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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Moon Knight 2, fasi: recensione: Pazzo e felice di esserlo

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Tra tutti i personaggi “urbani” che affollano il ricco catalogo di Marvel Comics, Moon Knight è certamente quello che ha ispirato nell’ultimo decennio alcuni tra i più talentuosi scrittori del settore. Il motivo è facilmente rintracciabile nelle caratteristiche più peculiari del personaggio, conferitegli fin dal suo debutto dal creatore Doug Moench, prima tra tutte il disturbo dissociativo dell’identità da cui è affetto. La possibilità di entrare nella psiche di un personaggio così affascinante e complesso ha solleticato la creatività di autori come Brian Micheal Bendis, Warren Ellis e Jeff Lemire, che in tempi recenti ne hanno proposto le rispettive e apprezzatissime versioni.

Arrivato il momento di rilanciare il Cavaliere Lunare nell’ambito dell’iniziativa Marvel Legacy, la Casa delle Idee si è rivolta a Max Bemis. Conosciuto finora come autore del cult Foolkiller, in cui ha ripreso il personaggio dell’ Insanicida nato quasi quattro decadi or sono sulle pagine di Amazing Spider-Man, e per serie indipendenti come Evil Empire per BOOM! Studios e Crossed: Badlands per Avatar Press, Bemis conduce anche una carriera parallela come front-man del gruppo rock Say Anithing. Ma il vero motivo per cui lo scrittore sembra essere nato apposta per scrivere le avventure di Marc Spector viene direttamente dalla sua biografia: ironia del caso, Bemis è affetto da disturbo bipolare.

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Il primo volume della sua gestione di Moon Knight, La follia è di famiglia, è uscito per Panini Comics lo scorso inverno lasciando un’ottima impressione. Avevamo trovato uno Marc Spector finalmente pacificato dopo i travagli visti nella precedente run di Lemire, conscio di soffrire di disturbo della personalità multipla ma ormai a suo agio nella sua condizione. Bemis aveva introdotto novità importanti nella mitologia del Cavaliere Lunare, come il debutto di due riuscite nemesi: il telepate Verità e soprattutto Sun King, l’avatar in terra del dio del sole egizio Ra, destinato a scontrarsi con Moon Knight, campione del dio della luna, Khonshu. Sun King è il riflesso oscuro del Cavaliere Lunare, l’avversario definitivo, quello che Venom rappresenta per Spider-Man o Sabretooth per Wolverine. Come se non bastasse, lo scrittore sgancia una bomba atomica che cambia per sempre lo status quo di Marc Spector: veniamo infatti a sapere che ha concepito una figlia col suo grande amore Marlene Arlaune… a sua insaputa! Pur non avendo sue notizie da anni, Marc aveva continuato a frequentare Marlene nei panni della sua personalità più spregiudicata, il tassista Jake Lockley, e i due avevano avuto una bambina, della cui esistenza Marc era rimasto all’oscuro. Il tutto condito dal ritorno del mercenario Bushman, primo avversario di Moon Knight e responsabile della sua nascita. Così si chiudeva la prima sequenza di storie ideata da un Bemis in grandissima forma, animato da una verve irriverente tradotta graficamente dal suo ottimo partner alle matite, il Jacen Burrows di Providence, qui al suo debutto in Marvel. Dotato di un tratto muscolare ma venato d’ironia, soprattutto nell’espressività conferita ai volti, Burrows eccelle nel mettere in scena situazioni grottesche e si propone come erede del grande e compianto Steve Dillon.

Con questi presupposti, c’era grande curiosità per l’uscita del secondo volume del Moon Knight di Max Bemis, intitolato Fasi, che conclude il ciclo dello scrittore. Purtroppo, le attese non sono state completamente soddisfatte.

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Nella prima storia, disegnata dall’ospite speciale Ty Templeton, Bemis realizza un’importante operazione di retcon, raccontando il trauma alla base del disturbo di Marc. Non sveleremo qui di cosa si tratta, per non rovinare il gusto di un’eventuale lettura, ma diremo solamente che il ritorno di una minaccia del passato di Spector è l’architrave su cui poggia tutto questo secondo ciclo di storie e che serve soprattutto ad introdurre la Societé Des Sadiques, associazione segreta di criminali spietati ma dalle motivazioni alquanto evanescenti. Altra minaccia che il Cavaliere Lunare si troverà ad affrontare sarà quella del Collettivo, esperimento scientifico finito male, volto a fondere in un unico organismo le menti di molteplici individui. Si tratta di un escamotage
narrativo funzionale ad una svolta della serie verso un registro surrealista, che però non viene adeguatamente supportato dalla sceneggiatura di Bemis. Il punto di riferimento dello sceneggiatore sembra essere l’opera di Grant Morrison, soprattutto gli excursus più sperimentali come Doom Patrol, ma il confronto con il capolavoro dello sceneggiatore scozzese è tutto a svantaggio di Bemis.

Sul piano grafico, il secondo volume mantiene comunque gli ottimi standard del precedente. A Burrows, che rimane l’artista più rappresentativo dell’intero ciclo, si unisce il britannico Paul Davidson, noto soprattutto per aver illustrato le storie di un altro personaggio Marvel alle prese con disturbi mentali, il mutante Legione, figlio del Professor Xavier. Già in quell’occasione l’artista inglese aveva rivelato tutto il suo talento per l’ideazione di tavole dalle atmosfere psichedeliche e lisergiche, situazioni predilette che vengono proposte anche in questo volume di Moon Knight. Soprattutto nella storyline dedicata al Collettivo, Davidson si sbizzarrisce realizzando splash-pages cariche di momenti onirici e gusto per l’assurdo.

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Nonostante l’ottima prova di Davidson, Templeton e del rientrante (anche se per poche pagine) Burrows, il secondo volume del Moon Knight di Bemis è nettamente inferiore al precedente, pieno invece di trovate ed intuizione felici. Al contrario, in questa seconda uscita ci sono molte cose che non convincono fino in fondo, prime tra tutte le motivazioni del villain principale, che si risolvono in un piano fumoso ed arzigogolato dai risvolti narrativamente deludenti. Inoltre, non viene adeguatamente ripresa la trama inerente Diatrice, la figlia di Marc la cui presenza rimane marginale per tutta la durata del volume. Un vero peccato, considerato l’inizio al fulmicotone che Bemis aveva saputo imprimere alla sua run. Un ciclo di storie che ha fornito comunque contributi importanti alla mitologia del personaggio, e che non mancheranno di essere ripresi dai futuri narratori delle vicende di Marc Spector.

Panini Comics raccoglie il secondo e conclusivo ciclo del Moon Knight di Max Bemis in un corposo tomo cartonato, arricchito dalle belle copertine di Becky Cloonan realizzate per la serie originale. Da segnalare anche la presenza di una celebre guest-star al tavolo da disegno: il grande Bill Sienkiewicz, seppure con un’unica tavola, torna a disegnare il personaggio che lanciò la sua carriera nel lontano 1980, realizzando la pagina conclusiva del numero 200 che chiude il volume.

 

Vlad - Le lame del cuore 1, recensione: la vera storia del Conte Dracula

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Fin dalla sua prima apparizione, nel romanzo omonimo di Bram Stoker del 1897, il personaggio di Dracula è stato uno dei protagonisti indiscussi della fiction del Novecento, invadendo altri media come cinema e fumetti. Sono ben stampate nella memoria collettiva le versioni cinematografiche interpretate da Bela Lugosi, Christopher Lee e da Gary Oldman nell’insuperata pellicola del 1992 diretta da Francis Ford Coppola.

Anche i fumetti hanno avuto le loro versioni del Principe delle Tenebre, di cui la più fortunata è quella realizzata da Marv Wolfman e Gene Colan per Marvel Comics nella celebre serie Tomb of Dracula. Tutte le opere citate, però, si sono focalizzate sull’elemento sovrannaturale, lasciando da parte la biografia di Vlad III di Valacchia, personaggio storico realmente vissuto e fonte di ispirazione per la creazione del famoso vampiro. Con Vlad – Le lame del cuore, miniserie in tre atti scritta da Matteo Strukul e disegnata da Andrea Mutti per Feltrinelli Comics, assistiamo ad un cambio di prospettiva: lo scrittore di romanzi storici di grande successo come I Medici non è interessato a proporre un’ennesima variazione sulla leggenda del vampiro, quanto al recupero della figura del vero Vlad Tepes, ovvero “l’Impalatore”.

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Vlad era un voivoda, il governatore della regione della Valacchia, titolo che ai tempi dei Sacro Romano Impero era di natura ereditaria e che aveva ereditato dal padre Vlad II Dracul, membro dell’ordine del Drago, fondato per proteggere il Cristianesimo dalla minaccia ottomana nell’Europa Orientale. Leggendaria fu la crudeltà con la quale il condottiero rumeno affrontò e distrusse in più occasioni le guarnigioni del sultano Maometto II, spesso anche in inferiorità numerica, riuscendo così a proteggere non solo la sua regione ma la Romania intera da una possibile invasione turca. La sua vittoria finale contro Maometto II lo fece diventare un eroe nazionale, e la sua figura è ancora oggi celebrata nel suo paese. La sua brutalità, degnamente rappresentata dalla pratica barbara di impalare i suoi avversari, restò negli annali della storia, tanto da ispirare Stoker per la creazione del suo personaggio più celebre.

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Molto abile nella rievocazione storica, Matteo Strukul inizia il racconto della vita del vero Vlad dall’incontro con Katharina Von Siegel, giovane avvenente che il governatore salva da morte certa e di cui si innamora perdutamente. Questo causa la gelosia di alcune donne di Brasov, villaggio sotto la giurisdizione di Vlad, che la accusano di essere la ragione della politica spregiudicata recentemente intrapresa del voivoda. Vlad ha infatti respinto al mittente la richiesta del sultano Maometto II di consegnargli mille bambini da far crescere all’ombra della Mezzaluna, con lo scopo di farli diventare soldati dell’Impero Ottomano, il tutto facendo decapitare l’ambasciatore turco che aveva avuto la sfrontatezza di non scoprirsi il capo davanti a lui. L’invio della testa mozzata del suo ambasciatore a Maometto II equivale ad una dichiarazione di guerra, che scoppia inevitabilmente. Sul fronte interno, Vlad dovrà reprimere sul nascere una congiura ai danni dell’amata Katharina.

Il primo capitolo di Vlad – Le lame del cuore risulta essere una lettura agile e veloce, forse anche troppo: la mancata caratterizzazione dei personaggi, a partire dal protagonista, un inarrestabile “golem” animato da una volontà ferrea quanto la sua brutalità, rasenta la superficialità, mentre la vicenda si concentra più sugli aspetti privati che su quelli storici. Risultano poco comprensibili alcuni passaggi, come quello della congiura, che avrebbero necessitato di un maggiore approfondimento.

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Di diverso spessore è invece il comparto grafico, affidato al solido mestiere di un sempre più lanciato Andrea Mutti. Il disegnatore bresciano, che si divide ormai tra il mercato nostrano e quello statunitense, per cui ha realizzato lavori per Marvel e DC oltre allo straordinario affresco di Rebels per la Dark Horse, consegna tavole di grande impatto visivo, contrassegnate da un tratto sporco e graffiante ideale per le vicende sanguinarie che vengono narrate. Menzione speciale per i colori di Vladimir Popov, che avvolgono con tonalità ora calde ora fredde, a seconda del setting, le belle illustrazioni di Mutti.

Un debutto con più ombre che luci, quello di Vlad – Le lame del cuore, sospendendo però il giudizio definitivo in attesa dei capitoli successivi.

La Vita di Capitan Marvel, recensione: le origini segrete di Carol Danvers

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A proposito della morte e di come viene rappresentata nell’Universo Marvel, il compianto Stan Lee era solito dire che nei fumetti della Casa delle Idee l’Aldilà ha le porte girevoli: in più di cinquant’anni di pubblicazioni un trapasso e una resurrezione ad effetto non sono stati negati a nessuno dei principali eroi dell’editore. Con una sola eccezione, a dire la verità: Capitan Marvel, ovvero il Capitano Mar-vell del guerrafondaio Impero Kree, da lui rinnegato per diventare un difensore della Terra. La morte di Mar-Vell venne narrata da Jim Starlin nell'indimenticabile La Morte di Capitan Marvel, opera che inaugurò nel 1982 la linea di Graphic Novel dell’editore. Il più nobile e cosmico degli eroi Marvel incontrava una fine molto terrena, ucciso da un cancro causatogli dall’esposizione a dei gas tossici durante lo scontro col villain Nitro. Il lirismo conferito alla storia da Starlin la fece diventare un classico, che nessuno volle mai vanificare col ritorno tra i vivi di Mar-Vell. Ciò nonostante, l’universo Marvel aveva ancora bisogno di un Capitano.

Il titolo non restò vacante a lungo: già pochi mesi dopo Roger Stern e John Romita JR facevano debuttare una nuova Capitan Marvel, Monica Rambeau, in Amazing Spider-Man Annual 16. Questo nuovo capitano non aveva alcun legame col precedente e nonostante il tentativo di Stern di accompagnarla in un percorso di crescita facendola diventare prima membro e poi guida degli Avengers, il personaggio non incontrò mai il pieno gradimento del pubblico.

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Un tentativo venne fatto con Genis-Vell, figlio di Mar-Vell concepito dalla di lui consorte Elysius grazie all’estrazione del DNA del Capitano, ma nonostante un ruolo di protagonista nel classico moderno Avengers Forever del 1999 e un ottimo ciclo scritto per la sua testata da Peter David, l’interesse intorno al personaggio scemò molto presto. All’inizio del decennio in corso, la Marvel decise di far coincidere la ricerca di un nuovo e autorevole Capitan Marvel con la definitiva maturazione di un personaggio già esistente e molto amato dai lettori: Ms. Marvel.

Le origini dell’eroina erano legate a Mar-Vell: la sua reale identità era quella di Carol Danvers, maggiore dell’aeronautica che era rimasta ferita durante uno scontro tra il Capitano e il suo grande nemico Yon-Rogg. Lo scoppio di un dispositivo Kree la travolse, e l’enorme quantità di energia liberata ne modificò la struttura genetica, rendendola a tutti gli effetti un ibrido tra Kree e essere umano. Dotata di poteri e di un costume simili a quelli del Capitano, Carol assunse l’identità di Ms. Marvel, entrando dopo poco tempo anche negli Avengers. Da questo momento in poi gli sceneggiatori Marvel non hanno lesinato nel concepire traversie per la povera Carol, per l’elenco delle quali vi rimandiamo a futuri approfondimenti. Durante l’evento Avengers Vs X-Men, Carol decise di mettere per sempre da parte un lungo periodo buio della sua vita, culminato con l’alcolismo, e di onorare la memoria di Mar-Vell raccogliendone l’eredità. La vera decisione, in realtà, era stata presa dalla Casa delle Idee, decisa a dotarsi di un personaggio femminile potente e iconico come la Wonder Woman della rivale DC, tuttavia la mossa ben si sposava con la definitiva crescita del character. Inoltre, era apprezzabile la mossa di conferire ad una donna il ruolo di personaggio portabandiera dell’editore stesso, a partire dal nome.

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Carol ha però faticato ad imporsi nella sua nuova identità, visto che dal 2012 è stata protagonista di ben 4 testate a suo nome, tutte dalla vita effimera, nonostante la bontà dei nomi coinvolti (tra gli altri, Kelly Sue DeConnick e Margareth Stohl ai testi e ottimi artisti come David Lopez, Kris Anka e Ramon Rosanas alle matite). Prima di lanciare la quinta serie a lei dedicata, tutt’ora in corso, la Marvel ha deciso di tirare le somme dell’esperienza di Carol come “Capitano” con La Vita di Capitan Marvel. La miniserie, che riecheggia il titolo della raccolta del celeberrimo ciclo di Jim Stalin dedicato a Mar-Vell negli anni ’70, vuole essere il punto di arrivo delle precedenti esperienze editoriali che hanno visto Carol Danvers nei panni del Capitano e, allo stesso tempo, un nuovo starting point per le future iniziative a lei dedicate dopo il felice e commercialmente proficuo esordio sul grande schermo.

Ai testi ritorna Margaret Stohl che, molto più che nei numeri da lei scritti per la serie regolare di Captain Marvel, può giustificare il credito ottenuto come romanziera: è lei infatti l’autrice del romanzo “young adult” La sedicesima luna, adattato per il cinema nel 2013 col film Beautiful Creatures. Nella trama da lei imbastita, Carol decide di prendersi una pausa dalla sua vita di supereroina per tornare nella casa di famiglia, nel Maine, dopo un attacco di panico che l’ha colpita durante una missione con gli Avengers. Le motivazioni sono probabilmente da ricercare nel suo passato e nel suo rapporto col padre scomparso. Arrivata nel paesino dove è cresciuta, Danvers ritrova la madre e il problematico fratello Joe. Un incidente automobilistico occorso a quest’ultimo e la necessità di assisterlo prolunga a tempo indeterminato la permanenza di Carol dai suoi. Nelle settimane che seguono, Carol rinverrà casualmente delle lettere d’amore che il padre aveva scritto in gioventù ad un’altra donna. Dopo aver chiesto spiegazioni alla madre, quest'ultima rivela alla figlia di essere a conoscenza delle lettere: ma non tutto è come sembra, e alcune rivelazioni successive sul passato della famiglia di Carol getteranno una luce del tutto nuovo tanto sui suoi genitori quanto sulle sue origini di eroina.

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Nato dalla necessità aziendale di spingere il personaggio in concomitanza dell’uscita del film a lei dedicato, La Vita di Capitan Marvel si rivale a sorpresa una piacevole lettura, merito della buona verve della Stohl che confeziona una storia intimista, dove i momenti di quiete domestica e di dramma familiare sono ben bilanciati con l’azione prettamente supereroistica: una sorta di I Segreti di Osage County, ma con i superpoteri.

Il comparto grafico vede il ritorno ad ottimi livelli di Carlos Pacheco, la star di classici moderni come il già citato Avengers Forever: dopo un decennio in cui l’artista spagnolo non si era saputo riproporre ai suoi livelli abituali (anche a causa dalla separazione con il fedele collaboratore alle chine Jesus Merino) il disegnatore di X-Men e Fantastic Four consegna tavole di notevole impatto, capaci di imprimere vigore e ritmo al proprio storytelling. I numerosi flashback sono invece affidati al talento indie di Marguerite Sauvage, delle cui tavole Pacheco realizza comunque il layout al fine di mantenere una piacevole continuità stilistica. Le chine di Rafa Fonteriz, il cui tratto delicato ben si sposa con quello di Pacheco, e i colori chiari di Marcio Menyz completano un reparto grafico assolutamente rimarchevole.

Panini Comics propone La Vita di Capitan Marvel nel consueto formato da cartonato soft-touch, confezione ideale per un ottimo prodotto che fa da viatico alla nuova serie dedicata a Carol Danvers, realizzata dal team tutto al femminile composto da Kelly Thompson e Carmen Carnero.

Avengers: Endgame, la recensione del film

Arriva finalmente nelle sale italiane, con due giorni di anticipo sugli USA, Avengers: Endgame, il sequel di quell’Infinity War che lo scorso anno ha frantumato ogni record d’incasso, lasciando milioni di spettatori col fiato sospeso ad interrogarsi sulla sorte di molti dei loro beniamini, da Spider-Man al Doctor Strange passando per Black Panther, annientati insieme a metà della popolazione dell’ universo dal Titano Pazzo Thanos. Oltre a fornire una risoluzione alle vicende iniziate un anno fa, il film tira le somme di undici anni di vita del Marvel Cinematic Universe e chiude il cerchio di un percorso inaugurato nel 2008 col primo Iron Man, facendolo in modo spettacolare, coinvolgente e commovente.

Avengers: Endgame è epica allo stato puro e dona una mitologia potente ai nostri tempi, una vera e propria catarsi filmica per milioni di ragazzi che vedranno il film, come i fumetti ideati da Stan Lee, Jack Kirby e degli altri padri fondatori della Marvel che lo hanno ispirato hanno rappresentato a suo tempo una catarsi in quadricromia per intere generazioni di lettori, oggi padri (ma ancora fanciulli dentro), che accompagnano al cinema i figli per assistere alle avventure di Capitan America, Thor e Iron Man.

Il geniale e iconoclasta fumettista scozzese Grant Morrison, nel suo romanzo-biografia SuperGods, attribuisce il successo dei moderni cinecomics ai tempi incerti che viviamo, come se la percezione di un presente minaccioso abbia favorito l’ascesa di “golem” cinematografici, metafore del Bene e della Luce evocati da una comunità sempre più impaurita e in cerca di campioni. In tal senso, nulla come la lotta senza quartiere tra un manipolo (che diventa una legione nello straordinario finale) di Vendicatori e il folle Thanos può incarnare la metafora dell’eterna lotta tra il Bene e il Male. Un Male che indossa la veste di un cinismo apparentemente razionale e lucido, un’idea di “soluzione finale” che ha attraversato le pagine più buie della storia dell’umanità. Avengers: Endgame è prima di tutto un film sulla resistenza, anche quando la rassegnazione sembra l’opzione più semplice, sul resistere a soluzioni facili come quelle offerte dai tanti pifferai magici oggi sparsi per il globo, che non possono nemmeno vantare il carisma né tantomeno lo spessore psicologico di un Thanos.

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Difficile parlare a caldo degli aspetti tecnici di un film che scuote così tanto sotto l’aspetto emotivo. Il celebre critico francese André Bazin sosteneva la centralità del montaggio nella produzione di significato di una pellicola: non possiamo sapere se il fondatore dei Cahiers du Cinema avrebbe apprezzato Endgame, ma bisogna certamente lodare il lavoro, in sala di montaggio, dei registi del film, i fratelli Anthony e Joe Russo, e dei loro collaboratori Jeffrey Ford e Matthew Schmidt. Non deve essere stato facile districarsi tra quintali di pellicola girata, un paio di dozzine di protagonisti principali e una trama che chiama in causa l’intera storia del Marvel Cinematic Universe, ma la titanica impresa può dirsi perfettamente riuscita.

Per quanto la trinità costituita da Downey Jr., Evans e Hemsworth svolga il suo lavoro con la consueta professionalità (con la definitiva deriva macchiettistica dell’ultimo a fare da contraltare alla solennità di alcuni passaggi), sono le seconde linee a rubare la scena. È piacevolmente singolare che il cuore di un film dalle dimensioni gargantuesche come questo sia rappresentato dai due eroi più impensabili, uno minuscolo e uno senza poteri. L’Ant-Man di Paul Rudd conquista finalmente la sua centralità all’interno del progetto MCU, diventando addirittura il motore che dà il via all’intera vicenda, mentre l’Occhio di Falco di Jeremy Renner incarna l’umanità in un gruppo costituito da dei del tuono e da leggende viventi.

Avengers: Endgame riporta la narrazione epica all’interno del linguaggio cinematografico e si candida a diventare un classico, un’epopea dei nostri tempi. È un finale di partita, ma come tutti i lettori di fumetti Marvel ben sanno, questo coincide sempre con inizio. Tutto nuovo, tutto differente.

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