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Un'amicizia con Will Eisner di Benjamin Herzberg

Benjamin Herzberg ha collaborato con Will Einser nella stesura di Fagin L'Ebreo e Il Complotto. Attualmente vive a Washington D.C. e ricopre un ruolo di spicco nel Dipartimento per gli investimenti sul clima presso la Banca Mondiale.

Le didascalie delle immagini sono a cura dell'autore.

Un’amicizia con Will Eisner

Il 3 gennaio 2005, io e il mio amico Alan David stavamo parlando al telefono dell’ultimo progetto di Will. Avemmo una vivace discussione riguardo la distribuzione del suo ultimo libro, Fagin, e su quali fossero le probabilità che Il Complotto andasse meglio presso i lettori francesi. Parlammo anche dell’operazione di Will e della sua convalescenza in ospedale. Improvvisamene, attraverso la chiamata intercontinentale, sentii il cellulare di Alan squillare in lontananza.

“Aspetta un momento”, disse, “ho una chiamata sul cellulare”. Restai in attesa, afferrando qualche parola della sua conversazione e cercando di carpire quelle che non sembravano buone notizie. “Senti”, mi disse con una flebile voce, dopo aver concluso l’altra telefonata, “era un mio amico. Mi ha detto che Will Eisner è appena morto”. “Will Eisner è morto”… Impiegai qualche secondo per comprendere quelle parole. Nessuno di noi sapeva cosa dire. Così conclusi in fretta la telefonata e chiamai la moglie di Will, Ann. Will era morto la mattina presto. L’avrebbero sepolto nello Stato di New York, circa un’ora a nord di Manhattan.
La notizia aveva fatto velocemente il giro del mondo, ma si rifiutava di fermarsi nella mia testa. Avevo parlato con Will al telefono poco tempo prima, come poteva essere? Avevamo discusso de Il Complotto e di una moltitudine di nuovi progetti, alcuni in fase avanzata, altri solo all’inizio. Spesso andavamo avanti a parlare per ore. Will occupava un posto speciale nella mia vita.


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Ho conosciuto il lavoro di Will fin dall’infanzia in Francia. Ricordo ancora quella piccola fumetteria nei primi anni ’80 appena dopo il Centre Beauborg a Parigi. Potevi passare davanti al negozio e neanche accorgertene perché dovevi scendere una rampa di scale per arrivarci. Avevano appesi ai muri tutti gli albi della leggendaria Futuropolis Copyright, che aveva reintrodotto i classici americani nel mercato francese. Il primissimo albo che comprai faceva parte di quella collana. Non era The Spirit però, era Mandrake il mago di Lee Falk e Phil Davis.

Dovetti rompere il mio salvadanaio per comprarlo, perché 120 franchi erano una cifra proibitiva per un ragazzino di 12 anni. Questo pesante esborso ritardò l’acquisto di The Spirit, che avevo visto la prima volta che visitai il negozio. Ma la tuba di Mandrake all’epoca era risultata molto più intrigante per me del cappello di Spirit. Comprai The Spirit solo più tardi, dopo aver letto Caniff, Segar, Goldberg, Foster, Raymond e altri. Solo allora il genio di Eisner fece scattare la molla. Capivo che stava facendo qualcosa di totalmente differente rispetto agli altri artisti che avevo scoperto. Ma ancora non sapevo darle un nome.

Molto più tardi - dovevo avere circa 17 anni - ho scoperto La Forza della Vita in una stazione ferroviaria. Stavo aspettando un amico, decisi di dare un’occhiata alla libreria della stazione e cominciai rovistare sotto i banconi, in quei cesti con le vecchie riviste e la roba in saldo. Will Eisner detestava il fatto che le sue cose andassero in saldo di tanto in tanto. Ma era il mio giorno fortunato, La Forza della Vita era là, per soli 13 franchi. Un affare! Lo divorai. La storia di Izzy lo Scarafaggio e la sua lotta per la sopravvivenza mi fecero capire il senso di Spirit. Mi tornò tutto, tutto lo splendore delle storie e l’umanità dei disegni. The Spirit, come stavo scoprendo, era solo l’anticamera del lavoro di Eisner. I suoi romanzi grafici stavano spingendo il medium ai suoi estremi. Ed ero affascinato dalle storie che scriveva. Così mi imbarcai nell’impresa di recuperare tutto quello che avrei potuto su di lui. Trovai velocemente le storie di Spirit e le graphic novel, e mi imbattei anche in alcune tracce del lavoro che fece tra queste. Ero il tipico fan. Lo proponevo ai miei amici che ancora non conoscevano il suo lavoro, passavo i fine settimana in bui negozietti per trovare una copia di un suo lavoro a me ancora sconosciuto. Ormai avevo un’ampia collezione sia di bande dessinneè che di comics americani.

Spedii tutto in Israele e mi ci trasferii nel 1995.

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Il settore dell’arte a fumetti era quasi inesistente in Israele. Con un amico, decidemmo di creare la prima rivista di fumetti del paese, ispirata a quelle francesi (come A Suivre). Raccogliemmo alcuni schizzi e disegni dagli studenti di Michel Kichka alla Betzalel Art Academy di Gerusalemme. Decidemmo anche il nome: “The Bottom Line”, che tradotto in ebraico creava un gioco di parole che richiamava la biancheria intima. Il progetto fallì, come succede sempre, per cause economiche. Ma ormai ero stimolato. Kichka organizzò quell’anno un concorso di fumetti, insieme all’Alliance Française. Io partecipai e vinsi un viaggio VIP ad Angoulème, la Mecca internazionale dei fumetti. In quell’occasione Kichka mi diede un’informazione che devo aver considerato come il Sacro Graal: l’indirizzo personale di Eisner in Florida. Pieno della mio fervore fumettofilo, decisi di scrivergli una bella lettera, per esprimere la mia ammirazione per il suo lavoro e per chiedergli consiglio su come sviluppare il settore in una terra come Israele. Mi ero dimenticato della lettera quando ricevetti la risposta di Eisner, pochi mesi dopo. Una lettera di due pagine piena di ringraziamenti e suggerimenti, che concluse augurandomi un caldo Mazal Tov (buona fortuna, ndt) per il mio imminente matrimonio.

Continuammo a scriverci per un po’, fino a che i miei vagabondaggi non mi portarono in Florida nel 1997, per una vacanza, in cui decisi di fargli visita. Will fu estremamente ospitale e amichevole e ci facemmo una bella chiacchierata. Mi portò in quello che sarebbe diventato il nostro tradizionale ritrovo per il pranzo: un tipico diner americano dove il sandwich al tonno regna sovrano.

Lasciai Israele nel 1998 per vivere a New York, ma mi ritrovavo spesso in Florida. Will e io cominciammo a passare sempre più tempo parlando del suo lavoro, della sua forma d’arte in generale e di altri argomenti. A Manhattan, nel bel mezzo della dilagante frenesia di Internet, scoprii le aste online. Queste rimpiazzarono presto tutte quelle domeniche pomeriggio passate a cercare i lavori di Eisner nelle varie librerie. Ora ero arruolato nella guerra delle offerte, che nel tempo mi permise di entrare in possesso di una vastissima collezione su Eisner. La mia collezione adesso è così grande che spesso mostravo a Will volumi di cui lui stesso si era dimenticato.

Per tutto il tempo ho sempre scherzato con Will sul fatto che io fossi in fondo sempre un fan sfegatato, sbavante al pensiero di trascorrere del tempo accanto al suo tavolo, guardandolo disegnare. In tutta sincerità è vero, una volta fan per sempre fan. Ma presto fu evidente che io e Will potevamo relazionarci ad un livello diverso. Mentre esploravo sempre più a fondo le sue intime motivazioni e il mio approccio al medium, sviluppammo un forte rapporto che si trasformò in quella che si dice una grande amicizia.

Nel 2000, Will decise di comiciare a lavorare su Fagin l’Ebreo, e mi chiese di aiutarlo nel lavoro di ricerca per il libro. Lo aiutai e nel corso del progetto avemmo molte occasioni per discutere sia la trama che la rilevanza storica dei disegni di Fagin. Considero Fagin un meraviglioso lavoro e sono molto orgoglioso di aver avuto una parte anche modesta nella realizzazione.

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Will continuò ad essermi vicino quando lasciai New York nel 2001 per seguire mia moglie a Sarajevo. Là fondai una casa editrice di fumetti, la Gasp Editions. Il mercato dei fumetti era virtualmente inesistente nella Bosnia post-bellica. Ma io feci sì che gli artisti locali scrivessero e disegnassero cinque brevi graphic novel che furono tradotte in francese e raccolte in “Sarajevo: Histoires Transversales”. L’albo fu un successo ad Angoulème 2002, grazie a Will che accettò di prestare la sua fama per quel progetto di rinascita scrivendo la prefazione al volume. Era entusiasta dell’albo e degli artisti che vi avevano partecipato. Incorniciò ed appese nel suo ufficio un poster a colori della cover, a fianco di alcuni cimeli di Spirit, cosa che mi rese molto orgoglioso. Più tardi, per assicurare delle entrate più solide agli artisti bosniaci, Will mi guidò mentre creavo una serie di pubblicazioni educative a fumetti (i “MediComix”) destinati ad enti ed istituzioni in Francia. Aveva fatto da pioniere nell’uso dei fumetti nelle campagne educative per due decenni, tra il suo lavoro su Spirit e il periodo delle graphic novel, mentre lavorava per l’esercito e dirigeva l’American Visuals.

Mentre ero impegnato con le Gasp Editions, le mie attività con MediComix e il mio lavoro diurno a Sarajevo, ricevetti una telefonata da Will che voleva coinvolgermi nel suo ultimo progetto: una graphic novel che denunciava l’infamia dei “Protocolli dei Savi di Sion”, il mitico documento ideato per screditare gli Ebrei. Non serve aggiungere che fui felice di aiutarlo. Lo incontrai in Florida e ci mettemmo al lavoro. Immediatamente sentii che era qualcosa di diverso. Per cominciare, Will procedeva in avanti anziché all’indietro. Solitamente lui partiva dalla fine del libro e procedeva fino all’inizio. Innanzitutto, era indeciso tra vari inizi e non era sicuro di dove finire. Inoltre, Will era molto interessato all’intento del libro. Era un maestro nel rendere credibili le storie, ma stavolta sentiva davvero la responsabilità di raccontare l’inganno, e questa responsabilità lo opprimeva al punto che cominciò ad inibire la sua capacità di catturare l’attenzione del lettore. Questo lo costrinse ad escogitare varie versioni del Complotto. Prima che il libro fosse completato nell'attuale forma, furono provati almeno cinque diversi inizi, uno dei quali fu addirittura scritto da me per lui. La parte intermedia del libro, con una comparazione fianco a fianco dei Protocolli con il libro di Maurice Joly Dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu inizialmente seppellì la storia sotto il suo peso di non meno di 100 pagine (la versione finale è di 70). L’ultima parte del libro fu lentamente trasformata da un'arida enumerazione di fatti in una investigazione più sceneggiata, in cui Will incluse se stesso come personaggio. Questo prova l’entità del suo coinvolgimento nel soggetto del libro.

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Da lì in poi, la mia collaborazione a Il Complotto si trasformò in lunghe ore di ricerca e di appassionate discussioni a distanza con Will. Ricevevo regolarmente le sue bozze via mail e commentavo le sequenze, il ritmo o i personaggi. Sono sicuro di avergli reso la vita difficile e credo di aver finito per essere sia il suo più forte alleato che il suo critico più spietato. Le discussioni erano spesso accese, perché Will era testardo come un mulo e io non desisto mai dal sostenere il mio punto di vista. Ma ci conoscevamo a vicenda e in fondo lui era il padrone del suo lavoro, quindi aveva l’ultima parola. Sono sempre stato sopraffatto dal suo talento, la sua energia e la sua bontà come uomo, qualità che ha infuso nella sua arte.

Ho voluto condividere con altri la mia esperienza con Eisner. Credo che molte persone siano state toccate dal suo lavoro e che siano interessate a comprenderlo meglio scoprendo come è diventato quel che era. Quale modo migliore per farlo se non andando indietro ai suoi primi lavori? Mi avvicinai a Will con l’idea di un libro sull’argomento e lui la accolse con entusiasmo.

La prima cosa che gli chiesi fu di aprirmi i suoi archivi. Trascorsi molti giorni alla Cartoon Research Library della Ohio State University, a cui anni fa Will donò molto del proprio materiale (affidandolo alle amorevoli cure di Lucy Caswell). Come un archeologo, fui in grado di scavare in vari strati di disegni, lettere, ricevute, materiale stampato e molto altro. Ogni cosa, un frammento della storia di Will Eisner. Avevo visto parte del materiale pubblicato in bianco e nero in L’Arte di Will Eisner, pubblicato dal grande Denis Kitchen 20 anni fa. Ma niente mi aveva preparato alla bellezza dei colori, alla ricchezza degli schizzi, dei disegni, delle incisioni, dei pamphlet, dei poster, delle foto e persino delle registrazioni che ho scovato.

Completai la ricerca con una visita agli archivi di Will in Florida. Sua moglie Ann, deliziosa come sempre, fu di grande aiuto nel decifrare parte del materiale raccontando divertenti aneddoti su questa o quella foto. Sfortunatamente Pete Eisner, il fratello minore di Will, era scomparso poco prima che iniziassi la ricerca. Pete era la memoria di Will, in quanto aveva diretto la produzione dello studio di Will per parecchi decenni. A Will e Ann mancava molto.

Questo lavoro era ancora in produzione quando Will morì. Se ne andò prima che potessimo registrare i suoi commenti sulle illustrazioni che dovevano essere riprodotte nel libro. Le sue risposte sarebbero state la chiave per comprendere perché, mentre si era rinnovato ed evoluto molte volte, le sue motivazioni invece non erano mai cambiate. Fu sempre convinto che la sua arte potesse portare al lettore un messaggio sull’umanità e la sopravvivenza, attraverso una buona storia. La battaglia contro il pregiudizio che motivò Fagin l’Ebreo e Il Complotto era un'applicazione diretta di quella forza che lo guidava.

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Mentre Il Complotto era ancora sul tavolo da disegno, cominciammo a parlare della sua prossima graphic novel. Cosa sarebbe venuto dopo Il Complotto? Will stava cercando storie che lo portassero più vicino ai temi degli Ebrei, restando comunque universali. Considerammo la possibilità di fare qualcosa sul Corano, ma la sua legittimità presso il pubblico musulmano era discutibile e quell’idea fu accantonata. Allora Will pensò di usare le trascrizioni di un processo vinto contro i negazionisti dell’Olocausto. Nonostante Will avesse ottenuto una copia dei quelle trascrizioni, il tema e l’ambientazione sarebbero stati troppo simili a quelli del Complotto e anche questo progetto fu abbandonato. Will e io arrivammo alla medesima conclusione nello stesso preciso momento. Lo chiamai un giorno per dirgli che avevo trovato l’argomento definitivo per il suo prossimo lavoro. “Continua”, mi sfidò lui. “Primo Levi” dissi io. “Conosci il suo libro Se questo è un uomo? Potrebbe essere il tuo capolavoro.” Silenzio dall’altra parte. Uhm, pensai… non sembra aver capito… “Hai detto Primo Levi?” mi chiese. “Indovina cosa sto leggendo adesso?” Non ne avevo idea. “Una biografia di Primo Levi!” mi rispose. E così Primo Levi fu. Parlammo di Se questo è un uomo. Il libro aveva la dimensione umana e inumana, universale e personale che Will stava cercando. Vi lascio immaginare cosa avrebbe fatto Will con un tale capolavoro. Penso che sarebbe stato il suo miglior lavoro.

Fino all’ultimo respiro, il consumato affabulatore cercò di interpretate il suo tempo attraverso prospettive che illuminarono i contemporanei. Oltre alla partecipazione all’invenzione dei comics, che catturarono l’immaginazione di molte generazioni, Will riuscì a reinventare se stesso e ad evolversi in una nuova grammatica grafica. Un faro per le nuove generazioni di autori, rimase ancorato al suo tavolo da disegno nel suo studio in Florida per regalarci storie che sono diventate sempre più intime e sempre più universali. Will ha attivato l’impulso dietro la nostra umanità. Era un vero pioniere americano, una mente profetica sulla scena mondiale dei comics e, più di ogni altra cosa, un grande essere umano.

Con la scomparsa di Will, tocca a noi portare avanti la sua eredità. La sua calda anima ci avvolge ancora, incoraggiandoci a farlo.

Benjamin Herzberg

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