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La Dynamite rilancia The Spirit

  • Pubblicato in News

In occasione del 75° anniversario del personaggio, la Dynamite Entertainment lancerà a luglio (in concomitanza del San Diego Comic-Con) una nuova serie di The Spirit scritta da Matt Wagner. La serie è il primo progetto nata dalla partnership fra la Dynamite e la Will Eisner Estate.

Non si conosce ancora il nome del disegnatore della serie ma il primo numero vedrà alle cover lo stesso Wagner, Alex Ross ed Eric Powell.

"Ho scoperto The Spirit tramite le ristampe in bianco e nero di metà degli anni '70", ha dichiarato Wagner in un comunicato stampa. "Era la prima volta in cui ho veramente percepito la narrazione sequenziale come una forma d'arte legittima, l'immenso potere creativo di un fumettista nella sua perfezione. (...) È un brivido immenso e un onore professionale per me avere la possibilità di contribuire all'eredità di Will Eisner in concomitanza del 75° anniversario del suo personaggio più influente e iconico".

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Il complotto. La storia segreta dei protocolli dei Savi di Sion, recensione

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[…] Non sono i Protocolli a produrre antisemitismo, è il profondo bisogno di individuare un Nemico che spinge a credere ai Protocolli
Umberto Eco (dall’introduzione al volume)

Si apre con un’introduzione dell’autore de Il nome della rosa, dotta e sentita allo stesso tempo, l’ultima opera di Will Eisner che avremo il piacere e l’onore di leggere. Il Maestro di Brooklyn ci lascia con un vero e proprio saggio in cui ricostruisce, con dovizia di particolari, l’assurda vicenda dei Protocolli dei Savi di Sion. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una sorta di documento – di cui si è ripetutamente appurata la falsità clamorosa – ipoteticamente scritto da alcuni anziani ebrei, nel quale si pianificherebbe una fantomatica conquista del mondo da parte di questi e del loro popolo.

Il documento, prodotto alla fine dell’Ottocento, accompagna l’umanità attraverso i decenni, con la sua scia di ignoranza, e pregiudizi, strumentalmente usati per scopi politici e/o di propaganda.
Nonostante si immagini facilmente una paternità tedesca dei Protocolli, questi furono redatti in Russia e diffusi, con straordinario successo, in ogni angolo prima dell’Europa e poi del mondo intero.

Will Eisner, in un’opera decisamente sui generis, ci propone il frutto di approfonditi studi, compiuti con l’ausilio di esperti quali Benjamin Herzberg e, per la prima volta nella sua lunghissima carriera, la moglie Ann.

Il padre della graphic novel ci ha lasciati con un’opera pregna del rigore di uno studio inesorabilmente preciso ed attento, ma anche di una profondità, di un senso di sgomento crescente che accompagna il lettore attraverso pagine gonfie di delusione (dello stesso autore che compare nell’opera). A questo proposito: la narrazione delle vicende è sviluppata in ordine cronologico e l’avanzare del tempo è scandito dalla speranza di persone illuminate – nelle varie epoche – che finalmente si smetta di credere alle pericolose bugie contenute nei Protocolli. Speranze ed auspici che, inutile dirlo, vengono continuamente disattesi. L’avvicinarsi dei nostri tempi, nel volume, non fa che ricordare con nauseante sincerità il ricorrere della Storia: la cecità di fronte alla menzogna, il facile abboccare all’istigazione all’odio verso una qualsiasi minoranza sono oggi come furono allora. È quindi amaro il messaggio di Eisner che, figlio di immigrati ebrei fuggiti negli USA, sapeva bene cosa volessero dire discriminazione ed antisemitismo.

Senza retorica alcuna, è questo un libro che sarebbe bene che tutti leggessero, in qualunque luogo, in qualunque tempo.

Concludo con alcune note sull’edizione italiana. Dopo la Punto Zero e la Kappa Edizioni, ecco un terzo editore per il Maestro nel Belpaese: la Einaudi.
Il Complotto - lo dico senza esitazione alcuna - è un volume inutilmente costoso. Si tratta di un brossurato di meno di 200 pagine in bianco e nero, appesantito da carta patinata assolutamente non indispensabile (anzi, immagino che la resa su carta ruvida potesse dare maggiore incisività al segno di Eisner) venduto a 15 €. Sia chiaro, non è una critica sterile sul prezzo dei fumetti. È solo un’osservazione sull’ingresso, sempre più deciso, di colossi editoriali nel mondo dell’arte sequenziale e sulle loro strategie di mercato.
Un’opera di questo calibro, scritta perché venga letta da tanti, non può avere un prezzo inappropriato che, magari, scoraggerà gli incerti. Una mossa, in definitiva, che non rende merito ad un lavoro come quello di Eisner e che, di certo, non va in direzione opposta al fanatismo post-mortem ed alle conseguenti speculazioni.

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Un'amicizia con Will Eisner di Benjamin Herzberg

  • Pubblicato in Focus

Benjamin Herzberg ha collaborato con Will Einser nella stesura di Fagin L'Ebreo e Il Complotto. Attualmente vive a Washington D.C. e ricopre un ruolo di spicco nel Dipartimento per gli investimenti sul clima presso la Banca Mondiale.

Le didascalie delle immagini sono a cura dell'autore.

Un’amicizia con Will Eisner

Il 3 gennaio 2005, io e il mio amico Alan David stavamo parlando al telefono dell’ultimo progetto di Will. Avemmo una vivace discussione riguardo la distribuzione del suo ultimo libro, Fagin, e su quali fossero le probabilità che Il Complotto andasse meglio presso i lettori francesi. Parlammo anche dell’operazione di Will e della sua convalescenza in ospedale. Improvvisamene, attraverso la chiamata intercontinentale, sentii il cellulare di Alan squillare in lontananza.

“Aspetta un momento”, disse, “ho una chiamata sul cellulare”. Restai in attesa, afferrando qualche parola della sua conversazione e cercando di carpire quelle che non sembravano buone notizie. “Senti”, mi disse con una flebile voce, dopo aver concluso l’altra telefonata, “era un mio amico. Mi ha detto che Will Eisner è appena morto”. “Will Eisner è morto”… Impiegai qualche secondo per comprendere quelle parole. Nessuno di noi sapeva cosa dire. Così conclusi in fretta la telefonata e chiamai la moglie di Will, Ann. Will era morto la mattina presto. L’avrebbero sepolto nello Stato di New York, circa un’ora a nord di Manhattan.
La notizia aveva fatto velocemente il giro del mondo, ma si rifiutava di fermarsi nella mia testa. Avevo parlato con Will al telefono poco tempo prima, come poteva essere? Avevamo discusso de Il Complotto e di una moltitudine di nuovi progetti, alcuni in fase avanzata, altri solo all’inizio. Spesso andavamo avanti a parlare per ore. Will occupava un posto speciale nella mia vita.


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Ho conosciuto il lavoro di Will fin dall’infanzia in Francia. Ricordo ancora quella piccola fumetteria nei primi anni ’80 appena dopo il Centre Beauborg a Parigi. Potevi passare davanti al negozio e neanche accorgertene perché dovevi scendere una rampa di scale per arrivarci. Avevano appesi ai muri tutti gli albi della leggendaria Futuropolis Copyright, che aveva reintrodotto i classici americani nel mercato francese. Il primissimo albo che comprai faceva parte di quella collana. Non era The Spirit però, era Mandrake il mago di Lee Falk e Phil Davis.

Dovetti rompere il mio salvadanaio per comprarlo, perché 120 franchi erano una cifra proibitiva per un ragazzino di 12 anni. Questo pesante esborso ritardò l’acquisto di The Spirit, che avevo visto la prima volta che visitai il negozio. Ma la tuba di Mandrake all’epoca era risultata molto più intrigante per me del cappello di Spirit. Comprai The Spirit solo più tardi, dopo aver letto Caniff, Segar, Goldberg, Foster, Raymond e altri. Solo allora il genio di Eisner fece scattare la molla. Capivo che stava facendo qualcosa di totalmente differente rispetto agli altri artisti che avevo scoperto. Ma ancora non sapevo darle un nome.

Molto più tardi - dovevo avere circa 17 anni - ho scoperto La Forza della Vita in una stazione ferroviaria. Stavo aspettando un amico, decisi di dare un’occhiata alla libreria della stazione e cominciai rovistare sotto i banconi, in quei cesti con le vecchie riviste e la roba in saldo. Will Eisner detestava il fatto che le sue cose andassero in saldo di tanto in tanto. Ma era il mio giorno fortunato, La Forza della Vita era là, per soli 13 franchi. Un affare! Lo divorai. La storia di Izzy lo Scarafaggio e la sua lotta per la sopravvivenza mi fecero capire il senso di Spirit. Mi tornò tutto, tutto lo splendore delle storie e l’umanità dei disegni. The Spirit, come stavo scoprendo, era solo l’anticamera del lavoro di Eisner. I suoi romanzi grafici stavano spingendo il medium ai suoi estremi. Ed ero affascinato dalle storie che scriveva. Così mi imbarcai nell’impresa di recuperare tutto quello che avrei potuto su di lui. Trovai velocemente le storie di Spirit e le graphic novel, e mi imbattei anche in alcune tracce del lavoro che fece tra queste. Ero il tipico fan. Lo proponevo ai miei amici che ancora non conoscevano il suo lavoro, passavo i fine settimana in bui negozietti per trovare una copia di un suo lavoro a me ancora sconosciuto. Ormai avevo un’ampia collezione sia di bande dessinneè che di comics americani.

Spedii tutto in Israele e mi ci trasferii nel 1995.

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Il settore dell’arte a fumetti era quasi inesistente in Israele. Con un amico, decidemmo di creare la prima rivista di fumetti del paese, ispirata a quelle francesi (come A Suivre). Raccogliemmo alcuni schizzi e disegni dagli studenti di Michel Kichka alla Betzalel Art Academy di Gerusalemme. Decidemmo anche il nome: “The Bottom Line”, che tradotto in ebraico creava un gioco di parole che richiamava la biancheria intima. Il progetto fallì, come succede sempre, per cause economiche. Ma ormai ero stimolato. Kichka organizzò quell’anno un concorso di fumetti, insieme all’Alliance Française. Io partecipai e vinsi un viaggio VIP ad Angoulème, la Mecca internazionale dei fumetti. In quell’occasione Kichka mi diede un’informazione che devo aver considerato come il Sacro Graal: l’indirizzo personale di Eisner in Florida. Pieno della mio fervore fumettofilo, decisi di scrivergli una bella lettera, per esprimere la mia ammirazione per il suo lavoro e per chiedergli consiglio su come sviluppare il settore in una terra come Israele. Mi ero dimenticato della lettera quando ricevetti la risposta di Eisner, pochi mesi dopo. Una lettera di due pagine piena di ringraziamenti e suggerimenti, che concluse augurandomi un caldo Mazal Tov (buona fortuna, ndt) per il mio imminente matrimonio.

Continuammo a scriverci per un po’, fino a che i miei vagabondaggi non mi portarono in Florida nel 1997, per una vacanza, in cui decisi di fargli visita. Will fu estremamente ospitale e amichevole e ci facemmo una bella chiacchierata. Mi portò in quello che sarebbe diventato il nostro tradizionale ritrovo per il pranzo: un tipico diner americano dove il sandwich al tonno regna sovrano.

Lasciai Israele nel 1998 per vivere a New York, ma mi ritrovavo spesso in Florida. Will e io cominciammo a passare sempre più tempo parlando del suo lavoro, della sua forma d’arte in generale e di altri argomenti. A Manhattan, nel bel mezzo della dilagante frenesia di Internet, scoprii le aste online. Queste rimpiazzarono presto tutte quelle domeniche pomeriggio passate a cercare i lavori di Eisner nelle varie librerie. Ora ero arruolato nella guerra delle offerte, che nel tempo mi permise di entrare in possesso di una vastissima collezione su Eisner. La mia collezione adesso è così grande che spesso mostravo a Will volumi di cui lui stesso si era dimenticato.

Per tutto il tempo ho sempre scherzato con Will sul fatto che io fossi in fondo sempre un fan sfegatato, sbavante al pensiero di trascorrere del tempo accanto al suo tavolo, guardandolo disegnare. In tutta sincerità è vero, una volta fan per sempre fan. Ma presto fu evidente che io e Will potevamo relazionarci ad un livello diverso. Mentre esploravo sempre più a fondo le sue intime motivazioni e il mio approccio al medium, sviluppammo un forte rapporto che si trasformò in quella che si dice una grande amicizia.

Nel 2000, Will decise di comiciare a lavorare su Fagin l’Ebreo, e mi chiese di aiutarlo nel lavoro di ricerca per il libro. Lo aiutai e nel corso del progetto avemmo molte occasioni per discutere sia la trama che la rilevanza storica dei disegni di Fagin. Considero Fagin un meraviglioso lavoro e sono molto orgoglioso di aver avuto una parte anche modesta nella realizzazione.

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Will continuò ad essermi vicino quando lasciai New York nel 2001 per seguire mia moglie a Sarajevo. Là fondai una casa editrice di fumetti, la Gasp Editions. Il mercato dei fumetti era virtualmente inesistente nella Bosnia post-bellica. Ma io feci sì che gli artisti locali scrivessero e disegnassero cinque brevi graphic novel che furono tradotte in francese e raccolte in “Sarajevo: Histoires Transversales”. L’albo fu un successo ad Angoulème 2002, grazie a Will che accettò di prestare la sua fama per quel progetto di rinascita scrivendo la prefazione al volume. Era entusiasta dell’albo e degli artisti che vi avevano partecipato. Incorniciò ed appese nel suo ufficio un poster a colori della cover, a fianco di alcuni cimeli di Spirit, cosa che mi rese molto orgoglioso. Più tardi, per assicurare delle entrate più solide agli artisti bosniaci, Will mi guidò mentre creavo una serie di pubblicazioni educative a fumetti (i “MediComix”) destinati ad enti ed istituzioni in Francia. Aveva fatto da pioniere nell’uso dei fumetti nelle campagne educative per due decenni, tra il suo lavoro su Spirit e il periodo delle graphic novel, mentre lavorava per l’esercito e dirigeva l’American Visuals.

Mentre ero impegnato con le Gasp Editions, le mie attività con MediComix e il mio lavoro diurno a Sarajevo, ricevetti una telefonata da Will che voleva coinvolgermi nel suo ultimo progetto: una graphic novel che denunciava l’infamia dei “Protocolli dei Savi di Sion”, il mitico documento ideato per screditare gli Ebrei. Non serve aggiungere che fui felice di aiutarlo. Lo incontrai in Florida e ci mettemmo al lavoro. Immediatamente sentii che era qualcosa di diverso. Per cominciare, Will procedeva in avanti anziché all’indietro. Solitamente lui partiva dalla fine del libro e procedeva fino all’inizio. Innanzitutto, era indeciso tra vari inizi e non era sicuro di dove finire. Inoltre, Will era molto interessato all’intento del libro. Era un maestro nel rendere credibili le storie, ma stavolta sentiva davvero la responsabilità di raccontare l’inganno, e questa responsabilità lo opprimeva al punto che cominciò ad inibire la sua capacità di catturare l’attenzione del lettore. Questo lo costrinse ad escogitare varie versioni del Complotto. Prima che il libro fosse completato nell'attuale forma, furono provati almeno cinque diversi inizi, uno dei quali fu addirittura scritto da me per lui. La parte intermedia del libro, con una comparazione fianco a fianco dei Protocolli con il libro di Maurice Joly Dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu inizialmente seppellì la storia sotto il suo peso di non meno di 100 pagine (la versione finale è di 70). L’ultima parte del libro fu lentamente trasformata da un'arida enumerazione di fatti in una investigazione più sceneggiata, in cui Will incluse se stesso come personaggio. Questo prova l’entità del suo coinvolgimento nel soggetto del libro.

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Da lì in poi, la mia collaborazione a Il Complotto si trasformò in lunghe ore di ricerca e di appassionate discussioni a distanza con Will. Ricevevo regolarmente le sue bozze via mail e commentavo le sequenze, il ritmo o i personaggi. Sono sicuro di avergli reso la vita difficile e credo di aver finito per essere sia il suo più forte alleato che il suo critico più spietato. Le discussioni erano spesso accese, perché Will era testardo come un mulo e io non desisto mai dal sostenere il mio punto di vista. Ma ci conoscevamo a vicenda e in fondo lui era il padrone del suo lavoro, quindi aveva l’ultima parola. Sono sempre stato sopraffatto dal suo talento, la sua energia e la sua bontà come uomo, qualità che ha infuso nella sua arte.

Ho voluto condividere con altri la mia esperienza con Eisner. Credo che molte persone siano state toccate dal suo lavoro e che siano interessate a comprenderlo meglio scoprendo come è diventato quel che era. Quale modo migliore per farlo se non andando indietro ai suoi primi lavori? Mi avvicinai a Will con l’idea di un libro sull’argomento e lui la accolse con entusiasmo.

La prima cosa che gli chiesi fu di aprirmi i suoi archivi. Trascorsi molti giorni alla Cartoon Research Library della Ohio State University, a cui anni fa Will donò molto del proprio materiale (affidandolo alle amorevoli cure di Lucy Caswell). Come un archeologo, fui in grado di scavare in vari strati di disegni, lettere, ricevute, materiale stampato e molto altro. Ogni cosa, un frammento della storia di Will Eisner. Avevo visto parte del materiale pubblicato in bianco e nero in L’Arte di Will Eisner, pubblicato dal grande Denis Kitchen 20 anni fa. Ma niente mi aveva preparato alla bellezza dei colori, alla ricchezza degli schizzi, dei disegni, delle incisioni, dei pamphlet, dei poster, delle foto e persino delle registrazioni che ho scovato.

Completai la ricerca con una visita agli archivi di Will in Florida. Sua moglie Ann, deliziosa come sempre, fu di grande aiuto nel decifrare parte del materiale raccontando divertenti aneddoti su questa o quella foto. Sfortunatamente Pete Eisner, il fratello minore di Will, era scomparso poco prima che iniziassi la ricerca. Pete era la memoria di Will, in quanto aveva diretto la produzione dello studio di Will per parecchi decenni. A Will e Ann mancava molto.

Questo lavoro era ancora in produzione quando Will morì. Se ne andò prima che potessimo registrare i suoi commenti sulle illustrazioni che dovevano essere riprodotte nel libro. Le sue risposte sarebbero state la chiave per comprendere perché, mentre si era rinnovato ed evoluto molte volte, le sue motivazioni invece non erano mai cambiate. Fu sempre convinto che la sua arte potesse portare al lettore un messaggio sull’umanità e la sopravvivenza, attraverso una buona storia. La battaglia contro il pregiudizio che motivò Fagin l’Ebreo e Il Complotto era un'applicazione diretta di quella forza che lo guidava.

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Mentre Il Complotto era ancora sul tavolo da disegno, cominciammo a parlare della sua prossima graphic novel. Cosa sarebbe venuto dopo Il Complotto? Will stava cercando storie che lo portassero più vicino ai temi degli Ebrei, restando comunque universali. Considerammo la possibilità di fare qualcosa sul Corano, ma la sua legittimità presso il pubblico musulmano era discutibile e quell’idea fu accantonata. Allora Will pensò di usare le trascrizioni di un processo vinto contro i negazionisti dell’Olocausto. Nonostante Will avesse ottenuto una copia dei quelle trascrizioni, il tema e l’ambientazione sarebbero stati troppo simili a quelli del Complotto e anche questo progetto fu abbandonato. Will e io arrivammo alla medesima conclusione nello stesso preciso momento. Lo chiamai un giorno per dirgli che avevo trovato l’argomento definitivo per il suo prossimo lavoro. “Continua”, mi sfidò lui. “Primo Levi” dissi io. “Conosci il suo libro Se questo è un uomo? Potrebbe essere il tuo capolavoro.” Silenzio dall’altra parte. Uhm, pensai… non sembra aver capito… “Hai detto Primo Levi?” mi chiese. “Indovina cosa sto leggendo adesso?” Non ne avevo idea. “Una biografia di Primo Levi!” mi rispose. E così Primo Levi fu. Parlammo di Se questo è un uomo. Il libro aveva la dimensione umana e inumana, universale e personale che Will stava cercando. Vi lascio immaginare cosa avrebbe fatto Will con un tale capolavoro. Penso che sarebbe stato il suo miglior lavoro.

Fino all’ultimo respiro, il consumato affabulatore cercò di interpretate il suo tempo attraverso prospettive che illuminarono i contemporanei. Oltre alla partecipazione all’invenzione dei comics, che catturarono l’immaginazione di molte generazioni, Will riuscì a reinventare se stesso e ad evolversi in una nuova grammatica grafica. Un faro per le nuove generazioni di autori, rimase ancorato al suo tavolo da disegno nel suo studio in Florida per regalarci storie che sono diventate sempre più intime e sempre più universali. Will ha attivato l’impulso dietro la nostra umanità. Era un vero pioniere americano, una mente profetica sulla scena mondiale dei comics e, più di ogni altra cosa, un grande essere umano.

Con la scomparsa di Will, tocca a noi portare avanti la sua eredità. La sua calda anima ci avvolge ancora, incoraggiandoci a farlo.

Benjamin Herzberg

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Di complotti, pregiudizi e altro... (Eisner e non solo)

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Taeterrima gens secondo Tacito, deicidi secondo i cristiani, infidi e traditori secondo la vulgata popolare, uccisori di bambini durante i sacrifici pasquali persino secondo il Chaucer dei Racconti di Canterbury, personaggi tragicomici secondo Shakespeare, usurai e venditori di lorgnettes secondo il Flaubert del Dizionario dei luoghi comuni, gli ebrei hanno subìto in ogni tempo e in ogni luogo ogni sorta di etichettatura e di epiteto, ogni sorta di infamia e di pregiudizio sia nel mondo della fiction, sia nel mondo sottratto all’effetto di reale di barthesiana memoria. Non c’è dunque da sorprendersi se ancora il XXI secolo si macchia di preconcetti e idee false, perpetuate di generazione in generazione da gente ignorante e bigotta o, e forse è peggio, da gente in malafede e manipolatrice. Le idee popolari, le convenzioni facilmente accettate senza uno scrupoloso e legittimo controllo delle fonti, amava sostenere il misantropo e illuminista Chamfort (1741-1794), sono di certo delle stupidaggini. Il problema nasce quando le dicerie, le maldicenze, le superstizioni smettono di occuparsi di gatti neri e numero di commensali a tavola e toccano invece la natura di un popolo, il destino di una nazione ormai, proverbialmente (sic!), senza casa, senza identità politica univoca, ma non per questo senza radici.

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Il lamento per la terra strappata e la terribile poesia del coro del Va’ pensiero verdiano (ora penosamente assurto a emblema della razza padana di celtica stirpe) fissano una delle tante persecuzioni e diaspore della storia nei confronti del popolo ebraico; l’imperialismo dell’impero romano porta invece il saccheggio e la violenza persino nell’interdetto e inviolabile Sancta Sanctorum di Gerusalemme, sotto i colpi di Pompeo prima, sotto le grida d’incitamento di Vespasiano e di Tito poi. La violenza viene così legittimata e l’antisemitismo nei confronti di chi ha ucciso il Messia, seppur ignorandolo, viene rinvigorito ed esasperato per l’ennesima volta. Ma, evidentemente, la religione ha in tutti questi episodi e in tutti questi attacchi di intolleranza poco da spartire con la vera natura dell’odio per i «figli d’Israele»; lo spauracchio dell’ebreo è diventato un passepartout per ogni atto di aggressione, una licenza a guerreggiare e incamerare territori e ricchezze. Una buona scusa e un motivo di forte distrazione per il popolino, altrimenti attirato dai veri problemi di politica interna. I re cattolici infatti capiranno presto la lezione degli antichi e se ne serviranno per la buona conduzione dello Stato. La Chiesa, che uscirà rinnovata dai provvedimenti adottati per la salvaguardia della fede nel IV Concilio lateranense (1215), stabilirà persino l’abbigliamento più adatto a rendere riconoscibile ogni ebreo, permettendo così implicitamente ai sovrani europei di scatenare feroci pogrom ed espulsioni coatte dai propri confini.

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Cacciati dunque da tutti i territori della futura Europa, ad esclusione di qualche isola felice, agli ebrei viene offerta una chance nella Spagna e nel Portogallo del XV secolo: la conversione. I marranos, i ‘porci’, così vennero bollati perché traditori nei confronti del proprio credo e falsi adulatori del nuovo dio cristiano, furono infine espulsi, previo avvertimento di tre mesi, dall’ultima paladina della fede cattolica, Isabella di Castiglia, e dal marito, Ferdinando d’Aragona, il 31 luglio del 1492. Durante questo felix annus la Spagna strappò ai mori, e riconquistò sotto il proprio vessillo, il regno di Granada, cacciò gli ebrei e si avviò precipitosamente a diventare grande finanziatrice delle imprese che avrebbero portato, il 12 ottobre dello stesso fatale anno, Colombo a toccare le coste di San Salvador. Questo il prezzo pagato dall’età moderna.

In compagnia dell’inseparabile candelabro a sette punte, ghettizzati persino nella ‘liberale’ Venezia, gli ebrei continuarono le loro metamorfosi per sopravvivere all’ignoranza di cui il popolo si faceva scudo e ai calcoli subdoli dei regnanti di ogni tempo. E se il cristiano – intimava Sant’Agostino, facendosi forte di precedenti disposizioni canoniche – non doveva occuparsi della riscossione dei tributi e non doveva vendere o mercanteggiare, all’ebreo non restò che occuparsi delle faccende più esecrabili per il resto degli uomini toccati dalla grazia divina, e finire così per vivere latui e pregare al lume delle sette sacre candele.

La vicenda dei fantomatici Protocolli dei Savi Anziani di Sion si inserisce proprio nello stupidario scritto dalla Storia nel corso dei secoli, e dei millenni, intorno alle sinistre qualità possedute dal popolo ebraico per soggiogare le nazioni che un tempo lo avevano tenuto sotto scacco. Un complotto in tutta regola, scandito da un disegno perfido, diabolico, globale. E proprio The Plot (trad.it. Il Complotto, Einaudi 2005) è il titolo dato da Will Eisner alla sua opera postuma, una sorta di testamento su cui si deve ancora sufficientemente riflettere e scrivere. L’esigenza di dare una risposta definitiva alle alterne vicende dei Protocolli ha sempre solleticato, infatti, la volontà di uomini di non poca levatura morale e intellettuale. La storia segreta dei Protocolli dei Savi di Sion (questo il sottotitolo dell’opera) doveva quindi anche essere raccontata da un genio dell’arte sequenziale, qual è nel panorama mondiale contemporaneo lo scomparso Will Eisner (1918-2005). Figlio di immigrati ebrei, il padre di Spirit conosce in America il pregiudizio e l’ignoranza nei confronti del suo popolo e decide di volerne sapere di più e di scrivere una risposta, la sua, alla pletorica presenza dei Protocolli nelle librerie e nelle bancarelle di mezzo mondo. La loro diffusione è forse paragonabile, infatti, alla fortuna dell’hitleriano Mein Kampf che, scrive Eisner nella Introduzione al volume, era stato già da lui «relegato in un’ideale biblioteca della letteratura malvagia».

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Il ‘perfido disegno’, secondo i fautori dei Protocolli, sarebbe nato all’indomani dell’affaire Dreyfus quando Theodor Herzl, per rispondere all’ondata di antisemitismo scoppiato in Francia in seguito al caso giudiziario più celebre dell’Ottocento, organizzò a Basilea il primo Congresso sionista. Il potere intellettuale non aveva vinto, lo zoliano J’accuse rivelava retroscena politici e malaffare nazionale, ma non riusciva a mettere al riparo dagli attacchi di intolleranza né Dreyfus, né tantomeno la bistrattata figura dell’ebreo nel mondo. E allora, secondo chi crede ancora oggi alla validità di questi falsi storici, ecco che gli ebrei decidono di riunirsi a Basilea e di mettere per iscritto un programma da veri signori del male, un resoconto dettagliato della scalata al mondo e ai piani alti della finanza e della politica. Il tutto da attuarsi in una Russia in preda a profondi disagi economici e politici e retta da uno zar, Nicola II, pronto a fare dell’ebreo la testa di turco della situazione. Niente male per una sceneggiatura, ma abbastanza ridicolo e maldestro per un gruppo di sedicenti rappresentanti delle tribù ebraiche che si mettono a tavolino per discutere del mondo e del suo futuro, parlando come delle macchiette che fissano i loro movimenti scandendoli con frasi dal tono apodittico e profetico ad un tempo, e davvero troppo esplicite e adattate alla bell’e meglio per essere più comprensibili: «Il piano di comando deve sgorgare già pronto da un’unica testa […]»; «Il nostro regno sarà l’apologia dell’idolo Visnù […]»; «Voi non potete immaginare come si possano condurre facilmente i “goyim” più intelligenti a un’incosciente ingenuità, coltivando la loro autoillusione e il bisogno di incensamento. […]».

Le dichiarazioni contenute nei Protocolli non possono davvero essere prese sul serio: per anni la loro veridicità è stata smentita da illustri storici o arguti professionisti della carta stampata; per anni le loro vicende sono state la cartina al tornasole della tolleranza della civile Europa, e non solo; per anni la loro falsità è stata palesemente dimostrata, ma questi documenti, questo artifizio creato ad hoc per uscire da una delicata situazione politica (russa, in questo caso), sono sempre ritornati a rinfocolare furori e fobie, marca dell’ignoranza più perniciosa. Come si può, si chiede Umberto Eco nelle pagine introduttive al volume, credere a dichiarazioni così maldestramente messe su, nella fretta del plagio e della contraffazione su ordinazione? Come si può dare fede ad una messa per iscritto di un programma politico teso a piegare i ‘gentili’ di fronte alla grandezza e alla malvagità di un intero popolo?

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La spy-story non ha mai cessato di interessare e, volta per volta, i paragrafi costituenti le mendaci dichiarazioni sono stati sottoposti ad esame e messi a confronto con le fonti manomesse che li hanno ispirati. Anche Eisner, che ha lavorato al progetto per ben vent’anni col contributo di traduttori e storici di rilievo, ha messo su un’equipe di collaboratori che ha cercato instancabilmente di dar voce ad un graphic novel che non avesse il sapore del libello didascalico (anche se in alcuni punti ne corre inevitabilmente il rischio) e che potesse dimostrare, per l’ennesima e ultima volta, quanto i Protocolli siano stati il risultato di una macchinazione fatta a tavolino non da ebrei cospiratori, ma da servizi segreti ben organizzati in sentore di rivoluzione. L’arma migliore, dunque, per svelare la contraffazione, affrettata appunto dal clima politico russo pre-rivoluzionario, è per Eisner quella della filologia e del raffronto sinottico. Il confronto puntuale con una delle fonti certe della contaminatio, Il dialogo all’Inferno tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly (1894), la presa in considerazione di termini che i Savi di Sion non avrebbero potuto utilizzare, i passi più grossolanamente adattati alla situazione russa, svelano pagina dopo pagina la falsità di questi documenti e l’origine che li accomuna ai centoni medievali. Ma il ritmo concitato con cui si chiudono le ultime pagine del Complotto chiarisce poi al lettore che questo non basta, che non c’è modo di evitare la diffusione di questi Protocolli, di evitare che cadano nelle mani sbagliate, di frenare l’ondata di antisemitismo che ancora oggi, dall’Iran alla Svizzera, dalla Germania all’America, si scatena ad ogni decisione di tregua e di pace nei territori mediorientali. La denuncia contenuta ne Il Complotto non basta, certo, ma non si può non tentare almeno di agire. Eisner stesso confessa di «impiegare questo potente mezzo di comunicazione (scilicet: il fumetto) per affrontare un tema che ha un’importanza fondamentale nella mia (scilicet: di Eisner) vita», aggiungendo qualche pagina dopo che «la speranza è che questo lavoro possa contribuire a distruggere questo inganno terrificante».

Ma, emblematicamente, Il Complotto si apre con una immagine di guerra, un rogo, una ferocia metaforicamente incarnata dal fuoco che si leva e che infiamma gli animi e, altrettanto emblematicamente, l’ultima pagina si chiude in perfetta circolarità con una sinagoga in fiamme. In mezzo, la storia dei Protocolli porta le impronte della rivoluzione russa, combattuta col fuoco e con le armi. Il fuoco, la passione torbida, l’odio degli uomini. Un brutta chiusa per sperare ancora in una soluzione della Storia con le armi pungenti ma non sanguinolente della ragione. Un appello, quello di Eisner, alla lucidità e alla intelligenza dell’uomo: un’altra maniera di definire il gramsciano pessimismo della ragione unito, in maniera sempre più pervicace, all’ottimismo della volontà.

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