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Avengers: Infinity War: la recensione

Il Marvel Cinematic Universe ha cambiato il modo di concepire le saghe cinematografiche. Dal primo Iron Man, in ben 18 film e per 10 anni, l’MCU ha strutturato ed esplorato un universo narrativo complesso, ricchissimo e dalle molteplici diramazioni. Ogni tassello è stato costruito per incastrarsi perfettamente nel più ampio mosaico, rimanendo, indubbiamente, fruibile in maniera indipendente. Ogni “fase” di questo universo cinematografico ha avuto, come collante, un "Avengers-movie". Ma ciò che fa Infinity War è sancire definitivamente un’epocale transizione.
Diretto dai fratelli Anthony e Joe Russo, il film è l’apice non solo dell’MCU ma del “nerdismo” di quest’ultima decade, del sovrabbondante ciclo offerta-richiesta della transmedialità pop e della convergenza mediale di un immaginario collettivo che trapassa le dimensioni socioculturali e quelle anagrafico-sessuali: tutti, volenti o nolenti, favorevoli o contrari, sono toccati dal variegato universo che, per comodità lessicale, viene raccolto dal termine “nerd”.

Thanos, dopo fugaci comparsate in alcuni film Marvel, ha deciso di recuperare tutte e sei le gemme dell’infinito. Il suo obiettivo ultimo è quasi solidaristico: l’universo – è ed solo una questione entropica – non ha abbastanza energia per sostenersi e la vita, lasciata incontrollata, rischia di farlo collassare; qualcuno deve ristabilire l’equilibrio e quel qualcuno è Thanos, autoproclamatosi salvatore e “correttore” del cosmo. Senza la prevedibilità che si può immaginare, gli eroi del MCU si riuniscono pronti a fermare il titano pazzo.
Nonostante il titolo sia “Avengers”, nonostante la campagna pubblicitaria sia stata centrata attorno alla reunion di tutti gli eroi, nonostante Infinity War inizi la chiusura della “fase tre” dell’intero MCU, il protagonista del film è proprio lui, il Cattivo (con la non casuale “C” maiuscola) che, a dispetto di una spesso leggera superficialità introspettiva dei villian, è un personaggio costruito con grande attenzione. Non è la solita nemesi che vuole conquistare il mondo, vendicarsi, distruggere o usurpare il trono di qualsivoglia regno, è una figura tragica, follemente disposta a sacrifici di ogni tipo pur di inseguire quello che – per lui – è un obiettivo più grande, superiore alle sofferenze del singolo, o alle egoistiche mire individuali (e, in questo, la scena finale è esemplificativa). Da un personaggio così strutturalmente contorto, viene la difficoltà degli eroi nello sconfiggerlo: i “punti deboli”, i “monologhi da cattivo” che permettono la rivalsa eroica, non esistono (sembrano non esistere) e non viene concesso spazio di manovra. Dopotutto, tra tutti i futuri possibili, solo uno decreta la vittoria degli eroi, a detta di Dottor Strange. Tutta la vasta schiera di eroi è, fondamentalmente, immobile nel proprio ruolo e qualche scazzottata e piroetta non basterà a sconfiggere il sociopatico patriotticamente convinto del proprio ideale.

L’ago della bilancia è spostato spesso verso il lato drammatico della storia, con la Spada di Damocle della catastrofe imminente che pende sia sulla testa degli eroi che dello spettatore. Le temute gag, i siparietti comici, a dispetto di quanto gli ultimi film Marvel hanno dimostrato, non sono invasivi ma – stilisticamente coerenti – sdrammatizzano e alleggeriscono alcuni momenti maggiormente seriosi per, lentamente, escludersi del tutto dalla sceneggiatura, in funzione del coraggioso finale, capace indubbiamente di spiazzare anche i più avvezzi alle maxisaghe Marvel. Dire che il film non abbia difetti sarebbe impossibile, ma tutti quegli elementi leggermente fuori posto o forzati, suggeriscono, invece, un loro sviluppo o una loro spiegazione nel seguito atteso tra un anno.

Il dramma ed l’epicità di una solida costruzione narrativa sono il condimento per una profusione di scene d’azione sontuose e magistrali, capaci di far impallidire l’intero MCU precedente e i blockbuster degli ultimi anni. L’ambizioso e costosissimo progetto sembra aver dato i suoi frutti riuscendo in quello che, forse, è l’obiettivo ultimo del film: soddisfare le attese dello spettatore. Infinity War è tutto quello che ci si aspetta da un film così. Non sempre sorprendere lo spettatore a tutti i costi, disattendendo le sue aspettative, soddisfa la visione e l’esperienza pluriennale (basti pensare a Star Wars: Gli Ultimi Jedi).

Dopo tutti questi anni e tutti questi film (senza dimenticare le serie televisive, comunque parallele) Avengers: Infinity War diventa un film epocale e spartiacque. C’è un prima e ci sarà un dopo, che non potrà mai essere lo stesso. Come accaduto per la saga plurigenerazionale di Star Wars, e anche per quella cinematografica di Harry Potter, lo spettatore è cresciuto con questi film, ha costruito un proprio immaginario che ha condiviso negli anni con coetanei e non. Questo è il momento in cui tutto cambia e, come ogni momento fondativo di crescita individuale, anche il MCU è arrivato a maturazione, pronto ad esplorare nuove ed inedite traiettorie e Infinity War è il propulsore iniziatore di tale cambiamento.

Avengers: Infinity War è diretto dai fratelli Joe e Anthony Russo. Il sequel è previsto per il 3 maggio 2019. Il cast include Robert Downey Jr., Chris Evans, Mark Ruffalo, Scalett Johansson, Chris Hemsworth, Anthony Mackie, Paul Bettany, Elizabeth Olson, Jeremy Renner, Chadwick Boseman, Sebastian Stan, Don Cheadle, Chris Pratt, Dave Bautista, Zoe Saldana, Pom Klementieff, Benedict Cumberbatch, Benedict Wong, Sean Gunn, Tom Holland, Josh Brolin e Paul Rudd.

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