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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Spiriti della Vendetta: L'alba dei Figli della Mezzanotte, recensione: Catene e Fuoco Infernale

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Dopo aver segnato profondamente la scena fumettistica degli anni ’80, l’onda lunga del revisionismo si riversò fino alla prima metà degli anni ’90. Se nel decennio appena conclusosi le opere di Alan Moore e Frank Miller avevano definitivamente posto fine all’innocenza dei supereroi, quello che si apriva fu caratterizzato dal proliferare di titoli dedicati ad anti-eroi nerboruti ed ipertrofici, che del movimento revisionista riprendevano solamente le caratteristiche più superficiali ed esteriori. Fu l’occasione, per una nutrita schiera di psicopatici in costume senza spessore, di fare bella mostra di sé sugli scaffali delle fumetterie, mandando provvisoriamente in pensione gli eroi più classici, la cui morale sembrava ormai superata. Il culmine di questa tendenza fu rappresentato ovviamente del debutto della Image Comics nel 1992, e dalla sgangherata produzione di Rob Liefeld in particolare.

Senza raggiungere tali livelli di tamarro splendore, anche le "Big Two" erano decise a cavalcare l’oscurità che era scesa sul comicdom a stelle e strisce. Mentre la DC aumentava esponenzialmente le proposte dedicate a Batman, l’unico tra gli eroi classici a poter beneficiare della nuova ventata dark e che poteva contare inoltre sullo straordinario successo delle pellicole a lui dedicate firmate da Tim Burton, la Marvel investiva notevoli risorse editoriali sui badass presenti nel suo paniere: l’onnipresente Wolverine, il membro più carismatico dei campioni di vendite X-Men, il Punitore, comprimario delle collane di Spider-Man ormai assurto a star di prima grandezza e, per finire, un personaggio ripescato dalle collane horror degli anni ’70 il cui rilancio si era rivelato un successo di dimensioni inaspettate: Ghost Rider.

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Nella sua prima incarnazione storica, quella di Johnny Blaze, stuntman che stringe un patto con Mefisto per salvare la vita del suo patrigno e finisce per essere posseduto dal demone Zarathos, Ghost Rider era stato un personaggio di culto ma la sua collana non aveva mai navigato ai vertici delle classifiche di vendita. Nessun poteva quindi prevedere che il suo reboot, il cui primo numero usciva nel maggio 1990, potesse ottenere un successo tale da rivaleggiare, almeno nella sua prima fase, con i mutanti preferiti di mamma Marvel. I motivi principali di questo risultato sono da ricondurre alla perfetta sintesi tra le sceneggiature di Howard Mackie, venate di atmosfere cupe ed horror pur non rinunciando agli elementi tipici da telenovela supereroistica (relativi soprattutto alle origini avvolte nel mistero del protagonista), e un comparto visivo in cui facevano il loro debutto presso il grande pubblico due artisti come Javier Saltares e Mark Texeira. Quest’ultimo in particolare sarebbe diventato uno dei beniamini assoluti del pubblico di quei primi anni ’90 e, dopo aver chinato con i suoi neri tenebrosi le matite di Salteres nei primi numeri, ben presto si assunse l’intero onere della parte grafica donando alla serie un look ancora più aggressivo.

Protagonista di questa seconda iterazione del Rider non era però Johnny Blaze, ma una creazione originale del trio di autori, Dan Ketch. Quest’ultimo era stato l’involontario testimone di un  regolamento di conti tra bande rivali nel cimitero di Cypress Hill, e aveva trovato la salvezza incappando in una motocicletta con un appariscente medaglione posizionato sul cruscotto. Toccando il medaglione, Dan si era trasformato in Ghost Rider, cominciando una lotta quartiere contro i criminali, ai quali infliggeva il suo “sguardo di penitenza” grazie al quale otteneva vendetta per le loro vittime. Le gesta del nuovo Ghost Rider attirano ben presto l’attenzione di Blaze, convinto che si tratti di Zarathos, il demone che l’ha a lungo posseduto e tormentato. Torna così a New York per ucciderlo, ma realizza ben presto che questo nuovo Rider più compassato e a tratti malinconico non è il demone che pensava. Dotato di un fucile che emette fuoco infernale, Johnny monta in sella a una moto e percorre insieme a Ghost Rider le strade degli USA per vendicare gli innocenti, formando così il duo degli Spiriti della Vendetta.

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La serie incarnò lo zeitgeist del momento: Blaze era modellato sulle fattezze del divo televisivo Lorenzo Lamas, mentre una colonna sonora hard rock a base di Guns & Roses, Poison o Skid Row sarebbe stata del tutto consona alle sue avventure in coppia col centauro infuocato. Nel 1992 la Marvel decise di ampliare il suo parco testate dedicato al soprannaturale, a partire da una seconda collana dedicata a Ghost Rider e a Blaze, per rispondere al crescente successo della linea editoriale Vertigo della DC Comics. L’etichetta aveva scosso l’industria con prodotti e tematiche più adulte rispetto al tipico fumetto di supereroi dell’epoca, e con la sua serie portabandiera Sandman proponeva ogni mese un racconto a fumetti intriso di grande qualità letteraria e atmosfere suggestive grazie alla penna colta del suo sceneggiatore, Neil Gaiman. La Casa delle Idee, che viveva un momento piuttosto conservatore della sua storia, non si avventurò in territori d’autore come la sua eterna rivale, limitandosi a rivisitare il suo nutrito gruppo di personaggi horror in un contesto supereroistico piuttosto tradizionale. La nuova linea, dalla vita editoriale effimera, venne chiamata Midnight Sons, e fu lanciata attraverso un crossover tra più testate, che Panini Comics ristampa integralmente nel volume Spiriti della Vendetta: L’Alba dei Figli della Mezzanotte.

La storia si dipanò attraverso la serie di Ghost Rider, la sua gemella Spiriti della Vendetta, e le debuttanti per l’occasione Morbius, Nighstalkers e Darkhold. Il tutto partiva da una visione di Dan Ketch, l’alter-ego di Ghost, in cui la demonessa Lilith e la sua progenie, dopo secoli di esilio, tornavano sulla terra per conquistarla. Sotto la supervisione del Dr. Strange, Blaze e il Rider iniziavano così una corsa contro il tempo per radunare gli alleati mostrati dalla profezia: Morbius, il vampiro vivente avversario dell’Uomo Ragno; i Nightstalkers, squadra di cacciatori del soprannaturale formata da Blade, il vampiro Hannibal King e Frank Drake, discendente di Dracula schierato dalla parte del bene; le studiose di occulto Victoria Montesi e Louise Hastings, custodi delle pagine del libro maledetto Darkhold. Il volume rappresenta quindi un gustoso carosello di eroi dark e anticonvenzionali, in bilico tra bene e il male come Morbius, che sceglie di cibarsi solamente del sangue dei colpevoli, o come il mezzosangue Blade, di li a qualche anno protagonista di una trilogia cinematografica interpretata da Wesley Snipes. Inutile dire che la strana allenza di antieroi riuscirà a prevalere un attimo prima che tutto sia perduto, ricacciando Lilith nel suo esilio… per il momento.

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Nonostante il tentativo della Marvel di differenziare la linea dei Midnight Sons dal resto della sua produzione, L’Alba dei Figli della Mezzanotte rispecchia in toto le caratteristiche del tipico fumetto di supereroi mainstream dell’epoca, seppur virate in tono dark e horror: un Howard Mackie in ottima forma confeziona una saga avvincente e piacevolissima da leggere, coadiuvato da Chris Cooper (Darkhold), D.G. Chichester (NightStalkers) e Len Kaminski (Morbius) che hanno il non facile compito di lanciare le nuove collane e allo stesso tempo raccogliere il testimone dall’autore di Ghost Rider nei capitoli centrali della storia.

Ma è il reparto visivo a fare la parte del leone, con la consacrazione di giovani promesse della matita che diventeranno star del settore, primi fra tutti i fratelli Andy & Adam Kubert, figli della leggenda dei comics Joe Kubert. I due fratelli si dividono le serie dedicate a Ghost, con Andy alle prese con Ghost Rider e Adam con Spirits of Vengeance. Le loro tavole sono un tripudio di splash-page di grande impatto dominate da figure monumentali e muscolari: è evidente l’influenza dello stile Image che sta dominando il settore in quel momento storico, ma anche la presenza di un’impostazione classica di base, mutuata dal celebre padre, che porterà i due fratelli ad essere a tutt’oggi delle star di primo livello. E a proposito di Joe Kubert, ritroviamo il suo caratteristico tratteggio nelle chine degli episodi di Ghost Rider, aggiungendo forza alle già spettacolari tavole del figlio Andy. Nelle pagine di Nighstalkers assistiamo al debutto in Marvel di un altro beniamino dei giorni nostri, Ron Garney, che lascia intuire il talento che esploderà negli anni successivi su serie come Captain America, X-Men e Daredevil nonostante le pesanti chine del veterano Tom Palmer. Completano il composito cast di artisti Ron Wagner, mestierante molto attivo in quegli anni, qui alle matite di Morbius, e Richard Case, disegnatore di scuola "Vertigo" che aveva illustrato la bizzarra Doom Patrol di Grant Morrison e che ritroviamo al comparto grafico di Darkhold: peccato che il suo tratto stilizzato e poco appariscente sia del tutto fuori contesto, in quello che rimane il capitolo più debole della saga.

In appendice al volumoso cartonato proposto da Panini troviamo anche Spirits of Venom, saga in quattro capitoli che si sviluppò sulle pagine di Spirits of Vengeance e Web Of Spider-Man, ragno-collana scritta anch’essa all’epoca da Howard Mackie. La storia non è altro che una colossale zuffa tra Ghost Rider, Blaze, Spider-Man e Venom, personaggio che ben rappresenta un periodo fumettisticamente controverso come gli anni ’90, e aggiunge ben poco alla qualità generale del volume. Di tutt’altro livello la storia breve in chiusura, una chicca tratta dall’antologico Midnight Sons Unlimited, scritta da Mackie e disegnata dal veterano Klaus Janson, che vede Ghost Rider e Johnny Blaze indagare su una serie di efferati omicidi che sta sconvolgendo una comunità di provincia. Una piccola gemma d’autore per il canto del cigno di un’etichetta che, nella sua breve vita, seppe comunque interpretare il gusto del momento e lasciare un buon ricordo nei lettori dell’epoca. Non così male, per un esperimento non riuscito.

Historica 62, I Medici – Dall’oro alla croce: recensione: I Signori di Firenze

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“Uno dei punti forti della tirannia riposa nelle ingannevoli apparenze che ammantano i suoi misfatti di giustizia”.

L’affascinante e travagliata epopea dell’Italia dei Ducati e delle Signorie rivive in I Medici, straordinario affresco storico rievocato dalla penna del francese Olivier Peru, pubblicato in patria da Soleil Productions e presentato nel nostro paese da Mondadori all’interno della sua pregevole collana Historica.
L’opera è strutturata in cinque tomi, di cui i primi tre sono contenuti nel volume Dall’oro alla croce della fortunata iniziativa da edicola dell’editore milanese. Ciascun capitolo è dedicato a un importante esponente della prestigiosa famiglia fiorentina, a partire dall’uomo che diede origine alla fortuna politica della stirpe medicea, Cosimo il Vecchio.

I Medici erano una potente famiglia di banchieri fiorentini, la più solida dal punto di vista finanziario. Ciò nonostante, non poteva godere del prestigio delle altre famiglie nobili della città. Questo non crucciava Giovanni, il patriarca, che si limitava a redditizie attività commerciali che avevano portato benessere e prosperità alla famiglia, tanto da farla diventare la principale finanziatrice della Chiesa di Roma. Ma suo figlio Cosimo era fatto di un’altra pasta. Scaltro e ambizioso, non è sbagliato considerarlo come il precursore della classe sociale che avrebbe spodestato la nobiltà dagli altari della Storia, la borghesia. Il rampollo dei Medici era un uomo ambizioso, a cui non bastava il successo nel commercio, che peraltro conseguì con grande abilità riuscendo ad aprire filiali del Banco di famiglia in città come Londra, Parigi e Bruges, esportando così il prestigio del proprio nome al di fuori dei confini nazionali. Cosimo puntava al potere politico, che riuscì ad ottenere con grande astuzia. Tramite il matrimonio con Contessina de’ Bardi si legò ad una delle famiglia più antiche di Firenze e, usando sapientemente i suoi ingenti capitali, piazzò uomini di sua fiducia in Palazzo della Signoria. Diventò così a tutti gli effetti il dominus di Firenze senza sovvertire le tradizioni repubblicane, consolidando il suo potere nell’ombra e eliminando con la diplomazia, ancor prima che con la violenza, avversari insidiosi come Rinaldo Albizzi, esponente di una potente famiglia fiorentina. Ma Cosimo era soprattutto un uomo colto, amante della cultura e delle belle arti e mecenate di artisti come Donatello e Brunelleschi: a quest’ultimo commissionerà la realizzazione della cupola del Duomo, la più grande tra tutte le meraviglie da lui donate alla sua città, che alla sua scomparsa lo celebrerà col titolo di Pater Patriae.

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Il secondo tomo dell’opera è dedicata a Lorenzo, nipote di Cosimo passato alla storia come “Il Magnifico”. Terzo signore della dinastia dei Medici dopo la breve parentesi del padre Piero, Lorenzo seppe proseguire l’era di splendore umanista inaugurata da Cosimo, traghettando Firenze nel suo periodo di massimo fulgore, il Rinascimento. Se l’amore per le arti e il suo mecenatismo lo avvicinavano al nonno, da questi si allontanava per il suo carattere impetuoso: incarnò infatti l’ideale del principe umanista e decise i destini della Repubblica in prima persona, governandola senza intermediari. Capace di reprimere senza pietà rivolte come quelle delle vicine Prato e Volterra, fu amatissimo dai fiorentini che vedevano in lui la garanzia di un futuro luminoso per Firenze. Botticelli fu solo uno degli artisti da lui finanziati; la sua spregiudicatezza politica fu, se possibile, superiore anche a quella del nonno. Durante il suo governo, Firenze si trovò ad essere minacciata dalle mire espansionistiche di Papa Sisto IV, che sosteneva l’opposizione a Lorenzo all’interno della Signoria, rappresentata dalla famiglia dei Pazzi. Il tutto sfociò nella famigerata “congiura dei Pazzi”, che costò la vita a Giuliano, fratello del Magnifico. Il Papa ottenne un effetto contrario a quello desiderato: Lorenzo denunciò pubblicamente la congiura e la città si strinse intorno a lui, aiutandolo a punire i colpevoli. Deciso a distruggere i Medici e ad annettere Firenze, il Papa strinse alleanza col Re di Napoli, Ferdinando d’Aragona, ma anche in questa occasione Lorenzo seppe ribaltare con astuzia le carte in tavole: si presentò a Napoli chiedendo di essere ospitato da Ferdinando, e durante il suo soggiorno, seppe conquistare il sovrano con il suo spirito umanista e la città con regalie ed opere d’arte. Il piano ordito dal Papa fallì senza spargimenti di sangue, e Lorenzo poté garantire a Firenze gli anni di massimo splendore della sua storia, quelli del Rinascimento, continuando a finanziare artisti straordinari come il giovane Michelangelo.

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Il terzo e conclusivo capitolo si concentra sugli anni difficili successivi alla morte prematura di Lorenzo. Al governo della città gli succedette il figlio Piero, la cui inettitudine fu ben presto manifesta ai fiorentini che preferirono consegnare il potere al domenicano Girolamo Savonarola con conseguente esilio dei Medici da Firenze. Lorenzo aveva tollerato le sferzanti prediche con le quali il frate arringava la folla, anche contro la sua persona, perché nel profondo condivideva le idee riformatrici del monaco che denunciava apertamente la corruzione morale in seno alla curia romana, dominata dalla famiglia Borgia. Siamo quindi testimoni di un complesso gioco di inganni, di secondi e tripli giochi condotti da Giovanni e Giulio de’ Medici, rispettivamente secondo figlio e nipote di Lorenzo ed entrambi destinati alla carriera cardinalizia a Roma, per provocare la caduta di Savonarola e poter così rientrare a Firenze. I giovani si troveranno anche presi nel mezzo della sfida militare tra Carlo VIII di Francia, che nel frattempo ha varcato le Alpi per una campagna di conquista, sfruttando la divisione tra i Comuni, e papa Borgia. Il tutto si intreccerà in un complesso piano che li vedrà, dopo quasi tre lustri, non solo tornare trionfalmente a Firenze (anche grazie all’aiuto dell’astuto Machiavelli) ma anche ascendere entrambi al soglio pontificio, rispettivamente col nome di Leone X e di Clemente VII.

Non colpisce più di tanto il fatto che questo recupero dell’epopea de I Medici sia di origine transalpina, visto che il nostro paese è perennemente e tristemente alle prese con polemiche di bassa lega, piuttosto che allo studio e alla conoscenza di un passato glorioso che potrebbe anche costituire un propellente per una futura rinascita. Olivier Peru ha il merito di riuscire a rendere viva ed interessante una materia che le inefficienze del nostro sistema scolastico hanno reso noiosa e paludata: niente a che vedere con la sceneggiatura sapiente dello scrittore francese, che ha il merito di uscire dai confini austeri e soffocanti della finalità didattica per ricreare un mondo perduto e appassionante, fatto di uomini illuminati e in anticipo sulla storia, opere d’arte, battaglie, congiure, complotti e tremende vendette. Ne esce fuori un’avvincente galleria di ritratti e di caratteri, da Cosimo a Lorenzo, passando per Savonarola, Machiavelli, Cesare Borgia e tanti altri, ciascuno indagati nelle propria psicologia e motivazioni profonde. Ma soprattutto, Peru ci fa riflettere sul fatto che il destino del nostro Paese si trova nel suo passato, nelle sue ataviche divisioni che nei secoli hanno fatto le fortune dell’invasore di turno e che ancora oggi ne condizionano la vita.

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Notevole anche il comparto visivo, che può avvalersi di artisti come gli italiani Giovanni Lorusso (capitolo I), Lucio Leoni & Emanuela Negrin (capitolo II) e lo spagnolo Eduard Torrents (capitolo II), capaci di conferire all’opera una piacevole continuità stilistica pur con le proprie specificità. I quattro artisti si danno il cambio in un tripudio di illustrazioni ricche di cura per il dettaglio, dai monumenti agli interni dei palazzi, dagli arredi agli intarsi, dagli abiti alle armature. Un lavoro minuzioso, solo in parte rovinato dalle dimensioni sovrabbondanti delle vignette straripanti di testo, elemento che non pregiudica comunque la riuscita finale di un’opera di alto spessore.

L’edizione italiana de I Medici si segnala per la consueta qualità con cui Mondadori confeziona i volumi della sua collana “Historica”, corredandola dell'ormai abituale e prezioso contributo redazionale di Sergio Brancato che ci introduce al contesto storico in cui si svolge l’opera.

Aliens: salvezza e sacrificio, recensione: Alieni d'autore

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Nel 1987 la Dark Horse, neonata casa editrice fondata da Mike Richardson e Randy Stradley che in pochi anni avrebbe fatto la storia dell’editoria indipendente, annuncia l’acquisizione dei diritti per la realizzazione di fumetti tratti dalla celeberrima saga cinematografica di Alien. Nasce così un fortunato franchise cartaceo che prosegue tutt’oggi le pubblicazioni e che, nella sua storia trentennale, ha coinvolto scrittori e disegnatori tra i più celebrati del settore, ha dato il via alla moda dei cross-over tra proprietà cinematografiche con Aliens Vs Predator e ha visto anche l’incontro dei letali xenomorfi con alcune tra le icone più importanti del mondo dei comics come Superman, Batman e Lanterna Verde. Saldapress, che da circa un anno propone in esclusiva per il nostro Paese il materiale relativo all’universo di Aliens, ha organizzato le pubblicazioni seguendo un doppio binario: da una parte le miniserie più recenti, dall’altra il recupero delle migliori proposte del passato. A questo secondo gruppo appartiene il pregevole volume dal titolo Aliens: Salvezza e Sacrificio, che propone le omonime miniserie opera di alcuni giganti del settore come Dave Gibbons, Mike Mignola, Peter Milligan e Paul Johnson, datate entrambe 1993.

Il volume si apre con Aliens: Salvation, storia apparsa dapprima in formato one-shot e successivamente serializzata in tre parti. Ai testi troviamo l’inglese Dave Gibbons, proprio il celebre illustratore di Watchmen, che da qualche anno aveva inaugurato una carriera parallela come sceneggiatore di opere non altrettanto indimenticabili, basti pensare al pur fortunato cross-over Batman Vs Predator da lui scritto per i disegni dei fratelli Adam e Andy Kubert. Alle matite un Mike Mignola in splendida forma, reduce dallo strepitoso adattamento del Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola e che si apprestava a lanciare sul mercato la sua creazione più fortunata, Hellboy.

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Protagonista è Selkirk, uomo credente e timorato di Dio, membro dell’equipaggio dell’incrociatore spaziale Nova Maru, che viene costretto con la forza dal suo Capitano ad abbandonare la nave insieme a lui. I due naufragano su un pianeta abitato solo da specie animali, per la disperazione di un sempre più afflitto Selkirk, costretto a fare i conti con la difficoltà di sopravvivere in un ambiente ostile e con la follia crescente del Capitano, Foss. Ma ben presto scoprirà che il delirio dell’uomo è ben motivato, e che il carico mortale della Nova Maru, di cui Foss era a conoscenza, li ha raggiunti sul planetoide.  L’uomo di chiesa vedrà la sua fede e i suoi valori vacillare, quando capirà di essersi trovato al centro di interessi economici più grandi di lui e che l’unica salvezza possibile, forse, è quella dell’anima.

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Il plot di Gibbons ha un ritmo incalzante e si inserisce alla perfezione nella tradizione di Alien, mostrandone alcuni degli elementi più caratteristici: le traversie di un sopravvissuto scampato al massacro della sua comunità, la corporazione cattiva, il robot che finge di essere umano. In questo contesto l’autore inserisce, attraverso il travaglio interiore del protagonista, un interessante discorso sulla religione e su come la fede possa essere messa in dubbio dalle circostanze. In particolare, Selkirk scoprirà il vero volto del male assoluto, incarnato non dal diavolo delle scritture né tanto meno dall’alieno, quanto dai viscidi interessi commerciali della spietata Corporazione. La fama di Salvation, però, si deve soprattutto al comparto visivo, opera del sublime Mike Mignola. Ritroviamo qui tutte le peculiarità del suo tratto, che spinsero Alan Moore a definire il suo stile un “incrocio tra l’espressionismo tedesco e Jack Kirby”: la ricerca del chiaroscuro, il contrasto tra luce e ombra perfetto nei racconti di ambientazione gotica, si sposa alla perfezione anche con l’ambientazione sci-fi di questa storia.

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Di qualità ancora superiore è la storia successiva, Sacrifice, ad opera di Peter Milligan e Paul Johnson. Una vera chicca, dove la tematiche religiose accennate in Salvation vengono ulteriormente approfondite. La protagonista è Ann Mckay, naufraga su un pianeta sconosciuto del tutto simile alla Terra, che trova rifugio presso una comunità di uomini che vivono ai margini di un bosco. Ideale per l’ambientazione di una fiaba gotica nello stile dei Fratelli Grimm, il villaggio nasconde un oscuro segreto: gli abitanti, tramite un orrendo sacrificio che sconvolgerà Ann, tiene a freno la furia di un mostro assetato di sangue, temuto come una divinità malevola, che si nasconde nel bosco (all’arguzia del lettore il compito di scoprire di chi stiamo parlando). Novella Giovanna d’Arco, Ann si ribella ai disgustosi costumi della comunità e decide che un dio tiranno è un dio che deve essere ucciso: si addentrerà così nel bosco per sopprimere la feroce bestia, non prima di aver affrontato i suoi demoni interiori e un trauma del passato, a lungo dimenticato dalla donna ma riaffiorato nella sua mente dopo il suo arrivo nel villaggio.

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Piccolo pamphlet sulla natura del male, Sacrificio è uno dei prodotti migliori usciti dall’Aliens Universe a fumetti, attraversato da suggestioni letterarie colte e dalla raffinata prosa di Peter Milligan, esponente storico della british invasion. Come nella tradizione dei romanzi gotici il mostro (qui lo xenomorfo) è l’incarnazione della malvagità e dell’orrore che si annidano nell’animo umano, mentre il bosco, come simbolo onirico, è l’archetipo dantesco dell’ombra e dello smarrimento. È un ventre oscuro che inghiotte chi non riesce a sopravvivere a un percorso iniziatico e che può restituire, cambiato per sempre, chi ne è degno: Ann lo scoprirà a sue spese. A dare forma alla sceneggiatura ispirata di Milligan sono i pennelli di Paul Johnson, esponente di uno stile pittorico che era diventato piuttosto in voga in quegli anni, a seguito della forte influenza esercitata da opere come Arkham Asylum dipinta da Dave McKean. Le tavole di Johnson donano un’atmosfera da fiaba gotica e una forte suggestione evocativa allo script di Milligan, e ne costituiscono l’ideale suggello.

Saldapress porta per le prime volte sugli scaffali delle librerie Aliens: Salvezza e Sacrificio in un’edizione cartonata di pregio degna del valore di queste due opere, consegnando una double – feature imperdibile per tutti gli appassionati della saga degli xenomorfi e del buon fumetto in generale.

Bloodshot Salvation 1 - Il Libro della Vendetta, recensione: La seconda chance di Ray Garrison

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Autore tra i più raffinati e prolifici emersi nell’ultimo decennio, Jeff Lemire ha saputo conquistarsi in pochi anni un nutrito seguito di lettori affezionati grazie alla qualità della sua prosa, intrisa di una sensibilità intensa con la quale è impossibile non empatizzare. Lo sceneggiatore canadese ha saputo muoversi con abilità tanto nei territori dell’editoria indipendente, per la quale ha pubblicato alcuni dei suoi lavori più noti e amati, quanto nell’ambito del fumetto mainstream, collaborando a più riprese con i due colossi del settore, Marvel e DC. È interessante notare come, tanto nelle opere personali quanto in quelle su commissione, emerga con forza il tema della memoria: la struggente rievocazione delle proprie radici in Essex County, il ricordo del difficile rapporto con la figura paterna ne Il Saldatore Subacqueo, il ricordo del passato glorioso degli eroi dispersi nel limbo di Black Hammer. Lemire ha portato la sua sensibilità e le tematiche a lui più care anche durante la sua permanenza su collane a vocazione più strettamente commerciale, basti pensare al suo riuscito ciclo sul Moon Knight della Marvel in cui il protagonista, affetto da sindrome della personalità multipla, riesce a ricostruire faticosamente la sua psiche devastata grazie ad una difficoltosa selezione dei ricordi, alcuni veri ed altri falsi, che si agitano nella sua mente. Non stupisce quindi che Lemire abbia fatto dell’importanza della memoria un caposaldo del suo lavoro di genere più riuscito, il rilancio del tormentato soldato potenziato della Valiant Comics, Bloodshot.

Il personaggio appartiene a quella schiera di antieroi armati e violenti che, a partire dalla fine degli anni ’80 e per buona parte dei ’90, invase gli scaffali delle fumetterie americane con successi clamorosi di vendite, a discapito di eroi classici considerati ormai superati. Si trattò della moda di un momento, ovviamente, e per la fine di quel decennio controverso i fasti dei Punisher e dei Ghost Rider marvelliani, nonché degli Youngblood e della Bloodstrike della Image, erano già un ricordo. Anche la Valiant, piccola ma agguerrita casa editrice fondata dal dispotico ex editor-in-chief della Marvel, Jim Shooter, aveva partecipato alla moda in voga in quegli anni di creare almeno un personaggio che contenesse la parola blood nel nome. Così ecco che nel 1992 Kevin Van Hook e Don Perlin crearono Bloodshot, un ex militare che non ricorda la sua identità, sottoposto dalla bieca agenzia governativa conosciuta come Progetto Spirito Nascente ad un esperimento di potenziamento: nel sangue del soldato vengono infatti iniettati dei naniti, che gli conferiscono una forza sovraumana e, soprattutto, capacità rigenerative fuori dal comune. Bloodshot è la macchina assassina definitiva, e viene usato dal Progetto SN nella azioni di guerra più becere; fino a quando quel che resta della sua umanità torna ad emergere e a ribellarsi nei confronti dei suoi capi. Da qui inizierà una lotta senza quartiere contro il Progetto SN, che cercherà comunque a più riprese di riappropriarsi del suo killer preferito e della tecnologia presente nel suo corpo.

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Il primo approccio di Lemire al personaggio risale al 2014 con la miniserie The Valiant, evento che aveva riunito i principali personaggi della casa editrice e che si chiudeva con un nuovo status quo per il malinconico Bloodshot: liberato dai naniti grazie all’intervento della potente Geomante, l’eroe poteva finalmente cominciare una nuova vita lontano dalla violenza in cui era stato immerso per anni. Col nome di Ray Garrison, uno dei suoi precedenti alias (ma che potrebbe anche essere il suo vero nome), il soldato si era ritirato in Colorado, dove aveva trovato lavoro come tuttofare presso uno squallido motel. Ma il fantasma di Bloodshot tornerà a visitarlo ben presto, quando un misterioso serial killer dotato delle stesse capacità che una volta possedeva Ray comincerà a mietere vittime. L’eroe dovrà tornare in azione, pronto a riaccogliere in sé la maledizione dei naniti pur di non lasciarli a disposizione di un pazzo assassino, intraprendendo un viaggio nel cuore di tenebra degli Stati Uniti durante il quale incontrerà inaspettati alleati: Magic, una ragazza che Ray sottrarrà al giogo di un balordo e della quale si innamorerà, e l’agente Diane Festival dell’FBI, incaricata di indagare sugli omicidi del maniaco. La donna si convincerà della buona fede di Bloodshot dopo un’iniziale diffidenza.

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L’incontro tra Jeff Lemire, il miglior scrittore su piazza quando si tratta di affrontare emozioni e momenti introspettivi e Bloodshot, personaggio “tamarro” per eccellenza, si rivela inaspettatamente sublime: Bloodshot Reborn è un thriller dal ritmo serrato che lascia senza fiato e che allo stesso tempo non trascura le caratterizzazioni dei personaggi, resi tridimensionali dai testi di Lemire. Le Edizioni Star Comics hanno da poco pubblicato il primo volume di Bloodshot Salvation, secondo capitolo delle avventure di Ray Garrison sceneggiate dall’autore canadese, nel quale ritroviamo Ray e compagni dopo aver sventato l’invasione di New York da parte dei naniti nell’apocalittico finale di Reborn. L’azione si svolge su due piani temporali, sapientemente miscelati da Lemire. In un passato recente, Ray e Magic hanno potuto finalmente godere di un periodo di calma e felicità, coronato dall’arrivo della piccola Jessie: ma quando una minaccia dal passato della donna mette in pericolo la famiglia, Ray non ci pensa due volte a scatenare nuovamente Bloodshot. Nel presente, Magic e Jessie, ormai cresciuta, devono fare i conti con l’inspiegabile scomparsa di Ray e con un misterioso individuo, leader di un agenzia sorta dalle ceneri del defunto Progetto Spirito Nascente, deciso ad impossessarsi dei naniti presenti nel sangue di Jessie, che li ha ereditati dal padre. In assenza di questi, accorreranno in aiuto delle due donne Ninjak, altro pilastro dell’universo Valiant, amico e collega di Ray, e i Bloodshot del passato, cavie che decenni prima erano stati sottoposti allo stesso trattamento di Garrison, e che da quest’ultimo erano stati liberati. Insieme dovranno affrontare il terribile Rampage, versione distorta di Bloodshot al servizio della nuova organizzazione, che cercherà in ogni modo di rapire Jessie.

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Bloodshot Salvation prosegue senza soluzione di continuità le avventure di Ray Garrison, Magic e un manipolo di personaggi col quale il lettore ha avuto modo di familiarizzare nei volumi precedenti. Si tratta di una serie ormai collaudata, densa di azione e di avvenimenti, che non può fare altro che lasciare i fan nella spasmodica attesa dell’uscita del volume successivo. Lemire si conferma come uno dei top writer del momento, a suo agio tanto con le produzione indie quanto con i meccanismi della fiction di genere alla quale Bloodshot orgogliosamente appartiene. È ormai rarissimo, se non improbabile, imbattersi in un blockbuster d’azione dove i personaggi sono così meravigliosamente caratterizzati, a partire dai protagonisti Ray e Magic, due "reduci" che troveranno conforto l'una nelle braccia dell'altro. Il Bloodshot di Jeff Lemire è uno straordinario esempio di fumetto popolare che si innalza verso vette più elevate, una delle migliori prove dello scrittore canadese e, lo diciamo con grande dispiacere, probabilmente la più sottovalutata.

Assolutamente strepitoso è, inoltre, il comparto visivo di questo primo volume di Salvation, che alza ulteriormente l’asticella della qualità. Si rimane a bocca aperta davanti alle tavole di Mico Suayan e Lewis LaRosa, artisti che i lettori ricorderanno rispettivamente sul Moon Knight e sul Punisher della Marvel agli inizi degli anni 2000 e che, nel frattempo, hanno avuto una maturazione incredibile. Una prova di spessore indiscusso per entrambi gli artisti, all’insegna di uno storytelling inesorabile che traduce in immagini di straordinario impatto i testi al fulmicotone di Lemire, grazie anche alla colorazione efficace ad opera di Brian Reber e Diego Rodriguez.
Se volete scoprire la serie di supereroi più bella degli ultimi anni e di cui pochi (purtroppo) parlano, date una possibilità al Bloodshot di Jeff Lemire e non ve ne pentirete.

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