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Antonio Ausilio

Antonio Ausilio

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The New Mutants: la recensione del film

Dopo che in molti avevano pensato che il Covid-19 avesse segnato in maniera definitiva il destino di The New Mutants, ecco che, un po’ a sorpresa, il film è arrivato nei cinema qualche giorno fa, a più di due anni di distanza da quel 13 aprile 2018, che in origine doveva essere la data di uscita della pellicola nelle sale americane. Da allora è successo di tutto e, pandemia a parte, il lungometraggio di Josh Boone sembrava ormai sempre più vicino a un mesto dirottamento sulla piattaforma Disney+. In pochi, probabilmente, conoscono la singolare storia produttiva del film, tanto vale, quindi, riassumerla brevemente, anche per supportare il nostro giudizio successivo.

Tutto inizia tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, quando Boone, reduce dal successo di Colpa delle Stelle, propone a Simon Kinberg (autore e produttore degli ultimi capitoli cinematografici dedicati agli X-Men) la sua idea per una pellicola con protagonisti i Nuovi Mutanti, i cui fumetti erano stati una delle letture preferite del regista americano da ragazzino. Boone ha già in mente di realizzare un’opera dai toni dark, perché desideroso di rendere omaggio al ciclo di storie di Cannonball e soci che aveva amato di più, quello disegnato da Bill Sienkiewicz. Nel 1984, infatti, l’artista statunitense sostituì Bob McLeod e Sal Buscema, gli autori che si erano occupati della parte grafica della collana fino a quel momento, e ne approfittò per perdere definitivamente le influenze adamsiane dei suoi primi lavori, facendo evolvere il suo stile in una direzione spiccatamente più espressionista, che solo pochi anni più tardi gli avrebbe permesso di assurgere a star del fumetto mondiale con la realizzazione di capolavori come Elektra: Assassin e Daredevil: Love and War, in coppia con Frank Miller. Le tavole di Sienkiewicz si discostavano parecchio da quelle decisamente più classiche dei suoi predecessori e rappresentavano un’autentica rivoluzione per l’epoca: anatomie distorte, tratti somatici accentuati in maniera grottesca, sfondi appena abbozzati, frequente uso della psichedelia. Insomma, tanti elementi che convinsero anche Chris Claremont (papà dei personaggi, assieme a McLeod) a imprimere un’atmosfera più sinistra alle storie dei giovani eroi. È facile, quindi, immaginare un Boone adolescente rapito da trame che fondevano sapientemente teen drama, supereroismo e horror.

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Arriviamo al 2016, quando la 20th Century Fox, sull’onda dell’inaspettato successo del film di Deadpool, annuncia che lo studio sta già lavorando a una trasposizione delle serie The New Mutants per il grande schermo, ma che la pellicola, esattamente come quella dedicata all’alter-ego di Wade Wilson, si sarebbe in parte discostata dal genere supereroistico. A metà del 2017 cominciano le riprese, sulla base di uno script elaborato da Boone assieme al suo amico d’infanzia Knate Lee, alla fine delle quali, tuttavia, il regista si dichiara parzialmente insoddisfatto del risultato, per la decisione dei vertici della Fox di attenuare i passaggi eccessivamente paurosi. Nel frattempo, però, la calorosa accoglienza riservata al primo, inquietante, trailer del film e il sorprendente risultato al botteghino del remake di It, diretto da Andy Muschietti (senza trascurare il timore dello studio di andare incontro a un altro disastro, dopo il clamoroso flop de I Fantastici Quattro di Josh Trank e il deludente incasso nordamericano di X-Men: Apocalisse) fanno cambiare di nuovo idea ai produttori, che chiedono a Boone di tornare alla sua versione originale. Una decisione che costringe il regista a rigirare alcune parti della pellicola, con la conseguenza di far slittare l’uscita della stessa per diverse volte. Infine, ci si mette di mezzo la Disney, che nello stesso periodo perfeziona l’acquisizione della Fox e non sapendo bene cosa fare di quello che ormai è a tutti gli effetti un oggetto misterioso, prima impone a Boone di eliminare ogni riferimento ai film degli X-Men, pensando così di poter inserire subito i personaggi nel Marvel Cinematic Universe, per poi pentirsi della scelta poco dopo, a seguito dei nuovi piani di Kevin Feige per l’ingresso dei mutanti nella continuity cinematografica della Casa delle Idee. Tutta questa confusione, altri malintesi con la nuova proprietà e intoppi vari portano la data di rilascio del film all’aprile del 2020. Dopodiché, come è noto, l’uragano Coronavirus costringe la Disney e le altre major a riprogrammare il proprio listino, fino ad arrivare all’uscita di The New Mutants di fine agosto, a cui nessuno credeva più (anche se Boone, di recente, ha affermato che la pellicola, per motivi contrattuali, doveva necessariamente essere proiettata al cinema, prima di finire in TV).

Con una lavorazione tanto travagliata è difficile capire se quello che abbiamo visto sia frutto dei numerosi rimaneggiamenti o determinato da reali limiti di Boone e compagnia. Sta di fatto che, senza usare troppi giri di parole, la qualità del film è piuttosto bassa. Tanto per cominciare, dopo tutti i proclami della produzione, ci saremmo aspettati molto di più sul versante horror. Di momenti realmente spaventosi, però, non c’è quasi traccia e anche la semplice suspense è ridotta ai minimi termini. Per di più, i ripetuti omaggi a Buffy l’ammazzavampiri, visibili in varie scene, fanno pensare che, aldilà delle imposizioni di Fox e Disney, il reale obiettivo del regista americano fosse proprio una riproposizione delle atmosfere della serie di Joss Whedon, non il terrore instillato dal Nightmare di Wes Craven, spesso evocato come termine di paragone dagli autori (e comunque citato a più riprese nel corso della pellicola).

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A Boone bisogna tuttavia riconoscere di non aver appiattito la trama su una semplice trasposizione live di una particolare saga fumettistica, ma di averne ripreso solo i tratti essenziali, per poi farli evolvere in qualcosa di diverso. Un esempio è il personaggio di Cecilia Reyes che, a prima vista, potrebbe sembrare solo un’efficace rivisitazione della sua controparte cartacea, e che, invece, diventa, nel corso della vicenda, la protagonista dell’unico colpo di scena degno di nota architettato dagli autori. Tutto sommato, anche la storia in sé non è male, soprattutto all’inizio, quando il ritmo più lento garantisce una crescita progressiva ma inesorabile della tensione, acuita dal claustrofobico e cupo ospedale dove sono in cura i giovani protagonisti, dalla totale assenza di altro personale sanitario, oltre alla già citata dottoressa Reyes, e dal misterioso materializzarsi dei loro incubi peggiori (in realtà misterioso solo per chi non ha famigliarità con il fumetto originale). Boone, infine, è molto bravo a inserire piccoli richiami al ciclo di Claremont e Sienkiewicz senza sgradevoli forzature. Su tutti, citiamo il draghetto alieno Lockheed, generalmente associato a Kitty Pryde, ma presente nel film come spalla di Illyana Rasputin. Pochi ricordano, tuttavia, che all’epoca di quelle storie la sorella di Colosso e Kitty erano compagne di stanza e proprio per questo il piccolo animaletto sputafuoco strinse un forte legame anche con la bionda mutante russa. Da apprezzare anche il modo sottile in cui la pellicola viene legata all’universo cinematografico della Fox. Nel finale, infatti, viene nominata la Essex Corporation, già apparsa in maniera sibillina nei titoli di coda di X-Men: Apocalisse, la quale, oltre a dare un senso logico alla trama del film, avrebbe dovuto contribuire a consolidare la continuity mutante su grande schermo (tra l’altro, pare che il malvagio genetista Nathaniel Essex, alias Sinistro, sarebbe dovuto comparire in una scena post-credit).

Purtroppo, l’elenco delle cose da salvare dell’opera di Boone si esaurisce qui e, soprattutto, non è sufficiente a compensare i numerosi difetti della pellicola che, oltre a quelli già descritti, ne contiene parecchi altri. Per esempio, nonostante la coralità che sarebbe stato logico attendersi, lo spazio dedicato ai vari personaggi è completamente sbilanciato a favore di quelli di sesso femminile, tanto che la vera protagonista della vicenda sembra Danielle Moonstar, con Illyana e Rahne Sinclair a fare da cast di supporto. Sam Guthrie e Roberto da Costa, infatti, sono quasi del tutto irrilevanti, con il primo che è addirittura poco più che una comparsa. A farne le spese sono anche gli attori, perché se per le varie Blu Hunt (Danielle), Maisie Williams (Rahne), Anya Taylor-Joy (Illyana) e Alice Braga (dott.ssa Reyes) potremmo anche provare ad azzardare un giudizio di merito, l’impresa diventa praticamente impossibile per i due interpreti maschili. Poco comprensibile, inoltre, la quasi totale assenza di scene in cui i giovani mutanti utilizzano i loro poteri, in un film che, sconfinamenti orrorifici a parte, appartiene pur sempre al genere supereroistico. Forse il budget della pellicola (ufficialmente compreso tra i 67 e gli 80 milioni di dollari) è servito soprattutto a coprire i costi dei vari rimaneggiamenti, ciò nonostante vedere Boone barcamenarsi in maldestri trucchi registici per far intuire le abilità dei protagonisti senza mostrarle veramente, è un chiaro segnale che, forse, neppure la Fox credeva veramente nel progetto.

Potremmo andare avanti ancora a lungo con l’elenco delle magagne, ma basti aggiungere che dopo il promettente inizio, di cui abbiamo già detto, la narrazione accelera in maniera scomposta, diversi passaggi sono a dir poco frettolosi e i momenti più intimi, necessari a completare la caratterizzazione dei personaggi, sono davvero troppo pochi. Sono queste le parti del film che, probabilmente, soffrono di più degli inopportuni interventi della produzione, i quali confermano anche il desiderio della Disney di chiudere il prima possibile un capitolo che ormai appartiene all’archeologia cinematografica (incredibile a dirsi, visti i pochissimi anni trascorsi, ma è così). Inutile negare, infatti, che, con tutti i ritardi accumulati, la pellicola sia arrivata largamente fuori tempo massimo e senza una reale ragione di esistere (molto più di X-Men: Dark Phoenix, che già soffriva dello stesso problema), se non per soddisfare la curiosità dei fan o per capire cosa poteva essere e, invece, non sarà più.

Fondazione Futuro, recensione: l'entertainment "minore" della Marvel

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Se siete dei veri Marvel fan, ecco una piccola chicca che non dovreste assolutamente lasciarvi sfuggire. Stiamo parlando di Fondazione Futuro, recente miniserie dedicata al gruppo di giovani eroi assemblato da Reed Richards diversi anni fa, rimasto per qualche tempo in una sorta di limbo editoriale, dopo il ritorno dei Fantastici Quattro sulla Terra, visto nei primi numeri della nuova collana dedicata a Mr. Fantastic e soci scritta da Dan Slott. Il team è una delle tante novità che Jonathan Hickman introdusse durante la sua lunga gestione del Quartetto e che, per breve tempo, prese addirittura il posto dei Fab Four, dopo l’apparente morte della Torcia Umana.

Simbolo di speranza per le nuove generazioni, il gruppo ha raccolto, fin dall’inizio, alcune delle giovani menti più brillanti del pianeta, pronti a unirsi senza esitazione al loro mentore anche nella ricostruzione del multiverso, seguita agli eventi raccontati - sempre a opera di Hickman - in Secret Wars. È lì che li ritroviamo all’inizio di questa nuova avventura, impegnati a recuperare i frammenti di Molecola sparsi nelle varie dimensioni, dopo la sua distruzione a opera dell’entità cosmica Funerea, avvenuta sempre nei primi numeri dei Fantastici Quattro di Slott. L’impresa, però, si rivela tutt’altro che facile, soprattutto quando a mettere i bastoni tra le ruote alla Fondazione arriva un nemico temibile come il Creatore, il Reed Richards malvagio proveniente dall’universo Ultimate.

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Fondazione Futuro è una miniserie di puro entertainment, senza nessuna ambizione autoriale, ma in essa si respira un po’ la stessa freschezza narrativa che sta caratterizzando un'altra collana dedicata a un team di giovani eroi, quella dei Runaways, di cui lo sceneggiatore Jeremy Whitley (fin qui noto solo per la miniserie Marvel The Unstoppable Wasp e per qualche titolo della IDW destinato a bambini e teenager) riprende i testi frizzanti e leggeri, aggiungendo anche una buona dose di umorismo. Direttamente dalle pagine dei Runaways, poi, arriva uno dei nuovi protagonisti, la scoppiettante Julie Power, che depressa per aver interrotto la sua relazione amorosa con l’aliena Karolina Dean (membro del suddetto gruppo), riesce a trovare di nuovo la serenità quando viene improvvisamente trasportata nello spazio da suo fratello Alex, attuale leader della Fondazione.

Il trentaseienne scrittore californiano, oltre ai testi pieni di brio a cui abbiamo appena accennato (che perdono smalto solo nella parte centrale della miniserie, quando la vicenda si appiattisce sull’inevitabile scontro tra i giovani eroi e il Creatore), mostra di saper utilizzare con assoluta naturalezza molti trucchi narrativi, grazie ai quali riesce a mantenere sempre viva l’attenzione del lettore. Pertanto, aldilà dell’avventura fantascientifica vera e propria, ecco anche divertenti battibecchi tra i protagonisti, flirt di vario tipo e maldestri approcci romantici, che vedono quasi sempre coinvolto il povero Bentley-23 (il clone adolescente del villain Wizard). Insomma, un po’ tutto l’armamentario tipico del fumetto per adolescenti (evidente target della serie).

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Whitley, inoltre, non nasconde di essere lui stesso un Marvel fan all’ultimo stadio, non solo valorizzando un cast di personaggi in gran parte ripescati dall’affollato sottobosco della Casa delle Idee, ma riuscendo anche a ridare lustro a due eroine affascinanti, che, dopo un breve periodo di gloria vissuto più di vent’anni fa, non hanno mai più svolto un ruolo importante all’interno dell’Universo Marvel: ci riferiamo a Rikki Barnes, la versione femminile di Bucky Barnes, creata da Jeph Loeb e Rob Liefeld durante l’evento Heroes Reborn e poi sporadicamente ripresa in saghe di poco conto, e a Lyja, l’ex moglie skrull di Johnny Storm, praticamente - e inspiegabilmente – ignorata (se si escludono una fugace apparizione durante il crossover Secret Invasion e la sua versione alternativa nell’universo MC2) da tutti gli autori che hanno seguito Tom De Falco nella gestione dei Fantastici Quattro. Assieme a Julie Power, i due personaggi sono serviti al cartoonist americano per dare un po’ più di spessore al corpo principale della Fondazione, che altrimenti, persi Franklin e Valeria Richards (tornati sulla Terra assieme al resto della famiglia), avrebbe potuto contare solo sulla wakandiana Onome e sui già citati Alex Power e Bentley-23. Nonostante la sua abilità, infatti, sarebbe stato difficile anche per Whitley riuscire a mantenere l’interesse dei lettori con quattro talpoidi evoluti, due discendenti di un’antica razza atlantidea, l’androide Dragon Man e i due bambini mutanti Artie e Pulce (che sono tutto tranne che due campioni di loquacità ed espressività).

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Per quanto riguarda i disegni, sui cinque numeri della miniserie si alternano ben tre autori: Will Robson, che, a dispetto degli annunci che lo indicavano come l’artista titolare della collana, firma solo il primo episodio (più il breve prologo all’inizio del volume, apparso in appendice a Fantastic Four 12), per poi essere affiancato da Paco Diaz nei due successivi, entrambi infine sostituiti da Alti Firmansyah negli ultimi due. Lo stile di tutti e tre richiama apertamente quello dei manga che, se da un lato rappresenta un modo ulteriore per attrarre i giovani lettori (un trend che, ormai, riguarda un po’ tutte le testate per teenager di Marvel e DC e da cui non è del tutto esente neppure la serie dei Runaways), dall’altro aiuta ad accrescere l’umorismo dei testi di Whitley. Dei tre disegnatori, tuttavia, noi abbiamo preferito l’indonesiana Firmansiah, che nonostante l’estetica “filo-nipponica” del suo tratto, non eccede con strampalati omaggi ai fumetti giapponesi. Cosa che, invece, capita più spesso a Robson (il quale, non a caso, in alcune interviste ha ammesso di essersi ispirato per questo lavoro ad Akira Toriyama, il papà di Dragon Ball e Arale), con il risultato di rendere troppo cartooneschi, e praticamente irriconoscibili, personaggi di ben altre caratteristiche come il Creatore. Diaz, al contrario, ci è sembrato quello meno in sintonia con il clima generale della serie: le sue tavole poco dinamiche, infatti, tradiscono l’evidente difficoltà ad adattare il suo stile più realistico a quello dei suoi due colleghi.

Fondazione Futuro non è sicuramente un volume da tramandare ai posteri, né un tassello imprescindibile della pluridecennale storia della Marvel, ma rappresenta l’ennesima dimostrazione che, quando le idee sono valide, è possibile realizzare una buona storia anche senza ricorrere ai big della casa editrice.

Space Bandits, recensione: l'ottimismo fantascientifico di Mark Millar e Matteo Scalera

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Abbiamo già scritto in passato di come Mark Millar venga ormai costantemente preso di mira da buona parte della critica fumettistica, perché accusato di pensare soprattutto al proprio tornaconto, piuttosto che a realizzare storie degne di nota. Tuttavia, vale la pena ripetere che questo atteggiamento si è acuito da quando Netflix ha acquisito il Millarworld (l’etichetta che raccoglie le serie creator-owned dell’autore scozzese) e fa sì che ogni nuova opera uscita dalla sua penna venga aprioristicamente bollata come superficiale o utile solo per un futuro sfruttamento cinematografico. È vero che di fronte a lavori francamente imbarazzanti come il recente Sharkey il cacciatore di taglie la tentazione di andare dietro a quei giudizi un po’ affrettati potrebbe anche avere una sua giustificazione, ma in questo modo si rischierebbe di perdere quanto di buono Millar è ancora in grado di offrire ai suoi non pochi estimatori. Più semplicemente, è probabile che la necessità di dover rispettare le scadenze imposte dal colosso dello streaming lo porti a privilegiare alcune serie rispetto ad altre, con la conseguenza di assistere a una differenza qualitativa abbastanza netta - e difficilmente prevedibile – tra un’opera e l’altra, che, alla lunga, potrebbe anche determinare una generale disaffezione dei lettori nei suoi confronti (un problema a cui sembra essere riuscito a porre rimedio un altro autore particolarmente prolifico come Jeff Lemire, da qualche tempo più restio ad accettare troppi lavori).

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Che Millar sia ancora uno scrittore valido lo abbiamo già sottolineato in occasione dell’uscita italiana di The Magic Order, ma ci sentiamo di ribadirlo anche al termine della lettura di Space Bandits, nuovo volume di Panini Comics, uscito da poco in fumetteria, che raccoglie l’omonima miniserie pubblicata negli USA lo scorso anno, realizzata dal cartoonist scozzese in coppia con il parmense Matteo Scalera. Il titolo sembra lasciare poco spazio all’immaginazione, tuttavia nasconde che i protagonisti della storia non sono un generico gruppo di briganti del cosmo, ma piuttosto due fuorilegge di sesso femminile, trovatesi per caso a collaborare, per vendicarsi dei rispettivi partner (i membri della banda di malfattori, di cui è a capo una delle due e il truffaldino amante dell’altra), responsabili di aver fatto finire entrambe ai lavori forzati su un gigantesco crostaceo morto, diventato la prigione dei peggiori criminali dell’universo. Quel titolo non svela neppure gli omaggi continui agli anni Ottanta, recentemente riportati alla ribalta grazie al successo della serie televisiva Stranger Things, al cui fascino, evidentemente, non è immune neppure lo stesso Millar, tanto che, fin dalla prima vignetta, questa sua nuova creazione si presenta come un giocoso omaggio all’estetica di quel periodo, dove trovano spazio persino trovate un po’ stravaganti come un’astronave da crociera che si chiama Lionel Richie, o gli appariscenti abiti indossati dai personaggi, che sembrano usciti da una rivista per teenager dell’epoca. Diverse bizzarrie che, nel loro insieme, rendono piuttosto improbabile lo scenario fantascientifico in cui è ambientata l’opera e che giustificano l’uso massiccio dell’ironia, necessaria a rendere digeribili al lettore anche le invenzioni più folli dell’autore scozzese.

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Degli anni Ottanta, in realtà, Millar rispolvera anche il riuscito mix tra commedia e azione, che molto spesso caratterizzava le pellicole per il grande schermo o i telefilm del periodo, nella maggior parte dei casi popolati da eroi scanzonati che, persino nelle situazioni più drammatiche, erano in grado di stemperare la criticità del momento grazie alla loro simpatia. Tutti elementi abilmente riutilizzati dall’autore di Kick-Ass e Civil War, ma con una differenza sostanziale: in quei film e in quelle serie televisive, i protagonisti erano sempre uomini, mentre le donne erano spesso relegate al ruolo di comparsa. Qui, invece, i personaggi principali sono due aliene e sono i maschi a rimanere in posizione subalterna. In altre parole, Millar non si limita ad aggiornare al linguaggio contemporaneo quel genere tanto popolare qualche decennio fa, ma si diverte a ribaltarne anche i concetti di base, quasi a dimostrare che chi, come lui, è capace di unire una scrittura di alto livello a una fervida immaginazione, può permettersi di utilizzare i riferimenti e le citazioni solo come un gustoso extra, forse buono a cavalcare la moda del momento, ma per nulla necessario all’economia della storia in sé. Il piatto forte di Space Bandits, infatti, è costituito fondamentalmente dalle spericolate peripezie delle due antieroine, che avrebbero potuto tranquillamente svolgersi in un’altra epoca e con un’ambientazione differente, senza perdere, tuttavia, un grammo della loro originalità.

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Millar, però, ha dimostrato più volte la sua passione per la fantascienza o i temi fantasy in generale, e scegliere come sfondo la galassia ha garantito ai suoi testi di trovare una rappresentazione più che degna nei fascinosi disegni di Scalera. Ciò nonostante, sono soprattutto l’azione frenetica e il rapido succedersi degli eventi a esaltare l’artista emiliano, che si scatena in tavole ipercinetiche e splash-page di grande impatto, oltre a spingersi a sperimentare con successo soluzioni visive ardite e prospettive inusuali (peraltro già parzialmente intraviste nell’ottima Black Science). In più, le sue anatomie spigolose e volutamente sproporzionate, unite a un’espressività dei volti dei personaggi tendente al cartoonesco (particolarmente accentuata negli alieni non umanoidi) rafforzano i toni da commedia di tutta la vicenda. Da non sottovalutare neppure i colori saturi e invasivi di Marcelo Maiolo, che danno ancora più energia ai disegni di Scalera, anche se l’unione tra la sceneggiatura spensierata di Millar e una parte grafica volutamente tesa a evocare il luccichio del decennio edonista per antonomasia, fa spesso somigliare la storia a un gigantesco videoclip. È probabilmente questo il vero limite della serie, perché per quanto divertente sia seguire le scorribande della coppia protagonista, a volte la trama tende a essere un po’ troppo prevedibile e l’autore scozzese sembra scegliere sempre la soluzione più appetibile per i lettori. Di questo ne soffre anche la caratterizzazione delle due simpatiche criminali, soprattutto la forzuta Thena Khole, che paga questa sua inusuale peculiarità, apparendo spesso come una semplice figura di contorno (la classica spalla un po’ ingenua che sa menare le mani e poco altro). Molto meglio la geniale calcolatrice Cody Blue, decisamente più in sintonia con quella vasta galleria di personaggi brillanti e determinati, per i quali Millar ha sempre mostrato un attaccamento particolare.

Concludiamo con una curiosità: nelle pagine finali, assistiamo a una prova generale per rendere il Millarworld, o almeno una parte di esso, un universo condiviso. Che sia un’esplicita richiesta di Netflix per inseguire i successi del Marvel Cinematic Universe?

Harley Quinn. Gotham arrivo!, recensione: la linea young Adult della DC Comics

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Il clamore suscitato dal passaggio dei diritti dei personaggi della DC Comics dalla RW Edizioni alla Panini Comics, ha fatto passare un po’ inosservata la notizia che non tutti i fumetti della casa editrice americana sarebbero stati pubblicati dall’editore modenese. La Cosmo, infatti, proseguirà la sua collana di volumi dedicati alle strisce sindacate di Superman e compagnia, e continuerà a ristampare in versione economica diverso materiale DC della Silver Age. La vera novità, tuttavia, è che l’Editrice Il Castoro si è aggiudicata i diritti di pubblicazione della linea Young Adult, un imprint nato lo scorso anno con lo scopo di realizzare graphic novel dedicati ai personaggi più famosi dell’editore newyorkese (sebbene le storie saranno totalmente slegate dalla continuity classica) e destinati a un pubblico di giovani e adolescenti. Per rendere l’operazione ancora più accattivante, inoltre, gli sceneggiatori non sono stati scelti tra i nomi più importanti del fumetto americano, ma tra i più affermati scrittori di bestseller per ragazzi.

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Il primo titolo ad arrivare in Italia è Harley Quinn. Gotham arrivo! (in originale Harley Quinn. Breaking Glass), scelto con la precisa intenzione di sfruttare l’uscita su grande schermo del film Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn. Ai testi troviamo la lanciatissima Mariko Tamaki, che, in verità, non è proprio un’autrice estranea al mondo del fumetto, avendo già collaborato diverse volte con Marvel, DC e vari editori indipendenti, oltre a essere l’autrice di pluripremiati graphic novel, tra cui E la chiamano estate (uscito in Italia per Bao Publishing), grazie al quale ha vinto un premio Eisner. Questo recente lavoro per la DC, le ha fatto guadagnare una nuova nomination alla competizione che si terrà il prossimo luglio, dove è stata candidata anche come best writer e per un altro romanzo a fumetti, Laura Dean continua a lasciarmi (da poco nelle nostre fumetterie, sempre per Bao). La scrittrice canadese è ormai una veterana del genere adolescenziale, quindi sa bene che la prima regola da rispettare in questi racconti è quella di avere dei teenager come protagonisti. E così Harleen Quinzel, che nell’Universo DC classico è una psichiatra dell’Arkham Asylum, che arriva a innamorarsi del Joker, tanto da seguirlo nelle sue attività criminali con il nome da battaglia di Harley Queen, nella storia della Tamaki diventa un’esuberante quindicenne, in trasferta a Gotham City per incontrare sua nonna, che nei piani della madre di Harleen, impegnata per un anno su una nave da crociera, avrebbe dovuto occuparsi di lei per tutta la durata della sua assenza. Madre e nonna, però, non sono più in contatto da parecchio, così quando Harleen arriva in città scopre che l’unico altro parente che aveva è morto da poco e la sua abitazione è ora occupata da Mama, una drag queen che gestisce l’intero palazzo e il locale dove lei e le sue colleghe si esibiscono la sera. Mama accetta di ospitare la scapestrata adolescente che, grazie alla sua vivacità e al suo carattere estroverso, impiegherà pochissimo ad abituarsi alla nuova situazione, riuscendo anche a fare amicizia con la coetanea Ivy, una ragazza di colore impegnata nella difesa dell’ambiente e dei diritti delle minoranze. Allergica alle regole e sempre pronta a mettersi nei guai, Harleen rimarrà presto affascinata dal misterioso Joker, un giovane anarchico che nasconde il suo volto dietro una maschera, pronto a sfruttare lo spirito ribelle della protagonista per creare scompiglio in città.

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Già da questo breve riassunto della trama si intuisce che lo scopo evidente di tutta l’operazione Young Adult è quello di realizzare delle opere in grado di catturare non solo l’interesse dei fan più giovani dei personaggi DC, possibilmente intrigati a vedere una nuova interpretazione dei loro beniamini, ma anche di spingere nuovi lettori completamente a digiuno o quasi del mondo di Batman e soci ad avvicinarsi al libro. Inoltre, i frizzanti dialoghi della Tamaki e il modo sbarazzino in cui viene ritratta la protagonista, se da un lato permettono di raggiungere facilmente il target adolescenziale che era nei piani della dirigenza dell’editore newyorkese, dall’altro rendono il graphic novel appetibile anche per un pubblico adulto. Cosa ancora più vera pensando al ricco cast di comprimari, che l’autrice canadese caratterizza benissimo, riuscendo così a creare un piccolo microcosmo di personaggi a cui è veramente difficile rimanere indifferenti. Naturalmente, per rendere ancora più stimolante la lettura a chi conosce bene la versione classica dei personaggi DC, le strizzatine d’occhio alle storie del Cavaliere Oscuro sono numerose. La Tamaki, tuttavia, è molto brava a fare in modo che tali omaggi non diventino una fastidiosa forzatura della trama, inserendoli in maniera coerente in una storia dove, in realtà, le avventate “imprese” della protagonista sono solo un divertente intermezzo di una vicenda dove si parla di prevaricazione dei più forti sui più deboli, di speculazioni finanziarie, di omologazione sociale, di intolleranza e di diversi altri temi che accomunano gran parte dei giovani di ogni latitudine. Argomenti forse affrontati in maniera leggera, ma che, per contro, non scadono mai nella retorica o nel luogo comune.

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Le tavole di Steve Pugh potrebbero lasciare gli amanti delle nuvole parlanti un po’ disorientati. Le vignette, infatti, sono quasi completamente prive di dinamicità e lo storytelling è praticamente assente: se non ci fossero i balloon a ricordarci di avere tra le mani un fumetto, penseremmo di essere di fronte a una lunga sequenza di illustrazioni, come quelle che si trovavano nei romanzi di avventura di una volta. Un po’ la stessa sensazione che si prova di fronte ai lavori di Alex Ross, di cui, però, Pugh non riprende lo stile pittorico e iperrealista. A ogni modo, il tratto dell’autore britannico, per quanto insolito, non rappresenta assolutamente un difetto e riesce comunque a rendere reali i personaggi immaginati dalla Tamaki, lasciando che la narrazione scorra attraverso l’espressività dei loro volti e il continuo variare dei colori, intrinsecamente legati all’atmosfera che si respira nelle varie fasi del racconto, in cui trovano la loro ragion d’essere anche il rosso e il nero, tipicamente abbinati al costume dell’anti-eroina.

Nonostante la cancellazione della linea Vertigo, compensata solo in parte dall’arrivo dell’etichetta Black Label, Harley Quinn. Gotham arrivo! rappresenta una conferma della grande capacità che la DC ha dimostrato fin dagli anni '80 di saper differenziare i propri prodotti, senza fossilizzarsi sul classico genere supereroistico, che - sulla spinta dell’enorme successo raccolto dai suoi film - sembra, per ora, l’unico su cui alla Marvel interessa davvero investire.

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