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Un'estate crudele, recensione: la nuova gemma dell'arazzo noir di Brubaker e Phillips

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Nella sua postfazione al volume che raccoglie l’intero arco narrativo di Un’estate crudele (pubblicato in origine nei numeri uno e dal cinque al dodici della nuova serie di Criminal targata Image), Ed Brubaker accomuna l’opera che gli ha fatto vincere tre premi Eisner a un arazzo. Una metafora utile a evocare il complesso e preciso lavoro di tessitura necessario a portare alla luce i disegni ricchi di dettagli dei maestosi teli che, fino a qualche secolo fa, abbellivano le pareti di molti palazzi nobiliari. In Criminal, Brubaker sostituisce i fili dell’ordito con le vicende di vari personaggi, in qualche modo tutti legati tra loro e quasi tutti coinvolti in attività malavitose, a costituire un’imponente saga corale che vede spesso protagonisti i membri di due famiglie, i Lawless e i Patterson. Ogni nuovo capitolo è, quindi, un altro frammento che va ad aggiungersi a quel grande affresco noir che lo scrittore americano e il disegnatore Sean Phillips hanno cominciato nel 2006 e che - fortunatamente per noi lettori – sembra ancora lontano dall’essere completato.

La nuova storia inizia nella primavera del 1988, quando il sedicenne Ricky Lawless, aiutato dall’amico Leo Patterson, si intrufola nella casa di una vecchia leggenda del wrestling, per rubare una collana molto preziosa, la cui vendita servirà a ottenere i soldi necessari a pagare la cauzione di suo padre Teeg. Quest’ultimo riesce effettivamente a uscire di prigione, ma il furto fa arrabbiare Sebastian Hyde, signore del crimine di Center City, con cui Teeg ha avuto dei rapporti in passato. Nel frattempo, facciamo la conoscenza di Dan Farraday e di Jane Hanson, due personaggi a prima vista secondari, ma in realtà fondamentali a innescare gli eventi che condurranno la vicenda verso il suo drammatico epilogo.

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Se già le uscite de I miei eroi sono sempre stati tossici e di Un brutto weekend, pur narrando di avvenimenti e di personaggi collaterali alla storia principale, non avevano per nulla smorzato il nostro entusiasmo verso il mondo di Criminal, l’arrivo in libreria di Un’estate crudele (in un volume cartonato confezionato con la consueta cura da Panini Comics), che ha riportato sotto la luce dei riflettori i veri protagonisti dell’opera, ha ulteriormente accresciuto la nostra ammirazione verso il lavoro di Brubaker e Phillips. Ben consapevoli dell’evento, i due autori scelgono di mostrare un fondamentale tassello della saga dei Lawless e dei Patterson attraverso una trama ad ampio respiro, necessaria a far emergere importanti dettagli riguardanti personaggi finora appena abbozzati o rimasti nell’ombra nei precedenti capitoli. Oltretutto, per quanto Un’estate crudele sia perfettamente godibile come racconto a sé stante, Brubaker non ne nasconde i legami con il resto dell’opera, accennando subito al destino finale di alcuni protagonisti, teoricamente noto solo ai lettori di lunga data. Una rivelazione che a prima vista potrebbe sembrare un torto verso chi ha appena cominciato a familiarizzare con i bassifondi della fittizia Center City, ma che in realtà rappresenta un omaggio ai classici del noir, nei quali non è infrequente vedere la vicenda partire dalla sua conclusione. L’abilità di uno scrittore sta proprio nel saper mantenere la storia appassionante, pur perdendo l'effetto sorpresa, facendo intendere che alla fine qualcosa di inaspettato avverrà comunque (una qualità che a Brubaker non manca di sicuro).

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Lo scrittore del Maryland sfrutta il maggior numero di pagine a disposizione per introdurre nuovi personaggi, utili sia a rallentare la trama in attesa dei passaggi di maggiore tensione, sia a rispolverare con intelligenza un autentico cliché del genere crime, mostrando come l’ineluttabilità del destino sia spesso determinata da avvenimenti apparentemente insignificanti. Poi, come d’abitudine, Brubaker non si limita a presentare questi nuovi attori delineandone semplicemente le caratteristiche essenziali, ma scava in profondità nel loro passato, per provare a dare un senso alle (discutibili) scelte che ne segneranno l’esistenza. Lunghe digressioni che a volte appaiono come una naturale valvola di sfogo all’inesauribile voglia dell’autore di raccontare nuove storie e di allargare sempre di più il mondo in cui si muovono le sue figure tormentate. Tali sequenze, tuttavia, non danno assolutamente l’impressione di essere una mera ripetizione di quanto già scritto da Brubaker in passato o - peggio - una banale narrazione di maniera e vengono portate avanti senza tradire mai i tratti essenziali dell’opera. Tra questi, a imporsi è soprattutto il pessimismo di fondo che avvolge la vicenda fin dalle prime pagine e che si riversa inesorabile su tutti i protagonisti, i quali, per quanto descritti nella loro umanità, restano indiscutibilmente dei criminali. È proprio sulla base di questa argomentazione che lo sceneggiatore americano (a parte qualche rara eccezione, come la breve rievocazione delle sevizie subite dal giovane Ricky in riformatorio) evita situazioni ambigue, che alla lunga potrebbero portare a una sorta di empatia con il lettore, o a favorire una vera e propria fascinazione del male. In effetti, non c’è alcuna spettacolarizzazione nelle scene violente, che vengono sempre rappresentate nella loro brutale essenzialità o con una crudezza mai sproporzionata.

A livello prettamente “tecnico”, Brubaker conferma di essere riuscito a creare una connessione perfetta tra dialoghi e didascalie, la cui convivenza nelle stesse vignette è così priva di forzature, da far pensare che lo scrittore di Kill or Be Killed e Dissolenza a nero abbia finalmente scoperto il segreto per rendere la Nona Arte il trait d’union tra cinema e letteratura. Questo merito va senz’altro condiviso con il britannico Sean Phillips, autentico disegnatore feticcio di Brubaker, il cui tratto semplice e sporco, ma mai scialbo o confuso, contribuisce in maniera determinante ad accrescere il realismo dei testi del suo partner creativo e a rendere i personaggi molto più che delle semplici figurine di carta. Inoltre, per assecondare il ritmo lento della narrazione, la costruzione delle tavole non mostra virtuosismi grafici di alcun tipo, preferendo mettere in evidenza il fumo delle sigarette (quasi onnipresente), l’ennesimo drink ai banconi dei bar o, molto più spesso, i volti dei protagonisti, le cui espressioni, valorizzate da un impeccabile gioco di ombre, sono di frequente più eloquenti della sceneggiatura. Un ruolo decisivo nel rendere tangibile il clima cupo voluto da Brubaker o nel mostrare l’animo inquieto dei personaggi lo svolgono anche i colori di Jacob Phillips (figlio di Sean) sempre pronti a virare su tonalità fredde e buie o ad accendersi di rosso quando gli eventi subiscono un’inevitabile svolta drammatica.

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Di fronte a un’opera come Un’estate crudele non si può che ripensare con amarezza a quello che i due autori avrebbero potuto realizzare con Marvel e DC se le due major avessero concesso loro un po’ più di libertà creativa. È bene ricordare, infatti, che Brubaker, oltre che per aver ideato – assieme a Steve Epting – un personaggio come il Soldato d’Inverno nella sua celebre gestione di Captain America, è entrato di diritto nella storia dei comics grazie all’ormai storica Gotham Central e a lunghi cicli di Batman, Catwoman e Daredevil. Non bisogna neanche dimenticare che Criminal nasce come collana della Icon, un imprint della Casa delle Idee concepito proprio con l’intenzione di evitare la fuga dei suoi migliori talenti, concedendo loro la possibilità di detenere i diritti di ogni creazione estranea a Spider-Man e soci. Il successo del Marvel Cinematic Universe, tuttavia, deve aver convinto la Disney a puntare solo su personaggi più mainstream (e di cui sia possibile mantenere il controllo totale), rendendo così superflua l’esistenza della Icon (per la quale non esce più nulla da tempo, sebbene l’etichetta non sia stata ancora ufficialmente chiusa) e quasi impossibile - almeno nell’immediato - il ritorno in pianta stabile sui suoi albi di autori del calibro di Brubaker e Phillips. Un vero peccato, perché se il valore artistico del disegnatore britannico è ormai fuori discussione, con Un’estate crudele lo scrittore americano riesce probabilmente a fugare i dubbi residui di quei pochi che ancora fanno fatica ad accomunarlo ai grandi autori noir del passato e a elevare l’intera saga di Criminal non a “semplice” capolavoro della letteratura disegnata, ma a capolavoro e basta.

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Ed Brubaker e Sean Phillips sono a lavoro su una serie di 3 graphic novel

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Nella sua ultima newsletter, lo sceneggiatore Ed Brubaker ha rivelato nuovi dettagli sul prossimo progetto a cui sta lavorando con il suo collaboratore di vecchia data Sean Phillips, con il quale ha creato numerosi titoli tra cui Criminal, Sleeper, Incognito, Fatale e molti altri ancora. Sebbene l'autore non ha dato dettagli specifici a riguardo, che arriveranno nella prossima newsletter, ha annunciato che la storia verrà raccontata attraverso tre graphic novel pubblicati nel corso del prossimo anno.

"È una serie, ma non uscirà in singoli albi. Sarà una serie di graphic novel originali, ognuno dei quali racconta una storia completa con lo stesso protagonista." ha dichiarato Brubaker. "È qualcosa di totalmente nuovo che mi è venuto in mente quando è iniziato il blocco della pandemia, ma non ne sono affatto ispirato, anzi il contrario."

Lo sceneggiatore prosegue: "Sean ha appena lavorato alla tavola 67 e ha ancora circa la metà del primo libro da disegnare, quindi questi libri non avranno il formato dei miei precedenti graphic novel, ma saranno più lunghi. Pubblicheremo tre di questi libri nel prossimo anno, il che è qualcosa che non credo sia mai stato fatto nei fumetti - tre OGN completi in un anno dallo stesso team. Quindi se sei un nostro lettore di vecchia data, presto riceverai più "roba" del solito".

Di seguito una tavola diffusa del nuovo progetto di Brubaker e Phillips con i colori di Jacob Phillips.

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Disponibile da oggi Friday, il nuovo fumetto di Ed Brubaker e Marcos Martin

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È disponibile da oggi il primo capitolo di Friday, la nuova serie a fumetti di Ed Brubaker e Marcos Martin, insieme alla colorista Muntsa Vicente. La serie ha debuttato sulla piattaforma digitale Panel Sydnicate di Martin e Brian K. Vaughn e potete leggerla qui.

La piattaforma, ricordiamo, rende disponibile i fumetti con la formula "paga quello che vuoi", i lettori dunque possono offrire da 0€ fino alla cifra che ritengono giusta offrire.

La protagonista della serie è Friday Fitzhugh che insieme a Lancelot Jones - il suo migliore amico - ha trascorso l'infanzia risolvendo crimini e portando alla luce segreti occulti. Ma ora Friday è cresciuta ed è andata al college. Quando tornerà a casa per le vacanze di Natale, dovrà indagare su un mistero che metterà a rischio la sua vita e quella di Lancelot.

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Dissolvenza a nero, recensione: il noir cinematografico di Ed Brubaker e Sean Phillips

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Ormai è chiaro quanto il duo Eb Brubaker e Sean Philipps sia il sinonimo per eccellenza di noir a fumetti, a partire dalla loro opera più celebre, ovvero la saga di Criminal, pubblicata inizialmente dall’etichetta Icon della Marvel e passata poi dalla Image.
Con Dissolvenza a nero i due autori ripetono il colpo portandoci in quello che è il loro territorio narrativo preferito. Fade Out (questo il titolo inglese dell’opera), è un termine ben noto agli appassionati di cinema o, nello specifico, ai montatori e si riferisce al passaggio da una scena all’altra che avviene gradualmente a favore di uno sfondo nero. Letteralmente, si chiama Dissolvenza a chiudere. Con questo stratagemma, i due autori danno via ad ogni albo, ovvero con uno sfondo nero e col titolo dell’episodio.

Naturalmente il significato di Fade Out va oltre a quello tecnico e viene utilizzato proprio per il suo riferimento cinematografico, non a caso l’opera si svolge nella Hollywood degli anni ’40. In questo senso, Brubaker eleva alla massima potenza la sua passione per il noir non solo ambientando la vicenda nell’epoca d’oro del genere, ma si muove abilmente fra le pieghe della storia mostrando quello che avviene oltre la finzione ovattata del cinema. Lo sceneggiatore, infatti, pur muovendosi nella pura fiction, prende spunto da avvenimenti reali. Il primo, il lavoro di suo zio, sceneggiatore di Hollywood, che conservava in casa i suoi vecchi copioni e che provava sentimenti contrastanti per quell’epoca. Il secondo riguarda tutto il marciume che girava nel mondo degli studi cinematografici e delle star, e delle conseguenze del maccartismo, ovvero la paura del “pericolo rosso” che portò in rovina diversi uomini sospettati ingiustamente di spionaggio anche a Hollywood.

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La vicenda narrata da Brubaker ha per protagonista Charlie Parish, sceneggiatore di Hollywood con tanto di nomination all’Oscar, ma che ha perso totalmente la voglia di scrivere dopo aver assistito in prima persona agli orrori della guerra in Europa. A scrivere per lui c’è però Gil Mason, suo ex-mentore finito nelle liste del maccartismo e per questo allontanato dal lavoro. La vita di Charlie viene ulteriormente sconvolta quando, dopo una festa, si sveglia nella stanza in cui giace morto il corpo dell’attrice Valeria Sommers, star in ascesa e sua amica. Charlie non ricorda molto della notte prima e più cercherà di andare a fondo nella vicenda più si inabisserà nel marcio del mondo di Hollywood.

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Uno dei principali scopi di Brubaker è quello di raccontare non solo la sua trama, ma l’assurdo e cinico mondo della Hollywood degli anni ’40, ben documentato da racconti, biografie e documenti. In questo circo splendente dal di fuori, ma corrotto e malato dall’interno, lo sceneggiatore non salva nessuno, a partite dallo stesso protagonista, passando dai produttori fino all’ultimo degli attori, nessuno è assolto. Brubaker, abile come al solito, delinea ogni figura donando loro una sfaccettatura in grado di renderli vivi e umani. La vicenda si svolge lentamente e l’autore costruisce il suo mosaico con pazienza e sapienza.

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Sean Philipps è la controparte naturale di Brubaker, e la loro intesa artistica rasenta la perfezione. Qui Philipps, coadiuvato da Elizabeth Breitweiser ai colori, lavora per la prima volta in digitale a un fumetto, abbandonando dunque la matita ma senza perdere minimamente il suo tocco. Come ammesso dallo stesso Brubaker, nelle sue sceneggiature per Philipps i dettagli sono minimi e dunque all’artista viene concessa piena liberta di movimento. La sua regia si dimostra, anche in questo caso, impeccabile. Il disegnatore predilige una gabbia composta da tre strisce tendenzialmente composte da 7 vignette, ma le variazioni sono numerose e frequenti, modulate a seconda dell’esigenza.
L’atmosfera della Hollywood degli anni ’40 è resa a pieno, grazie anche all’eccellente lavoro di Breitweiser, capace di donare le diverse sfumature adatte alla varie fasi della storia.

L’edizione Panini Comics in cui viene presentata in Italia l’opera per la prima volta è perfetta in ogni suo aspetto. Non solo l’elegante cartonato raccoglie tutti i 12 albi della miniserie vincitrice anche di un Eisner Awards nel 2016, ma è ricca di contenuti extra davvero interessanti, in particolar modo i dettagliati articoli in cui Brubaker, Phillips e Breitweiser spiegano le fasi del loro lavoro.

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