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Daredevil: recensione della serie TV

All’inizio ero scettico nell’approcciarmi alla serie Daredevil della Netflix. Un po’ perché mi ricordavo, come penso tutti noi, ciò che era stato fatto al personaggio nell’omonimo film del 2003 diretto e sceneggiato in maniera alquanto discutibile da quel Mark Steven Johnson, che di lì a qualche anno cercherà in ogni modo, riuscendoci alla perfezione, di rovinare il debutto cinematografico di altri due personaggi Marvel che potremmo definire “underground” come Elektra e Ghost Rider. Ma per fortuna da quegli anni bui la Casa delle Idee sembra essersi risollevata alla grande, intraprendendo un cammino sul grande schermo del tutto invidiabile e molto redditizio, controllando molto di più la qualità dei prodotti, soprattutto quelli sotto l’egida dei Marvel Studios. Ma con l’attestarsi della supremazia netta nel campo dei lungometraggi, del tutto incontrastata per il tema supereroistico, il proliferare incontrollato delle serie televisive ha richiesto un nuovo fronte d’onda invasivo anche sul piccolo schermo. E dopo la (spesso) deludente e sottotono Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. realizzata dalla ABC, da poco rinnovata per una terza stagione, è arrivata la bella miniserie Marvel’s Agent Carter (sempre ABC) che un po’ ha fatto rialzare le aspettative e dato un po’ di linfa al filone seriale della major. Cosa aspettarsi quindi da Daredevil, prima serie di molte -Iron Fist, Luke Cage, AKA Jessica Jones e I Difensori- nate dalla collaborazione con Netflix? Semplice. Che la Marvel domina ormai anche il mercato delle serie TV tratte da fumetti senza particolari competitori.

Se prima ci poteva sembrare un bell’approccio quello di Arrow della The CW, o simpatico e divertente il clima creato dallo spesso troppo carente e infantile (sia a livello di sceneggiatura che di performance recitative) The Flash, dopo aver visto Daredevil rimane tutt’attorno terra bruciata. Sia da una parte che dall’altra della barricata, DC e Marvel. Solo la bella prova di Gotham della Fox potrebbe reggere il confronto, ma per molti, molti aspetti ne esce vincitrice questa serie, e non mancheranno certo le parole per esprimere meglio questi concetti successivamente. Ma cominciamo a vedere perché questo lavoro è davvero meritevole e perché è un must per tutti gli appassionati di buone serie televisive, non solo amanti dei supereroi, ma soprattutto perché questo progetto è ancora una volta un centro perfetto per la major fumettistica.

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Con Daredevil la Marvel cambia le carte in tavola, cambia le regole, cambia la sua formula vincente, quella che sul grande schermo ha spianato la strada a successi come Iron Man e The Avengers, andando a soddisfare tutti i target immaginabili, dal bambino al nerd accanito, dall’amante dell’azione a chi invece vuole solo divertirsi con del sano umorismo e tante botte da orbi.
Questa volta però non si teme di scontentare l’audience, il target è molto mirato e ridotto rispetto al solito; parliamo di quella fetta di pubblico adulto, maturo, abituato a vedere scorrere il sangue e alla violenza, all’azione più realistica e che non si accontenta facilmente. Lo showrunner Steven S. DeKnight ha più volte dichiarato che la serie avrebbe avuto dei toni molto più cupi, tetri, gritty e dirty, più decadenti dello sfarzo tecnologico e abbagliante degli scintillanti Avengers, centrando pienamente l’obiettivo. Siamo nell’underground più spinto, nell’oscurità delle strade di una Hell’s Kitchen rimasta ferma nel tempo, ancorata a livello stilistico al passato. È tutto  più “amatoriale” in questa serie, senza l’accezione negativa del termine. Gli attori, il regista, gli sceneggiatori e tutto lo staff che ha lavorato alla produzione hanno fatto un lavoro eccezionale, di mirabile fattura e nuovo standard per i progetti a venire. Ma il mood che ne traspare è quello di un Matt Murdock alle prime armi, che senza l’appoggio di nessuno cerca di combattere il crimine per quel che può, con tanta forza di volontà ma pochissimi mezzi, barcamenandosi alla meglio, cercando di non lasciarci le penne ma al contempo di fare giustizia ad ogni costo. Questo è quello che intendo con look “amatoriale”.

La grandezza di questa produzione che con un budget estremamente limitato ha preferito investire sul caché degli attori, eccellenti e peraltro neanche particolarmente famosi a parte qualche eccezione, piuttosto che sugli effetti speciali, grandeur che non si sarebbe mai sposato con personaggi e atmosfere, porta una ventata d’aria fresca e getta le basi per un nuovo modo di concepire la trasposizione dei supereroi dalla carta al piccolo schermo che sicuramente farà storia.
Inoltre il media della TV series apre molti orizzonti che un film, per quanto ben scritto e strutturato non potrà di certo avere. In primis la serialità permette un maggiore approfondimento introspettivo e psicologico dei personaggi, una maggiore caratterizzazione non solo del protagonista ma anche delle persone e dell’environment che lo circondano, cosa che viene realizzata molto bene in Daredevil. Ma questo metodo potrebbe anche dare una diversa dimensionalità alle storie a fumetti, raggiungendo un pubblico più vasto. E se ben costruite, se ben sceneggiate e dirette, questo potrebbe significare che le nuove serie TV realizzate in collaborazione con Netflix potrebbero rappresentare una sorta di Marvel Knights per l’MCU, storie più mature, autoriali che approfondiscono ed esaltano il personaggio con una dimensione sempre più spinta, necessaria per contrastare il dilagante piattume mainstream.

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E a riprova di questo, c’è la magistrale interpretazione del cattivo di turno, il Wilson Fisk di Vincent D’Onofrio. Semplicemente perfetto nella parte, riesce a rendere viva e turbante la psiche traumatizzata, precaria, instabile e degenerata di uno dei villain tra i più conosciuti del MU. È soprattutto la portanza irrequieta, discontinua, e la parlata vacillante, sincopata da delle restrizioni dovute all’incapacità di relazionarsi con il prossimo che mascherano un rancore, una rabbia intensa e fortemente repressa che emerge a sprazzi con scatti furenti. La possibilità di indagare la sua evoluzione, la sua mutazione comportamentale che lo porterà ad uscire dall’ombra della malavita per esporsi in pubblica piazza con intenti salvifici, redentori, per un quartiere degradato, sull’orlo del collasso e della totale perdizione. Ma è il suo attaccamento morboso, dipendente e assuefatto a questo luogo, che gli ha dato i natali e a cui il padre fortemente teneva, a non permettergli di arrendersi anche quando gli ostacoli da superare continueranno ad aumentare. La cosa più interessante poi è che questa forza motrice è la stessa del suo antagonista e alla fine tutto il discorso si tramuterà in una commisurazione di intensità del sentimento, che determinerà il vincitore dopo l’ennesimo round.

Perché a far grande questa serie è anche la bella interpretazione di Charlie Cox nei panni del protagonista, un anti-eroe dark che cammina sul sottile confine tra salvezza e perdizione, tra vigilante e omicida, tra redentore e peccatore, rendendo così orgoglioso Frank Miller. Viene difatti molto ben sviluppata la tematica della personificazione dell’insolubile dicotomia, della intrinseca ipocrisia e contraddizione esistente nel personaggio. Avvocato di giorno e combattente mascherato di notte sono due aspetti inconciliabili non solo ideologicamente, ma anche praticamente. Lo stress fisico e mentale, oltre che le numerose batoste prese, rendono pressoché impraticabile questa duplice strada, e a questo va anche aggiunta la non liceità etica e morale della figura di cui veste i panni il nostro Matt. Soprattutto se vista nell’ottica religiosa, cattolica per giunta, e non solo sociale, che rimarca l’antitesi comportamentale, che stride pesantemente. Tuttavia, presa coscienza del suo ruolo di protettore della città e dei suoi onesti abitanti, cercando di svolgere diurnamente l’avvocatura al meglio delle possibilità legali e giuridico-istituzionali che può fornire il sistema sociale in cui vive, supererà il bruciante dilemma, o almeno ne ridurrà la pressione, grazie prevalentemente alla vicinanza di amici e colleghi, oltre alla sopracitata credenza religiosa, aspetto tra l’altro ben affrontato, anche se solo parzialmente, con l’ottima interpretazione di Peter McRobbie nei panni di padre Lantom, che dispensa monologhi di grande effetto sul Nostro.

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Interessanti anche le parti di Foggie Nelson, l’Elden Henson già visto in The Butterfly Effect, che non rimane mai nell’ombra del compagno più carismatico e belloccio, ma emerge come spalla e, successivamente, necessario oppositore nel confronto che porta allo scoperto lo shakespeariano dilemma che lacera il protagonista; la Karen Page di Deborah Ann Woll fa la sua parte, dimostrandosi all’altezza dei comprimari, donna che riscopre la forza interiore da lungo sopita per far fronte alle minacce che le si parano davanti. Molto piacevole anche la recitazione della bella e brava Rosario Dawson, che con la sua Claire Temple fa capire al Diavolo la pericolosa deriva che sta prendendo la sua esistenza, quando la voglia di combattere e il desiderio di uccidere l’uomo più malvagio della città, lo portano a mettere futilmente a repentaglio la sua vita, oltre che ha scavalcare pericolosamente il limite tra assassino ed eroe.

Parlando invece della regia e della sceneggiatura, non possiamo che elogiare il lavoro fatto da Drew Goddard e Steven DeKnight, che esaltano appieno la tematica del vigilante tormentato e oscuro, attingendo a piene mani dalle ottime run a fumetti presenti in letteratura e facendo giustizia ad uno dei personaggi con maggiore potenziale della Casa delle Idee, sebbene uno dei più complessi da gestire. La violenza viene dosata con eccellenza, insieme al tono underground e asciutto, spesso difficile da digerire, con atmosfere e inquadrature alla David Fincher, o alla Park Chan-wook, con qualche occasionale spruzzata tarantiniana. Nella serie come già detto domina il contrasto netto e fortemente marcato non solo a livello di trama ma anche nei giochi cromatici e nelle riprese che spezzano il campo in espressionistici chiaroscuri. Piccola pecca, forse molto sentita in quanto emerge nella parte finale della serie, è il secondo costume di Daredevil, che fa sembrare ridicolo e impacciato l’attore mentre combatte contro un disorientato e furente Kingpin nel season finale. Il primo outift, quello nero “home made” con maglietta aderente in microfibra s'addice molto di più al mood della serie. Speriamo che vengano apportate modifiche al design del costume per renderlo più in linea con i canoni stilistici dello show.

C’è solo da imparare quindi da questo serial; c’è solo da prendere appunti e cercare di seguire il percorso tracciato da questo mirabile prodotto d’avanguardia. E non possiamo quindi far altro che sperare che la formula Netflix, quella di creare una narrazione molto omogenea, adulta, matura e ben congegnata, puntando molto sull’interpretazione e sulla trama ricca di contenuti sapientemente sviluppati, diventi modello standard per i prossimi prodotti, almeno per quanto riguarda la serietà e la mentalità di approccio, sempre più rari nella corsa dei network a chi si accaparra il titolo fumettistico più di successo sulla piazza. Non ci resta che vedere quindi quest’autunno Marvel’s AKA Jessica Jones, e sperare in una replica, di successo s’intende, di questo primo piccolo, ma neanche troppo, capolavoro.

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