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Speciale Batman - Il Ritorno: La favola dark di Tim Burton

  • Pubblicato in Focus

L’11 settembre del 1992 usciva nei cinema italiani, a distanza di circa tre mesi dal debutto statunitense, Batman – il Ritorno ovvero Batman Returns, secondo capitolo del dittico dedicato da Tim Burton al Cavaliere Oscuro e al suo mondo. Un sequel messo in cantiere all’indomani del grandissimo successo del Batman del 1989, straordinario ed insperato. La scommessa del produttore Michael Uslan, quella di produrre una versione cinematografica dark del personaggio riportandolo alle sue origini, affidando la regia a un giovane visionario al primo grande incarico della sua carriera, aveva pagato. E aveva pagato in modo clamoroso: il trionfo al botteghino del film e una campagna di marketing e merchandising mai vista prima generò una “Bat-Mania” che travolse il globo. Il logo di Batman era ovunque, e le canzoni scritte da Prince per la pellicola si ascoltavano dappertutto. Ci si trovava davanti ad uno dei primi, veri, fenomeni mass-mediali della storia della comunicazione moderna.

Abbiamo già raccontato in un lungo speciale in quattro capitoli la lunga strada e tortuosa strada percorsa da Uslan per realizzare un film che nessuno voleva fare, almeno non in quel modo. La storia del suo sequel, Batman Returns, comincia invece in maniera opposta: tutti volevano il sequel di Batman. Lo volevano i produttori: Michael Uslan e i suoi soci Benjamin Melkiner, Jon Peters e Peter Guber, lo voleva la Warner Bros., che col primo film aveva realizzato il maggior incasso della sua storia. L’unico a volerlo un po’ di meno era Tim Burton che, ancora scottato dall’esperienza non facile sul set del primo film, segnata da ingerenze di ogni tipo, si era rifugiato in un progetto personale come Edward Mani di Forbice. Il filmaker faticava ancora a digerire le continue intromissioni di Jon Peters e della produzione sul set di Batman, che avevano prodotto continue riscritture della sceneggiatura che furono evidenti guardando il prodotto finito. La trama procedeva infatti per accumulo, una serie di scene che spesso non legavano una con l’altra. Il film fu comunque salvato dall’estro visivo di Burton e dal grande lavoro svolto in particolare da due suoi collaboratori: l’autore della colonna sonora Danny Elfman e lo scenografo Anton Furst, che creò una indimenticabile Gotham City. Per convincerlo a tornare, la Warner gli promise che stavolta avrebbe potuto infondere alla pellicola il suo tocco peculiare, senza alcuna interferenza esterna. E, come vedremo, Batman – Il Ritorno è uno dei film più “burtoniani” dell’intero curriculum del regista.

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Sam Hamm, sceneggiatore del primo capitolo, si mise subito all’opera e preparò uno script che però il regista giudicò non all’altezza, imperniato su una caccia al tesoro tra i protagonisti che sembrava mutuata da un classico come Il Mistero del Falco. Deciso a non accettare i compromessi che a suo dire avevano minato la lavorazione di Batman, pellicola di cui a tutt’oggi si ritiene non soddisfatto, Burton scartò la sceneggiatura di Hamm rivolgendosi a Daniel Waters, che la riscrisse con la collaborazione di Wesley Strick. Waters era noto per aver scritto Schegge di Follia, una commedia dark prodotta dall’abituale collaboratrice del regista, Denise Di Novi. E Burton trovò il giusto compendio alla sua visione del mondo e del cinema proprio nei toni oscuri e grotteschi del nuovo script.
Il regista che si siede alla cabina di regia di Batman – Il Ritorno non è più il ragazzo di belle speranze che aveva diretto il primo capitolo tre anni prima, e che aveva accusato la pressione di dover condurre in porto una delle più grandi produzioni che storia del cinema ricordasse fino a quel momento. Il successo di Batman ne aveva cementato la reputazione e l’affidabilità presso gli studios, ma è soprattutto il successivo Edward Mani di Forbice, che esprime compiutamente per la prima volta tutti gli elementi caratteristici della “poetica burtoniana”, a consolidare la percezione di Tim Burton come “autore” da parte di pubblico e critica. La consapevolezza di essere diverso, un escluso che non ha reali possibilità di inserimento nella società, una comunità di ipocriti da cui è considerato un freak: questo è il calvario vissuto da Edward, uno schema tipico delle successive opere del regista che verrà riproposto, seppur in modalità diverse, proprio a partire da Batman – il Ritorno. Che non sarebbe esagerato definire un cupo festival di freak.

Come già successo nel primo capitolo, anche stavolta la luce dei riflettori viene spostata dall’eroe del titolo ai suoi avversari, per una precisa scelta di Burton. E non potendo più contare sul Joker di Jack Nicholson, defunto al termine del primo film, la scelta si spostò su altri due villain iconici della galleria di nemici del Cavaliere Oscuro: il Pinguino e Catwoman, ovviamente rielaborati secondo il gusto del regista.
Nei fumetti il Pinguino è un gangster in frac e cappello a cilindro, cicciottello, di bassa statura e col naso pronunciato, proprietario di un nightclub, l’Iceberg Lounge, che è in realtà una copertura per le sue attività criminali. Porta sempre con se un ombrello che nasconde un gadget mortale. Tim Burton optò per un approccio meno convenzionale al personaggio.
Nelle mani del regista, Oswald Cobblepot diventa uno degli esempi più riusciti della vasta galleria di freak della propria filmografia. Nel film il Pinguino è un emarginato deforme (un mutante, avremmo detto se ci trovassimo in un altro universo a fumetti), respinto dalla famiglia per la propria diversità e costretto a vivere nelle fogne, dove viene accolto da una gang di circensi criminali di cui diventa il leader. Cova risentimento nei confronti della società e della popolazione di Gotham City, di cui spia la vita dai tombini sparsi per la città. L’occasione di vendicarsi gli viene offerta da Max Shreck, l’unico membro della triade di antagonisti proposti ad essere stato creato appositamente per il film. Shreck, il cui nome rimanda all’attore protagonista del Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau in un omaggio a quel cinema espressionista tedesco la cui influenza sulla pellicola è notevole, è l’uomo più ricco della città, un personaggio senza scrupoli nascosto dietro una facciata da benefattore. Vorrebbe costruire una centrale elettrica per fornire più energia alla città, mentre il suo vero scopo è sottrargliela. Un lupo travestito da agnello, insomma, che serve a Burton per fare satira sociale e rimarcare quanto l’interesse privato non possa mai coincidere con quello pubblico. Per realizzare il suo piano, il milionario si serve della smania di rivalsa di Cobblepot e lo candida a sindaco per poterlo manovrare una volta eletto, sfruttando la pietà che la cittadinanza prova per lui. Sentimento che si trasformerà nuovamente in repulsione e rigetto quando la natura criminale del Pinguino sarà di dominio pubblico.

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Burton, dopo Edward Mani di Forbice, dipinge nuovamente la parabola di un freak che riesce ad uscire per un breve momento dalla sua emarginazione per poi ripiombarvi in maniera definitiva. Ma il Pinguino sembra essere una versione oscura e distorta del mite Edward. Quella che rimane immutata è la sfiducia di Burton nei confronti della società, dipinta sempre come una massa di individui superficiali ed isterici. La simpatia del regista, come si evince dalla pellicola, è tutta per i “mostri”.
Originariamente Burton aveva pensato a Dustin Hoffman come ad un perfetto Pinguino, ma l’attore rifiutò. Jack Nicholson, in ottimi rapporti con la produzione dopo il grande successo del primo capitolo, suggerì di ingaggiare il suo grande amico Danny DeVito. Conosciuto prevalentemente per i suoi ruoli comici, DeVito fornì un’interpretazione eccellente, nonostante fosse reso quasi irriconoscibile dal pesante trucco, la cui sessioni superavano le quattro ore, e dalle protesi realizzate dallo specialista Stan Winston.

La vicenda del Pinguino costituisce l’architrave del film, ma Batman – Il Ritorno venne segnato da un’altra memorabile interpretazione, che contribuì in modo determinante alla riuscita della pellicola. Michelle Pfeiffer fornì una prova magistrale nei panni di Selina Kyle/Catwoman, dando forma alla particolare visione del personaggio contenuta nello script di Daniel Waters. Annette Bening era stata scelta per il ruolo ma, poco prima dell’inizio delle riprese, scoprì di essere incinta. Sean Young, che aveva perso la parte di Vicky Vale nel primo film a causa di un incidente, fece fuoco e fiamme per farsi assegnare quella di Catwoman, compreso piombare travestita da Donna Gatta negli uffici della Warner e in alcuni popolari talk show. Tim Burton, infastidito dalla vicenda, non ebbe dubbi nel scegliere la Pfeiffer. Lontana parente della ladra dei fumetti, Selina Kyle è qui la dimessa segretaria di Max Shreck, che per caso scopre i piani criminali del suo principale, il quale non ci pensa due volte ad ucciderla spingendola giù dalla finestra del suo ufficio. Salvata da una colonia felina, che le dona le nove vite di un gatto (licenza poetica di Waters rispetto alla versione dei comics), Selina rinasce nei panni di Catwoman, fasciata da capo a piedi da un avvolgente costume in latex nero.

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La Catwoman di Michelle Pfeiffer è senza dubbio il personaggio più complesso mai apparso nell’adattamento cinematografico di un fumetto, ed è il prototipo della donna dark che tornerà spesso nella filmografia del regista. La disamina psicologica del character farebbe la felicità di uno psicanalista. Nell’economia della trama del film Catwoman è una mina vagante che persegue un’agenda di vendetta e ossessioni completamente personale. La donna felina è una donna sessualmente liberata che deve perdonare a se stessa l’esistenza della sciatta e repressa Selina Kyle, ma deve anche chiudere i conti con Max Shreck, che l’ha uccisa. Nei confronti di Shreck c’è anche una rivalsa di carattere sociale, da impiegata che occupa uno degli scalini più bassi della società dominata da capitalisti come lui. Tanta carne al fuoco per un personaggio a cui la Pfeiffer da vita in modo superbo, truccata con ampie pennellate di fondotinta nero come una diva del muto.

Christopher Walken, nei panni di Max Shreck, chiude la galleria dei villains, regalando agli spettatori un’ottima performance. Tornerà a collaborare con Tim Burton in un altro dei suoi titoli classici, Sleepy Hollow. E Batman?
Michael Keaton ritornò al ruolo che lo aveva consacrato dopo tanti anni di gavetta, forte di un cachet record di 10 milioni di dollari, e lo fece portando avanti ed estremizzando il suo approccio nei confronti del personaggio, fatto di recitazione volutamente in sottrazione. Se nel primo film aveva lasciato il campo allo straripante Joker di Jack Nicholson, in questo secondo capitolo Batman è poco più di uno spettatore che accoglie sul cupo palcoscenico di Gotham City dei nuovi attori. Un Gargoyle silente guardiano della città. Se nel film c’è poco Batman, c’è ancora meno Bruce Wayne. Il manifesto della concezione che Keaton e Burton hanno del personaggio e della sua doppia personalità viene messo in scena con la sua prima apparizione, quando la luce del Bat-segnale illumina il salotto di una Wayne Manor desolata, con Bruce seduto e assorto nel buio. Quando la luce del segnale lo investe, scatta in piedi, come se da morto fosse improvvisamente tornato in vita. Burton sembra dirci che Bruce Wayne non esiste più, sepolto dal dolore del suo lutto, ed è solo un guscio vuoto che Batman deve interpretare di tanto in tanto in società. Ecco che ritorna la dicotomia inconciliabile tra il freak solitario e le convenzioni sociali, da cui ci si può liberare solo indossando una maschera. Un destino che accomuna Bruce e Selina e che è alla base della loro irresistibile attrazione.

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La lavorazione del film non fu priva di difficoltà. Per 3 anni la Warner aveva speso una considerevole cifra per tenere in piedi il set del primo film negli studi di Pinewood a Londra, per il quale Anton Furst aveva vinto un Oscar, ma nel 1991 non esistevano più le agevolazioni fiscali che giustificassero le riprese in Inghilterra. Si decise quindi di girare negli studi della Warner a Burbank, in California che vennero occupati per oltre la metà della loro capienza dal set del film. Particolare impegno richiese la costruzione della base del Pinguino, realizzata con una vasca di enormi dimensioni che poteva contenere fino ad un milione e mezzo di litri d’acqua. Per la scena dell’assalto finale dei pinguini, venne usato un mix di veri pinguini, attori in costume, animatronics realizzati dal già citato Stan Winston e pinguini generati al computer, con un uso allora avveniristico della tecnologia digitale.

L’indimenticabile Anton Furst, al cui straordinario lavoro era dovuta una parte non trascurabile del successo del Batman del 1989, non poté purtroppo tornare per il secondo capitolo. Per quanto il suo ritorno fosse nei desideri di Burton e della produzione, lo scenografo si era nel frattempo legato contrattualmente alla Columbia Pictures. Il 24 novembre del 1991, a seguito di una grave depressione dovuta a problemi personali e all’uso di droghe, Furst si suicidò gettandosi dall’ottavo piano di un parcheggio, privando il mondo del cinema e dell’arte di un geniale creativo senza pari.
Per sostituire Furst la scelta cadde su Bo Welch, che aveva già lavorato con Tim Burton in Beetlejuice. Welch partì dal lavoro di Furst, semplificando quel geniale ed eterogeneo mash-up conflittuale di stili che aveva caratterizzato la Gotham del primo film. La metropoli di Welch è una tipica città americana che si sviluppa in verticale, attraversata da elementi dell’architettura fascista del Terzo Reich con richiami ai pittori Precisionisti americani degli anni ’20. Il Precisionismo era una combinazione di realismo e cubismo, che affrontava il tema dell’industrializzazione e della modernizzazione del panorama americano, tramite l’uso di forme geometriche precise e definite. Queste due forti influenze combinate, quella americana e quella tedesca, aiutarono Welch a definire la visione della sua Gotham.

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Il set fu blindatissimo, e accessibile solo a chi fosse munito di apposito badge. A tal proposito gli aneddoti si sprecano, e il più celebre riguarda Kevin Costner, una delle maggiori star dell’epoca, a cui fu impedito di visitare il set. Ma nonostante i protocolli di sicurezza, cominciarono a circolare foto che ritraevano Danny DeVito nei panni del Pinguino. Chi scrive ricorda di averle viste in una nota rivista di settore dell’epoca, e di esserne rimasto scioccato.

Danny Elfman tornò componendo una nuova colonna sonora, sereno perché non doveva più dimostrare niente a nessuno, soprattutto a Jon Peters che aveva dubitato di lui prima di ascoltare l’iconica fanfara composta per il primo film. Il compositore fu entusiasta della volontà di Burton di realizzare un film completamente diverso dal primo e di non seguire strade già battute. Elfman paragonò la composizione della colonna sonora alla combinazione di "una solita musica da film d'azione, mixata con un frastuono operistico, con aggiunta di musica da film muto", citando così la sua esperienza come la più difficile nella sua carriera. Inoltre, comparò le sequenze d'azione a quelle di "composizione di un cartone negli anni '40". Elfman fu molto soddisfatto del risultato finale, scrivendo anche temi appositi per il Pinguino e Catwoman e riuscendo, con l’aiuto di Burton, ad imporre ben 95 minuti di musica, contro il volere dello studio, che avrebbe voluto limitare la parte operistica per inserire delle canzoni come quelle di Prince nel primo film. Alla fine l’unica canzone inserita nel film, per preciso volere del regista, sarà Face to face dei Siouxsie and the Banshees.

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Batman – Il Ritorno uscì negli Stati Uniti il 19 giugno 1992 e sorpassò il record di apertura del film precedente, incassando ben 47,7 milioni di dollari in tre giorni. L’incasso finale fu di 266 milioni di dollari in tutto il mondo, ben 150 milioni in meno dell’originale. E questo scarto ci dice anche qualcosa sulla difficile accoglienza ricevuta dal film. Il pubblico, che attendeva spasmodicamente un seguito da tre anni, si ritrovò davanti una favola nera, cupa e senza speranza, che esplicitava senza troppi fronzoli la visione pessimistica che Tim Burton nutriva per la società dell’epoca. Una comunità superficiale e dedita al consumismo, nuovo feticcio che aveva soppiantato le ideologie morte con la recente fine dell’Unione Sovietica. Il fatto che il film si svolgesse durante le festività natalizie, trionfo del consumismo oltre che momento dell’anno più amato dagli americani, rendeva la critica sociale più sferzante. Inoltre, la pellicola usava un’atmosfera tradizionale e rassicurante come quella natalizia per proiettare lo spettatore in un incubo, in cui Burton inserisce anche i clown e il circo, sua ossessione personale mutuata dall’amato Federico Fellini. Il film suscitò le ire delle associazioni dei genitori, che lo ritenevano troppo dark e non adatto ai bambini. La Warner Bros., che aveva firmato contratti miliardari per merchandising di vario tipo, compresi gli Happy Meal di McDonald, non faceva i salti di gioia. Certo, il film fu un grandissimo successo di pubblico e critica, che lodò quasi all’unanimità il lavoro di Burton, che propose allo studio di realizzare insieme un terzo capitolo. Ma già dai primi meeting, emerse la volontà della Warner di non proseguire il sodalizio con il regista e di immettere il franchise su un percorso prettamente pop, più adatto alle esigenze di marketing. Il risultato fu Batman Forever del 1995, in cui Burton rivestì il ruolo di produttore, scegliendo Joel Schumacher come suo successore. Il film si discostava nettamente per tono e atmosfere dai due precedenti, rivolgendosi alla generazione MTV.

Dopo aver abbandonato definitivamente Gotham City, Tim Burton si dedicò al suo progetto successivo, un piccolo gioiello d’autore in bianco e nero ispirato alla storia di un regista incompreso, Ed Wood. Una gemma che cementò la sua reputazione come autore.
Batman – Il ritorno ha superato egregiamente la prova del tempo. Un cinecomic d’autore denso di spunti, stratificato a più livelli, che ancora oggi suscita dibattiti e riflessioni. Una fiaba gotica, nera come la notte, che affronta temi complessi come la scissione dell’identità, il dualismo bene/male, l’esclusione sociale, con un cinismo lontano da qualsiasi rassicurante compromesso, un approccio che non avremmo mai più rivisto in una produzione del genere. La storia di Tim Burton e dei suoi Batman è la storia di un autore che si appropria di un personaggio e del suo mondo e vi inserisce la sua forte personalità, in un modo che oggi, con dozzine di cinecomic privi di spessore annunciati dai palchi delle convention come piani quinquennali, sembra sempre più difficile da realizzare.

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Disney Planet presenta il manga di Alice in Wonderland

  • Pubblicato in News

È disponibile per Panini Comics il manga di Alice in Wonderland, tratto dall'omonimo film di Tim Burton. La serie, ad opera di Jun Abe, è serializzata in due volumi disponibili anche in un cofanetto esclusivo. Trovate tutti i dettagli qui di seguito.

"Il 26 luglio 1951 arrivava nelle sale statunitensi Alice nel Paese delle Meraviglie, 13° classico Disney destinato a diventare, insieme alla sua protagonista, uno dei più amati di sempre. Per festeggiare questa ricorrenza, Disney Planet pubblica Alice in WonderLand, adattamento manga del live action omonimo di Tim Burton, a cura di Jun Abe. I due volumi dell’opera saranno disponibili in edicola, fumetteria e su Panini.it, separati o inclusi in un preziosissimo cofanetto-forziere.

Il live action di Tim Burton, uscito nelle sale nel 2010, narra gli eventi conseguenti alle avventure raccontate nel romanzo di Lewis Carroll Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, diventando di fatto il sequel del Classico Disney degli anni ’50. Nel film, come nel manga di Jun Abe, Alice ha diciannove anni, è cresciuta e deve fronteggiare le follie della vita degli adulti. Non ricorda più nulla delle peripezie vissute quando era stata per la prima volta nel Paese delle Meraviglie. Tutto scorre liscio, finché ad una festa incontra il suo vecchio amico Bianconiglio che la conduce nuovamente in quel magico luogo in cui dovrà affrontare il Ciciarampa, terribile mostro al servizio della Regina Rossa

Il genio di Tim Burton e la potenza delle illustrazioni di Jun Abe si uniscono in un manga davvero speciale, che porterà ogni lettore in un mondo sospeso tra sogno e realtà. Un titolo imperdibile per tutti i fan di Alice e per chi non vuole smettere di sognare, neanche da ‘grande’. 

L’AUTORE

Jun Abe è nato il 6 febbraio 1972 a Shizuoka. Nel 1990 ha debuttato con Nedan w iiyo (Il prezzo è giusto) su Kodansha Young Magazine n.53. La sua opera Papa mo ichido koi wo shita (Anche papà si innamorò una volta). Al momento sta pubblicando Bokyakuno Sachiko, sottotitolo in inglese A Meal Makes Her Forget, sempre su Big Comic Spirits di Shogakukan. La serie è arrivata al quindicesimo volume."

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Tim Burton dirigerà una serie tv su Mercoledì della famiglia Addams per Netflix

  • Pubblicato in Screen

Lo scorso autunno, si era sparsa la voce che Tim Burton stava sviluppando una serie tv sulla famiglia Addams. Scopriamo, ora, che il progetto sta ufficialmente prendendo vita per Netflix. Tuttavia, sarà incentrato su un solo membro della famiglia: Mercoledì.

Netflix ha annunciato che Burton dirigerà e sarà produttore esecutivo di Wednesday con Al Gough e Miles Millar che saranno gli showrunner della serie. Gough e Millar avevano già lavorato a Smallville per The WB e creato Into the Badlands per AMC.

La nuova serie seguirà Mercoledì mentre frequenta la Nevermore Academy mentre cerca di padroneggiare le sua abilità psichiche, di contrastare una mostruosa follia omicida che ha terrorizzato la sua città e risolvere un mistero soprannaturale che ha coinvolto i suoi genitori 25 anni fa.
Non è escluso, comunque, che appaiano gli altri membri della sua famiglia.

MGM/UA Television produrrà la serie per Netflix.

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(Via SHH)

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Speciale Batman '89: Parte II - Tu danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

  • Pubblicato in Focus

Clicca qui per leggere la prima parte dello speciale.

Il nuovo decennio si apriva con la ricerca di uno studio da parte di Benjamin Melkiner e Michael Uslan. La Warner Bros., consorella della DC nel consorzio Warner Communications (il futuro gruppo Time-Warner), non volle leggere neanche il pitch di Michael. La United Artists, seconda scelta del duo, si rifiutò di produrre il film con una risposta delirante: una pellicola con “Robin” nel titolo, il Robin e Marian di Richard Lester, che parlava però degli ultimi anni di vita di Robin Hood e non aveva nulla a che fare con cavalieri oscuri e affini, era stato un fiasco e sicuramente lo sarebbe stato anche Batman. La coppia ricevette altri rifiuti con motivazioni altrettanto surreali da tutti gli altri studios di Hollywood. Finché Melkiner non calò l’asso. Si ricordò di un giovane promettente che aveva assunto durante il suo ultimo periodo alla MGM, e che aveva fatto carriera arrivando a diventare vice-presidente della Columbia: Peter Guber. Successivamente aveva lasciato lo studio e aveva fondato un’etichetta musicale che andava per la maggiore, la Casablanca Records. Ben aveva raccolto voci nell’ambiente secondo cui la Casablanca stava per associarsi con un’altra etichetta, la Polygram, per lanciarsi nella produzione cinematografica. Il target giovanile assicurato dalla Casablanca sembrava l’ideale per Batman. Ben e Mike combinarono un appuntamento con Guber, e il feeling fu immediato: il produttore si entusiasmò per il progetto, accettando la proposta di Melkiner e Uslan di aiutarli nella realizzazione del film. Le cose sembravano aver preso la piega giusta, tanto che alla New York Comic-Con del 1980, in un panel presentato insieme al nuovo redattore capo della DC, Jenette Kahn, Mike annunciò tra gli applausi del pubblico festante la prossima realizzazione e uscita del film dedicato a Batman, ricevendo la benedizione di Bob Kane in persona. Ma Uslan non sapeva che la strada verso Gotham sarebbe stata ancora lunga.

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Peter Guber stava portando avanti la trattativa per i diritti di distribuzione di Batman con la Universal, potendo vantare un’amicizia col capo produzione dello studio. Ma sul più bello, il dirigente lasciò la Universal per accasarsi alla oggi defunta Filmways, con la promessa che le trattative sarebbero riprese col nuovo studio. Quando la Filmways venne acquistata dalla Orion Pictures, per nulla interessata al progetto, la trattativa si arenò definitivamente. Micheal Uslan faticava ad incassare il colpo. Il suo sogno di un film cupo e gotico di Batman stava per svanire in un nulla di fatto.

Melkiner ed Uslan acquistarono i diritti di Batman il 3 ottobre 1979 e il film uscì negli USA il 23 giugno 1989. I dieci anni che intercorsero tra queste due date videro Mike alle prese con difficili situazioni familiari. La vita non restava ferma, aspettando che Batman venisse realizzato. Durante questo periodo, il produttore perse la madre a causa di un terribile male, e oltre alla felicità per la nascita del figlio David e la figlia Sarah, conobbe anche l’indicibile dolore per la morte improvvisa di un’altra figlia, nata da pochi mesi. Nonostante le difficoltà e quando tutto avrebbe suggerito di desistere, Uslan decise di giocare il tutto per tutto per realizzare il suo sogno. Proprio quando la moglie stava per partorire il primo figlio, decise di licenziarsi dal posto sicuro che ricopriva all’ufficio legale della United Artists, che garantiva tra l’altro a lui e alla sua famiglia l’assistenza medica, per poter lavorare a tempo pieno a Batman. Non fu una scelta facile, ma valeva il motto "ora o mai più".

Intanto i meeting creativi andavano avanti, e personalità di un certo spessore entravano e uscivano dal progetto. Tom Mankiewicz, sceneggiatore di Agente 007: Vivi e lascia morire ma soprattutto del Superman di Richard Donner, scrisse una prima stesura della sceneggiatura. Joe Dante, regista di Gremlins e di Piranha che era stata una delle prime produzioni di Uslan, venne considerato per la regia. E siccome ci trovavamo nei bizzarri anni ’80 e, nonostante gli sforzi del produttore, Batman aveva ancora fama di essere un prodotto camp, vennero considerati Bill Murray per il ruolo del Cavaliere Oscuro ed Eddie Murphy per il ruolo di Robin. Fortunatamente ci sono dei momenti della vita in cui la provvidenza aiuta i coraggiosi e il Dio-Cinema, che fino a quel momento non si era mostrato particolarmente interessato agli sforzi di Micheal Uslan, decise di intervenire in maniera risoluta. E quell’intervento assunse le sembianze del produttore Jon Peters.

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Figlio di una parrucchiera (la madre possedeva un rinomato salone di bellezza a Rodeo Drive, Hollywood), da giovane Peters si esercitò nell’attività di famiglia. Fu così che strinse amicizie importanti nell’ambiente del cinema fino a conoscere Barbra Streisand, di cui diventò l’amante. In seguito produsse il suo film È nata una stella (1976). Anni dopo, conobbe Peter Guber di cui divenne socio e con il quale fondò la Guber-Peters Entertainment Company, in seguito assorbita dalla Columbia. Peters era un decisionista, oltre che il tormento dei registi dei film da lui prodotti, ma la sua intraprendenza fu decisiva nel dare al progetto Batman la sterzata decisiva.

Prima di tutto, la Guber-Peters riuscì a riportare la Warner Bros. al tavolo della trattativa, approfittando del fatto che il nuovo vice-presidente, Frank Wells, era rimasto sconcertato nel sapere che la precedente dirigenza aveva permesso che un film potenzialmente lucrativo come Batman, i cui diritti appartenevano a una consociata dello studio, venisse sviluppato all’esterno dello studio stesso. Jon Peters e Peter Guber firmarono così un accordo vantaggioso, riportando Batman alla casa madre.
Il secondo, importante contributo fornito dal duo alla causa di Batman fu l’ingaggio di uno dei più grandi divi di Hollywood nella parte del Joker, l’unico che, secondo lo stesso Micheal Uslan, avrebbe potuto interpretare il Principe Pagliaccio del Crimine: Jack Nicholson. Mike pensava a Nicholson fin dal 1980, folgorato dalla sua performance in Shining. A conferma della sua intuizione, ritagliò da un giornale la locandina del film di Stanley Kubrick in cui l’attore veniva ritratto col suo classico ghigno. Uslan colorò con dei pennarelli il viso di Jack di bianco, rosso e verde. Il risultato era il Joker. Il caso volle che, anni dopo, Guber e Peters fossero i produttori di Le Streghe di Eastwick, grande successo diretto da George Miller che vedeva Nicholson interpretare il diavolo. Nelle pause sul set, Jon Peters cominciò a parlare a Nicholson del progetto Batman e della parte di Joker. Il produttore – parrucchiere fu talmente convincente che il divo accettò il ruolo per sei milioni di dollari invece degli abituali 10, a patto di poter partecipare agli utili delle future vendite del merchandising relativo al film. Un accordo rivoluzionario, per l’epoca, che farà guadagnare all’attore il quintuplo del suo cachet ordinario.

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A metà degli anni ’80, la produzione di Batman aveva superato le traversie iniziali. Come progetto targato Warner Bros. che poteva vantare la presenza di un divo affermato come Jack Nicholson, il film sembrava avere ormai il vento in poppa. Quello che mancava ancora, era un autore che potesse garantire una visione unica al progetto, oltre alla capacità di gestire le dimensioni di una produzione che andava facendosi sempre più colossale. Dopo la candidatura di Joe Dante, venne valutata anche quella di Ivan Reitman, reduce dal grande successo di Ghostbusters, ma il suo profilo non convinceva appieno. Ma il Dio-Cinema, o il fato, se preferite, fornì l’intervento che diede la svolta decisiva al progetto. Una dirigente importante della Warner dell’epoca, Bonni Lee, aveva visto il cortometraggio di un promettente filmaker, un ragazzo che lavorava al reparto animazione dei Walt Disney Studios. Quel breve filmato, Vincent, era un commosso e visionario omaggio al mito d’infanzia del giovane regista, Vincent Price. La Lee si innamorò dello stile e della poetica dell’autore, e dopo averlo contattato e conosciuto, lo portò con sé alla Warner.  Quel ragazzo si chiamava Tim Burton.

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Burton era un eccentrico creativo di 25 anni cresciuto professionalmente alla Disney, in un gruppo che vedeva tra gli altri John Lasseter, futuro capo della Pixar, e Brad Bird, che avrebbe diretto Gli Incredibili e Ratatouille. Ma il suo gusto per le atmosfere dark e grottesche mal si conciliavano con lo stile canonico Disney. Dopo aver contribuito a classici come Red & Toby – Nemici amici e Taron & la pentola magica, che giudicherà esperienze frustranti per l’atteggiamento ostativo della Disney nei confronti delle sue idee, decise di dedicarsi alla regia. I suoi primi lavori sono due corti, il già citato Vincent e Frankenweenie, in cui inaugura la poetica del diverso che attraverserà tutto il suo cinema. Ma Burton alla Disney è il classico pesce fuor d’acqua: si convince quindi a fare fagotto e ad abbandonare la casa di Topolino. Alla Warner realizza il desiderio di poter finalmente dirigere un lungometraggio. Lo studio gli affida infatti la regia di Pee-Wee’s Big Adventure, il debutto cinematografico del comico televisivo Pee-Wee Herman, al secolo Paul Reubens. La pellicola è poco più di un pretesto per mettere in scena delle gag che esaltano il repertorio slapstick di Reubens: ciò nonostante il film ottiene un ottimo riscontro di pubblico, e mette in mostra la mano sicura di Burton nel dirigere e la sua predilezione per il registro onirico e surreale. Peters, Guber e la Warner restano affascinati dallo stile del giovane cineasta, e si convincono che sia la persona giusta a cui affidare un progetto complesso come Batman. Se ne convince anche Micheal Uslan dopo una proiezione privata di Pee-Wee organizzata per lui e Ben Melkiner dallo studio. I due vennero folgorati dal talento del regista e si convinsero della bontà della scelta della produzione.

In una serie di incontri organizzati dalla produzione, Uslan ebbe modo di conoscere Burton ed esporgli la sua visione del personaggio e del futuro film. Tra il materiale da lui sottopostogli, trovavano spazio l’amata Night of the Stalker, le storie delle origini prodotte da Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson e, ovviamente, la nuova ondata di graphic novel adatte ad un pubblico maturo che avevano per protagonista l’Uomo Pipistrello. Il movimento del cosiddetto "revisionismo supereroistico", che reinterpretava in chiave decostruzionista la figura del supereroe, stava dominando la scena fumettistica degli anni '80 dando i natali ad opere epocali come Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller e The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland, entrambe con protagonista il Cavaliere Oscuro. Pur non adattando nessuna delle due opere, Batman sarà debitore della sua atmosfera dark e noir a questi due capolavori della letteratura disegnata che insieme a Batman: Year One, scritta dallo stesso Miller per i disegni di David Mazzucchelli, formeranno il trittico imprescindibile del canone batmaniano nei decenni a venire. 

(2 - continua) - Leggi la parte 3

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