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Tributo a Dennis O'Neil: Tra la luce della Lanterna e l'oscurità della Bat-Caverna

  • Pubblicato in Focus

La prima volta che ho letto il nome di Dennis O’Neil nei credits di un albo a fumetti ero ancora un bambino che nei primi anni ‘80 si riempiva gli occhi di meraviglia leggendo le storie Marvel portate in Italia da una Editoriale Corno prossima a scomparire. L’Uomo Ragno II serie era rimasta l’unica collana dell’editore milanese a presentare materiale inedito, mentre le altre testate presentavano ristampe dei gloriosi periodi Silver e Bronze Age pubblicati nel nostro paese nel decennio precedente. Denny (come veniva chiamato da tutti) O’Neil era lo sceneggiatore regolare di Amazing Spider-Man in un periodo di passaggio della collana, con storie oggi perlopiù dimenticate a favore di quelle successive, scritte da Roger Stern, che ebbero però il merito di tenere a battesimo un giovane John Romita Jr. sulla testata che avrebbe disegnato a più riprese nei successivi trent’anni, introducendo inoltre interessanti personaggi di contorno come Madame Web. Una storia piuttosto bizzarra di quella run, ma che colpì la mia immaginazione di bambino, fu quella in cui Hydro-Man, villain creato dallo stesso O’Neil, si fondeva per errore con l’Uomo Sabbia dopo uno scontro con l’Uomo Ragno formando un colosso di fango che si aggirava per New York come un novello King Kong, ricalcandone anche la tragica fine.

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Avrei scoperto anni più tardi che quelle storie, pur apprezzate da ragazzino, non erano certamente quelle per cui Denny O’Neil sarebbe stato ricordato. Nonostante la sua carriera fosse iniziata giovanissimo alla Marvel negli anni ’60, tappando buchi per le sceneggiature di testate lasciate orfane da un sempre più indaffarato Stan Lee come Doctor Strange e X-Men, è alla DC che la carriera di O’Neil decolla definitivamente. Voluto da Dick Giordano, che aveva conosciuto durante un rapido passaggio alla Charlton, O’Neil si trasferisce presso l’editore di Batman e Superman sul finire degli anni ’60, preparandosi a sfornare due opere che faranno epoca. Dopo un ciclo di Justice League of America e uno piuttosto contestato di Wonder Woman, in cui O’Neil priva Diana dei suoi poteri e del legame con le Amazzoni, la DC decide di affidargli il rilancio di Green Lantern, personaggio dalle atmosfere tipicamente Silver Age che faticava a trovare il suo spazio in un periodo storico convulso come quello di fine anni ‘60/inizio anni ’70. La nazione, già attraversata dalle contestazioni studentesche e dalla protesta contro la guerra del Vietnam, stava per conoscere lo scandalo del Watergate: un contesto politico/sociale nel quale un poliziotto intergalattico che aveva come unico punto debole il colore giallo sembrava drammaticamente fuori luogo. O’Neil ebbe un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: mantenere lo status di “uomo di legge” di Hal Jordan calandolo però in un contesto reale. Lanterna Verde si sarebbe dovuto sporcare le mani con i veri problemi di un paese lacerato dal punto di vista sociale. L’intuizione più importante dello scrittore fu quello di affiancare a Jordan un eroe urbano fino ad allora considerato di seconda fascia, che avrebbe accompagnato la Lanterna Verde della Terra nel suo viaggio nel cuore degli States.

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La scelta cadde su Freccia Verde, personaggio che O’Neil aveva già scritto durante la sua gestione della JLA, facendolo evolvere dal clone di Batman dotato di frecce qual’era stato fino a quel momento a un personaggio completamente rinnovato e al passo con i tempi. Spogliato del suo status di milionario e playboy, caduto in disgrazia dopo aver perso la sua fortuna, Oliver Queen si presentava ora come un eroe irascibile e scontroso, adirato con la vita ma profondamente maturato nella sua visione politica, veicolo perfetto per l’anima progressista che avrebbe animato la serie fin dal primo numero e che ben si evince da questa tavola emblematica:

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Le trame di O’Neil affondavano le mani nei grandi problemi politici e sociali dell’epoca, come il razzismo intrinseco nella società americana (tematica piuttosto attuale ancora oggi) e la piaga della dipendenza dalle droghe dei giovani, simboleggiata dall’episodio più celebre di tutto il ciclo, quello in cui viene rivelata la tossicodipendenza di Speedy, il sidekick di Freccia Verde. In assenza del suo mentore, Roy Harper era sprofondato nel tunnel della droga. Lo shock di Oliver Queen fu pari a quello dei lettori. Per la prima volta veniva rappresentato in un fumetto mainstream lo spaesamento di una generazione a cui stavano venendo meno tutti i punti di riferimento, incorrendo inoltre nel paternalismo degli adulti a cui neppure un liberal come l’Arciere di Smeraldo sembrava volersi  sottrarre.

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Green Lantern/Green Arrow inaugurò una partnership parallela a quella cartacea tra Hal Jordan e Oliver Queen, quella tra Denny O’Neil e il disegnatore Neal Adams, artista rivoluzionario per la modernità di cui erano intrise le sue tavole. La loro collaborazione, tra le più celebrate della storia del fumetto, raggiunse l’apice con un ciclo di Batman iniziato nel 1971 che consegnò alla storia quella che molti ritengono la versione definitiva del personaggio.

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All’epoca il Cavaliere Oscuro era reduce da un paio di decenni un cui tutto era stato, tranne che “oscuro”. Le atmosfere cupe degli inizi erano state annacquate per contenere le accuse mosse dal Prof. Wertham nel suo famigerato saggio Seduction of the Innocent, mentre la sbornia “camp” dovuta al grande successo del telefilm trasmesso a partire dagli anni ’60 aveva definitivamente allontanato il personaggio dalle sue radici. Confesso che io adoravo la serie, vista più volte negli anni delle infinite repliche su varie emittenti private, eppure provavo un notevole imbarazzo a vedere Batman impegnato a ballare il “Batusi” o occupato in altre amenità non consone al suo ruolo di giustiziere. Le atmosfere goliardiche tipiche della serie tv trasmigrarono inevitabilmente anche negli albi a fumetti e fu solo grazie al lavoro del duo O’Neil/Adams, coordinato dall’editor-in-chief Julius Schwarz, se il Crociato Incappucciato tornò ad essere il vendicatore notturno immaginato da Bob Kane e Bill Finger. La coppia recuperò la dimensione urbana della serie, accantonando definitivamente gli elementi più bizzarri e pop che avevano contraddistinto le avventure di Batman degli anni ’60, e reintrodusse il suo più grande avversario, il Joker, nell’episodio chiave intitolato The Joker’s Five-Way Revenge.

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In questa storia dai toni noir, il Clown Pagliaccio del Crimine torna a Gotham dopo essere fuggito di prigione, uccidendo ad uno ad uno gli ex membri della sua gang per stanare quello che lo aveva tradito. O’Neil inaugura qui la caratterizzazione moderna del personaggio, mettendo da parte l’innocuo burlone degli anni ’50 e ’60 e liberando su carta il maniaco omicida che perseguiterà il Cavaliere Oscuro fino ai giorni nostri. Il contributo più celebre della coppia O’Neil e Adams al mito di Batman è però la creazione del villain definitivo del personaggio, una sorta di suo riflesso oscuro: Ra’s Al Ghul, capo della Lega degli Assassini, setta dedita ad estirpare la corruzione dell’essere umano tramite azioni di sterminio e genocidio. Pluricentenario, ma ancora giovane grazie al potere curativo della Fossa di Lazzaro, Ra’s condivide con Batman intelletto e vigore fisico fuori dal comune, tanto da ritenerlo un suo possibile e degno erede alla guida della Lega degli Assassini. L’ammirazione per il Cavaliere Oscuro è condivisa anche dalla figlia Talia che se innamora, intraprendendo con lui in seguito una relazione che porterà alla nascita del figlio dell’inconsapevole Bruce, Damien. Per mettere in scena il primo scontro tra Batman e Ra’s Al Ghul, O’Neil si ispira ai film di James Bond tanto in voga in quel periodo, trascinando il Crociato Incappucciato in scenari per lui inediti come il Nanda Parbat e le Alpi Svizzere, costringendolo ad una caccia all’uomo avvincente. Sono storie che mantengono un grande fascino anche oggi, e che all’epoca sembravano provenire direttamente dal futuro, tanto per le sceneggiature scoppiettanti di O’Neil quanto per la prova epocale di Adams al tavolo da disegno. Il Batman moderno viene codificato graficamente in queste pagine, e sarà un punto di riferimento imprescindibile per i successivi autori. L’artista tratteggia un Cavaliere Oscuro avvolto in un lungo mantello, snello e atletico, michelangiolesco nel suo fascio di muscoli tesi fino allo spasmo e sempre pronti a scattare. Le pose iconiche di Batman realizzate da Adams durante il ciclo realizzato con O’Neil si sprecano, come è iconico lo scontro finale a colpi di spada con Ra’s. I due personaggi sono inquadrati in modo che appaiano come giganti impegnati in una resa dei conti epica.

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Voglio ricordare due storie di Batman in particolare, tra le tante scritte da O’Neil in quel periodo, che esercitarono su di me una profonda suggestione: Night of the Reaper, sempre in coppia con Adams, in cui Cavaliere Oscuro si trova ad affrontare un misterioso assassino armato di falce e The Demon of Gothos Mansion, illustrata da Irv Novick, in cui il nostro eroe si trova catapultato in una vicenda di spettri e vecchi manieri che sembra uscita dritta da un film della Hammer.

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I fantastici anni ’70 di Dennis O’Neil alla DC vedono l’uscita di altri progetti prestigiosi, come il rilancio del classico eroe pulp The Shadow per gli eleganti disegni dell’artista Mike Kaluta, e l’epocale scontro tra Superman e Muhammad Alì (di cui vi abbiamo parlato qualche anno fa) che segna la fine della proficua collaborazione con Neal Adams.
Nel 1980 torna alla Marvel, prendendo le redini di Amazing Spider-Man, come detto in apertura. Il ciclo, della durata di un anno, non è all’altezza dei suoi precedenti lavori, mentre invece sono notevoli i due Annual della collana, datati 1980 e 1981, che O’Neil scrive per le matite di un giovane disegnatore di nome Frank Miller.

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Nel primo albo l’Uomo Ragno e il Dottor Strange affrontano la minaccia combinata del Dottor Destino e di Dormammu, in un riuscito omaggio a Steve Ditko, mentre il secondo mette in scena un’alleanza forzata tra l’Aracnide e il Punitore contro il Dottor Octopus, in una storia che esalta la predilezione per i contesti urbani di Miller, in procinto di diventare una delle superstar assolute del decennio. L’incontro con l’ex scrittore di Batman sarà decisivo per la carriera del giovane artista: è proprio O’Neil, in qualità di editor di Daredevil, a sollevare dall’incarico lo sceneggiatore Roger Mckenzie per lasciare al giovane Miller, fino ad allora solo illustratore della serie, il doppio incarico di scrittore/disegnatore. Il risultato di questa mossa sarà il ciclo leggendario conosciuto come la Saga di Elektra. Denny O’Neil e Frank Miller incroceranno più volte i loro passi nel corso delle rispettive carriere, e saranno tutti incroci importanti. Sarà proprio il primo a raccogliere il testimone del secondo sulle pagine di Daredevil, con un ciclo notevole che venne però offuscato dal ritorno di Miller sulla testata col capolavoro Born Again.

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È una sequenza di storie che merita di essere riscoperta (pochi anni fa Panini Comics ne ha raccolto una parte nel volume Il Secondo Segreto della sua Daredevil Collection) e che contiene alcune gemme dimenticate, per la maggior parte illustrate da un giovane David Mazzucchelli. Tra tutte, vale la pena ricordare Nebbia, con un Matt Murdoch attonito di fronte alla scoperta del cadavere di Heather Glenn, sua sfortunata vecchia fiamma suicidatasi dopo essere caduta nella spirale della depressione.

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O’Neil scrisse una sequenza di episodi di forte intensità emotiva e psicologica, preparando il mood della serie per il già citato Born Again di Frank Miller. Una perla assoluta di questo sottovalutato ciclo è …E poi si muore, episodio in cui lo scrittore fornisce probabilmente la migliore interpretazione mai apparsa dell’Avvoltoio, il classico nemico dell’Uomo Ragno, qui alle prese con Devil. O’Neil lo ritrae nella sua natura rapace e predatoria, derivata dall’animale da cui prende il nome, sorpreso dall’eroe mentre profana la tomba di Heather Glenn per rubare i gioielli con cui è stata sepolta.

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Da bambino mi colpì molto la caratterizzazione del villain, ritratto da Mazzucchelli mentre è appollaiato come un vero volatile sul tetto della Nelson & Murdoch, latore di morte dalla filosofia nichilista e ladro miserabile allo stesso tempo. L’atmosfera plumbea e malinconica contribuì a stampare nella mia memoria questo gioiellino misconosciuto.
A metà degli anni ’80, dopo aver scritto un’importante sequenza di storie di Iron Man in cui Tony Stark cedeva momentaneamente l’armatura all’amico Jim Rhodes (il secondo personaggio di colore a cui lo scrittore regala un ruolo da protagonista, dopo la creazione del personaggio di John Stewart sulle pagine di Green Lantern), O’Neil torna alla DC per lavorare ancora sul personaggio che aveva definito la sua carriera, ma non come scrittore. Nel 1986 viene nominato infatti group editor delle collane relative a Batman, ruolo che ricopre fino al 2000, traghettando così il Cavaliere Oscuro nel nuovo millennio. Quindici anni in cui il medium fumetto attraversa un grande cambiamento, a causa soprattutto dell’affermarsi di una “cross-medialità” che vede i personaggi dei comics uscire dai confini angusti degli albi per invadere altri media come cinema, tv e videogiochi. Batman è al centro di queste trasformazioni: il film diretto da Tim Burton che esce nel 1989 è un successo epocale che cambia per sempre la percezione che il pubblico generalista ha del character.

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O’Neil accompagna il personaggio attraverso questa fase di grande popolarità e di profondo rinnovamento del suo mito, coordinando ogni progetto a lui dedicato e svolgendo allo stesso tempo la funzione di garante della tradizione. Nei suoi anni di supervisione delle bat-testate, O’Neil da il semaforo verde a eventi che lasceranno il segno, come la morte di Jason Todd, il secondo Robin, decisa dai lettori grazie ad un sondaggio telefonico in un’epoca in cui internet e i social erano ancora un'ipotesi da fantascienza. Parallelamente, continua la sua carriera da scrittore col rilancio di The Question, il vigilante senza volto creato da Steve Ditko, un cult assoluto di quegli anni che conquista il suo seguito anche nel nostro paese grazie alle sue apparizioni in appendice al Green Arrow delle Edizioni Play Press.

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Continua a scrivere occasionalmente anche il Cavaliere Oscuro, sia nell’adattamento a fumetti del film di Tim Burton, splendidamente illustrato da Jerry Ordway, sia nella miniserie Sword of Azrael, disegnata da Joe Quesada. O’Neil aggiunge un ulteriore contributo personale al mito di Batman creando Jean – Paul Valley, discepolo e campione dell’antico ordine di Saint Dumas col nome di Azrael. Sarà quest’ultimo a sostituire nel ruolo di Batman un Bruce Wayne gravemente ferito dopo uno scontro con Bane, svolgendo però il suo compito con una violenza tale da costringere il vero Crociato Incappucciato a tornare anzitempo dalla sua convalescenza e a reclamare il mantello.

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Le ultime e recentissime sceneggiature realizzate dallo scrittore prima della sua scomparsa sono ancora una volta legate ai personaggi che hanno segnato la sua carriera: una storia breve di Batman per il celebrativo Detective Comics 1000 e un contributo all’albo speciale che festeggia gli 80 anni di Lanterna Verde, con la reunion tra Hal Jordan e l’arciere Oliver Queen.
Con Dennis O’Neil non scompare solamente uno sceneggiatore di grande talento, capace di inserire nel suo lavoro importanti istanze politiche e sociali come nessuno aveva mai fatto prima, ma anche un innovatore del fumetto popolare che ha contribuito a fare evolvere nella forma d’arte matura e consapevole di se stessa che conosciamo oggi.

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La DC Comics regala Green Lantern #76 in ricordo di Denny O'Neil

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Lo scorso 11 giugno ci ha lasciato, all'età di 81 anni, lo sceneggiatore Dennis J. "Denny" O'Neil. Autore di centinaia di avventure passate alla storie, è principalmente sui personaggi della DC Comics che lo scrittore ha lasciato il suo segno. Non è un caso, dunque, che proprio la DC abbia deciso di omaggiarlo facendo un regalo ai suoi lettori.

Sulla piattaforma di fumetti digitali della DC e su Comixology, Amazon Kindle, Barnes & Noble, Google Play e iBooks sarà, infatti, possibile scaricare gratuitamente, fino a martedì 23 giugno, Green Lantern 76, ovvero il primo numero della serie realizzato da lui insieme a Neal Adams.

Pubblicato nel 1970, Green Lantern 76 ha ridefinito il rapporto fra Hal Jordan e Green Arrow/Oliver Queen, dando inizio a un acclamato ciclo che ha affrontato anche diverse tematiche sociali considerate tabù quali razzismo, tossicodipendenza e altre ancora.

Nella gallery di seguito potete vedere alcune tavole dell'albo.

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Addio allo sceneggiatore Denny O'Neil

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Ci ha lasciati all'età di 81 anni Dennis J. "Denny" O'Neil. Lo sceneggiatore, come confermato dalla famiglia, è morto ieri 11 giugno per cause naturali.

Noto principalmente per il suo lavoro su Batman sulle serie Batman, Detective Comics e Batman: Legends of the Dark Knight, ebbe il merito di aver riportato insieme a Julius Schwartz e a Neal Adams il personaggio alle sue radici più oscure, dopo la parentesi camp del telefilm anni '60.

Durante il suo ciclo su Batman, ha creato personaggi quali Ra’s al Ghul, Talia al Ghul, Leslie Thompkins, Azrael e Richard Dragon ed è stato fra gli artefici delle versioni moderne del Joker e di Due Facce, oltre ad aver supervisionato supervisionato la morte di Jason Todd, il secondo Robin.

Accanto ad Adams, O'Neil ha anche rilanciato i personaggi di Freccia Verde e Lanterna Verde, facendoli lavorare anche in coppia e affrontando grandi e complesse tematiche sociali.

Sempre alla DC, ha scritto l'iconico Superman Vs. Muhammad Ali, l'evento Armageddon 2001 e memorabili run su Justice League e The Question.

O'Neil ha lavorato anche alla Marvel, scrivendo Amazing Spider-Man, Iron Man e Daredevil, ed è stato coinvolto nella creazione di Madame Web, Hydro-Man, Obadiah Stane e Lady Deathstrike. Inoltre si deve a lui l'ingaggio dell'allora nuovo arrivato Frank Miller su Daredevil.

O'Neil ha scritto anche per la tv, lavorando alle serie Logan’s Run, Superboy, Batman: The Animated Series e G.I. Joe: A Real American Hero.

(Via Newsarama)

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Quando Muhammad Ali sfidò Superman

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Era la notte tra il 3 e il 4  giugno scorso quando le agenzie di tutto il mondo hanno battuto la notizia della morte di Muhammad Ali, al secolo Cassius Marcellus Clay, il più grande boxeur della storia, “Sportivo del Secolo” per la rivista Sports Illustrated e icona della cultura pop. Il dolore di “The Greatest”, come amava definirsi con spavalda ma meritata iperbole, ha valicato i confini del mondo dello sport. Messaggi di cordoglio sono arrivati da capi di stato e da esponenti della cultura, a testimonianza della grandezza della figura di Ali, che è stato un campione della battaglia dei diritti civili prima che del ring.

La sua avventura sportiva ed umana si compie sullo sfondo di due decenni cruciali per la storia americana e mondiale, gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso: è proprio il nostro Paese a fornire a Cassius Clay la sua prima ribalta sportiva, con la vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960. Nel 1964, a soli 22 anni, conquista il titolo di Campione del Mondo battendo Sonny Liston in uno storico match. Poco dopo arriva la prima delle sue decisioni controverse: Clay aderisce al movimento afroamericano Nation of Islam e cambia nome in Muhammad Ali. Sono anni difficili per gli Stati Uniti: il presidente John Fitzgerald Kennedy è stato ucciso a Dallas l’anno precedente e si apre un decennio difficile, segnato dall’impegno bellico in Vietnam, evento traumatico che segna la storia americana e contro il quale il carismatico Ali non tarda a prendere posizione. Nel 1967 il Campione viene arrestato per renitenza alla leva e privato del titolo in seguito al suo rifiuto di combattere in Vietnam, posizione che gli viene dettata sia dalla sua religione, sia da una convinta obiezione di coscienza (Non ho niente contro i Viet-Cong. Loro non mi hanno mai chiamato “negro”). Ed è proprio la sua battaglia come obiettore di coscienza e per le sue posizioni contro la guerra a renderlo un’icona della controcultura di quegli anni, simbolo per eccellenza del Black Power.

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Il Campione tornerà sul ring nel 1971, a seguito dell’annullamento della sua condanna da parte della Corte Suprema. Gli anni successivi cementano definitivamente il mito di Ali, a partire dai mitici match contro Joe Frazier, il rivale per eccellenza, per arrivare al leggendario Rumble in the Jungle (“Terremoto nella Giungla”), l’incontro con George Foreman combattuto e vinto drammaticamente a Kinshasa, nello Zaire, nel 1974, e celebrato in uno straordinario documentario, Quando eravamo Re, diretto da Leon Gast. Sullo sfondo la storia americana continua a scorrere: l’innocenza ormai perduta degli anni ’60 ha lasciato il posto alle inquietudini degli anni ’70, il Vietnam è un fallimento drammatico, ma il peggio, se possibile, deve ancora venire: è lo scandalo Watergate, imputabile al presidente Nixon, a far vacillare la fiducia degli americani nelle istituzioni. La sfiducia e il disorientamento dell’americano medio viene intercettato e ben rappresentato dallo scrittore di Captain America, Steve Englehart, nella celebre Saga dell’Impero Segreto, attraverso l’immagine simbolo del buon Capitano che getta il costume alle ortiche dopo aver realizzato il livello di corruzione del sistema politico e assume l’identità di Nomad, l’uomo senza patria. La stella di Ali attraversa in pieno questi anni convulsi della vita politica e sociale americana e ne diventa uno dei simboli, grazie ad una vena polemica mai sopita e al suo indomito carattere. La sindrome di Parkinson, terribile malattia che gli viene diagnosticata nel 1984 dopo che i primi sospetti lo avevano spinto al ritiro già nel 1981, non spegne la fiamma che arde nel cuore del campione, anzi quest’ultima conosce una solenne e commovente sublimazione alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando un Ali ormai minato nella salute viene scelto come ultimo tedoforo nella cerimonia di apertura, commuovendo il mondo per il suo coraggio.

Non stupisce quindi, alla luce di quanto detto, che Muhammad Ali all’apice della sua fama fosse considerato alla stregua di un supereroe da milioni di afroamericani e non solo. Il parallelismo tra i colorati giustizieri della DC e della Marvel e il suo assistito non era sfuggito a Don King, rampante manager del Campione. King, che nel decennio successivo avrebbe curato anche gli interessi di un giovane Mike Tyson, era in anticipo sui tempi: era ben consapevole della potenza della comunicazione e del marketing e lo aveva dimostrato organizzando eventi come il già citato Rumble in the Jungle e il suo “sequel”, il match tra Ali e Frazier nella capitale delle Filippine, ribattezzato “The Thrilla in Manila”. Nel 1976, in un’epoca in cui i giornali non si occupavano quasi mai di fumetti, aveva destato scalpore l’incontro tra i due pesi massimi di DC e Marvel, Superman contro l’Uomo Ragno: La Battaglia del Secolo, che era stato un clamoroso successo di vendite. Il fatto non era sfuggito a King, sempre alla ricerca del colpo a sensazione, che si presentò di persona al 75 Rockfeller Plaza, sede della DC all’epoca, con un proposta folle ma intrigante: Superman avrebbe affrontato una nuova sfida contro un avversario speciale, e quell’avversario sarebbe stato nientemeno che Muhammad Ali. La dirigenza della DC sulle prime vacillò ma poi decise, nella persona del nuovo editore Jenette Kahn, di accettare la sfida. Come ricorda la stessa Kahn, nel 1976 Muhammad Ali era percepito come un’eroe popolare di proporzioni iconiche, in particolare per la sua ferma opposizione alla guerra in Vietnam e un’obiezione di coscienza che gli aveva fatto perdere quattro degli anni migliori della carriera.
Ma la storia che sarebbe nata dall’incontro tra le due grandi icone non sarebbe stata solo un occasione di puro intrattenimento, ma anche il pretesto per sviscerare il significato delle azioni e degli ideali che avevano reso, ciascuno a modo suo, Superman e Ali degli eroi.

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Per realizzare un compito così arduo c’era bisogno del  miglior team  creativo possibile. Fortunatamente, la DC lo aveva in casa. E così il dinamico duo formato dai testi di Denny O’Neil e dai disegni di Neal Adams venne messo all’opera. La coppia era reduce dal successo delle storie in coppia di Lanterna Verde e Freccia Verde, testata per la quale avevano affrontato per la prima volta in un fumetto mainstream problemi spinosi come la questione razziale e la diffusione delle droghe tra i giovani; inoltre, dopo la sbornia camp del decennio precedente, O'Neil e Adams avevano riportato Batman alle sue origini di detective e vendicatore notturno, come immaginato in origine da Bob Kane. La coppia partiva sotto i migliori auspici, e il Dio del Fumetto fu dalla loro parte. Il risultato fu all’altezza delle aspettative, anche se le difficoltà non mancarono, tra l’improvviso abbandono di O’Neil, che lasciò ad Adams anche l’onere dei testi e la pressione dello staff di Ali che pretendeva il controllo creativo (si mormora che il pugile avesse riscritto alcune battute dalla sua controparte cartacea).

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L’opera, prevista per l’autunno del 1977, vide la luce nella primavera del 1978. La storia prendeva le mosse dalla minaccia di un invasione della Terra ad opera della razza aliena Scrubb: per evitarla un campione terrestre avrebbe dovuto affrontare in un match il campione degli Scrubb, Hun’ya. Superman e Muhammad Ali si propongono come difensori della Terra, ma tra i due si accende un litigio su chi debba rappresentarla. Superman sostiene, in virtù dei suoi poteri, di essere il prescelto. Ali, dal canto suo, fa notare all’Uomo d’Acciaio di non essere nativo della Terra. La diatriba viene diramata da un emissario Scrubb, che priva momentaneamente Superman dei suoi poteri, al fine di poter affrontare Ali in un match alla pari e stabilire chi sarà la sfidante di Hun’ya. È lo scontro del secolo, trasmesso in tutto l’universo. L’Uomo d’Acciaio ha la peggio e Ali viene scelto come sfidante. Al termine di un match emozionante il Campione Terrestre batte Hun’ya. Ma Rat’lar, capo degli Scrubb, livido di rabbia per l’esito della sfida, decide di attaccare lo stesso la Terra: sarà fermato da un recuperato Superman e dallo stesso Hun’ya, deluso dal comportamento scorretto del suo leader. Superman e Ali possono dunque tornare sulla Terra: il Campione rivela all’Uomo d’Acciaio di aver compreso la sua identità segreta e, stringendogli la mano, chiude la rivalità decretando che entrambi sono “i più grandi”.

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La storia risente molto delle atmosfere da space opera che nel 1978, grazie al successo di Guerre Stellari dell’anno precedente, erano di gran moda. Ma dietro l’apparato fantascientifico è evidente lo sforzo di Adams e O’Neil di tradurre in fiction i valori di cui Ali era convinto sostenitore: il bando ad ogni forma di razzismo, la collaborazione tra bianco e nero, la lotta all’oppressione e all’ingiustizia, il valore del coraggio e del sacrificio, il rispetto nei confronti dell'avversario, che va trattato con onore anche se sconfitto. Un inno alla libertà che risuona ancora oggi, tra le pagine magnificamente illustrate da un michelangiolesco Neal Adams in stato di grazia, autore di anatomie muscolose ma agili e snelle allo stesso tempo, che qui realizzò uno dei suoi lavori migliori. A partire dalla splendida e iconica cover, che ritrae, tra gli spettatori del match tra Superman e Ali, alcuni volti celebri della politica, dello spettacolo, dello sport e della cultura dell’epoca: i Jackson 5, Pelé, Frank Sinatra, Ron Howard, Raquel Welch, Liberace, Christopher Reeve, Lucille Ball, Sonny Bono, Cher, Jimmy Carter, Gerald Ford, Andy Warhol, Kurt Vonnegut, insieme ai vari Batman, Lex Luthor e altri eroi DC nelle loro identità borghesi come Oliver Queen, Hal Jordan e Barry Allen.

Superman Vs. Muhammad Ali è un super-classico che va letto e riletto, un omaggio ad un campione indimenticabile e un’opera che cattura in modo unico lo spirito di un’epoca… quando eravamo Re.

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