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Antonio Ausilio

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Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn: recensione

Ebbene sì, lo ammettiamo, ci eravamo illusi che ai piani alti della Warner Bros., dopo il clamoroso successo di Joker, avessero capito la lezione: per quanto in netta controtendenza con i classici cinecomic visti finora, a cui non è per nulla assimilabile, la pellicola di Todd Phillips avrebbe dovuto almeno insinuare il dubbio in Walter Hamada, Geoff Johns e negli altri boss della DC Films, che lasciare la qualità in secondo piano, a favore del solito, vuoto, sfoggio di azione fracassona, difficilmente avrebbe condotto la nuova produzione al successo. E invece, forse perché abbagliati dai sorprendenti exploit commerciali dei film dedicati a Wonder Woman e Aquaman (che, sebbene siano i risultati migliori del cosiddetto DC Extended Universe, a malapena possono essere avvicinati alla media delle pellicole dei Marvel Studios), ecco arrivare questo Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, che già a partire dal titolo fa capire quanto la confusione (anche se verrebbe da dire, l’incompetenza) regni ancora sovrana nella divisione supereroistica della Warner. Come spiegare, altrimenti, la decisione di realizzare un film in cui l’unica vera protagonista è Harley Quinn e lasciare il nome del personaggio relegato al sottotitolo scritto in caratteri microscopici, a malapena visibile sulle locandine e nei titoli di testa? Ma, come vi abbiamo riferito nei giorni scorsi, qualcuno, nel frattempo, deve essere rinsavito, perché, dopo il deludente esordio al botteghino, ad alcune catene cinematografiche americane è stato concesso di cambiare tale titolo (Birds of Prey and the Fantabulous Emancipation of One Harley Queen) nel più semplice, e meno equivocabile, Harley Queen: Birds of Prey (una correzione che, tuttavia, denota la fretta e la poca lucidità con cui la DC Films è corsa ai ripari: non sarebbe stato meglio rinominare la pellicola come “Harley Queen and the Birds of Prey”?).

E dire che, all’inizio, il film si lascia anche vedere, con un divertente prologo animato che, in pochi minuti, riassume le origini dell’antieroina interpretata da Margot Robbie e ne introduce il nuovo status quo, dopo le vicende narrate in Suicide Squad (la mediocre pellicola di David Ayer del 2016, di cui questo Birds of Prey deve essere considerato uno spin-off), riuscendo anche a liberarsi subito, in maniera piuttosto abile, della presenza ingombrante del Joker (che viene solo citato, ma non compare mai nella pellicola). La Robbie, tra l’altro, mostra di trovarsi molto a suo agio nei panni della protagonista e anche Ewan McGregor, almeno nella prima parte del film, gigioneggia divertito nell’ostentare il sadismo del suo personaggio (il boss del crimine Roman Sionis, alias Black Mask). Il problema è che, molto presto, la giovane regista Cathy Yan deve arrendersi di fronte alla pochezza della sceneggiatura (opera di Christina Hodson, già autrice dello script del non certo esaltante Bumblebee), che, a parte qualche felice trovata iniziale (Harley che adotta una iena e la chiama Bruce, come l’alter ego di Batman o le scene che vedono la protagonista sfruttare la fama del suo ex fidanzato per rimanere impunita), si arena quasi subito in una sequela di cliché scontatissimi, da riuscire ad annoiare anche spettatori con ben poche pretese.

Perché alcuni cinema hanno modificato il titolo di Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

La povera filmmaker di origini cinesi ce la mette davvero tutta a far emergere il suo talento, cercando di sopperire alle banalità della trama con frequenti derive cartoonesche ed estetica pop in dosi massicce. Purtroppo, però, alla fine, il film appare più come un poco riuscito intruglio citazionista di opere di ben altro spessore che un lavoro veramente originale: alcune scene volutamente camp nel lungo combattimento finale, per esempio, vorrebbero essere un omaggio alla mitica serie televisiva di Batman degli anni Sessanta, ma pur essendo una commedia action e nonostante la follia della protagonista, la pellicola arriva a sfiorare la divertente demenzialità dello show con Adam West solo a tratti. Inoltre, l’evidente tentativo di emulare l’umorismo scorretto dei due lungometraggi dedicati a Deadpool, non si concretizza quasi mai, con un’irriverenza di facciata, che somiglia solo vagamente alla giocosa volgarità delle due pellicole interpretate da Ryan Reynolds.

Forse consapevole di questi limiti, nel finale, la produzione decide di rifugiarsi in uno sviluppo degli eventi più che convenzionale, dove l’inevitabile scontro tra buoni e cattivi riesce a trovare l’unica sua ragion d’essere nelle belle scene di lotta coreografate da Chad Stahelski (noto per aver diretto i tre film di John Wick). Veramente troppo poco, per un film teoricamente concepito per ridurre la distanza con i rivali dei Marvel Studios. E se qualcuno ancora dubitasse della pessima scelta del titolo, tenete presente che le varie Renee Montoya, Helena Bertinelli (Cacciatrice), Cassandra Cain e Black Canary, sono, spesso, poco più che delle comparse. Inoltre, interpretazioni inadeguate (su tutte quella di Rosie Perez nei panni del detective Montoya), inspiegabili trasformazioni dei personaggi dei comic book (cosa c’entra la paffuta ladruncola del film con la figlia di David Cain e Lady Shiva dei fumetti?) e caratterizzazioni ridicole (trovare qualcuno che possa giudicare divertente l’improponibile Cacciatrice che compare nella pellicola, è un’impresa non da poco) riescono a mettere in ombra non solo l’ottima Margot Robbie, di cui abbiamo già detto, ma anche la brava Jurnee Smollett-Bell, la cui Black Canary è l’unico personaggio di un certo spessore, oltre alla protagonista, che avrebbe meritato più spazio.
Insomma, se questo è quello che ci dobbiamo aspettare con i prossimi film della Warner/DC, allora poveri noi: già tremiamo a quello che ci toccherà sopportare quando sullo schermo torneranno i big della casa editrice newyorkese.

Apocalisse, recensione: il Libro della Rivelazione secondo Castelli e Roi

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Quando nel corso del 2018 la Sergio Bonelli Editore ha inaugurato l’etichetta Audace con la miniserie di Deadwood Dick e il primo volume di Senzanima, nessuno si sarebbe aspettato di vedere, in un tempo così breve, un numero tanto elevato di nuove proposte, per di più progressivamente sempre più lontane dai fumetti generalmente associati alla casa editrice milanese. Per questo motivo, dopo aver assistito all’arrivo di filoni narrativi poco tradizionali (Cani sciolti, Darwin), a rivisitazioni moderne di personaggi storici (Mister No Revolution) e all’esplorazione di nuovi generi (K-11, Attica, Il confine), l’uscita di un volume come Apocalisse non avrebbe dovuto sorprenderci più di tanto. Invece, una volta iniziata la lettura, questa trasposizione a fumetti dell’opera di San Giovanni è apparsa, subito, come uno dei più insoliti e inattesi progetti del nuovo corso della Bonelli. È vero che avere al timone dell’opera due pesi massimi come Alfredo Castelli e Corrado Roi (autori rispettivamente di testi e disegni), tra gli alfieri riconosciuti del fumetto di qualità della casa editrice, sarebbe dovuto bastare a garantire al volume un buon successo di vendite, ma una scelta così coraggiosa e non priva di incognite, ha rappresentato ben più che una semplice scommessa editoriale. Crediamo, piuttosto, che essa debba essere intesa come la prova evidente dell’intenzione della Bonelli di voler, finalmente, sfruttare potenzialità, di cui, in passato, l’editore di via Buonarroti sembrava non essere consapevole: molti di coloro che hanno avuto la possibilità di visitare lo stand della Bonelli all’ultima edizione di Lucca Comics and Games, per esempio, saranno probabilmente rimasti letteralmente frastornati dalle tante novità a disposizione dei lettori, rispetto alla pur ricca offerta degli anni precedenti, che se da un lato continuavano a celebrare la tradizione (il “texone” di Claudio Villa, il numero 400 di Dylan Dog), dall’altro rendevano manifesta la volontà dell’editore di muoversi con decisione verso altre strade e, addirittura, di investire su altri media (ci riferiamo, ovviamente, al film di Dampyr, teorico apripista di un ambizioso universo cinematografico bonelliano). Quindi, sebbene non sappiamo se il lavoro di Castelli e Roi sarà in grado di raggiungere una platea così vasta da garantire, a breve, ulteriori esperimenti di questo tipo, l’idea che alla Bonelli non manchi (passateci il gioco di parole) l’audacia di avventurarsi su percorsi in cui il ritorno economico è tutt’altro che assicurato, rappresenta un forte segnale di vitalità per il fumetto italiano, a dispetto della scarsa attenzione tuttora riservatagli dalla cosiddetta cultura ufficiale del nostro Paese.

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Questa lunga introduzione, pur se necessaria a sottolineare il favore con cui abbiamo accolto una svolta editoriale così importante, nasconde anche un altro scopo: ritardare il più possibile l’inizio della nostra analisi critica, di cui non neghiamo le difficoltà, e che, come sarà chiaro a breve, dovrà necessariamente vertere quasi esclusivamente sui disegni di Roi. Sulla sceneggiatura di Castelli, infatti, che coltivava questo progetto da anni, c’è ben poco da dire: gran parte di essa riprende con piccole variazioni il testo originale, o meglio, solo quella parte che il papà di Martin Mystère ha ritenuto essenziale a far sì che l’opera non venisse snaturata. Ora, decidere se la selezione operata dal vulcanico autore milanese sia stata corretta o meno non è certo un’impresa facile, soprattutto per chi, come noi, non può vantare nel proprio curriculum studi di esegesi biblica. Teoricamente avremmo potuto prendere in considerazione solo le brevi parti poste all’inizio e alla fine del volume (i passaggi, che, più di tutti, ricordano una storia del detective dell’impossibile), o gli intermezzi di poche tavole, con protagonisti illustri personaggi, che in tempi più o meno recenti si sono interessati al testo di San Giovanni (un escamotage utilizzato da Castelli probabilmente per venire incontro ai tradizionali lettori bonelliani, incautamente avvicinatisi a un’opera così complessa, solo perché attratti dal nome degli autori). Tali parti, però, non sono così estese da permetterci di utilizzarle per una valutazione complessiva, e, soprattutto, non sono altro che una conferma non solo della vastissima cultura di Castelli, ma anche della sua inesauribile curiosità, che, in tanti anni di carriera, gli ha permesso di attingere a qualunque fonte disponibile relativa a un determinato argomento e di utilizzarle a fini puramente narrativi.

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Passando, quindi, ai disegni di Roi, difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare un artista migliore di lui per dare forma al simbolismo profetico di San Giovanni, la cui interpretazione è, ancora oggi, oggetto di forti controversie. Le figure rarefatte, i giochi di ombre, i frequenti chiaroscuri, il magistrale utilizzo del bianco e nero, sono tutti elementi che il disegnatore varesino ormai padroneggia alla perfezione e che, oltre a essere diventati l’essenza della sua arte, in questa opera, risultano fondamentali a comunicare il forte senso di angoscia indotto dagli eventi che preludono alla fine del mondo. Un testo con queste caratteristiche, inoltre, che determina l’assenza di un preciso indirizzo iconografico, è l’ideale per un autore che ha sempre preferito atmosfere vagamente oniriche o al limite del surreale. Ma, proprio in virtù della considerevole libertà creativa a sua disposizione, Roi adotta anche due scelte stilistiche curiosamente controcorrente: innanzitutto, le stelle sono rappresentate in maniera quasi fiabesca, nella classica forma stilizzata a cinque punte, mentre per raffigurare la Luna, il disegnatore arriva addirittura a omaggiare un pioniere del cinema fantastico come Georges Méliès, un autore che nei suoi lavori non si è mai avvicinato ai temi trattati dal Libro dell’Apocalisse.

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Bisogna anche sottolineare, tuttavia, che l’assenza, per larghi tratti, di una vera sceneggiatura, tende a penalizzare il lavoro di Roi, le cui tavole, a volte, sembrano più delle illustrazioni a corredo di un testo letterario, che reali pagine di un fumetto. In questo modo, però, il rischio è di scivolare nel puro esercizio di stile, che poco a che fare con la narrativa disegnata.
Non possiamo negare, infatti, che il risultato finale ci abbia lasciati un po’ freddini: sarà che non siamo abituati a pensare a un Castelli capace di rimanere quasi sempre nascosto dietro un semplice adattamento, ma il rischio che l’opera possa essere ricordata solo per i disegni di Roi è davvero molto alto.

Guardiani della Galassia 1-6: La sfida finale, recensione

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Che Donny Cates stia diventando una delle stelle più luminose di quell’affollatissimo firmamento che è, oggi, il fumetto americano è cosa ben nota anche ai lettori italiani, i quali, durante l’ultima edizione di Lucca Comics & Games, non hanno mancato di mostrargli tutto il loro entusiasmo, prendendo d’assalto lo stand Saldapress, dove lo scrittore texano era uno degli ospiti più prestigiosi. La sua rapida scalata al successo ha colto di sorpresa anche i boss della Marvel che, prima di affidargli i testi di Thor dopo la fine del lungo e celebrato ciclo di Jason Aaron (il primo numero della testata del Dio del Tuono, che vedrà all’opera Cates in coppia con il disegnatore Nic Klein, è annunciato per gennaio 2020), lo avevano sempre destinato a collane vicine alla chiusura o in attesa di un rilancio editoriale. È questo il caso dei Guardiani della Galassia, che, terminata la run di Gerry Duggan (il quale aveva stancamente proseguito sulla stessa strada del suo predecessore Brian Michael Bendis, cercando di riproporre su carta lo stile leggero e scanzonato dei due film di James Gunn dedicati ai personaggi) sembravano essere destinati a una progressiva discesa nelle retrovie dell’Universo Marvel.

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Già dal primo numero del nuovo corso, Cates opera un deciso cambio di rotta: riallacciandosi direttamente agli eventi di Infinity Countdown e Infinity Wars - le non certo esaltanti miniserie con cui la Casa delle Idee ha tentato di riportare in auge le Gemme dell’Infinito -, la vicenda si apre in un punto misterioso del cosmo, dove Eros (alias Starfox), fratello di Thanos, ha riunito gli esseri più potenti dell’universo, per ascoltare il testamento del defunto titano adoratore della morte. Costui, in realtà, sconcertando tutti, rivela, attraverso un messaggio registrato, di avere impiantato la sua coscienza in un’altra persona, in modo da poter tornare in vita, nel caso di una sua prematura scomparsa. Thanos, naturalmente, non rivela l’identità di questa persona, ma i sospetti di Eros si concentrano subito su Gamora, figliastra del titano e responsabile della sua morte, di cui si sono perse le tracce alla fine di Infinity Wars. Il piano di Thanos, però, è ben più complesso di quello che sembra, tanto che, mentre iniziano i preparativi per catturare Gamora, la riunione viene improvvisamente interrotta dai membri dell’Ordine Nero, intenzionati a impadronirsi del corpo decapitato del titano, su ordine di Hela, la dea asgardiana della morte. Da qui in poi, la narrazione procede spedita, con continui ribaltamenti di fronte, insospettabili tradimenti e nuove alleanze tra i vari personaggi, nel tipico stile di Cates, dove dialoghi brillanti e veloci accompagnano uno sviluppo degli eventi incalzante, in cui i momenti di riflessione sono ridotti al lumicino.

Allo scrittore texano piace intrattenere il pubblico senza creare troppi grattacapi e lo fa giocando rispettosamente con decenni di continuity Marvel: a pochi sfuggirà il parallelismo tra la caccia a Gamora e quella ben più famosa a Marvel Girl/Fenice consumatasi sulle pagine di Uncanny X-Men quarant’anni fa. Allora le truppe d’assalto erano guidate dalla Guardia Imperiale Shi’ar, oggi, a omaggiare quella saga indimenticabile, rimane il solo Gladiatore assieme a pochi fedeli alleati, in squadra con personaggi portati alla ribalta dai blockbuster dei Marvel Studios (Nebula su tutti) o intelligentemente ripescati dal recente passato della Casa delle Idee (ne è un esempio il misterioso Zak-Del, meglio noto come il Fantasma). A difendere la fuggitiva, invece, non ci sono più gli X-Men, ma ciò che resta della squadra di Star-Lord dopo i tragici eventi delle due miniserie sopracitate, pronti a unirsi a nuovi, quanto improbabili, alleati. Tra questi, meritano una citazione il Ghost Rider Cosmico, creatura dello stesso Cates, a cui l’autore mostra di essere particolarmente affezionato, non perdendo occasione di inserirlo in qualche nuova trama, non appena se ne presenta la possibilità, e Beta Ray Bill, il Thor alieno creato da Walter Simonson, che, a quanto pare, è un altro personaggio molto caro allo sceneggiatore texano, tanto da averlo utilizzato, di recente, anche ne La morte degli Inumani.

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Cates, a ogni modo, non si limita a un semplice, per quanto ingegnoso, remake della Saga di Fenice Nera, ma porta avanti la narrazione senza perdere mai di vista il tema portante della vicenda (incentrata sul diabolico piano ordito da Thanos e Hela), non mancando neanche di regalarci qualche momento sentimentale (se non proprio romantico) o ricco di humor. Un punto fermo del suo stile, presente in quasi tutte le sue opere, a cui l’autore ha preferito non rinunciare, per poter bilanciare i non pochi passaggi più cupi imposti dalla trama, che rappresentano il vero punto di rottura rispetto alle precedenti gestioni di Bendis e Duggan.

Sul fronte artistico, Cates ritrova Geoff Shaw, con cui aveva già collaborato su God Country e altre serie Image, oltreché sulla mini-saga Thanos vince. Pur non mostrando capacità tali da indurci a inserirlo tra i disegnatori di punta della Marvel, il suo tratto riesce a garantire nei volti dei personaggi quel minimo di espressività tale da rendere il lettore consapevole delle loro emozioni. Inoltre, l’estrema variabilità con cui costruisce le tavole ben si addice ai frequenti cambi di ritmo voluti da Cates: particolarmente efficaci sono, in proposito, le splash-page, che, utilizzate in chiusura dei vari episodi o nei momenti più importanti della storia, risultano decisive a sottolineare in maniera dirompente i nuovi sviluppi della trama.

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Al termine di questa avventura in sei parti, presentata in Italia con il titolo di La sfida finale (che, purtroppo, fa perdere il senso dell’originale The Final Gauntlet, evidente richiamo a The Infinity Gauntlet, la miniserie degli anni Novanta di Jim Starlin, George Pérez e Ron Lim, che è stata la principale fonte di ispirazione degli ultimi due film degli Avengers), vediamo nascere la nuova formazione dei Guardiani, pronta a lanciarsi alla ricerca di Rocket Racoon, in una saga che segnerà anche l’addio di Cates alla testata (Shaw, invece, ha lasciato i personaggi proprio con il sesto numero, per seguire lo sceneggiatore texano in un nuovo progetto creator-owned), impossibilitato a scriverne i testi, dopo aver iniziato a lavorare alle nuove storie di Thor.

Per ora Panini Comics si è limitata a presentare il ciclo di Cates e Shaw nel tradizionale albetto spillato. Speriamo, però, che, a breve, ne venga proposta anche una versione in volume: non stiamo certo parlando di una pietra miliare del fumetto americano, ma in mezzo a tanti rilanci strombazzatissimi, poi rivelatisi una mezza delusione (con I Fantastici Quattro di Dan Slott in prima fila), questa nuova incarnazione dei Guardiani della Galassia rappresenta una bella boccata di aria fresca, ben meritevole di una confezione più prestigiosa.

Umbrella academy - Hotel Oblivion, recensione: il ritorno dell'acclamata serie di Gerard Way e Gabriel Bá

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Bao Publishing ha recentemente fatto arrivare in fumetteria l’edizione italiana di Hotel Oblivion, terzo capitolo di Umbrella Academy, la pluripremiata serie di Gerard Way e Gabriel Bá, la cui realizzazione era stata annunciata circa dieci anni fa, ma che, a causa di altri impegni presi nel frattempo dai due autori, ha cominciato a uscire negli USA (sotto forma di miniserie, come i due capitoli precedenti) solo a ottobre 2018. A dir la verità, tra Way e Bá, il più impegnato è stato probabilmente il primo che, oltre a proseguire la sua carriera canora (prima come frontman dei My Chemical Romance e poi come solista), ha, nel frattempo, scritto un’altra serie per la Dark Horse, The True Lives of the Fabulous Killjoys (pubblicata in Italia da Panini Comics nel 2014 come I favolosi Killjoys) e, soprattutto, ha contribuito a sviluppare la linea Young Animal per la DC Comics, per la quale si è anche direttamente occupato dei testi della nuova collana dedicata alla Doom Patrol e, in coppia con Jonathan Rivera, del revival di Cave Carson, un oscuro personaggio degli anni Sessanta, di cui pochi ricordavano l’esistenza.

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Sembrava, insomma, che Way avesse quasi perso interesse a proseguire le avventure di quell’anomalo gruppo di supereroi (un’impressione praticamente confermata da lui stesso attraverso un tweet, nel 2013, dove dichiarava di voler abbandonare a tempo indeterminato i fumetti per dedicarsi di più alla musica), con il quale, nel 2007, all’uscita di Apocalypse Suite, il primo arco narrativo della serie, aveva sorpreso un po’ tutti per la maturità e l’intelligenza della sua scrittura (Way era praticamente un esordiente, visto che prima di Umbrella Academy, aveva scritto solo i testi di On Raven’s Wings, dimenticabile opera giovanile di appena due numeri, uscita per la minuscola Boneyard Press), chiaramente ispirata allo stile di Grant Morrison (un’influenza mai smentita dall’autore americano che, in qualche modo, deve avere anche indirizzato il suo interesse verso la Doom Patrol, uno dei primi successi in terra americana dello sceneggiatore scozzese), ma con diverse peculiarità da attribuire al solo Way. Prima di analizzare in maniera dettagliata questo aspetto, però, occorre accennare alla trama di questi nuovi episodi. Un’impresa tutt’altro che facile, visto il continuo intrecciarsi dei tanti fili narrativi imbastiti dal cantante/scrittore, che solo nel finale sembrano arrivare a una soluzione. Oltretutto, in questa terza avventura di Numero 5 e soci vengono introdotti parecchi nuovi personaggi, spesso appena abbozzati, con il risultato di rendere ancora meno comprensibile il susseguirsi degli eventi. Possiamo dire, tuttavia, che la storia ruota attorno all’hotel del titolo, che, di fatto, è una sorta di prigione extra-dimensionale, dove Sir Reginald Hargreeves ha confinato i nemici sconfitti dai suoi figli adottivi. Questi, dopo gli eventi raccontati in Dallas, il secondo capitolo della serie, sono tutto fuorché una famiglia unita, ma, senza volerlo, alla fine si troveranno di nuovo assieme a fronteggiare i pericolosi ospiti dell’hotel-prigione, tornati, nel frattempo, sulla Terra. Non solo, a differenza delle prime due miniserie, la vicenda narrata non si chiude con l’ultimo episodio, ma viene interrotta nelle pagine finali da un inaspettato colpo di scena. Hotel Oblivion, quindi, in realtà è da considerare solo la prima parte di una storia che, presumiamo, continuerà nella quarta miniserie, già annunciata per il 2020 (una scadenza su cui non scommetteremmo, visti i precedenti).

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Con questa nuova opera, Way conferma, ancora una volta, di essere un’autentica fucina di idee (oltre che un abilissimo omogeneizzatore di generi e un brillante dialoghista), ma a dispetto delle sue dichiarazioni sul volersi dedicare più alla musica che ai fumetti, che abbiamo riportato in precedenza (già smentite dai suoi lavori per la DC), negli anni intercorsi tra l’uscita di Dallas e quella di Hotel Oblivion, deve aver immaginato così tanti sviluppi narrativi per la serie, che arrivato il momento di metterli su carta, pare avere avuto serie difficoltà a limitarsi a quelli davvero meritevoli di essere raccontati. O meglio: dire che qualche sotto-trama poteva essere scartata, potrebbe non rendere giustizia alla grande inventiva di Way. Egli avrebbe dovuto, semplicemente, accantonarle momentaneamente, per, poi, mostrarle con il giusto spazio nelle miniserie a venire (che non mancheranno, visto il successo di critica e di pubblico raccolto dalla trasposizione televisiva prodotta da Netflix). Già dover dividere la storia in due parti (sempre che siano solo due), nonostante l’aggiunta di un episodio in più rispetto ai capitoli precedenti, deve essergli costato parecchio, ma il vero problema è, come detto, che la trama soffre per lunghi tratti di una complessità eccessiva, figlia proprio di una prevedibile voglia dell’autore di volere in qualche modo ripagare gli appassionati per la lunga attesa. In poche parole, questa volta Way sembra peccare di un difetto che, in alcuni casi, viene attribuito anche alle sceneggiature del suo mentore scozzese, il quale, di tanto in tanto, si lascia andare a momenti di scarsa coerenza narrativa, per privilegiare una particolare trovata a effetto. Crediamo, però, che per l’autore americano, quello ottenuto con Hotel Oblivion sia più il risultato della sua esuberanza creativa, che un problema di autoreferenzialità come per Morrison.

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Per quanto riguarda i disegni, anche in questi nuovi episodi Gabriel Bá dimostra di essere la controparte ideale per dare forma a ogni sorta di stravaganza concepita dalla mente di Way. Rispetto a dieci anni fa, l’artista brasiliano sembra mostrare più attenzione alla cura dei dettagli, una caratteristica di cui beneficiano gli sfondi delle sue tavole, che guadagnano notevolmente in profondità e dinamicità. Pare essersi accentuata anche la sua tendenza al grottesco, che, unita alla caricaturalità con cui vengono ritratti alcuni personaggi, rende ancora più forte l’ironia di fondo dei testi di Way. Inoltre, l’utilizzo, da parte di quest’ultimo, di soluzioni al limite del surreale, viene ulteriormente rafforzato da sequenze vagamente psichedeliche (che permettono al lettore di apprezzare anche l’ottimo lavoro ai colori di Nick Filardi) che, se da un lato non aiutano ad alleggerire la complessità della trama, accrescono, però, di parecchio la componente visionaria di questo terzo capitolo.
Da citare, infine, la divertente galleria di bizzarri criminali (tanto curiosi quanto improbabili) immaginata dai due autori, allo stesso tempo un omaggio e una parodia dei più noti villain che imperversano sulle pagine delle collane supereroistiche tradizionali.

Un suggerimento prima di chiudere: cercate di recuperare i primi due capitoli, prima di immergervi nella lettura di Hotel Oblivion, altrimenti la vostra capacità di comprensione verrà messa ancora di più a dura prova. E, soprattutto, non pensate che avere visto la bella serie trasmessa da Netflix possa aiutarvi in qualche modo a fare la conoscenza dei personaggi. Lo show televisivo, infatti, deve essere inteso, semplicemente, come un libero adattamento del fumetto, non come una sua trasposizione fedele. D’altra parte, le suggestioni dell’opera di Way e Bá sarebbero state davvero difficili da trasferire sul piccolo schermo, senza perdere gran parte di quei tratti distintivi, che hanno reso Umbrella Academy, quell’affascinante risultato editoriale che continua a entusiasmare così tanti lettori, su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico.

 

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