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Speciale Batman '89: Parte II - Tu danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

  • Pubblicato in Focus

Clicca qui per leggere la prima parte dello speciale.

Il nuovo decennio si apriva con la ricerca di uno studio da parte di Benjamin Melkiner e Michael Uslan. La Warner Bros., consorella della DC nel consorzio Warner Communications (il futuro gruppo Time-Warner), non volle leggere neanche il pitch di Michael. La United Artists, seconda scelta del duo, si rifiutò di produrre il film con una risposta delirante: una pellicola con “Robin” nel titolo, il Robin e Marian di Richard Lester, che parlava però degli ultimi anni di vita di Robin Hood e non aveva nulla a che fare con cavalieri oscuri e affini, era stato un fiasco e sicuramente lo sarebbe stato anche Batman. La coppia ricevette altri rifiuti con motivazioni altrettanto surreali da tutti gli altri studios di Hollywood. Finché Melkiner non calò l’asso. Si ricordò di un giovane promettente che aveva assunto durante il suo ultimo periodo alla MGM, e che aveva fatto carriera arrivando a diventare vice-presidente della Columbia: Peter Guber. Successivamente aveva lasciato lo studio e aveva fondato un’etichetta musicale che andava per la maggiore, la Casablanca Records. Ben aveva raccolto voci nell’ambiente secondo cui la Casablanca stava per associarsi con un’altra etichetta, la Polygram, per lanciarsi nella produzione cinematografica. Il target giovanile assicurato dalla Casablanca sembrava l’ideale per Batman. Ben e Mike combinarono un appuntamento con Guber, e il feeling fu immediato: il produttore si entusiasmò per il progetto, accettando la proposta di Melkiner e Uslan di aiutarli nella realizzazione del film. Le cose sembravano aver preso la piega giusta, tanto che alla New York Comic-Con del 1980, in un panel presentato insieme al nuovo redattore capo della DC, Jenette Kahn, Mike annunciò tra gli applausi del pubblico festante la prossima realizzazione e uscita del film dedicato a Batman, ricevendo la benedizione di Bob Kane in persona. Ma Uslan non sapeva che la strada verso Gotham sarebbe stata ancora lunga.

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Peter Guber stava portando avanti la trattativa per i diritti di distribuzione di Batman con la Universal, potendo vantare un’amicizia col capo produzione dello studio. Ma sul più bello, il dirigente lasciò la Universal per accasarsi alla oggi defunta Filmways, con la promessa che le trattative sarebbero riprese col nuovo studio. Quando la Filmways venne acquistata dalla Orion Pictures, per nulla interessata al progetto, la trattativa si arenò definitivamente. Micheal Uslan faticava ad incassare il colpo. Il suo sogno di un film cupo e gotico di Batman stava per svanire in un nulla di fatto.

Melkiner ed Uslan acquistarono i diritti di Batman il 3 ottobre 1979 e il film uscì negli USA il 23 giugno 1989. I dieci anni che intercorsero tra queste due date videro Mike alle prese con difficili situazioni familiari. La vita non restava ferma, aspettando che Batman venisse realizzato. Durante questo periodo, il produttore perse la madre a causa di un terribile male, e oltre alla felicità per la nascita del figlio David e la figlia Sarah, conobbe anche l’indicibile dolore per la morte improvvisa di un’altra figlia, nata da pochi mesi. Nonostante le difficoltà e quando tutto avrebbe suggerito di desistere, Uslan decise di giocare il tutto per tutto per realizzare il suo sogno. Proprio quando la moglie stava per partorire il primo figlio, decise di licenziarsi dal posto sicuro che ricopriva all’ufficio legale della United Artists, che garantiva tra l’altro a lui e alla sua famiglia l’assistenza medica, per poter lavorare a tempo pieno a Batman. Non fu una scelta facile, ma valeva il motto "ora o mai più".

Intanto i meeting creativi andavano avanti, e personalità di un certo spessore entravano e uscivano dal progetto. Tom Mankiewicz, sceneggiatore di Agente 007: Vivi e lascia morire ma soprattutto del Superman di Richard Donner, scrisse una prima stesura della sceneggiatura. Joe Dante, regista di Gremlins e di Piranha che era stata una delle prime produzioni di Uslan, venne considerato per la regia. E siccome ci trovavamo nei bizzarri anni ’80 e, nonostante gli sforzi del produttore, Batman aveva ancora fama di essere un prodotto camp, vennero considerati Bill Murray per il ruolo del Cavaliere Oscuro ed Eddie Murphy per il ruolo di Robin. Fortunatamente ci sono dei momenti della vita in cui la provvidenza aiuta i coraggiosi e il Dio-Cinema, che fino a quel momento non si era mostrato particolarmente interessato agli sforzi di Micheal Uslan, decise di intervenire in maniera risoluta. E quell’intervento assunse le sembianze del produttore Jon Peters.

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Figlio di una parrucchiera (la madre possedeva un rinomato salone di bellezza a Rodeo Drive, Hollywood), da giovane Peters si esercitò nell’attività di famiglia. Fu così che strinse amicizie importanti nell’ambiente del cinema fino a conoscere Barbra Streisand, di cui diventò l’amante. In seguito produsse il suo film È nata una stella (1976). Anni dopo, conobbe Peter Guber di cui divenne socio e con il quale fondò la Guber-Peters Entertainment Company, in seguito assorbita dalla Columbia. Peters era un decisionista, oltre che il tormento dei registi dei film da lui prodotti, ma la sua intraprendenza fu decisiva nel dare al progetto Batman la sterzata decisiva.

Prima di tutto, la Guber-Peters riuscì a riportare la Warner Bros. al tavolo della trattativa, approfittando del fatto che il nuovo vice-presidente, Frank Wells, era rimasto sconcertato nel sapere che la precedente dirigenza aveva permesso che un film potenzialmente lucrativo come Batman, i cui diritti appartenevano a una consociata dello studio, venisse sviluppato all’esterno dello studio stesso. Jon Peters e Peter Guber firmarono così un accordo vantaggioso, riportando Batman alla casa madre.
Il secondo, importante contributo fornito dal duo alla causa di Batman fu l’ingaggio di uno dei più grandi divi di Hollywood nella parte del Joker, l’unico che, secondo lo stesso Micheal Uslan, avrebbe potuto interpretare il Principe Pagliaccio del Crimine: Jack Nicholson. Mike pensava a Nicholson fin dal 1980, folgorato dalla sua performance in Shining. A conferma della sua intuizione, ritagliò da un giornale la locandina del film di Stanley Kubrick in cui l’attore veniva ritratto col suo classico ghigno. Uslan colorò con dei pennarelli il viso di Jack di bianco, rosso e verde. Il risultato era il Joker. Il caso volle che, anni dopo, Guber e Peters fossero i produttori di Le Streghe di Eastwick, grande successo diretto da George Miller che vedeva Nicholson interpretare il diavolo. Nelle pause sul set, Jon Peters cominciò a parlare a Nicholson del progetto Batman e della parte di Joker. Il produttore – parrucchiere fu talmente convincente che il divo accettò il ruolo per sei milioni di dollari invece degli abituali 10, a patto di poter partecipare agli utili delle future vendite del merchandising relativo al film. Un accordo rivoluzionario, per l’epoca, che farà guadagnare all’attore il quintuplo del suo cachet ordinario.

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A metà degli anni ’80, la produzione di Batman aveva superato le traversie iniziali. Come progetto targato Warner Bros. che poteva vantare la presenza di un divo affermato come Jack Nicholson, il film sembrava avere ormai il vento in poppa. Quello che mancava ancora, era un autore che potesse garantire una visione unica al progetto, oltre alla capacità di gestire le dimensioni di una produzione che andava facendosi sempre più colossale. Dopo la candidatura di Joe Dante, venne valutata anche quella di Ivan Reitman, reduce dal grande successo di Ghostbusters, ma il suo profilo non convinceva appieno. Ma il Dio-Cinema, o il fato, se preferite, fornì l’intervento che diede la svolta decisiva al progetto. Una dirigente importante della Warner dell’epoca, Bonni Lee, aveva visto il cortometraggio di un promettente filmaker, un ragazzo che lavorava al reparto animazione dei Walt Disney Studios. Quel breve filmato, Vincent, era un commosso e visionario omaggio al mito d’infanzia del giovane regista, Vincent Price. La Lee si innamorò dello stile e della poetica dell’autore, e dopo averlo contattato e conosciuto, lo portò con sé alla Warner.  Quel ragazzo si chiamava Tim Burton.

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Burton era un eccentrico creativo di 25 anni cresciuto professionalmente alla Disney, in un gruppo che vedeva tra gli altri John Lasseter, futuro capo della Pixar, e Brad Bird, che avrebbe diretto Gli Incredibili e Ratatouille. Ma il suo gusto per le atmosfere dark e grottesche mal si conciliavano con lo stile canonico Disney. Dopo aver contribuito a classici come Red & Toby – Nemici amici e Taron & la pentola magica, che giudicherà esperienze frustranti per l’atteggiamento ostativo della Disney nei confronti delle sue idee, decise di dedicarsi alla regia. I suoi primi lavori sono due corti, il già citato Vincent e Frankenweenie, in cui inaugura la poetica del diverso che attraverserà tutto il suo cinema. Ma Burton alla Disney è il classico pesce fuor d’acqua: si convince quindi a fare fagotto e ad abbandonare la casa di Topolino. Alla Warner realizza il desiderio di poter finalmente dirigere un lungometraggio. Lo studio gli affida infatti la regia di Pee-Wee’s Big Adventure, il debutto cinematografico del comico televisivo Pee-Wee Herman, al secolo Paul Reubens. La pellicola è poco più di un pretesto per mettere in scena delle gag che esaltano il repertorio slapstick di Reubens: ciò nonostante il film ottiene un ottimo riscontro di pubblico, e mette in mostra la mano sicura di Burton nel dirigere e la sua predilezione per il registro onirico e surreale. Peters, Guber e la Warner restano affascinati dallo stile del giovane cineasta, e si convincono che sia la persona giusta a cui affidare un progetto complesso come Batman. Se ne convince anche Micheal Uslan dopo una proiezione privata di Pee-Wee organizzata per lui e Ben Melkiner dallo studio. I due vennero folgorati dal talento del regista e si convinsero della bontà della scelta della produzione.

In una serie di incontri organizzati dalla produzione, Uslan ebbe modo di conoscere Burton ed esporgli la sua visione del personaggio e del futuro film. Tra il materiale da lui sottopostogli, trovavano spazio l’amata Night of the Stalker, le storie delle origini prodotte da Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson e, ovviamente, la nuova ondata di graphic novel adatte ad un pubblico maturo che avevano per protagonista l’Uomo Pipistrello. Il movimento del cosiddetto "revisionismo supereroistico", che reinterpretava in chiave decostruzionista la figura del supereroe, stava dominando la scena fumettistica degli anni '80 dando i natali ad opere epocali come Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller e The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland, entrambe con protagonista il Cavaliere Oscuro. Pur non adattando nessuna delle due opere, Batman sarà debitore della sua atmosfera dark e noir a questi due capolavori della letteratura disegnata che insieme a Batman: Year One, scritta dallo stesso Miller per i disegni di David Mazzucchelli, formeranno il trittico imprescindibile del canone batmaniano nei decenni a venire. 

(2 - continua)

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Speciale Batman '89: Parte I - Origini segrete

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La storia della realizzazione del Batman diretto da Tim Burton, il blockbuster del 1989 che ha cambiato per sempre la storia degli adattamenti cinematografici delle storie a fumetti facendo da apripista per i moderni cinecomic, è prima di ogni cosa un’avventura in cui sogno, amore, passione, ostinazione e perseveranza si mischiano in una miscela che aveva avuto fino a quel momento pochi precedenti nella storia del cinema e probabilmente non ne ha avuti più in seguito. Una miscela che, come vedremo, scorreva potente nel cuore di Michael E. Uslan, il produttore nonché motore primo della lunga e travagliata gestazione del primo lungometraggio durata circa 15 anni ma da lui covata fin dalla più tenera età.

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Uslan nasce nel 1950 a Bayonne, tranquilla località del New Jersey dove tutte le famiglie si conoscono e passano insieme le domeniche organizzando barbecue, in quadretti simili a quelli mostrati in tanti film americani del periodo. Il giovane Micheal è un ragazzo come tanti, e si divide tra la scuola e le partite di baseball con gli amici. Ma c’è una passione che lo definisce in particolare: l’amore sconfinato per i comic-book, di cui divora avidamente le colorate pagine in quadricromia. L’incipit della sua splendida autobiografia, The Boy who loved Batman, pubblicata da Chronicle Books nel 2011, non lascia dubbi sull’impatto che i fumetti hanno avuto nella formazione di Uslan: “Mia madre mi ha dato la vita, ma sono i fumetti ad avermi formato e ad aver fatto di me l’uomo che sono”. Una dichiarazione d’amore che non fa nulla per nascondere il trasporto emotivo che i ricordi di quelle letture giovanili ancora oggi gli provocano. Il giorno magico dei comic-geek statunitensi era, allora come oggi, il mercoledì, quando gli scaffali dei drugstore si riempivano di nuove uscite. Le letture preferite di Micheal spaziavano da un evergreen come Archie ai deliranti fumetti DC Comics della Silver Age dove, per sopravvivere alle accuse mosse dall’infame psicologo Frederic Wertham di voler corrompere la gioventù americana, i supereroi erano stati trasformati in innocui vessilli dello stile di vita americano. Così Superman era diventato il tipico pater familias statunitense, mentre la ribelle amazzone Wonder Woman era stata ricondotta a più miti consigli tra le quattro mura di una dimensione domestica. Il futuro produttore scopre dapprima Justice League, con le sue trame fantascientifiche, e Superman, di cui è ancora fresco negli Usa il ricordo della serie tv interpretata da George Reeves e più volte replicata.

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Ma l’amore sboccia per un personaggio privo di superpoteri, di cui intuisce la complessità e l’umanità: Batman. Come i suoi colleghi DC, anche il Batman della Silver Age è coinvolto in avventure ai limiti dell’assurdo, dimentico delle sue radici dark e urbane, per tranquillizzare la censura. Non sono infrequenti viaggi nello spazio, il già numeroso gruppo di comprimari si infoltisce di presenze bizzarre come il cane Asso, il Bat-Segugio e di avversari al confine tra magia e fantascienza come Bat-Mito. Uslan, però, legge per caso una ristampa delle origini del Cavaliere Oscuro, come era stato concepito da Bob Kane e Bill Finger nel 1939, e tutta la tragicità di cui è intriso il personaggio lo colpisce profondamente. In particolare, viene scosso dalla tragica perdita del piccolo Bruce Wayne, i cui genitori vengono assassinati da un delinquente. Un transfer emotivo che non lascia scampo a Mike, profondamente legato ai suoi genitori. Nella sua mente, l’essenza e la natura del personaggio creato da Kane e Finger sono ormai chiare: una creatura della notte che emerge dalle ombre per stanare i criminali. La versione Silver Age del personaggio gli appare improponibile, uno scempio delle intenzioni iniziali degli autori, così come la serie tv che da li a pochi anni comincerà ad imperversare sui teleschermi delle famiglie americane.

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Batman debutta sugli schermi televisivi USA nel 1966 e prosegue la sua corsa per tre stagioni fino al 1968, sfornando 120 episodi che diventano un classico della cultura pop americana. Un successo di ascolti travolgente che trasforma la serie tv in un fenomeno di costume dell’epoca. L’approccio scelto dal produttore William Dozier è umoristico e camp, rinunciando così alle origini oscure del personaggio. Col senno di poi, il Batman della tv è uno straordinario documento della cultura di un periodo, dominato dalla musica dei Beatles e dei Monkees, ma è anche il compendio di tutti i luoghi comuni che chi non legge i fumetti pensa che si trovino nei comics, al pari di film coevi come la Barbarella di Roger Vadim. Quando la serie tv viene annunciata Uslan, come tutti i giovani lettori di fumetti dell’epoca, è eccitato e pieno di aspettative, che vengono puntualmente deluse quando il primo episodio viene messo in onda. Da una parte è felice del successo della serie e che il personaggio di Batman sia oramai noto in tutto il paese: dall’altra non può sostenere la vista di Adam West che balla con convinzione il “Bat-Tusi”. No, questo Batman non può essere lo stesso delle sue letture preferite, il Bruce Wayne orfano che ha pianto i genitori uccisi in un vicolo. Come il piccolo Bruce, Mike pronuncia un giuramento: un giorno entrerà nell’industria del cinema e produrrà un Batman fedele a come era stato immaginato dai suoi creatori, cupo e urbano, riportandolo alle sue radici dark e gotiche.

Gli anni passano e Micheal si diploma, per poi andare a studiare legge all’Università dell’Indiana. Sono arrivati gli anni ’70, e Uslan si trova davanti al primo snodo importante della sua vita. Con gli amati fumetti sempre in testa, propone al preside della facoltà un corso che avrebbe trattato i comics sotto un profilo da antropologia culturale approfondendone, oltre che la rilevanza artistica, l’importanza rivestita nella cultura popolare e le loro implicazioni sociologiche e psicologiche. Davanti alle ovvie perplessità dell’accademico, Uslan gli chiese se conosceva la storia di Mosé. Il preside gli rispose che ovviamente la conosceva e ne snocciolò i punti salienti. Appena ebbe finito, Uslan gli raccontò le origini di Superman. Anche lui salvato in fasce e destinato ad un ruolo salvifico per la sua comunità. Davanti alle ovvie similitudini, il preside accettò di buon grado di attivare il corso. In anni in cui il fumetto veniva ancora considerato uno svago per bambini, l’iniziativa di Micheal Uslan fu uno dei primissimi riconoscimenti conferiti al ruolo sociale e culturale svolto dai comics. Anche i media se ne accorsero, e la notizia di quanto stava succedendo nell’Università dell’Indiana trovò posto sia sui giornali che in tv, tanto che Mike venne invitato ad uno speciale televisivo in cui fu affiancato da nomi affermati del settore come Steve Englehart e Gerry Conway. Il clamore suscitato destò ben presto l’attenzione dei due giganti del settore, e non passò molto tempo prima che il giovane professore di storia del fumetto ricevesse due importantissime telefonate. La prima fu quella di Stan Lee, editor-in-chief della Marvel; la seconda fu quella di Sol Harrison, suo omologo della DC Comics. Entrambi si congratularono con l’intraprendente giovanotto ed entrambi gli offrirono un lavoro. Benché Micheal apprezzasse molto la ventata di freschezza che la Marvel aveva portato nel settore, rimaneva principalmente un fan della DC, quindi accettò immediatamente l’offerta di Harrison.

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Dopo aver iniziato scrivendo una linea di fumetti pedagogici, Uslan si ritrovò a scrivere storie di The Shadow in sostituzione del titolare Denny O’Neil e realizzò un sogno che covava fin da piccolo sceneggiando una storia di Batman in tre parti che apparve su Detective Comics. Nel frattempo, mentre inseguiva i suoi sogni, trovò il tempo di realizzare anche quello dei suoi genitori concludendo gli studi e prendendo la laurea in legge. Mike sapeva bene cosa voleva fare della sua vita, e sapeva altrettanto bene che non voleva trovarsi incastrato in un lavoro che avrebbe odiato. Così, almeno inizialmente, mediò tra le sue aspettative personali e quelle familiari cercando lavoro come consulente legale in alcuni dei più prestigiosi studi cinematografici dell’epoca, dove avrebbe svolto la necessaria gavetta per poter intraprendere poi la carriera di produttore. Grazie a dei contatti conosciuti durante gli anni dell’Università, riuscì ad ottenere un colloquio presso la United Artists di New York, che ebbe esito positivo. La UA era una major della storia prestigiosa, fondata durante l’età d’oro del cinema muto da Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks, Mary Pickford e D.W. Griffith, e che sarebbe fallita all’inizio degli anni ’80 all’indomani del fiasco del kolossal I cancelli del cielo di Micheal Cimino. Come impiegato all’ufficio legale della UA, Mike contribuì a preparare i contratti per classici come Rocky, Toro Scatenato e Apocalypse Now; potendo disporre di New York come base, inoltre, poteva continuare a frequentare la sede della DC. Per contratto, infatti, poteva continuare a scrivere fumetti nel tempo libero.

Gli anni passati alla UA furono determinanti per la formazione di Mike ma nella sua testa quel lavoro aveva una scadenza: la sua versione di Batman occupava continuamente i suoi pensieri e, alla scadenza del quarto anno come legale presso lo studio, Uslan fece la sua mossa. Decise che era arrivato il momento di realizzare il suo sogno. Così si fece ricevere da Sol Harrison della DC Comics comunicandogli la sua intenzione di acquisire i diritti per una trasposizione cinematografica di Batman e dei personaggi relativi al suo universo. Harrison provò con affetto a dissuaderlo, cercando di convincerlo che l’appeal di Batman era morto con gli anni ’60 e che Superman fosse l’unico personaggio che avesse qualche chance di avere successo sul grande schermo, ma davanti alle insistenze del giovanotto comprese che non avrebbe mai desistito. Lo avvertì però che avrebbe dovuto trattare con un executive della Warner Communications, all’epoca proprietaria di DC Comics, che non era un certo un fan dei fumetti, e aveva costretto a una lunga e complessa trattativa i produttori Alexander e Ilya Salkind durante la loro acquisizione dei diritti di Superman. Durante gli anni alla UA Michael aveva accumulato una certa esperienza, ma non tale da affrontare una prova professionale di questo livello. Per proseguire nella sua avventura, era necessario trovare un collaboratore che avesse più esperienza di lui. E questo partner arrivò nella figura di Benjamin Melkiner, padre di Charles, suo collega alla United Artists.
Melkiner era stato il capo dell’ufficio legale della MGM durante gli anni d’oro di Hollywood, ed era considerato una leggenda del settore, avendo negoziato accordi per pellicole epocali come Ben-Hur, Il Dottor Zivago e 2001: Odissea Nello Spazio. Aveva oltretutto dato il via al reparto animazione della MGM, assumendo William Hanna e Joe Barbera. Ma non aveva mai letto un fumetto. Mike dovette quindi spiegargli che il vero Batman non era quello della serie tv e che il loro film ne avrebbe fornito una versione fedele a quella originale, mai mostrata prima al grande pubblico.

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Nel 1979 Uslan e Melkiner fondano la Bat-Film Inc. e cominciano ufficialmente le negoziazioni con la DC Comics, per l’acquisizione dei diritti di sfruttamento per il cinema e per la tv di Batman e degli altri personaggi del suo universo narrativo. Con i soldi racimolati da prestiti e quelli raccolti da amici e famiglie, il duo riuscì ad acquistare un’opzione per sei mesi rinnovabile per altri sei, in attesa di trovare uno studio che finanziasse il progetto. Solo a quel punto si sarebbe potuti passare all’acquisizione completa, altrimenti la DC, che per prima non credeva al progetto di un film su Batman, avrebbe lasciato il Cavaliere Oscuro a prendere polvere nella sua library.

Il dinamico duo iniziò quindi la ricerca di uno studio disposto ad investire nella loro impresa. Uslan preparò un trattamento di una ventina di pagine da sottoporre ai finanziatori, per spiegare brevemente in cosa il “suo” Batman si sarebbe distinto da quello della serie tv. In suo soccorso arrivarono i fumetti del Cavaliere Oscuro che la DC aveva prodotto in quel decennio che si stava chiudendo. In un ciclo di storie che sarebbe entrato nella leggenda, lo sceneggiatore Denny O’Neil e il disegnatore Neal Adams riportarono Batman alle atmosfere oscure delle origini, accantonando per sempre la versione camp. Il Crociato Incappucciato di Adams, una silhouette atletica che si muove tra le ombre, sarebbe diventata la versione iconica e graficamente definitiva del personaggio. Nello stesso decennio, con una breve run di otto storie che sarebbe diventata un cult, Steve Englehart e Marshall Rogers ristabilirono le radici dark e pulp del personaggio, influenzando fortemente il futuro film: Rogers lavorerà anche sui primi storyboard della pellicola. Una storia in particolare, Night of the Stalker, scritta da Englehart ma disegnata da Sal Amendola, in cui un Batman silenzioso che emerge dalla notte come uno spettro perseguita una banda di rapinatori, diventa la preferita in assoluto di Uslan e verrà apertamente citata nella sequenza di apertura del lungometraggio. Il nuovo decennio si aprirà con i due soci produttori impegnati nella ricerca di uno studio che fosse interessato a finanziare il loro progetto. Ma, come vedremo, la strada verso Gotham sarà irta di ostacoli e serviranno ben 10 anni prima che il film veda la luce.

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