lungo gli scenari di un conflitto bellico ormai agli sgoccioli. Attraversando con la loro Jeep frontiere che presto verranno modificate dagli interessi dei vincitori, i due amici incontrano una umanità allo sbando, segnata per sempre dall’orrore della guerra, e sono testimoni delle brutalità e delle efferatezze che ne conseguono. La sofferenza per il popolo ebraico non è finita con la conclusione della guerra, e i sopravvissuti continuano ad essere vittime di atti di violenza e discriminazione.

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Quando li incontriamo per la prima volta, Leslie e Ari sono sulle tracce di un ufficiale nazista che durante la guerra si era reso colpevole di atrocità all’interno di un campo di concentramento. Nascostosi in una missione nella campagna polacca, dove indossa i panni di un prete, l’ufficiale viene smascherato e ucciso da Leslie. Prima di ripartire, al duo si unisce Safaya, una giovane sopravvissuta ai campi che avrà un ruolo importante nel prosieguo della storia. Finita la guerra, con la Brigata di stanza a Tarvisio, nel Friuli, in attesa di essere sciolta, Leslie e Ari prendono strade diverse: il primo continua sul suo percorso di vendetta dando la caccia ai gerarchi nazisti in fuga, il secondo sceglierà di recarsi in Palestina, anche se il fato avrà in programma per lui un altro destino. Sarà Leslie, alla fine, e raggiungere la terra promessa, dove si ricongiungerà ad una Safaya ormai adulta e fornirà il proprio contributo al nascente stato di Israele.

Uscita in patria in tre tomi e raccolta da Mondadori in un unico volume della collana Historica, La Brigata Ebraica restituisce al lettore, senza alcuna retorica, il senso di annichilimento di un’umanità devastata dalla guerra. Nonostante la conclusione ufficiale del conflitto, Marvano pone l’accento sulle difficoltà del tornare alla vita di tutti i giorni, dopo le atrocità subite o a cui si è assistito. In questo senso, la vendetta può diventare una nuova ragione di vita, come per Leslie, un nuovo e brutale senso all’angoscia che non può più abbandonarlo. Da qui partono tutta una serie di considerazioni interessanti, su quanto le ferite della guerra possano condizionare l’identità di chi sopravvive e su quando una guerra può dirsi veramente conclusa. Nel caso del popolo ebraico, il conflitto non fa in tempo a finire che, grazie alla controversa risoluzione 181 delle Nazioni Unite che sancisce la nascita di Israele nei territori palestinesi, è già tempo di una nuova guerra con le popolazioni arabe che lì risiedevano.

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Proprio nel capitolo finale si palesano le più grandi perplessità nei confronti di quest’opera, peraltro ben riuscita fino a questo punto, con l’autore che si perde nello stereotipo dell’"arabo cattivo" e fornisce un’ interpretazione piuttosto manichea di una vicenda storica in realtà molto più complessa. Un vero peccato, visto il buon lavoro fatto da Marvano nel restituire con precisione il clima storico e nel tratteggiare caratterizzazioni interessanti. A livello grafico, La Brigata Ebraica sarà sicuramente apprezzata dagli amanti del fumetto di area francofona: Marvano si inserisce pienamente nella tradizione della bd belga, optando per una distribuzione delle vignette in 3 0 4 strisce regolari in cui i campi lunghi predominano sui primi piani. Non manca comunque l'utilizzo di splash-pages d'effetto quando la situazione lo richiede. L'autore predilige l'utilizzo della linea chiara, con un tratto improntato a pulizia e leggibilità, evitando l'utilizzo di tratteggi e chiaroscuri. In conclusione, un esito finale tra luci ed ombre per un’opera che, in ogni caso, ha il pregio di fare luce su una vicenda storica appassionante e poco conosciuta.

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