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Fagin l'Ebreo

A volte l'arte reagisce d'impulso contro sé stessa.
A volte succede che uno dei più grandi fumettisti della storia – forse il fumettista per eccellenza – decida, alla veneranda età di 86 anni, di mettere in discussione un grande scrittore vittoriano che di nome faceva Charles John Huffam Dickens, conosciuto dai più per aver raccontato le gesta di un bambino povero e coraggioso che tutti chiamavano Oliver Twist.
A volte succede pure che uno dei personaggi cardine di un grande romanzo, nella foga indotta dalla frenesia descrittiva, ne esca un po' troppo stereotipato, tristemente mortificato nella sua dignità di "uomo".

Will Eisner, lui sì ebreo in carne e ossa e figlio di ebrei immigrati, decide di rileggere uno dei personaggi storici della letteratura, al secolo Moses Fagin, l'ebreo subdolo e malvagio che nel celebre romanzo di Dickens sfrutta bambini di strada allo scopo di allestire un'improvvisata ma efficace organizzazione criminosa.
Moses Fagin è, nelle descrizioni di Dickens come nelle illustrazioni originali di George Cruikshank, il prototipo dell'ebreo affarista, ladro, avido, soprattutto immigrato che spopolava al tempo; Eisner, al contrario, ce lo restituisce come un individuo ben più complesso e sfaccettato, dall'infanzia tragica e tormentata, segnata dalla morte di entrambi i genitori e da una società tristemente rigida e intollerante.

Eisner – lui stesso preda del cliché quando nel lontano 1940 creò Ebony, la simpatica spalla afroamericana del protagonista di The Spirit – prese coscienza della profonda influenza che gli artisti e gli scrittori hanno sull'immaginario collettivo, di quanto siano cioè rilevanti nel rafforzare o meno una cultura abnorme e asociale incentrata sullo stigma: l'estrema popolarità del romanzo di Dickens e le illustrazioni dell'epoca contribuirono, di fatto e senza volerlo, ad alimentare il pregiudizio lungo i secoli.

L'autore mette in scena uno spaccato vero, senz'altro duro, della Londra ottocentesca, città contraddittoria che sapeva nascondere le sue tante ambiguità sotto una coltre spessa di perbenismo.
Una descrizione minuziosa e strabiliante, esaltata dalla delicatezza dei toni seppia e dalle splendide illustrazioni di un autore che padroneggia il linguaggio del fumetto come nessun altro, travolgendo il lettore con la sua disarmante forza narrativa.
Eisner ha il pregio di nascondere la pur lineare struttura della tavola scontornando spesso e volentieri le vignette, che in tal modo risultano impalpabili e si susseguono con una naturalezza e una leggibilità straordinarie, dando l'impressione di essere parti inscindibili di un tutto armonico.

Ciò che emerge dallo splendido affresco di Eisner è, necessariamente, la storia complessa di un uomo più che la descrizione minuziosa di uno stereotipo.
Un uomo che ha saputo sottomettersi con umiltà ma anche lottare con determinazione per cercare di raggiungere quell'equilibrio forse utopico che prende il nome di integrazione.
All'inizio del racconto, ma soprattutto nel suo straziante epilogo, Eisner dà voce ai tormenti di Fagin mettendolo "fisicamente" di fronte al suo stesso, violento, padre, vale a dire Dickens; in punto di morte, il vecchio ebreo può finalmente riaffermare la sua dignità di persona raccontando a Dickens e al lettore la sua vera storia, umana e tragica.
In questo modo Fagin dà voce all'emarginato, al diverso, semplicemente a colui che lotta perché gli venga riconosciuto uno status, che in questo caso coincide con il diritto di percepirsi come persona.
Nelle mani di Eisner, il vecchio Fagin diventa tridimensionale, vivo, moralmente ambiguo, tragicamente umano.
Le sue sono le mani magiche di un artista immenso. E immortale.


Luca Baboni
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