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Speciale Batman - Il Ritorno: La favola dark di Tim Burton

  • Pubblicato in Focus

L’11 settembre del 1992 usciva nei cinema italiani, a distanza di circa tre mesi dal debutto statunitense, Batman – il Ritorno ovvero Batman Returns, secondo capitolo del dittico dedicato da Tim Burton al Cavaliere Oscuro e al suo mondo. Un sequel messo in cantiere all’indomani del grandissimo successo del Batman del 1989, straordinario ed insperato. La scommessa del produttore Michael Uslan, quella di produrre una versione cinematografica dark del personaggio riportandolo alle sue origini, affidando la regia a un giovane visionario al primo grande incarico della sua carriera, aveva pagato. E aveva pagato in modo clamoroso: il trionfo al botteghino del film e una campagna di marketing e merchandising mai vista prima generò una “Bat-Mania” che travolse il globo. Il logo di Batman era ovunque, e le canzoni scritte da Prince per la pellicola si ascoltavano dappertutto. Ci si trovava davanti ad uno dei primi, veri, fenomeni mass-mediali della storia della comunicazione moderna.

Abbiamo già raccontato in un lungo speciale in quattro capitoli la lunga strada e tortuosa strada percorsa da Uslan per realizzare un film che nessuno voleva fare, almeno non in quel modo. La storia del suo sequel, Batman Returns, comincia invece in maniera opposta: tutti volevano il sequel di Batman. Lo volevano i produttori: Michael Uslan e i suoi soci Benjamin Melkiner, Jon Peters e Peter Guber, lo voleva la Warner Bros., che col primo film aveva realizzato il maggior incasso della sua storia. L’unico a volerlo un po’ di meno era Tim Burton che, ancora scottato dall’esperienza non facile sul set del primo film, segnata da ingerenze di ogni tipo, si era rifugiato in un progetto personale come Edward Mani di Forbice. Il filmaker faticava ancora a digerire le continue intromissioni di Jon Peters e della produzione sul set di Batman, che avevano prodotto continue riscritture della sceneggiatura che furono evidenti guardando il prodotto finito. La trama procedeva infatti per accumulo, una serie di scene che spesso non legavano una con l’altra. Il film fu comunque salvato dall’estro visivo di Burton e dal grande lavoro svolto in particolare da due suoi collaboratori: l’autore della colonna sonora Danny Elfman e lo scenografo Anton Furst, che creò una indimenticabile Gotham City. Per convincerlo a tornare, la Warner gli promise che stavolta avrebbe potuto infondere alla pellicola il suo tocco peculiare, senza alcuna interferenza esterna. E, come vedremo, Batman – Il Ritorno è uno dei film più “burtoniani” dell’intero curriculum del regista.

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Sam Hamm, sceneggiatore del primo capitolo, si mise subito all’opera e preparò uno script che però il regista giudicò non all’altezza, imperniato su una caccia al tesoro tra i protagonisti che sembrava mutuata da un classico come Il Mistero del Falco. Deciso a non accettare i compromessi che a suo dire avevano minato la lavorazione di Batman, pellicola di cui a tutt’oggi si ritiene non soddisfatto, Burton scartò la sceneggiatura di Hamm rivolgendosi a Daniel Waters, che la riscrisse con la collaborazione di Wesley Strick. Waters era noto per aver scritto Schegge di Follia, una commedia dark prodotta dall’abituale collaboratrice del regista, Denise Di Novi. E Burton trovò il giusto compendio alla sua visione del mondo e del cinema proprio nei toni oscuri e grotteschi del nuovo script.
Il regista che si siede alla cabina di regia di Batman – Il Ritorno non è più il ragazzo di belle speranze che aveva diretto il primo capitolo tre anni prima, e che aveva accusato la pressione di dover condurre in porto una delle più grandi produzioni che storia del cinema ricordasse fino a quel momento. Il successo di Batman ne aveva cementato la reputazione e l’affidabilità presso gli studios, ma è soprattutto il successivo Edward Mani di Forbice, che esprime compiutamente per la prima volta tutti gli elementi caratteristici della “poetica burtoniana”, a consolidare la percezione di Tim Burton come “autore” da parte di pubblico e critica. La consapevolezza di essere diverso, un escluso che non ha reali possibilità di inserimento nella società, una comunità di ipocriti da cui è considerato un freak: questo è il calvario vissuto da Edward, uno schema tipico delle successive opere del regista che verrà riproposto, seppur in modalità diverse, proprio a partire da Batman – il Ritorno. Che non sarebbe esagerato definire un cupo festival di freak.

Come già successo nel primo capitolo, anche stavolta la luce dei riflettori viene spostata dall’eroe del titolo ai suoi avversari, per una precisa scelta di Burton. E non potendo più contare sul Joker di Jack Nicholson, defunto al termine del primo film, la scelta si spostò su altri due villain iconici della galleria di nemici del Cavaliere Oscuro: il Pinguino e Catwoman, ovviamente rielaborati secondo il gusto del regista.
Nei fumetti il Pinguino è un gangster in frac e cappello a cilindro, cicciottello, di bassa statura e col naso pronunciato, proprietario di un nightclub, l’Iceberg Lounge, che è in realtà una copertura per le sue attività criminali. Porta sempre con se un ombrello che nasconde un gadget mortale. Tim Burton optò per un approccio meno convenzionale al personaggio.
Nelle mani del regista, Oswald Cobblepot diventa uno degli esempi più riusciti della vasta galleria di freak della propria filmografia. Nel film il Pinguino è un emarginato deforme (un mutante, avremmo detto se ci trovassimo in un altro universo a fumetti), respinto dalla famiglia per la propria diversità e costretto a vivere nelle fogne, dove viene accolto da una gang di circensi criminali di cui diventa il leader. Cova risentimento nei confronti della società e della popolazione di Gotham City, di cui spia la vita dai tombini sparsi per la città. L’occasione di vendicarsi gli viene offerta da Max Shreck, l’unico membro della triade di antagonisti proposti ad essere stato creato appositamente per il film. Shreck, il cui nome rimanda all’attore protagonista del Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau in un omaggio a quel cinema espressionista tedesco la cui influenza sulla pellicola è notevole, è l’uomo più ricco della città, un personaggio senza scrupoli nascosto dietro una facciata da benefattore. Vorrebbe costruire una centrale elettrica per fornire più energia alla città, mentre il suo vero scopo è sottrargliela. Un lupo travestito da agnello, insomma, che serve a Burton per fare satira sociale e rimarcare quanto l’interesse privato non possa mai coincidere con quello pubblico. Per realizzare il suo piano, il milionario si serve della smania di rivalsa di Cobblepot e lo candida a sindaco per poterlo manovrare una volta eletto, sfruttando la pietà che la cittadinanza prova per lui. Sentimento che si trasformerà nuovamente in repulsione e rigetto quando la natura criminale del Pinguino sarà di dominio pubblico.

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Burton, dopo Edward Mani di Forbice, dipinge nuovamente la parabola di un freak che riesce ad uscire per un breve momento dalla sua emarginazione per poi ripiombarvi in maniera definitiva. Ma il Pinguino sembra essere una versione oscura e distorta del mite Edward. Quella che rimane immutata è la sfiducia di Burton nei confronti della società, dipinta sempre come una massa di individui superficiali ed isterici. La simpatia del regista, come si evince dalla pellicola, è tutta per i “mostri”.
Originariamente Burton aveva pensato a Dustin Hoffman come ad un perfetto Pinguino, ma l’attore rifiutò. Jack Nicholson, in ottimi rapporti con la produzione dopo il grande successo del primo capitolo, suggerì di ingaggiare il suo grande amico Danny DeVito. Conosciuto prevalentemente per i suoi ruoli comici, DeVito fornì un’interpretazione eccellente, nonostante fosse reso quasi irriconoscibile dal pesante trucco, la cui sessioni superavano le quattro ore, e dalle protesi realizzate dallo specialista Stan Winston.

La vicenda del Pinguino costituisce l’architrave del film, ma Batman – Il Ritorno venne segnato da un’altra memorabile interpretazione, che contribuì in modo determinante alla riuscita della pellicola. Michelle Pfeiffer fornì una prova magistrale nei panni di Selina Kyle/Catwoman, dando forma alla particolare visione del personaggio contenuta nello script di Daniel Waters. Annette Bening era stata scelta per il ruolo ma, poco prima dell’inizio delle riprese, scoprì di essere incinta. Sean Young, che aveva perso la parte di Vicky Vale nel primo film a causa di un incidente, fece fuoco e fiamme per farsi assegnare quella di Catwoman, compreso piombare travestita da Donna Gatta negli uffici della Warner e in alcuni popolari talk show. Tim Burton, infastidito dalla vicenda, non ebbe dubbi nel scegliere la Pfeiffer. Lontana parente della ladra dei fumetti, Selina Kyle è qui la dimessa segretaria di Max Shreck, che per caso scopre i piani criminali del suo principale, il quale non ci pensa due volte ad ucciderla spingendola giù dalla finestra del suo ufficio. Salvata da una colonia felina, che le dona le nove vite di un gatto (licenza poetica di Waters rispetto alla versione dei comics), Selina rinasce nei panni di Catwoman, fasciata da capo a piedi da un avvolgente costume in latex nero.

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La Catwoman di Michelle Pfeiffer è senza dubbio il personaggio più complesso mai apparso nell’adattamento cinematografico di un fumetto, ed è il prototipo della donna dark che tornerà spesso nella filmografia del regista. La disamina psicologica del character farebbe la felicità di uno psicanalista. Nell’economia della trama del film Catwoman è una mina vagante che persegue un’agenda di vendetta e ossessioni completamente personale. La donna felina è una donna sessualmente liberata che deve perdonare a se stessa l’esistenza della sciatta e repressa Selina Kyle, ma deve anche chiudere i conti con Max Shreck, che l’ha uccisa. Nei confronti di Shreck c’è anche una rivalsa di carattere sociale, da impiegata che occupa uno degli scalini più bassi della società dominata da capitalisti come lui. Tanta carne al fuoco per un personaggio a cui la Pfeiffer da vita in modo superbo, truccata con ampie pennellate di fondotinta nero come una diva del muto.

Christopher Walken, nei panni di Max Shreck, chiude la galleria dei villains, regalando agli spettatori un’ottima performance. Tornerà a collaborare con Tim Burton in un altro dei suoi titoli classici, Sleepy Hollow. E Batman?
Michael Keaton ritornò al ruolo che lo aveva consacrato dopo tanti anni di gavetta, forte di un cachet record di 10 milioni di dollari, e lo fece portando avanti ed estremizzando il suo approccio nei confronti del personaggio, fatto di recitazione volutamente in sottrazione. Se nel primo film aveva lasciato il campo allo straripante Joker di Jack Nicholson, in questo secondo capitolo Batman è poco più di uno spettatore che accoglie sul cupo palcoscenico di Gotham City dei nuovi attori. Un Gargoyle silente guardiano della città. Se nel film c’è poco Batman, c’è ancora meno Bruce Wayne. Il manifesto della concezione che Keaton e Burton hanno del personaggio e della sua doppia personalità viene messo in scena con la sua prima apparizione, quando la luce del Bat-segnale illumina il salotto di una Wayne Manor desolata, con Bruce seduto e assorto nel buio. Quando la luce del segnale lo investe, scatta in piedi, come se da morto fosse improvvisamente tornato in vita. Burton sembra dirci che Bruce Wayne non esiste più, sepolto dal dolore del suo lutto, ed è solo un guscio vuoto che Batman deve interpretare di tanto in tanto in società. Ecco che ritorna la dicotomia inconciliabile tra il freak solitario e le convenzioni sociali, da cui ci si può liberare solo indossando una maschera. Un destino che accomuna Bruce e Selina e che è alla base della loro irresistibile attrazione.

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La lavorazione del film non fu priva di difficoltà. Per 3 anni la Warner aveva speso una considerevole cifra per tenere in piedi il set del primo film negli studi di Pinewood a Londra, per il quale Anton Furst aveva vinto un Oscar, ma nel 1991 non esistevano più le agevolazioni fiscali che giustificassero le riprese in Inghilterra. Si decise quindi di girare negli studi della Warner a Burbank, in California che vennero occupati per oltre la metà della loro capienza dal set del film. Particolare impegno richiese la costruzione della base del Pinguino, realizzata con una vasca di enormi dimensioni che poteva contenere fino ad un milione e mezzo di litri d’acqua. Per la scena dell’assalto finale dei pinguini, venne usato un mix di veri pinguini, attori in costume, animatronics realizzati dal già citato Stan Winston e pinguini generati al computer, con un uso allora avveniristico della tecnologia digitale.

L’indimenticabile Anton Furst, al cui straordinario lavoro era dovuta una parte non trascurabile del successo del Batman del 1989, non poté purtroppo tornare per il secondo capitolo. Per quanto il suo ritorno fosse nei desideri di Burton e della produzione, lo scenografo si era nel frattempo legato contrattualmente alla Columbia Pictures. Il 24 novembre del 1991, a seguito di una grave depressione dovuta a problemi personali e all’uso di droghe, Furst si suicidò gettandosi dall’ottavo piano di un parcheggio, privando il mondo del cinema e dell’arte di un geniale creativo senza pari.
Per sostituire Furst la scelta cadde su Bo Welch, che aveva già lavorato con Tim Burton in Beetlejuice. Welch partì dal lavoro di Furst, semplificando quel geniale ed eterogeneo mash-up conflittuale di stili che aveva caratterizzato la Gotham del primo film. La metropoli di Welch è una tipica città americana che si sviluppa in verticale, attraversata da elementi dell’architettura fascista del Terzo Reich con richiami ai pittori Precisionisti americani degli anni ’20. Il Precisionismo era una combinazione di realismo e cubismo, che affrontava il tema dell’industrializzazione e della modernizzazione del panorama americano, tramite l’uso di forme geometriche precise e definite. Queste due forti influenze combinate, quella americana e quella tedesca, aiutarono Welch a definire la visione della sua Gotham.

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Il set fu blindatissimo, e accessibile solo a chi fosse munito di apposito badge. A tal proposito gli aneddoti si sprecano, e il più celebre riguarda Kevin Costner, una delle maggiori star dell’epoca, a cui fu impedito di visitare il set. Ma nonostante i protocolli di sicurezza, cominciarono a circolare foto che ritraevano Danny DeVito nei panni del Pinguino. Chi scrive ricorda di averle viste in una nota rivista di settore dell’epoca, e di esserne rimasto scioccato.

Danny Elfman tornò componendo una nuova colonna sonora, sereno perché non doveva più dimostrare niente a nessuno, soprattutto a Jon Peters che aveva dubitato di lui prima di ascoltare l’iconica fanfara composta per il primo film. Il compositore fu entusiasta della volontà di Burton di realizzare un film completamente diverso dal primo e di non seguire strade già battute. Elfman paragonò la composizione della colonna sonora alla combinazione di "una solita musica da film d'azione, mixata con un frastuono operistico, con aggiunta di musica da film muto", citando così la sua esperienza come la più difficile nella sua carriera. Inoltre, comparò le sequenze d'azione a quelle di "composizione di un cartone negli anni '40". Elfman fu molto soddisfatto del risultato finale, scrivendo anche temi appositi per il Pinguino e Catwoman e riuscendo, con l’aiuto di Burton, ad imporre ben 95 minuti di musica, contro il volere dello studio, che avrebbe voluto limitare la parte operistica per inserire delle canzoni come quelle di Prince nel primo film. Alla fine l’unica canzone inserita nel film, per preciso volere del regista, sarà Face to face dei Siouxsie and the Banshees.

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Batman – Il Ritorno uscì negli Stati Uniti il 19 giugno 1992 e sorpassò il record di apertura del film precedente, incassando ben 47,7 milioni di dollari in tre giorni. L’incasso finale fu di 266 milioni di dollari in tutto il mondo, ben 150 milioni in meno dell’originale. E questo scarto ci dice anche qualcosa sulla difficile accoglienza ricevuta dal film. Il pubblico, che attendeva spasmodicamente un seguito da tre anni, si ritrovò davanti una favola nera, cupa e senza speranza, che esplicitava senza troppi fronzoli la visione pessimistica che Tim Burton nutriva per la società dell’epoca. Una comunità superficiale e dedita al consumismo, nuovo feticcio che aveva soppiantato le ideologie morte con la recente fine dell’Unione Sovietica. Il fatto che il film si svolgesse durante le festività natalizie, trionfo del consumismo oltre che momento dell’anno più amato dagli americani, rendeva la critica sociale più sferzante. Inoltre, la pellicola usava un’atmosfera tradizionale e rassicurante come quella natalizia per proiettare lo spettatore in un incubo, in cui Burton inserisce anche i clown e il circo, sua ossessione personale mutuata dall’amato Federico Fellini. Il film suscitò le ire delle associazioni dei genitori, che lo ritenevano troppo dark e non adatto ai bambini. La Warner Bros., che aveva firmato contratti miliardari per merchandising di vario tipo, compresi gli Happy Meal di McDonald, non faceva i salti di gioia. Certo, il film fu un grandissimo successo di pubblico e critica, che lodò quasi all’unanimità il lavoro di Burton, che propose allo studio di realizzare insieme un terzo capitolo. Ma già dai primi meeting, emerse la volontà della Warner di non proseguire il sodalizio con il regista e di immettere il franchise su un percorso prettamente pop, più adatto alle esigenze di marketing. Il risultato fu Batman Forever del 1995, in cui Burton rivestì il ruolo di produttore, scegliendo Joel Schumacher come suo successore. Il film si discostava nettamente per tono e atmosfere dai due precedenti, rivolgendosi alla generazione MTV.

Dopo aver abbandonato definitivamente Gotham City, Tim Burton si dedicò al suo progetto successivo, un piccolo gioiello d’autore in bianco e nero ispirato alla storia di un regista incompreso, Ed Wood. Una gemma che cementò la sua reputazione come autore.
Batman – Il ritorno ha superato egregiamente la prova del tempo. Un cinecomic d’autore denso di spunti, stratificato a più livelli, che ancora oggi suscita dibattiti e riflessioni. Una fiaba gotica, nera come la notte, che affronta temi complessi come la scissione dell’identità, il dualismo bene/male, l’esclusione sociale, con un cinismo lontano da qualsiasi rassicurante compromesso, un approccio che non avremmo mai più rivisto in una produzione del genere. La storia di Tim Burton e dei suoi Batman è la storia di un autore che si appropria di un personaggio e del suo mondo e vi inserisce la sua forte personalità, in un modo che oggi, con dozzine di cinecomic privi di spessore annunciati dai palchi delle convention come piani quinquennali, sembra sempre più difficile da realizzare.

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Batman: Il Batmanga di Jiro Kuwata, recensione: la perla pop giapponese nascosta

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Dal 1966 al 1968, per tre stagioni, sulla ABC andò in onda il serial The Batman interpretato da Adam West. La serie, volutamente camp, ovvero stravagante ed esagerata, ottenne un grandissimo successo sia in patria che all'estero nonostante rispecchiasse poco i fumetti dell'eroe che, specie poi negli anni immediatamente successivi, stavano lentamente riacquisendo sfumature più serie e realistiche dopo anni di maggiore ingenuità e leggerezza.
Un ritorno alla maturità segno dei tempi che cambiano oltre che dall'arrivo dell'agguerrita concorrenza Marvel che, con i suoi supereroi con super-problemi, spopolava e dominava le classifiche di vendita.

La serie della ABC, tuttavia, segnò profondamente la cultura popolare dell'epoca e fissò un'immagine precisa di Batman presso il grande pubblico che solo Tim Burton una ventina di anni dopo riuscì, con non poche difficoltà, a scalzare grazie alla sua pellicola con Michael Keaton protagonista.

Dicevamo che il successo dello show di Adam West si diffuse un po' ovunque, arrivando addirittura nella terra del Sol Levante. In Giappone la serie divenne così popolare al punto che nacque l'idea di proporre al pubblico anche i fumetti di Batman, un'operazione fattibile considerando che pochi anni prima già Superman arrivò nelle case dei lettori nipponici. Il progetto venne affidato al mangaka Jiro Kuwata, già autore di diverse opere fra cui l'adattamento a fumetto di Gekkō Kamen (Moon Mask Rider), capostipite dei supereroi giapponese.
Scartata l'idea di tradurre i comics originali americani così come l'optare per uno stile di disegno occidentale, sia per questioni pratiche che per motivi di tempo, Kuwata si orientò per un adattamento puro di storie già realizzate, calando l'eroe in una produzione al 100% giapponese per stile e segno.

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L'autore tuttavia sceglie di non seguire lo stile della serie tv ma di avvicinarsi a quello delle serie a fumetti americane Batman e Detective Comics trasponendo in chiave nipponica alcuni albi già esistenti. Ad esempio, "Death Men", ovvero la prima avventura da lui realizzata, è una trasposizione di Batman #180 "Death Knocks Three Times!" di Robert Kanigher e Sheldon Moldoff del 1966, ovvero lo stesso anno in cui parte il manga.
L'intera serie è una raccolta di trasposizioni di albi americani e di seguito potete vedere alcune differenze fra la storia originale e quella realizzata da Kuwata.

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La serie, pubblicata su Shonen King e Shonen Gaho dal 1966 al 1967 dura solo un anno e presenta 18 avventure complessive, ognuna della quali suddivisa in tre o quattro capitoli per un totale di 60/80 pagine circa cad. La grossa singolarità è che Kuwata sceglie di non servirsi della classica galleria dei nemici di Batman, ma nel selezionare storie da adattare, opta per avventure con villain non noti e, tendenzialmente, apparsi in quell'unica occasione. Una scelta singolare dovuta probabilmente alla volontà di avere una maggior libertà creativa per modellare storie e personaggi alla sua sensibilità e a quella giapponese.

Approcciarsi a queste storie, così lontane nel tempo e così differenti da quelle classiche di Batman, potrebbe scoraggiare il lettore nell'acquisto o anche solo nell'interessarsene, temendo un prodotto marginale, strambo e indirizzato solo ai cultori.
Ma così non è: considerando che parliamo di un fumetto di circa 60 anni fa, e che quindi presenta classiche ingenuità dell'epoca, la lettura è sorprendentemente appagante e divertente e risulta molto più fresca e attuale delle avventure che venivano presentate contemporaneamente in America. Le storie scorrono con grande fluidità, risultando avvincenti e ottimamente scritte. Il diverso background culturale dell'autore dona un’atmosfera strana e inedita per il personaggio, dando loro un fascino inedito.
Certo, Batman e Robin risultano qui personaggi bidimensionali, riconoscibili giusto per i loro costumi e per i loro "gadget", ma il reale motivo di interesse sta proprio nella narrazione e nei nemici che, in mano a Kuwata, amplificano la loro follia e personalità risultando sempre caratteristici.

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Il segno di Kuwata risulta classico ma al tempo stesso molto lineare e pulito, capace di resistere allo scorrere dei decenni ed essere godibile ancora oggi. La matrice nipponica del suo stile è palese, ma si denota la volontà di agganciarsi in qualche modo alla tradizione americana non solo limitando al massimo ogni tipo di stilizzazione o deformazione tipica del fumetto giapponese, ma anche in scelte compositive e di regia delle tavole che hanno una costruzione varia ed efficace, mostrando sempre grande dinamismo. L'artista tende al realismo, seppur semplificandolo, ma non disdegna eccessi stilistici quando entrano in scena nemici pittoreschi o veri e propri mostri. Vista l'alta qualità del suo lavoro, possiamo tranquillamente definire Kuwata un autore di prim'ordine, meritevole di essere riscoperto e di stare accanto a colleghi ben più celebri in occidente.

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Panini Comics propone, per la prima volta in maniera integrale in Italia, l'intera saga del Bat-Manga di Jiro Kuwata in tre volumi da libreria (con tanto di cofanetto). Una riproposta per questo materiale che nasce sulla spinta di un autore come Chip Kidd che l'ha riportato in auge circa una quindicina di anni fa, e a seguito della ristampa completa fatta dalla DC Comics circa 6 anni fa.
Purtroppo, si è scelto di utilizzare le anonime grafiche di copertina realizzate dalla casa editrice americana, che sminuiscono il valore pop dell'opera: avremmo preferito di gran lunga le cover originali realizzate da Kuwata, sicuramente di maggior impatto. Ad ogni modo, la cura editoriale resta impeccabile e la qualità dell'edizione è decisamente ottima. Interessanti, inoltre, i pochi (purtroppo) editoriali presenti: non sarebbe stato male avere ulteriori approfondimenti.
Lettura caldamente consigliata.

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Batman: arriva in Italia il cofanetto con lo storico Batmanga di Jiro Kuwata

  • Pubblicato in News

Arriva in Italia per la prima volta lo storico manga di Batman realizzato da Jiro Kuwata negli anni 60. Trovate qui tutti i dettagli dell'opera edita da Panini Comics.

"La sua origine risale al Giappone degli anni Sessanta quando, al culmine della popolarità della serie TV del Batman interpretato da Adam West, viene realizzato dal mangaka Jiro Kuwata un manga che racconta l’affascinante storia dello sbarco in Giappone del Cavaliere Oscuro. Rimasta quasi sconosciuta fuori dal Giappone per oltre 40 anni, questa miniserie composta da 53 capitoli è stata riscoperta e meticolosamente restaurata per essere presentata per la prima volta in Italia in versione integrale (completa di tutte le pagine a colori) e divisa in tre volumi, già disponibili singolarmente o raccolti anche in un elegante cofanetto.

Un pezzo da collezione unico e imperdibile per tutti i fan del supereroe di Gotham.

Uscita: 26 maggio 2022
Prezzo: 18 euro singolo volume, 54 euro il Cofanetto
Pagine: 384
Rilegatura: Brossurato
Formato: 14.5x21 cm
Interni: Bianco e nero / Colori
Distribuzione: Fumetteria, libreria, online

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Foto cofanetto Batmanga 2

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L’AUTORE

Nasce nel 1935 a Osaka. Debutta come mangaka ad appena tredici anni realizzando il volume Kaiki seidan ("La costellazione misteriosa"). Il suo grande successo è datato 1957: è Maboroshi Tantei ("Il detective fantasma"), pubblicato sulla rivista Shonen Gaho. La popolarità dell’autore si consolida grazie alla versione a fumetti del capostipite dei supereroi giapponesi, Gekko Kamen. Nel 1963 8 Men, presentato su Shonen Magazine, diventa una serie animata e ottiene un successo senza precedenti. Jiro Kuwata si spegne nel 2020, a ottantacinque anni."

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Batman: Bruce Wayne Fuggitivo, recensione: il ritorno della bat-saga di inizio millennio

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Tra tutti i personaggi iconici del fumetto americano, Batman è per consuetudine quello che viene rappresentato meglio in progetti speciali fuori serie che nelle proprie collane regolari. Tradizione iniziata negli irripetibili anni ’80, dove le interpretazioni del Cavaliere Oscuro fornita da grandi autori come Frank Miller e Alan Moore rispettivamente in The Dark Knight Returns e in The Killing Joke hanno contribuito a fornire una visione definitiva del personaggio molto più di quanto facessero contemporaneamente le sue collane regolari, Batman e Detective Comics. È solo tra la fine degli anni ’90, con eventi come No Man’s Land e la prima decade degli anni duemila, con l’arrivo di superstar come Jim Lee e Grant Morrison, che le testate regolari del Pipistrello vengono rilanciate in maniera convinta della DC Comics, tornando ad occupare il posto che gli spetta nelle classifiche di vendita.

Tra queste due fasi ne esiste una creativamente molto interessante, inaugurata durante il cambio di secolo, in cui le redini di Batman e Detective Comics vennero affidate a due giovani sceneggiatori provenienti dal florido panorama indie statunitense: Ed Brubaker e Greg Rucka. Due autori specializzati in atmosfere noir e urbane alla loro prima esperienza con un personaggio iconico, il primo squillo di una carriera che li vedrà diventare due figure chiave del fumetto a stelle e strisce del nuovo millennio. Brubaker era noto per una serie crime noir che aveva avuto ottime recensioni, Scene of the Crime, pubblicata dalla Vertigo, la celebre etichetta della DC dedicata ad un pubblico maturo; Rucka aveva addirittura vinto un Eisner Award con Whiteout, un poliziesco ambientato tra i ghiacci dell’Antartide disegnato da Steve Lieber, artista che lo accompagnerà durante la sua esperienza su Detective Comics. I due autori portarono nelle due collane storiche dedicate all’uomo pipistrello la propria abilità nel costruire trame thriller e poliziesche avvincenti, un tratto specifico della loro scrittura che verrà sublimato di li a breve dal capolavoro Gotham Central, scritto a quattro mani da entrambi. Bruce Wayne Assassino/Fuggitivo è la saga dove i due, nell’anno duemila, iniettano nelle storie di Batman il loro gusto per le trame investigative riportando il personaggio alle sue origini noir, che viene riproposta oggi da Panini Comics in tre volumi cartonati.

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Fuggitivo prende le mosse, senza soluzione di continuità, da quanto visto in Assassino: Vesper Fairchild, la fidanzata di Bruce Wayne, viene ritrovata senza vita all’interno di Villa Wayne. Tutti gli indizi di colpevolezza sembrano portare direttamente a Bruce il quale, una volta arrestato, evade dalla prigione di Gotham per poter condurre una propria indagine nei panni di Batman. Non mancherà ovviamente il supporto di una preoccupatissima Bat-Family, da Robin a Nightwing passando per Batgirl (versione Cassandra Cain) e la Birds of Prey capitanate dalla carismatica Oracle – Barbara Gordon, tutti determinati ad aiutare un Batman sempre più in difficoltà per il complotto ordito ai suoi danni.

Riletto a più di vent’anni di distanza, Bruce Wayne Fuggitivo presenta pregi e difetti di tutte le saghe che si sviluppano come un cross-over tra le tante serie di una famiglia di testate, in questo caso l’intero parco collane dell’epoca dedicato a Batman e ai suoi alleati. La conseguenza principale è la qualità altalenante dell’intera operazione, che alterna capitoli di pregevolissima fattura ad altri passaggi assolutamente dimenticabili. Le storie tratte da Detective Comics scritte da Rucka e quelle di Batman sceneggiate da Brubaker sono inevitabilmente quelli che si guadagnano la luce dei riflettori, vuoi per la centralità nell’economia generale della saga, vuoi per un nuovo metodo di scrittura che si stava affermando all’epoca, che guardava ad altri media come cinema e tv, di cui i due scrittori, insieme a colleghi illustri come Brian Micheal Bendis, sarebbero stati gli alfieri. Ecco quindi che i numeri di Robin, Nightwing, Birds of Prey e le altre serie dell’universo batmaniano presenti nel volume perdano il confronto con le due collane principali e appaiano oggi di scarso interesse. Nonostante l’apporto di ottimi professionisti come, tra gli altri, Chuck Dixon ai testi e Rick Leonardi e un debuttante Phil Noto ai disegni, si tratta di un modo datato di fare fumetto, basato più sull’azione che su una forte caratterizzazione dei personaggi. Al contrario, la scrittura di Brubaker e Rucka gioca proprio su un approfondimento psicologico di Batman e soci che ai tempi era piuttosto inedita, si pensi alla scena madre tra Batman e Nightwing nella Batcaverna nel primo episodio.

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I limiti si avvertono soprattutto nei capitoli in cui il comparto grafico è affidato a modesti artigiani del tavolo da disegno come Trevor McCarthy, Roger Robinson e Will Rosado che oggi faticherebbero a trovare spazio in una collana di prima fascia. Le luci della ribalta artistica vengono catturate soprattutto da Scott McDaniel, disegnatore all’epoca molto contestato per l’interpretazione estrema di Daredevil da lui fornita in un ciclo di metà anni ’90 influenzato dalla moda “Image” dell’epoca. Passato alla DC Comics, è proprio su Nightwing prima e su Batman poi che trova il suo posto al sole. Il tratto nervoso e spigoloso, la predilezione per le atmosfere notturne e per il chiaroscuro lo resero il disegnatore ideale per la collana. Le sue tavole, attraversate da spettacolari splash-page, gli fecero guadagnare l’apprezzamento dei lettori al netto di un tratto non particolarmente aggraziato. Se si pensa che il suo successore sulla collana sarebbe stato la star Jim Lee con la saga blockbuster Hush, si capisce come l’apporto di McDaniel a Batman sia stato in seguito largamente dimenticato.

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Rileggere oggi Bruce Wayne Fuggitivo è l’occasione per riscoprire un artista sottovalutato, e per riconsiderare questi primi passi di Brubaker e Rucka nel fumetto mainstream col senno del poi. Nel giro di pochi anni, infatti i due si sarebbero trasferiti alla corte di Bill Jemas e Joe Quesada, i demiurghi della nuova Marvel di inizio millennio e avrebbero inanellato una notevole serie di successi. Ed Brubaker, soprattutto, avrebbe dato vita ad un ciclo di Captain America epocale durato nove anni che avrebbe ridefinito il personaggio riportando in scena clamorosamente il personaggio di Bucky Barnes, trasformato in The Winter Soldier.
Panini Comics pubblica Batman: Bruce Wayne Fuggitivo in un pregevole cartonato della linea DC Evergreen, suggerito a chi voglia scoprire o riscoprire le storie che avrebbero lanciato le carriere di due futuri protagonisti del fumetto a stelle e strisce.

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