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Dylan Dog #393 – Casca il mondo, (-7 alla meteora!), recensione

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Le prime pagine di questo Dylan Dog #393, intitolato Casca il mondo, ci mostrano finalmente da vicino la meteora tanto chiacchierata negli albi precedenti e che, come più volte ripetuto sia dai personaggi che dagli autori sulle colonne dell’Horror Club (l’editoriale che accompagna ogni albo di DD), minaccia di scuotere le fondamenta della vita del nostro indagatore dell’incubo (oltre che dell’umanità intera).

E di scosse ce ne sono in abbondanza, in questo numero scritto da Barbara Baraldi e disegnato da Bruno Brindisi, e non solo metaforiche: a suonare il campanello del civico 4 di Craven Road in questo numero, infatti, c’è una bambina, Lucy Hamilton in cerca della madre, rimasta intrappolata sotto le macerie a seguito di una serie di terremoti limitati, misteriosamente, all’East End londinese.
Barbara Baraldi pesca direttamente dalle sue personali esperienze del terremoto in Emilia del 2012 per creare un’ambientazione credibile e particolareggiata: le tendopoli, la ricerca dei superstiti, i tentativi di rientrare nelle proprie case pericolanti per recuperare quanto rimasto, gli inevitabili sciacalli a caccia di preziosi, tutti dettagli che rendono bene l’idea di cosa succeda dopo un forte terremoto.

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La trama tuttavia, nonostante l’innegabile (e ottimo) lavoro di caratterizzazione delle ambientazioni, difetta di una certa scarnezza delle vicende di Lucy, in parte riducibile al solo colpo di scena finale (che non sveleremo) e che viene compensata inserendo una serie di personaggi e di situazioni a nostro avviso superflui o addirittura pretestuosi (su tutti Arya, impegnata come volontaria nell’assitenza ai terremotati), creando così nel lettore, se non confusione, l’impressione che gli eventi si avvicendino in maniera slegata.
Fra i difetti dobbiamo includere, inoltre, una certa stucchevolezza dei dialoghi e di alcune didascalie, specie nei punti chiave della storia: è un peccato che la resa realistica delle ambientazioni finisca per cozzare con frasi troppo smielate e inverosimili da parte dei personaggi. Ben riusciti, invece, sono i siparietti comici affidati, come di consueto, a Groucho.
Appena accennata in questo numero (sebbene si tratti di un accenno importante) è invece la storyline della meteora e che aggiunge un altro tassello ad un mosaico di cui ancora non si riesce ad indovinare l’immagine. Globale.

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Per quanto riguarda l’aspetto grafico, l’albo si apre con la bella copertina (questa volta più minimalista del solito) di Gigi Cavenago, che in un forte contrasto cromatico fra le tinte del rosso e quelle del nero, ci mostra un Dylan intrappolato sotto le macerie di una Londra devastata.
I disegni, invece, sono affidati a Bruno Brindisi, disegnatore di lunga data di Dylan Dog, che confeziona una serie di tavole ben riuscite e funzionali alla storia senza intaccare la consueta griglia bonelliana. Buona la resa di personaggi e ambientazioni, specie in notturna, quando le ombre e i chiaroscuri (realizzati attraverso i retini) conferiscono la giusta tridimensionalità ai corpi ed agli spazi, nonché l’attenzione per alcuni dettagli che contribuiscono a rendere solida la caratterizzazione delle situazioni.

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La Bonelli ha aumentato i prezzi dei propri albi

  • Pubblicato in News

La voce circolava da tempo, e con l'albo di Julia uscito qualche giorno fa era arrivata la conferma ufficiale dell'aumento del prezzo di copertina degli albi Bonelli. La lettera di Davide Bonelli, che motiva questa scelta ai lettori, non specificava perà quali testate fossero coinvolte e l'entità di questo aumento.

Grazie a Preview 44, diffuso oggi, sappiamo ora quali albi i lettori troveranno ad un prezzo maggiorato a partire da questo mese e quale sarà il loro costo effettivo.

Tutti gli albi mensili da 96 pagine venduti finora a 3,50 costeranno 40 centesimi in più. Parliamo di Tex, Dylan Dog, Dragonero, Zagor, Nathan Never e Dampyr.
Lo stesso discorso vale per le ristampe da 3,50, come Tutto Tex e Tex Nuova Ristampa. Anche Morgan Lost Black Novels, il cui prezzo era di 3,50, passerà a 3,90€.
I Titoli della linea Audace passeranno tutti a 3,90€.
Julia, come noto, costerà ora 4,50€ invece che 4€.
Dylan Dog Color Fest da 4,90 costerà 5,50 euro.
Tex Classic si allineerà a Zagor Classic a 3,20.
Martin Mystère avrà un aumento di 0,50€ e passerà da 5,70 a 6,30.
Agenzia Alfa da 6,90 a 7,90 euro.
Infine, i Magazine costeranno 7,50 invece che 6,90.

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Odessa 1, recensione: lo "science-fantasy" Bonelli approda in edicola

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Avvolto nel mistero, lo sviluppo di Odessa è stata a lungo effettuato sottotraccia e, fino a qualche mese prima dell’uscita, le informazioni su questa nuova serie Bonelli erano davvero scarse. Sorta di “spin-off artistico” di Nathan Never - con cui condivide gran parte del team di autori -, Odessa si svilupperà in 24 albi mensili e, i suoi ideatori Davide Rigamonti (autore anche del primo albo), Mariano De Biase e Antonio Serra, promettono di mescolare in maniera inedita fantascienza e fantasy.

Il numero 1 di Odessa, già agli onori della cronaca per essere stato presentato con un mese di anticipo al Comicon di Napoli con un cut-price del 50% - cosa che ha scatenato l’ira di diverse fumetterie che hanno aderito all’iniziativa promozionale per il suo lancio –, è finalmente giunto in tutte le edicole italiane ed è ora di valutare l’opera, al di là delle polemiche e della segretezza del progetto stesso.

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Odessa, come anticipato, è una serie ambiziosa che, oltre a creare un universo narrativo tutto nuovo, mescola due generi distinti e separati come il fantasy e la fantascienza dando vita a quello che gli autori stessi definiscono science-fantasy.
Lo spunto narrativo è interessante e vede al centro di tutto Odessa, città Ucraina che subirà una fusione con l’astronave/prigione Serraglio 457, dando vita a un micro-sistema del tutto originale in cui convivono diverse razze aliene. Protetta da una cupola, l’obiettivo principale è quello di nascondersi dagli Ignoti, potentissime creature che dominano l’universo. La creazione della cupola ha generato, inoltre, una discrepanza temporale di 20 anni. Il tempo ad Odessa continua a scorrere normalmente, mentre al di fuori di essa il tempo ha subito un drastico rallentamento: sono passati solamente pochi secondi dalla “fusione”.
La cupola, tuttavia, non potrà proteggere Odessa e il mondo esterno per sempre dall’azione degli Ignoti.

Protagonista principale di Odessa è Yakiv Yurakin, ragazzino che si fonderà con l’alieno telepate che governa l'astronave Serraglio 457. I due riusciranno a dividersi, ma entrambi ne risulteranno mutati: il ragazzo resterà alieno al 50% così come l’alieno Mozok, resterà per metà umano. Nel corso del primo numero si scoprirà che il ragazzino è la chiave per la realizzazione di un'arma in grado di impedire l'invasione degli Ignoti.
Oltre a Yakiv, il cast di personaggi è composto dagli amici Zhiras e Goraz, oltre che dalla scienziata Viktoriya “Tori”.

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Il promettente spunto narrativo viene, tuttavia, messo in ombra da una messa in scena imperfetta, afflitta da alcune problematiche che rendono incerto lo stesso progetto. Innanzitutto, il target di Odessa.
Da un lato la serie sembra rivolta a un pubblico YA di adolescenti, ma lo stile di scrittura fin troppo classico sembra stringere invece l’occhio a lettori ben più navigati e “maturi”. Lo stile intero della serie, dal concept, alla trama, dai dialoghi fino ai disegni, sembra essere fuoriuscito da un progetto nato negli anni ’90 e rimasto chiuso in un cassetto fino ad oggi. Qualcuno potrebbe definirlo come “old-style”, certo, ma senza quel rimando pop post-moderno che renderebbe l’opera attuale e accattivante.

La premessa narrativa, che getta tanta carne sul fuoco, trova uno sviluppo troppo rapido e viene accantonata a favore di una trama episodica da “caso del mese” il cui intreccio appare troppe banale. I dialoghi, inoltre, non aiutano a conferire profondità alla vicenda e ai personaggi, fin qui troppo stereotipati. C’è tutto il tempo per aggiustare il tiro, ma è l’equilibrio fra creazione dello scenario, trama del primo episodio e sviluppo dei personaggi non convince in questa prima uscita.

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Il comparto grafico ci mostra un mondo e un character design che non fa di certo dell’originalità il suo punto di forza, rafforzando l’idea di un richiamo a un immaginario più familiare e classicheggiante.
A convincere meno, tuttavia, è la colorazione ad opera di Mariano De Biase, troppo satura e acida, che rimanda anch’essa a produzioni tipiche degli anni ’90. Il risultato è che i colori appesantiscono le tavole di Matteo Resinati il quale, a un ottimo storytelling, contrappone un tratto in alcuni casi poco curato. In tal senso, le colorazioni viste in Bonelli nelle produzioni recenti (Orfani, Mister No Revolution, Mercurio Loi) hanno mostrato un approccio più moderno ed efficace.

Il primo numero di Odessa, dunque, non riesce a convincere appieno, non trovando equilibrio fra le sue parti come premessa narrativa e sviluppo episodico, o anche nel centrare il suo target di riferimento non giungendo a un compromesso adeguato fra lettori giovani e maturi. In attesa di comprendere le reali potenzialità della serie con la lettura dei prossimi numeri, Odessa arriva in un momento delicato per l’editoria italiana e di grande cambiamento per la Sergio Bonelli Editore che sta operando una differenziazione molto ampia della sua proposta. E in questo, Odessa dovrà trovare il suo posto.

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Dylan Dog #392 - Il primordio (-8 alla meteora!), recensione

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Immaginate che la realtà (la vita, l’universo e tutto quanto, per citare Douglas Adams) non sia così solida e intaccabile come pensate, che se non si è ancora dissolta lasciandoci a galleggiare nel nulla è grazie a qualcuno che, come Atlante che reggeva il mondo sulla schiena, si preoccupi di custodirla il più intatta possibile. E immaginate che questo qualcuno (o anche più d’uno, perché no?) ci riesca grazie a degli antichi artefatti capaci di stirare e spiegazzare a piacimento il tessuto del reale. Immaginate, ora, che una persona qualunque, da un momento all’altro, si ritrovi per caso a dover svolgere il faticosissimo compito di evitare che la realtà vada in briciole. Un compito arduo e ingrato, no?

È da queste premesse che parte il Dylan Dog #392, intitolato Il primordio, scritto da Paola Barbato e Roberto Recchioni e disegnato da Paolo Martinello, sesto numero del ciclo della meteora che dal #387 minaccia di spazzare via l’umanità intera. In questo numero, infatti, che si apre con un prologo ambientato il quell’outback australiano così carico di leggende e magia, fonte di ispirazione per tante storie di Martin Mystère (il Buon Vecchio Zio Marty, BVZM, per i fan), seguiamo le traversie di una misteriosa statuetta di pietra che, passando di mano in mano, non può che arrivare infine dal nostro indimenticabile indagatore dell’incubo in jeans e camicia rossa.

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La statuetta, naturalmente, non è un oggetto qualunque: manipolandola, infatti, è possibile distorcere lo spazio in maniere impensabili, dilatandolo e moltiplicandolo, come Dylan scoprirà nel corso dell’albo. Gli toccherà quindi capire come gestire questo enorme potere e per quale scopo i primi, mostruose divinità tentacolari che sembrano uscite da un racconto di Lovecraft, vogliono che sia lui ad avere il primordio (questo il nome della statuetta, che assieme ad altri cinque manufatti, permette di tenere la realtà sotto controllo).

Paola Barbato e Roberto Recchioni mescolano una serie di elementi molto diversi fra loro per scrivere una storia abbastanza lontana da quelle lette negli ultimi numeri: mancano lo splatter, il gore e l’orrore incontrati negli altri albi, sostituiti dalle atmosfere perturbanti, quasi da realismo magico, che si possono trovare in molte puntate di Ai confini della realtà. Un’avventura atipica, quindi, forse molto più familiare al detective dell’impossibile, il già citato BVZM, che all’indagatore dell’incubo. Un’avventura, diciamolo, poco avventurosa e che forse difetta di ritmo: i pochi colpi di scena (con l’eccezione della sequenza narrativa in chiusura) non riescono davvero a stupire e uno in particolare, che non sveleremo, sa vagamente di retcon (un retcon però non del tutto implausibile e che rievoca un elemento risalente addirittura al DD #63).
Non mancano i consueti riferimenti alla cultura pop, dal già citato Lovecraft a certo Neil Gaiman di American Gods, sebbene in alcuni casi alcuni riferimenti stonino un po’ con l’atmosfera generale della storia (in particolare, un paio di scambi fra Dylan e Groucho).

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Le tavole sono affidate a Paolo Martinello (Dylan Dog – Cronache dal pianeta dei morti), che gestisce bene la resa delle espressioni del viso e sfrutta al massimo l’espediente della manipolazione della realtà, confezionando alcune vignette a metà strada fra i sogni di Christopher Nolan in Inception e le geometrie impossibili di Maurits Cornelis Escher (espedienti ripresi anche da Gigi Cavenago per la copertina, tutta nei toni dell’arancio). Piacevole anche la resa visiva di alcune delle creature lovecraftiane, complici anche gli ottimi chiaroscuri di Martinello che rendono bene le anatomie mostruose dei primi. Peccato, tuttavia, che ad un’impostazione grafica così solida non si accompagni una trama altrettanto avvincente.

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