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Gipi parla dell'esclusione di Unastoria dal Premio Strega

Nonostante i tuoni e l'abbandonate pioggia, sono tantissime le persone che si sono riunite sabato sera per incontrare Gipi, durante la rassegna "I libri per strada", che si tiene ogni anno a giugno a Sarzana.

L'autore toscano, introdotto da Sergio Rossi - nume tutelare per chi ama i fumetti - e dall'attivissimo Daniele Pignatelli (www.comichouse.it), organizzatore degli appuntamenti fumettistici, è stato come sempre generoso di aneddoti, storie buffe e tragiche, parti della propria vita e tante acute considerazioni sul linguaggio del fumetto.

Da queste ultime riflessioni, il discorso è poi giunto inesorabilmente a tutto quel clamore mediatico generato dalla candidatura della sua opera unastoria al prestigioso Premio Strega solitamente riservato alla narrativa. É di pochi giorni fa infatti la notizia che, dopo essere entrato nei 12 finalisti del premio, Gipi alla fine è stato escluso.  Tutte le discussioni e le polemiche piano piano si stanno spegnendo, lasciando spazio, per fortuna, a discorsi più incentrati sui fumetti.

Vi riportiamo le parole dello stesso autore in risposta a una domanda fatta da Sergio Rossi proprio sul rapporto narrativa e fumetto:

unnamed"Le molte discussioni sulla candidatura di unastoria riguardavano soprattutto se fosse giusto o no che un fumetto rientrasse in un premio che fino a ora è stato appannaggio solo della narrativa. In quei momenti, mentre si moltiplicavano le discussioni e le polemiche, soprattutto nel web, io me ne stavo in silenzio anche perché vedevo che il libro vendeva sempre di più (ride). A parte gli scherzi, cosa ne penso io, ora che posso dire la mia? Credo che se dovessi rispondere veramente alla domanda se sia giusto o no, ti risponderei di "no", ti dico che probabilmente avevano ragione quelli che non mi volevano in lizza, perché il mezzo espressivo del fumetto è un altro, ha una diversa logica e il modo in cui crea emozioni è differente.

D'altra parte un diverso ragionamento mi tiene ancora in bilico: è davvero così  importante  il mezzo con il quale si veicolano storie ed emozioni o è più importante cosa succede nel cuore e nella mente di coloro che leggono le opere? Perché se fosse più importante la genesi di queste emozioni allora risponderei che "sì", ci potevo stare di tutto diritto tra i candidati. Ci poteva stare unastoria che è un libro a fumetti ma a quel punto ci poteva stare anche un film, allora. Sempre che si segua questo secondo ragionamento.

Il punto credo sia un altro e a mio parere travalica la strettoia delle opinioni a favore o contrarie. 

Partiamo da un altro presupposto: molti affermano che alla fine la candidatura di unastoria abbia fatto bene al fumetto. Io non mi trovo così d'accordo. Penso che l'unica cosa che faccia bene a un mezzo artistico, siano i lavori che vengono prodotti. Non credo nelle categorie, non credo nei simboli, non credo nei riconoscimenti, non credo che tutto ciò sia l'unica misura di dignità artistica; il fumetto, se deve fare un percorso di "nobilitazione", se deve colmare il  senso di inferiorità - ammesso che ci sia - lo deve fare con le opere e non con i simboli.

Pensiamo a Maus, un capolavoro di Art Spiegelman sull'Olocausto, un fumetto che ha raccontato l'irraccontabile: io stesso ho iniziato a scrivere e disegnare perché è stato creato qualcosa come Maus. Ecco quello che voglio dire è questo: non c'è bisogno di nobilitare il fumetto, perché è già accaduto. È già accaduto con Maus e con molti altri che hanno dimostrato le potenzialità di questo mezzo espressivo. Non sono stati i riconoscimenti a far raggiungere questo obiettivo.

Se mi chiedessero se mi abbia fatto piacere la candidatura al premio, non avrei dubbi a rispondere di sì, perché è anche attraverso questo che sono riuscito a raggiungere più lettori, grazie a questo molti si sono avvicinati a disegni e parole e a un modo di raccontare che prima non avevano considerato. Ma, ripeto, l'errore sarebbe pensare solo a questo. Sarebbe come considerare solo gli applausi verso una canzone senza soffermarsi sulla musica e sulle parole.

E l'errore sarebbe anche, come si è discusso tempo fa dopo una mia intervista televisiva, non dare al mezzo espressivo la giusta dimensione. Quando un libro a fumetti suscita interesse per il suo valore, non lo si può definire "più di un fumetto",  come nel cinema di un film molto bello non si dice che è "più di un film": sono fumetti e film fatti come devono essere fatti.

Perciò il fumetto non ha bisogno di essere sdoganato, riconosciuto, non c'è bisogno di avvicinarlo a un altro mezzo di comunicazione come letteratura o cinema per nobilitarlo, c'è bisogno di autori che sappiano raccontare la contemporaneità, che sappiano raccontare le emozioni, i dolori e le gioie, che sappiano raccontare la vita".

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