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La Sensazionale She-Hulk - Marvel Omnibus, recensione: l'innovativo e geniale classico di John Byrne

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Quando John Byrne tornò alla Marvel nel 1989 era uno degli autori più importanti del fumetto americano, un’autentica superstar, il cui nome sulla copertina era sufficiente a decretare il successo di una testata. L’autore anglo-canadese (poi naturalizzato statunitense), stanco di sottostare ai diktat di Jim Shooter (editor in chief alla Marvel fino al 1987), aveva passato qualche anno alla DC Comics, dove era riuscito nel non facile compito di rinnovare un’autentica icona della nona arte come Superman. Forte di questo risultato, fece ritorno alla Casa delle Idee per dedicarsi a serie secondarie, fiducioso che, in questo modo, avrebbe potuto lavorare con una maggiore libertà creativa. Per cominciare, prese le redini dell’agonizzante West Coast Avengers dove, in pochi numeri, riscrisse completamente la storia di parecchi membri degli Eroi più potenti della Terra e dove, tra le altre cose, introdusse la versione oscura di Scarlet, un concept che sarà utilizzato molti anni dopo da Brian Michael Bendis, per la realizzazione della fondamentale saga Vendicatori Divisi. Ma, nello stesso anno, Byrne fu incaricato di rilanciare anche un altro personaggio in cerca di riscatto, l’esuberante Jennifer Walters, alias She-Hulk.

Nata nei primi anni Ottanta del secolo scorso, con il preciso intento di sfruttare la popolarità della serie televisiva dedicata a Hulk, interpretata da Bill Bixby e Lou Ferrigno, She-Hulk fu la protagonista di una breve serie di 25 numeri. Nel primo episodio, opera di due mostri sacri come Stan Lee e John Buscema, il lettore viene subito informato che l’avvocato Jennifer Walters è la cugina (mai nominata prima di allora) di Bruce Banner. Sarà proprio l’alter ego di Hulk a determinare la trasformazione di Jennifer in una versione femminile del Golia Verde. Infatti, ferita in uno scontro a fuoco, riuscirà a salvarsi solo grazie a una trasfusione di sangue del cugino. Le radiazioni gamma presenti nel sangue di Bruce, però, determineranno la trasformazione di Jennifer in una gigantessa verde. She-Hulk, come fu battezzata, era molto simile all’essere in cui si trasformava il suo più celebre parente, tranne che per una caratteristica, che diventerà, poi, fondamentale. Jennifer, infatti, quando diventava She-Hulk, non perdeva mai coscienza di sé. Proprio grazie a questa differenza, nel tempo il personaggio subì un profondo restyling, che ebbe inizio con il suo approdo nelle fila dei Vendicatori (all’epoca scritti da Roger Stern) e che culminò con l’ingresso nei Fantastici Quattro, per sostituire la Cosa dopo le prime Guerre Segrete (durante il famoso ciclo del quartetto, scritto e disegnato proprio da Byrne). Già in queste storie il personaggio cominciò a mostrare uno spiccato sense of humor, oltre a una buona dose di malizia. Byrne, inoltre, aumentò sempre di più il suo sex appeal, esaltando con il suo tratto morbido le generose forme dell’eroina.

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Quasi come una sorta di preludio alla sua nuova serie personale, nel 1985 la Marvel affidò sempre a Byrne la realizzazione di un graphic novel dedicato all’eroina: la storia era un puro pretesto per sottolineare la carica erotica del personaggio, oltre che per rimarcarne le forti potenzialità umoristiche. Se Byrne non avesse lasciato la Marvel poco dopo, probabilmente si sarebbe arrivati alla nuova serie di She-Hulk in un tempo più breve. Difficile pensare, però, che con le restrizioni imposte dal Comics Code (l’organo di censura che aveva ancora potere di veto sulle scelte editoriali), l’autore avrebbe potuto godere fin da subito di una forte autonomia creativa. A ben vedere, il prestigio accumulato nei pochi anni passati alla DC, gli servì soprattutto per accrescere il proprio potere negoziale nei confronti degli editor, attenti a far sì che gli autori non infrangessero in maniera evidente le regole del suddetto codice.

Byrne aveva ben in mente cosa fare con She-Hulk. Il personaggio si era ormai evoluto in qualcosa di completamente diverso da una mera controparte femminile di Hulk ed era arrivato il momento di sfruttarne appieno le enormi potenzialità. A sancire il deciso cambio di direzione, la nuova testata non utilizzò il nome della serie del 1980, Savage She-Hulk, ma quello del graphic novel del 1985 Sensational She-Hulk. Fin dalla copertina del primo numero, Byrne mise in chiaro le sue intenzioni: una sfrontata She-Hulk a mezzo busto si rivolge direttamente ai lettori, minacciando la distruzione della loro collezione degli X-Men (allora saldamente in testa alle classifiche di vendita) in caso di mancato acquisto della testata a lei dedicata. L’umorismo in una serie di super-eroi non era una novità. Proprio negli anni della permanenza di Byrne alla DC, Keith Giffen e J.M. DeMatteis avevano trasformato la Justice League in una divertente commedia super-eroica, ma si erano ben guardati dallo spingersi oltre. Solo il compianto Steve Gerber, una decina di anni prima, aveva tentato la strada del meta-fumetto, ma il suo Howard the Duck era un personaggio che satireggiava i costumi e la politica degli Stati Uniti dell’epoca, non un eroe che prendeva in giro le regole stesse del fumetto.

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Nei primi otto numeri, Byrne regalò ai lettori una trovata dopo l’altra, She-Hulk non solo era consapevole di essere all’interno di un fumetto, ma dialogava direttamente con il suo autore, spesso per rimproverarlo degli avversari da lui scelti per combatterla (tra i più ridicoli del cosmo Marvel). Naturalmente Byrne non voleva che la serie di She-Hulk fosse solo una sequenza di gag senza capo né coda. Da abile narratore non fece mai mancare una trama solida alle storie della Gigantessa di Giada. È vero, però, che ogni nuovo albo rappresentava per l’autore americano la possibilità di spingersi oltre, di infrangere una nuova regola. Voleva che She-Hulk fosse davvero un fumetto rivoluzionario. Stava, addirittura, per far apparire Lex Luthor (lo si intravede seminascosto in qualche vignetta come Signor L.) e per prendere in giro uno dei grandi successi cinematografici dell’epoca, Chi ha incastrato Roger Rabbit? (in originale Who framed Roger Rabbit?). Infatti, la copertina del numero nove, già completata da Byrne, è ormai rintracciabile solo sul web o su qualche rivista specializzata e vi si legge il titolo Who framed Roger Robot? in cui si vede una She-Hulk vestita da avvocato, che discute con un robot umanoide dietro le sbarre. Questa storia, però, non vide mai la luce in quanto l’editor Bobbie Chase pensò che Byrne avesse davvero esagerato, e non volle correre il rischio di far arrabbiare la Disney (che con la sua Touchstone Pictures aveva prodotto il film di Robert Zemeckis assieme alla Amblin di Steven Spielberg). Byrne, noto per non essere una persona conciliante, non la prese bene e abbandonò la testata. Per il numero nove si ricorse a un fill-in, e dal numero successivo la serie venne affidata ad altri autori (tra cui proprio Steve Gerber), nessuno dei quali, però, riuscì a replicare lo stile di Byrne. Lui stesso, con il passare dei mesi, si rese probabilmente conto che i tempi non erano maturi per scelte narrative così radicali, per cui, non appena Bobbie Chase passò la mano alla nuova editor Renée Witterstaetter, accettò di tornare alle redini della testata con il numero 31.

Considerando la serie una sua creatura, non tenne minimamente in considerazione il lavoro di chi lo aveva sostituito per parecchi mesi, riuscendo addirittura a scherzarci su in copertina, dove lo si vede portato via da She-Hulk, prima di poter cambiare il numero dell’albo da 31 a 9. Nella nuova run Byrne non tentò più di andare oltre certi limiti, proseguì semplicemente a ironizzare sui confini della censura, sfruttando sempre di più la sensualità della sua eroina, a prendersi gioco della storia della Marvel e a frantumare definitivamente la cosiddetta quarta barriera tra fumetto e mondo reale. Arrivati al numero 50 (un bellissimo albo celebrativo dove, tra gli altri, Frank Miller, Walt Simonson e Howard Chaykin si divertono a scherzare sulle loro opere più famose) Byrne diede l’addio definitivo alla serie. Consapevole che il fumetto americano stava cambiando (erano i primi anni dell’Image Comics e l’epoca i cui gli autori riuscivano ad affermare la propria voce), fu anche lui attratto dalla possibilità di detenere i diritti delle proprie opere. Iniziò a lavorare con la Dark Horse su Next Men e su altre collane minori di sua creazione. Il successo, però, non arrivò. I lettori più giovani erano maggiormente interessati agli eroi ipertrofici di Rob Liefeld e Todd McFarlane e il prestigio di Byrne, a poco a poco, si esaurì.
Leggere, oggi, le storie di Deadpool o andare al cinema a vedere i suoi film, non può non far pensare, con un po’ di amarezza, a quanto Byrne fosse in anticipo sui tempi. La comicità dell’alter ego di Wade Wilson spesso sfrutta gli stessi trucchi narrativi messi a punto dal nostro John sulle pagine di She-Hulk, ma ormai, purtroppo, sono davvero in pochi a ricordarselo.

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L’omnibus edito da Panini Comics, da poco disponibile nelle fumetterie, è uno splendido volume cartonato di oltre 600 pagine, che racchiude tutte le storie di Sensational She-Hulk realizzate da Byrne (compreso il simpatico preludio apparso su Marvel Comics Presents) e che rende finalmente giustizia a quest’opera fondamentale del fumetto popolare americano la quale, pur essendo stata pubblicata quasi trent’anni fa, non sembra invecchiata di un giorno. Il costo è un po’ elevato, ma, fidatevi, ne vale la pena.

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Eroi Marvel in bianco e nero - Stan Lee & John Romita – Spider-Man, recensione

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Panini Comics prosegue la sua collana da libreria Eroi Marvel in Bianco e Nero con un volume dedicato all’Uomo Ragno di John Romita Sr. e Stan Lee. Il target di riferimento di questi tomi sono innanzitutto gli estimatori della produzione artistica della Casa delle Idee, infatti la volontà di pubblicare le tavole in bianco e nero mette in risalto il lavoro degli artisti, in questo caso di Romita Sr., grazie anche a un formato deluxe 18.3X27.7, ma anche il lettore casuale potrà godere di uno spettacolare volume da inserire in libreria.

Il volume raccoglie i 10 episodi di Amazing Spider-Man che partono dal numero 47 dell’aprile del 1966 al 56 del gennaio 1967 e attinge a pieni mani da quella che viene comunemente definita come l’epoca d’oro del personaggio. Nello specifico, gli albi qui raccolti sono particolarmente importanti per l’evoluzione stilistica della serie.
Il personaggio, nato nel 1962, era stato creato da Stan Lee e Steve Ditko. Lee, che tendenzialmente collaborava con Jack Kirby per la creazione dei nuovi eroi Marvel, per Spider-Man scelse l’apporto creativo di Ditko dopo che la versione realizzata dal “RE” non lo soddisfaceva. Spider-Man, infatti, era un eroe diverso dagli altri, non serviva dunque lo stile enfatico ed eroico di Kirby, ma quello più scarno e intimista di Ditko. Quest’ultimo iniettò nel personaggio la sua personalità e la sua visione e ben presto diventò anche il soggettista della serie, con Lee che si limitava a firmare i soli dialoghi. L’Uomo Ragno era un eroe differente, pieno di problemi, di dubbi, schivo e ciò si rifletteva nelle tavole di Ditko, composte da gabbie a 9 vignette fitte di dialoghi, da personaggi con volti spigolosi e inquadrature ad altezza d’uomo. Non è un caso se si ricorda proprio per il suo crescendo, anche visivo, l’episodio #33 intitolato "Capitolo finale", in cui Spider-Man riesce a liberarsi da un pesantissimo macchinario.

L’addio per contrasti creativi con Lee, portò quest'ultimo a prendere in mano la serie e all’ingresso di John Romita alle matite. Quest’ultimo aveva uno stile molto diverso da quello del suo predecessore sulla testata: provenendo dai fumetti romantici degli anni ’50, il suo tratto era molto più morbido e questo portò subito a un “abbellimento” dei personaggi, con lo stesso Peter Parker che ne trasse giovamento. Lee e Romita, per giunta, cambiarono il tono della serie, alleggerendolo parecchio e creando un triangolo amoroso fra Peter, Gwen Stacy e Mary Jane. Tuttavia, in un primo momento - basti guardare la doppia avventura degli albi 39-40 in cui viene svelata l’identità di Goblin -, Romita non si distaccò più di tanto dalla rappresentazione visiva e nel layout di Ditko, nella convinzione che l’artista sarebbe tornato di lì a poco sui suoi passi e avrebbe ripreso in mano la testata. Col passare dei mesi, però, compreso che ormai Ditko non sarebbe più tornato, Romita iniziò ad esprimersi più liberamente e a sentirsi sempre più a proprio agio.

Oltre al tratto più morbido, come prima accennato, Romita si distingueva per uno stile più dinamico, che favoriva le scene d’azione e di lotta, e per una maggiore ariosità della tavola. Oltre all'uso di splash-page, l’artista spesso divideva le proprie tavole in 2, 3 o 4 vignette solamente. Nell’albo 47, il primo del volume, già è possibile vedere il “vero” Romita in azione, ormai svincolatosi dall’ombra di Ditko, ma il vero cambiamento di stile si ebbe con le storie successive.
Con il suo ingresso, dunque, l’Uomo Ragno si allinea anche visivamente alle altre produzioni Marvel, sicuramente finora più spettacolari e dinamiche rispetto al primo Amazing (che, però, aveva le sue peculiarità). Le tavole in bianco e nero ci permettono di godere al massimo del lavoro dell’artista e della sua rivoluzione sulla testata che durerà per anni (Romita curerà la serie e rifinirà le chine anche quando lascerà le matite ad altri artisti).

Riguardo le storie, invece, ci troviamo davanti a quanto di più classico si possa leggere sul personaggio, grazie a una galleria di nemici che varia da Kraven a Octopus, passando per l’Avvoltoio (qui presente in ben 2 versioni) e vedendo l’esordio di Kingpin. Le avventure, pietre miliari per la serie, toccano il loro punto più alto con Amazing Spider-Man #50 in cui possiamo assistere alla celebre scena in cui un affranto Peter Parker getta il suo costume da super-eroe nella spazzatura, prima di tornare sui suoi passi e gettarsi nuovamente in azione.

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Alex Bertani e Marco M. Lupoi dirigeranno Topolino

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Dopo la news dell'addio di Valentina De Poli, scopriamo dal nuovo numero di Topolino, il 3280 ufficialmente in edicola il prossimo mercoledì ma già diffuso agli abbonati, che Alex Bertani sarà il nuovo direttore editoriale di Topolino, mentre Marco Marcello Lupoi sarà il direttore responsabile del settimanale. Le due figure in precedenza erano unite e svolte dalla sola De Poli.

Mentre Lupoi è, e continuerà ad essere, il Direttore Publishing di Panini Comics, Bertani finora ha occpuato l'incarico di Direttore Mercato Italia per l'azienda.

Nell'editoriale di aprtura, Bertai scrive: "Qui in redazione è un momento frenetico; i piani di lavoro dei prossimi numeri si intrecciano con nuove idee, soluzioni e progetti. La voglia di innovare e sperimentare, ma anche di riscoprire non manca e stiamo già lavorando a novità e sorprese per darvi un Topolino sempre più di qualità, sempre più capace di divertire e farci sognare."

In una nota, infine, il comitato di redazione saluta la De Poli, ringraziandola per il lavoro svolto finora, e danno il benvenuto al nuovo direttore Bertani.

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Topolino: Valentina De Poli non è più la direttrice del settimanale

  • Pubblicato in News

Nei giorni scorsi si era sparsa la voce del licenziamento di Valentina De Poli, direttrice di Topolino. Anche se non è arrivata ancora una comunicazione ufficiale da parte di Panini Comics, diversi autori Disney e non ne hanno stamattina confermata la notizia.

Non si conoscono le motivazioni di questo cambio, né chi ne prenderà il posto. Per questo dobbiamo attendere comunicazioni ufficiali.

Valentina De Poli inizia la sua collaborazione con Topolino nel 1987, nel 2001 dirige la rivista W.I.T.C.H. Dal 2007 è direttore di Topolino, riportando la testata all'attenzione della critica grazie a una gestione molto amata dagli appassionati.

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