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Luca Tomassini

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Supergirl, recensione: un cinecomic che fa fatica a spiccare il volo

  • Pubblicato in Screen

L’elemento che rende Supergirl qualcosa di più di una semplice variante femminile del famoso cugino Superman è presente già nella sua prima apparizione in piena Silver Age dei comics, quando Otto Binder e Al Plastino la presentano al mondo in Action Comics 252 del 1959. Anche Kara Zol-El è una sopravvissuta di Krypton e nello specifico di Argo City, ultimo avamposto scampato alla distruzione del pianeta dal sole rosso ma destinato anche esso alla distruzione. Quando la fine di Argo arriva, Kara è un’adolescente che ha vissuto appieno l’amore della sua famiglia kryptoniana, a differenza del cugino Kal-El che conoscerà le sue origini solo da adulto. Quell’elemento presente nel personaggio fin dalle sue origini, ovvero il trauma di essere sopravvissuta ai propri affetti e la conseguente elaborazione del lutto, non viene adeguatamente sviluppato negli anni che seguono la sua prima apparizione. Paradossalmente, la cosa più memorabile in cui Kara viene coinvolta nei decenni successivi è la propria morte nell’epocale Crisis on Infinite Eaths #7, ad opera di Marv Wolfman e George Pérez. Escludendo l’amatissima variazione sul tema scritta dal compianto Peter David (in cui Supergirl è un personaggio differente dall’originale), bisognerà aspettare il ritorno di Kara Zol-El e la sua presa in carico dal più acclamato scrittore di comics dei nostri tempi affinché quelle prerogative presenti in nuce fin dall’inizio nel personaggio vengano pienamente sviluppate.

Quando Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King, Bilquis Evely e Mat Lopes esce nel 2021, il plauso della critica e l’accoglienza positiva dei lettori è pressoché unanime. Una storia che unisce il tema classico del viaggio dell’eroe, la space opera e la revenge story ispirata a Il Grinta, romanzo western di Charles Portis tradotto sullo schermo nell’omonimo film interpretato da John Wayne, e che diventa un classico istantaneo della DC Comics, più volte ristampato nei formati più svariati. Nel 2023, quando James Gunn annuncia la lista dei film che compongono il primo capitolo del suo rilancio dei DC Studios, Gods and Monsters, tra questi è presente anche Supergirl, fin dall’inizio dichiarato come adattamento fedele del lavoro di King, Evely e Lopes. Ci sembra importante sottolineare quest’ultimo passaggio: Supergirl non sarebbe esistito come film senza Woman of Tomorrow, storia molto amata, e la pellicola tenta di capitalizzare il successo e il rispetto che la miniserie ha saputo guadagnarsi. Ora che è finalmente arrivato nelle sale possiamo dire che il lungometraggio diretto da Craig Gillespie segue in maniera piuttosto pedissequa l’opera di riferimento (con molte libertà dal punto di vista estetico e una più grave e sostanziale nel finale, considerabile alla stregua di un tradimento) ma senza particolari guizzi, limitandosi a consegnare un compitino leggermente al di sotto della sufficienza.

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La trama, con non poche semplificazioni narrative, segue a grosse linee quelle della sua controparte a fumetti. Kara Zol-El decide di festeggiare il suo ventitreesimo compleanno viaggiando nello spazio in compagnia del suo fedele cane Krypto. Kara non ha mai superato il trauma della distruzione di Argo City, ultimo avamposto dell’estinta civiltà kryptoniana su cui la ragazza ha vissuto fino all’adolescenza, e la conseguente morte dei suoi genitori. Nel suo peregrinare tra le stelle, Supergirl sceglie di visitare pianeti scaldati da un sole rosso, in modo che i suoi poteri possano essere annullati momentaneamente e consentirle di prendersi una sbronza che possa lenire il suo dolore. Durante una bevuta in una delle bettole stellari da lei frequentate incontra Ruthye Marie Knoll, una giovane la cui famiglia è stata massacrata dallo spietato capo di una banda di predoni, Krem delle Colline Gialle. Ruthye chiede a Kara di aiutarla a compiere la sua vendetta, ma la ragazza è riluttante: si convincerà solo dopo essere stata attaccata da Krem, in un agguato nel quale Krypto viene ferito con un dardo avvelenato. Kara decide quindi di accompagnare Ruthye nella sua ricerca del criminale per recuperare l’antidoto che può salvare il suo amico a quattro zampe: durante il viaggio affronteranno numerosi pericoli e impareranno a fidarsi l’una dell’altra, in un percorso di crescita che metterà a dura prova i propri valori mettendole di fronte ad una scelta non semplice tra vendetta e compassione.

Milly Alcock, la giovane Rhaenyra di House of Dragon, si rivela essere la cosa migliore del film: una scelta di casting azzeccata per una interpretazione di Kara Zor-El particolarmente intensa e credibile, che purtroppo non viene supportata in nessun modo da una sceneggiatura povera dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi che si limita a citare pigramente il materiale di provenienza, ma senza il lirismo su cui quest’ultimo poteva contare. Lo script di Ana Nogueira, lineare e senza particolari slanci drammaturgici, lascia completamente al carisma della Alcock il compito di rappresentare il disagio interiore vissuto da Kara. Un problema parzialmente risolto dall’ottima performance dell’attrice ma che non ci lascia ben sperare per il futuro, visto l’annunciato coinvolgimento della Nogueira in futuri e importanti progetti targati DC Studios, tra cui il reboot di Wonder Woman.

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Se nell’opera di King, Evely e Lopes il fulcro del racconto era rappresentato dalla chimica tra Kara e Ruthye che innescava un processo di crescita personale per entrambe, sullo schermo questa chimica è del tutto assente, anche a causa della scialba prova di Eve Ridley nel ruolo di Ruthye. Una scelta di casting rivedibile e fallimentare, che compromette in partenza l’elemento essenziale per la riuscita del film, ovvero l’intenso rapporto di amicizia e rispetto tra i due personaggi principali. Fa quello che può Matthias Schoenaerts nel ruolo di Krem, un villain scritto male e poco interessante, a cui l’attore belga cerca comunque di conferire personalità marcando volutamente il suo inglese con uno spiccato accento europeo che andrà perso nella versione tradotta che arriverà nelle nostre sale. Non si può poi non parlare dell’apparizione più attesa della pellicola, annunciatissima fin dal primo trailer, ovvero quella di Jason Momoa nei panni di Lobo. Una presenza su cui la produzione, annusando probabilmente la scarsa consistenza qualitativa della pellicola, ha deciso di investire per creare maggiore interesse intorno ad essa. In realtà Lobo, che non appariva nella miniserie di King, ha uno scarso minutaggio all’interno del film ma ha il compito di ravvivarlo all’improvviso con la sua insolenza (qui molto controllata rispetto alla sua controparte cartacea) nei non pochi momenti in cui la narrazione rischia di addormentarsi. Ma non aspettatevi il Lobo folle, irriverente e anarchico di Keith Giffen, Alan Grant e Simon Bisley: Supergirl non è la pellicola adatta ad ospitarlo, e probabilmente (speriamo) rivedremo l’Ultimo Czarniano in altri progetti a lui più consoni.

Se il piatto di Supergirl piange, le maggiori responsabilità sono da attribuire alla regia piatta e priva di slanci creativi di Craig Gillespie. A visione avvenuta non si ricorda una scena particolarmente memorabile del film, ma è ancora più grave la totale pigrizia e incapacità nella costruzione di un immaginario che possa risultare fresco o innovativo. In questo film è tutto già visto, con un’estetica che pesca a piene mani dal post-apocalittico di Mad Max: Fury Road e dallo “used future” di Star Wars e Guardians of the Galaxy, ma senza il genio innovativo di George Lucas o quello sopra le righe di James Gunn. Intendiamoci, non chiediamo a un blockbuster estivo di essere una pietra miliare della cinematografia contemporanea, ma neanche si può accettare una scopiazzatura di modelli molto riconoscibili senza un minimo di rielaborazione personale. Nonostante venga omaggiata col nome di un pianeta (“Bilquis”), non c’è alcuna traccia del superbo lavoro svolto dalla Evely nell’opera originale, ricco di modelli raffinati che spaziavano da Alex Raymond a Moebius. La messa in scena di Gillespie è scialba, cinematograficamente povera e totalmente incapace di lasciare il segno.

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Supergirl è un film d’intrattenimento modesto, che si guarda e si dimentica, e che ha come maggior pregio la prova sinceramente ispirata della sua attrice protagonista. E non ci sarebbe neppure nulla di male, se non fosse che la pellicola avrebbe il compito improbo di contribuire a consolidare un universo cinematografico appena nato ma già in difficoltà. Con tutta la simpatia per James Gunn (chi scrive è un suo estimatore) e per il suo progetto di rilancio dei DC Studios, riteniamo che Supergirl non sia un film in grado di assolvere questo compito.

Voto: 5,5

4 Words About: Batman: Cieli Rossi

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
Batman: Cieli Rossi

Nel 1985 i cieli di Gotham City si coloravano di rosso, segnale della Crisi sulle Terre Infinite che avrebbe cambiato per sempre il DC Universe. Mentre si preparavano sconvolgimenti editoriali epocali, Batman viveva avventure dal gusto crime scritte da Doug Moench e disegnate da Gene Colan e Tom Mandrake. Un Cavaliere non ancora oscuro: il ciclone Frank Miller si sarebbe abbattuto sul personaggio pochi mesi dopo, e quello che vediamo all'opera in questa prima uscita targata DC Finest è ancora il personaggio della Bronze Age rinnovato dal duo O'Neil/Adams: un detective immerso in atmosfere noir con una ricca vita sentimentale, divisa tra Catwoman, la villain Nocturna e non solo. Le tavole del "decano" Gene Colan in particolare, cariche di ombre e malinconia, donano alle storie un mood nostalgico dominato dalla consapevolezza della fine prossima di un'epoca. Un documento storico imperdibile, che fotografa il Batman immediatamente precedente a quello cinico e ossessionato di Miller.

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Dettagli volume
Editore: Panini Comics
Autori: Testi Doug Moench, disegni di Gene Colan, Paul Gulacy, Tom Mandrake e A.A.V.V.
Formato: 17X26 cm, 656 pp., B., col.
Genere: Supereroi
ISBN: 9791221939231
Prezzo: 40 €
Voto: 7,5

4 Words About: La scoperta di Troia

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
La scoperta di Troia

La figura dell'archeologo Heinrich Schliemann è universalmente associata alla scoperta dell'antica città perduta di Troia, ma non tutti sono a conoscenza della sua complessa biografia e dell'ostinazione con la quale si dedicò all'impresa per la quale sarebbe stato ricordato. Ce lo ricordano Emiliano Barletta e Chiara Raimondi con La scoperta di Troia, avvincente racconto che rievoca una vicenda umana cui determinazione e ossessione portano a un risultato storico, ma non privo di contestazioni e controversie. Barletta ricostruisce il tormentato rapporto tra Schliemann e il console Calvert, mostrando come dietro la leggendaria scoperta si nascondano rivalità, ambizioni personali e un approccio all'archeologia caratterizzato da metodi discutibili. Ne nasce un racconto appassionante che si trasforma in riflessione sul confine sottile che esiste tra ricerca della verità storica e costruzione del mito. La piacevole linea chiara di Raimondi accompagna la narrazione con accurato storytelling.

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La scoperta di Troia 2

Dettagli volume
Editore: Becco Giallo
Autori: Testi di Emiliano Barletta, disegni di Chiara Raimondi
Genere: Storico
Formato: 17,2x24,2 cm, 144 pp., col., brossura con alette
ISBN: 9788833144184
Prezzo: 20€
Voto: 8

Superman/Spider-Man, recensione: Quando Verità e Giustizia incontrano Grandi Responsabilità

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L’annuncio a dicembre di un nuovo crossover tra Superman e Spider-Man a cinquant’anni dalla prima, storica Battaglia del Secolo del 1976 aveva acceso gli entusiasmi di tutti i fan delusi dai due incontri non propriamente memorabili tra Batman e Deadpool. Ora che l’albo è finalmente uscito in Italia (per Panini Comics), possiamo rispondere alla fatidica domanda: com’è questo Superman/Spider-Man?
Diciamo subito che Superman/Spider-Man si allontana completamente dai territori “meta” dei due crossover precedenti: Mark Waid e Jorge Jiménez, team creativo stellare selezionato per l’occasione, realizzano una celebrazione del fumetto di supereroi classico e delle sue ragioni d’essere originali. Un “Back to the basics” all’essenza più pura dei supereroi americani in cui ottimismo ed eroismo, non inteso come sfoggio di capacità straordinarie fine e se stesso bensì come disponibilità all’altruismo, al sacrificio e alla resilienza, sono elementi ancora capaci di ispirare i lettori. Uscito negli States a marzo per DC Comics, che gioca “in casa” la prima parte dell’evento mentre Marvel si è occupata dell’albo di “ritorno” (a firma Brad Meltzer e Pepe Larraz, di prossima pubblicazione in Italia).

Questo nuovo Superman/Spider-Man si ispira al classico del 1976 fino a prendere le sembianze di un vero e proprio sequel diretto. Waid sceglie infatti di mutuare l’approccio scelto da Gerry Conway nel capostipite di tutti i team-up interaziendali, ovvero quello di non perdersi in complesse spiegazioni di come i due personaggi possano condividere lo stesso universo ma dare per scontato che lo facciano già. Ignorati completamente i complessi eventi multiversali del Marvel VS DC anni ’90, Superman e Spider-Man sono ritratti come amici di lungo corso, legati da un rapporto di stima reciproca iniziato molto probabilmente in quella mitica storia del 1976. In questo modo lo scrittore evita di dover pagar dazio ai cliché tipici di ogni team-up, ovvero la diffidenza iniziale che porta allo scontro inevitabile, fino al chiarimento che, spazzato via ogni malinteso, porta all’allenza tra i due eroi. Mark Waid, al contrario, sceglie di gettare il lettore immediatamente nel vivo dell’azione, anticipato dal preambolo in cui viene forgiata l’alleanza tra i due villain prescelti per l’occasione dallo scrittore: Brainiac e il Dottor Octopus. Se quest’ultimo aveva già interpretato il ruolo di avversario nell’albo del 1976 (condividendolo con Lex Luthor), Brainiac è invece una novità assoluta, e la minaccia per i nostri eroi e per la città di Metropolis arriverà proprio da lui. Infettato durante una delle sue razzie cosmiche da un non meglio precisato “virus mentale”, estremo ma inutile tentativo di salvarsi da parte della razza aliena attaccata dall’intelligenza artificiale più pericolosa dei comics, questi ottiene l’aiuto di un Doc Ock frustrato per il mancato riconoscimento del suo genio scientifico da parte della società. Facendo leva sui complessi di Octavius, Brainiac riesce a trasferire il virus sui cittadini ignari di Metropolis, trasferimento ottimizzato dalle capacità conduttive di una dose di kryptonite rubata dagli Star Labs. Proprio qui si recano in qualità di reporter e di fotografo Clark Kent e Peter Parker, decisi a divedersi lo scoop. Ma i due si rendono conto ben presto della gravità dell’accaduto, comprendendo che si tratta di un lavoro per Superman e Spider-Man.

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Come potete intuire i due salveranno la situazione (anche se non senza qualche difficoltà), quindi non ci dilungheremo sulla trama: è più interessante, piuttosto, soffermarci su quegli elementi che Waid mette bene in evidenza nello svolgimento della storia e che ne costituiscono l’architrave, ovvero i valori morali di cui i due personaggi sono portatori e che oggi è bene riaffermare, visti i tempi oscuri in cui viviamo. Non è la prima volta che lo scrittore si assume la responsabilità di ribadire questi concetti: Kingdome Come, con le debite proporzioni, era una celebrazione dei valori positivi che vivono nel fumetto di supereroi classico in opposizione alla violenza degli eroi oscuri in voga in quel periodo. Forte della sua esperienza con entrambi, in Superman/Spider-Man lo scrittore avverte l’esigenza di confermare cosa rende questi due personaggi la quintessenza del concetto stesso di supereroe, pur con un accenno di didascalismo che si fa comunque perdonare visto il sincero affetto e trasporto che Waid prova tanto per l’Uomo d’Acciaio quanto per l’Arrampicamuri. Il titolo della storia, “Verità, giustizia e grandi responsabilità”, è già indicativo dei valori rappresentati dai due personaggi. Superman è l’incarnazione della verità, della giustizia, della speranza e dell’ottimismo, ed è definito dalla capacità di ispirare, dalla bontà d’animo e dalla gentilezza, dalla scelta di non abusare di poteri che lo potrebbero rendere un dio tra gli uomini. Tentazione che non lo sfiora, perché la sua scelta di abbracciare l’umanità e di vivere tra gli uomini, lui profugo di una civiltà aliena, è compiuta e definitiva. Accanto all’ottimismo solare e “istituzionale” di Superman convive perfettamente, e ne è completamento ideale, la natura ironica ma non meno eroica di Spider-Man. Un personaggio che fin dai suoi esordi ha simboleggiato la capacità di non arrendersi davanti alle avversità che la vita può metterci di fronte, cercando di trovare sempre la forza per non spezzarsi e ripartire. Un concetto oggi chiamato resilienza, di cui il Tessiragnatele è davvero l’incarnazione. Waid, profondo conoscitore sia di Superman che di Spider-Man, eccelle nel ricordare quali sono le qualità e i valori morali che albergano nei due eroi e nel farlo ci restituisce il piacere di leggere una storia di supereroi dal gusto classico ma, soprattutto, ci ricorda perché ci siamo innamorati di questi personaggi da bambini. Ci ricorda, insomma, perché leggiamo storie di supereroi.

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Dal punto di vista artistico la storia è baciata dal talento di una superstar assoluta dei nostri giorni, un top artist che con Superman/Spider-Man compie un ulteriore balzo in avanti nella classifica dei migliori disegnatori del settore. Nonostante la giovane età Jorge Jiménez è ormai una certezza dell’industria del fumetto statunitense, un “blockbuster artist” che nonostante il successo raggiunto non smette di evolversi e consolidare il suo stile. Le influenze manga degli inizi sono tuttora ben presenti, ma convivono ormai in una sintesi perfetta con la tradizione del fumetto americano di cui Jiménez è espressione moderna e radiosa. L’artista consegna tavole ad elevatissimo tasso di spettacolarità attraversate allo stesso tempo da quella che è la sua capacità più spiccata, ovvero quella di saper fare recitare i suoi personaggi. Moderno ma con un occhio rivolto ai classici, come nella bella tavola in cui omaggia Steve Ditko e il “Capitolo Finale” di Spider-Man (a proposito della “resilienza” di cui parlavamo prima).

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In chiusura, un accenno alle “backup stories” che più ci hanno convinto tra quelle che chiudono l’albo, una carrellata di racconti brevi che, tra alti e bassi, offre almeno un paio di proposte da segnalare. La nostra scelta ricade su quella che apre la sequenza e su quella che la chiude. Nella prima, due superstar come Tom King e Jim Lee ci propongono l’incontro tra le “metà del cielo” dei due eroi, Lois Lane e Mary Jane Watson. Una lunga chiacchierata dal sapore “meta” tra due personaggi femminili forti, intente ad aiutare i passeggeri coinvolti nell’attacco di una Sentinella ad un autobus, mentre Superman e Spider-Man salvano la situazione. Una breve storia che è diventata subito di culto per la splash page con la quale Lee torna a disegnare un X-Man dopo 34 anni (se non vivete su Marte saprete già di quale membro del gruppo stiamo parlando). Il parallelismo tra Lois e MJ operato dagli autori rivela che in DC (che ha prodotto l’albo) hanno le idee molto più chiare che in Marvel circa quella che dovrebbe essere la natura del rapporto tra la Rossa e Peter, avvitati da due decenni in una serie di scelte editoriali incomprensibili dovute più a puntigli ideologici che a reale convinzione.

A sorpresa la nostra storia secondaria preferita si è rivelata essere quella che chiude l’albo e che sulla carta era la più assurda: l’incontro, nel segno del compianto Gerry Conway ideatore di entrambi i personaggi, tra Punisher e Power Girl. Un improbabile ma esilarante team-up in un locale per appuntamenti al buio firmato da Gail Simone (qui più in palla rispetto alla mediocre run di Uncanny X-Men attualmente in corso) e Belen Ortega, con una promessa di esito finale decisamente piccante, ma opportunamente e  pudicamente tenuto dietro le quinte.

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