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Leonardo Cantone

Leonardo Cantone

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Troppo facile amarti in vacanza, recensione: ciò che è lontano, è molto vicino

COVER TROPPO FACILE AMARTI IN VACANZA

Il titolo del nuovo graphic novel ad opera di Giacomo Bevilacqua fin da subito richiama ad un tipo particolare di mood che tutti abbiamo provato (e ancora proveremo): quella sensazione di benessere dovuto alla “vacanza” non necessariamente identificata come “ferie” ma quello stato d’animo di pausa dalla propria vita. Ed è chiaro che quando si è trovati quel piccolo atollo di serenità, tutto sembra più “facile”. Il problema è, prima o poi, si deve tornare alla realtà. E la realtà in cui vive Linda – la protagonista del volume – non è certo quella più idilliaca: l’Italia scaraventata in un futuro distopico non ben precisato. La nostra nazione non è più la stessa, semi-deserta, abbandonata, in cui la natura si è riappropriata dei propri spazi. Un Paese che sembra non appartenere più al suo popolo o, quantomeno, ad un popolo che non si sia abbandonato ai più biechi istinti, preda di pulsioni o vacui ideali.

Linda decide di abbandonare la città di Roma, l’appartamento “sicuro” in cui viveva e, con il suo cane Follia, dirigersi al “confine”. Come in ogni viaggio on the road in un contesto distopico, Linda dovrà affrontare sfide, subirà incontri/scontri e dovrà dimostrare a se stessa la forza necessaria per sopravvivere in un mondo ormai irriconoscibile. Il viaggio di Linda è un percorso doloroso in cui lei stessa – e il lettore – si ritroverà davanti ai drammatici mutamenti e (de)evoluzioni sociali occorsi al Paese. Ed è proprio qui che risiede la forza del volume: è davvero un futuro così distopico? Sicuramente non è lontano. E non solo per le ambientazioni che Bevilacqua sceglie di tratteggiare, lontano dalla fantascienza, ma estremamente vicini a noi. Ciò che Linda – come un novello Virgilio – porta in superficie con il suo cammino è la dimostrazione di come basti poco perché sentimenti universali di humanitas o di rispetto nei confronti del mondo che ci ospita vengano respinti in favore di individualismi psicologicamente o fisicamente ferini.

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L’Italia di Bevilacqua è l’Italia dei vecchi arcigni, sopraffattori, legati a vestigia di una cultura in rovina che manda (o ha già mandato) al macero il futuro. E questo, è un tema, drammaticamente attuale. Inserirlo, però, in uno spaccato futuribile, rende ancora più inquietante l’atmosfera che si respira durante il viaggio di Linda.
E la ragazzina protagonista incarna quella voce, troppo spesso silente, di rabbia che alberga in chi è stanco di vivere in una società morente che incancrenisce chi è sano. Da qui la necessità, anche questa troppo spesso accantonata, di una “vacanza” da se stessi e dal mondo. Ma l’autore lo ricorda molto chiaramente al lettore, partendo proprio dal titolo, che è tutto più semplice quando si è lontani dai problemi. Ma la vacanza non serve a ricordare quanto è complicato il mondo che ci circonda, quanto, piuttosto, a sancire che noi facciamo parte di questo mondo e, solo noi, possiamo intervenire per cambiarlo.

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A questa atmosfera densa, conflittuale e drammatica, Bevilacqua sceglie, in contrapposizione, di utilizzare una palette di colori chiari. Non solo: gli edifici e la natura sono quasi sempre colpiti da un sole caldo, poco dalla pioggia. Linda cammina tra paesaggi in cui la trasparenza dell’acqua e dell’aria sembrano quasi voler suggerire che il problema del mondo è proprio di chi ci abita. Di grande fascino ed intensità sono gli sfondi: il paesaggio, l’Italia con la sua meravigliosa natura e gli straordinari edifici storico-artistici, da un lato accoglie la storia, dall’altro diventa soggetto dell’occhio del lettore. L’autore tratteggia con eleganza personaggi (anche quelli più abietti), dedicando, sicuramente, la maggior parte della sua attenzione alla giovane Linda, guerriera di un mondo che non le appartiene più e che, con pochi semplici tratti di “matita” dell’autore, riesce a mostrarsi in tutte le sue complesse stratificazioni caratteriali ed emotive.

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Edito dalla Bao Publishing, Troppo facile amarti in vacanza, è raccolto in uno straordinario volume cartonato di grande pregio, con pagine lucide che esaltano straordinariamente i colori dell’autore e serra la divisone in capitoli con la grande attenzione grafica di segnalarli quasi come se fossero titoli cinematografici, attraverso grandi font colorati e altrettanto colorati icone disegnate ricorrenti nel viaggio di Linda.

Le Maldicenze, recensione: il ponte tra passato e presente

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Flavia Biondi è chiara fin da subito: leggendo Le Maldicenze, il lettore si troverà davanti l’autrice di dieci anni fa. Con tutte le conseguenze del caso. Immaturità artistica? Criticità identitarie? Avida urgenza espressiva? Queste sono solo alcune delle riflessioni che l’autrice compie nell’introduzione a vignette del volume. Ma oltre la patina di espressività sicuramente ancora acerba, si legge con forza la matura consapevolezza del proprio contesto ed una straordinaria capacità di lettura del presente in funzione del futuro. Guardare al passato serve sempre a comprendere il proprio presente, il proprio percorso e gettare le basi per il futuro: un cammino artistico maturativo intercorso nell’arco di tempo dei dieci anni. Questa riflessione vale tanto per Flavia Biondi, quanto per le sue creature fumettistiche raccolte da Le Maldicenze.
Il volume, difatti, racchiude le due “opere prime” dell'artista: Barba di Perle e L’Orgoglio di Leone. Entrambe sono accomunate da un complesso, quanto straordinariamente universale, concetto: l’accettazione di sé.

Nel primo racconto ci troviamo a seguire Santo nella lotta interiore contro i luoghi comuni, talmente radicati nel tessuto sociale e nell’immaginario collettivo, da aver invaso anche l’identità del ragazzo stesso: può un ragazzo, un “maschio”, indossare delle perle per il solo piacere di farlo? Essere libero di farlo con sé stesso, prima che con gli altri? Tralasciando l’ovvia risposta affermativa, è chiaro come il racconto metta il gioiello come oggetto simbolico: ognuno di noi ha le proprie “perle” con cui deve scendere a patti, il proprio io taciuto a sé stessi, in contraddizione con l’aspettativa sociale radicata nella cultura sociale che ci ha cresciuto.

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Il secondo racconto vede Thomas come protagonista. Al contrario di Santo, il critico letterario tratteggiato da Biondi vuole aderire all'immaginario collettivo: lavoro ben pagato a Milano, fidanzata magra e bella, amato dai futuri suoceri e accettato dalla sua famiglia. Per farlo deve nascondere la propria omosessualità. Non solo agli altri, ma anche a sé stesso: pur avendo rapporti con altri uomini, non “crede” al proprio orientamento sessuale, lo interpreta come uno sfogo, come una dipendenza, dalla quale potrà uscirne.

La fortuna di Santo e di Thomas, è quella di potersi confrontare con chi un percorso di consapevolezza e autodeterminazione l’ha già intrapreso. Chiaramente la rispettiva controparte del singolo protagonista ha un ruolo differente nella vita dell’altro, e il suo percorso di accettazione ha avuto evoluzioni e sorti differenti. Ma entrambi fungono da soglia esplorativa verso l’autocritica identitaria.
Quelli che, ad una lettura preliminare, possono sembrare racconti sull’identità sessuale, sono, al contrario, molto più stratificati. Biondi, nella sua introduzione che, senza dubbio opera come bussola orientativa per la lettura delle sue storie, parla di “empatia”. Tale capacità – purtroppo, troppo drammaticamente, dimenticata – permette al lettore, a prescindere dal proprio orientamento sessuale o dal proprio grado di autoconsapevolezza, di legarsi e comprendere tanto Santo, quanto Thomas.

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Biondi, nell’esigenza di esporsi attraverso temi e riflessioni che, negli anni della stesura delle storie, alimentavano il proprio vissuto personale e artistico, ha raccontato sia di un coming out che di un outing. Ma nel farlo, ha affrontato il tema dell’accettazione di sé in un contesto sociale in aperta opposizione. Chiunque, nella propria vita, ha dovuto scontrarsi con un contesto sociale – piccolo, grande o pubblico che sia – trovandosi in contrasto con questo. E la grandezza di queste piccole, grandi storie risiede proprio nella capacità di cogliere quella sensazione: il cortocircuito che nasce tra ciò che l’ambiente ci impone o tramanda e il proprio io che, però, è spesso la prima vittima dall’ambiente stesso.

I due racconti non potevano che essere tratteggiati con l’elegante sintesi del disegno. Nonostante si percepisca – in confronto alle opere seguenti dell’autrice – un segno leggermente acerbo, questo è assolutamente funzionale alla necessità narrativa. Biondi fornisce il luogo – sempre riconoscibile – con pochi, chiari elementi, e affida all’articolata sintesi espressiva e gestuale, l’arduo compito di ricostruire il vissuto emozionale dei personaggi. L’utilizzo dei toni di grigio permette alla Biondi di modellare le figure giocando con le ombre e con i piani per rafforzare l’atmosfera narrativa delle varie scene.

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Il volume cartonato edito da Bao Publishing non può che rendere onore ai due racconti a fumetti. La veste editoriale, di grande formato e dalla corposa foliazione, concede alle tavole il giusto ampio respiro, permettendo al lettore di soffermarsi sulle tavole, sui balloon, di concentrarsi sui protagonisti. Dopotutto, questi, non sono solo specchio della loro autrice, ma specchio di tutti noi. Nel bene o nel male, sia quando c’è un lieto fine, sia quando questo è amaro.

La Belgica 1-2, recensione: il viaggio inaspettato ma necessario

COVER LA BELGICA 1

La Belgica fu un veliero realmente esistito che, sul finire del ‘800, intraprese uno straordinario e pericoloso viaggio verso l’Antartide. Fu un’impresa difficile che mise a dura prova l’equipaggio e l’imbarcazione stessa, espressione del massimo spirito pionieristico dell’epoca, capace di essere tuttora materia di studio per comprendere le sollecitazioni di un gruppo di persone in situazioni estreme.
Chi erano questi marinai? Chi era il loro capitano? Quali erano i nomi dell’equipaggio formato da 19 membri?
Toni Bruno (Da quassù la Terra è bellissima) ha trovato per il lettore queste risposte. Eppure, per l’autore, sono risposte poco soddisfacenti. La Belgica non è solo una nave, è simbolo delle aspirazioni, del coraggio, dell’intraprendenza dell’uomo, ma allo stesso tempo metafora di contraddizioni emotive ed identitarie. Per questa ragione Bruno ha potuto inserire nel suo racconto un ventesimo membro dell’equipaggio, che si facesse portavoce di queste tensioni narrative: Jean, un ragazzo che vive come può nella lugubre città di Ostenda, in Belgio. Convinto, da alcuni sodali, a depredare La Belgica ormeggiata al porto, per un fortuito caso, egli rimarrà a bordo mentre questa ha intrapreso il suo viaggio verso i ghiacci dell’Antartide. La sua vita da clandestino ha breve vita e Jean diventa presto un mozzo. Ma il ragazzo non ha lasciato ad Ostenda solo una vita di difficoltà, ha lasciato Claire, la donna che ama e che lo aspetta.

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Ciò che costruisce Bruno non è un mero racconto dal sapore avventuroso e dai risvolti romantici: tali elementi ne sono la fascinosa impalcatura narrativa. L’autore, difatti, ponendo Jean come un ottocentesco Ulisse – e Claire la sua Penelope – ne approfitta per raccontare un viaggio emotivo, una dolorosa, lenta e colpevolizzata comprensione di se stessi.
Nel primo volume – non a caso omericamente intitolato “Il canto delle sirene” – come i classici eroi d’avventura, i due protagonisti, affrontano un viaggio fatto di tappe, sono costantemente costretti a superare delle soglie. La “soglia”, nel sapiente racconto di Bruno, diventa lo strumento per scandire il tempo, lo spazio e le prove emotive ed identitarie dei personaggi.
La Belgica traghetta Jean a cavallo di due secoli, traversando mari e costeggiando continenti, lo costringe a superare limiti fisici e a oltrepassare le proprie contraddizione identitarie. Il ragazzo è il cardine attorno a cui l'autore costruisce l’impianto di tutti gli altri personaggi, dal cane Sno agli amici che lo cercano, ai vari membri dell’equipaggio. Ma è senz’altro con Claire che Bruno imbastisce le scene maggiormente poetiche ed evocative: un rapporto non vissuto, un dialogo a distanza dove, però, manca comunicazione, un amore messo alle strette dagli eventi e dal tempo.

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Non è la sola strutturazione dei personaggi ad accogliere il lettore su La Belgica. Toni Bruno esprime nei volumi tutto il suo amore per la veridicità storica. Pochi accenni grafici, poche battute e immediatamente si viene catapultati a più di un secolo fa, in un contesto sociale e culturale tanto distante. Eppure, la straordinaria capacità narrativa dell’autore risiede nell’abilità di mostrare come determinate traiettorie emotive superino anche i confini temporali e geografici. E anche il lettore si ritrova a superare delle soglie, a viaggiare nella propria identità insieme a Jean e Claire, anch’egli sulla Belgica.
La nave, difatti, si mostra non tanto come vascello fisico, quanto scrigno dei più diversificati sentimenti dell’uomo a cui tutti i personaggi a modo loro sono legati. Dopotutto, e Jean e Claire ne sono portavoce, la costante ricerca nel migliorarsi, parte sempre dalla stratificazione di emozioni che costituiscono l’identità di chiunque: desiderio, paura, amore, bisogno di riscatto, speranza.

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Chiaramente, come la vista spesso e drammaticamente non smette di ricordare, non tutti i tasselli andranno sempre al proprio posto. Ma con i due straordinari volumi de La Belgica, Toni Bruno richiama il lettore all’importanza fondamentale di superare le diverse soglie che troverà sul proprio cammino e per farlo avrà bisogno della propria Belgica, una nave capace di traghettare verso l’ignoto – e il nome del secondo volume “La melodia dei ghiacci” ha quel sentore lovecraftiano legato all’ignoto – perché è lì che troverà le risposte. Parafrasando il sociologo Joseph Campbell, è lo stesso autore a palesare tale intento: il tesoro che stai cercando è proprio nella caverna dove non vuoi entrare.

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Un lungo racconto di tale intensità non poteva che essere raccontato con grande raffinatezza grafica. Bruno ha scelto delle mezzetinte: acquerellando con un inchiostro scuro restituisce il lungo inverno emotivo dei personaggi, restituendo contemporaneamente quell’aura di “antichità” che accompagna i diari autografi di fine ottocento. Il tratto grafico sintetico, lontano da un altrimenti inutile fotorealismo, non è di certo caricaturale, ma si pone giusto a metà: i personaggi e gli ambienti vivono di una trattazione essenziale e delicata estremamente evocativa e potente nei momenti drammatici, ma che si abbandona a qualche leggera deformazione per le situazioni più leggere. Le tavole si presentano con una griglia che non si concede a particolari o ardite composizioni. Bruno serra i momenti e il ritmo con una misurata cadenza di tempi, dilatandoli e sviluppando la narrazione come frame cinematografici.

La veste editoriale proposta da Bao Publishing fa da perfetto scrigno ai volumi de La Belgica: cartonati di grande pregio sono corredate da dietro le quinte scritte dall’autore, schizzi preparatori, schede dei personaggi e, soprattutto, dalle numerose suggestioni che hanno portato Bruno alla stesura del suo racconto.
Postilla di grande fascino: accostate le copertine dei due volumi, Jean e Claire, in un contesto differente, descritti da un colore differente, si guardano, lui ha una busta di lettere in mano, lei la lettere aperta. Tra loro non parlano, eppure, il dialogo tanto cercato potrebbe avere inizio.

Sottosopra, recensione: non solo la gravità viene invertita

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Lo spunto è sicuramente affascinante: la gravità per tutti gli esseri viventi è invertita. Un evento catastrofico come questo non può che riscrivere la vita e, in questo caso, anche la fisica.
Luca Enoch e Riccardo Crosa sono gli autori di questo racconto fantascientifico che ipotizza un’improvvisa inversione della gravità. Ma solo per gli esseri viventi: tutti gli oggetti, dalle automobili alle bottiglie d’acqua rimangono al suolo. Suolo che, per i personaggi, è, oramai, il loro soffitto.

Per il giovane protagonista, i pochi giorni trascorsi dal disastro, sono passati disteso sul tettuccio della propria macchina. Uscire dall’abitacolo del veicolo vorrebbe dire precipitare verso il cielo, andare incontro a morte certa. Tanti esseri umani hanno subito questa drammatica sorte, tra cui suo padre. Ma il ragazzo sa che non potrà rimanere lì ancora troppo a lungo: i viveri scarseggiano e non tutti i sopravvissuti hanno intenzioni benevoli. Come prevedibile, non tutti interpretano questa misteriosa inversione come un segno negativo, quanto una “divina ascensione”. E, ancora una volta, il cieco bigottismo diventa un’arma contro l’umanità.

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È evidente la matrice da “disaster movie”, da racconto catastrofico. L’umanità è stata decimata, almeno nella parte del pianeta esplorata dalla storia di Enoch e Crosa. A esplicitarlo è proprio uno dei protagonisti che ipotizza, sperando, che nell’altro emisfero la gente stesse dormendo al momento dell’inversione, trovandosi sul soffitto e non a vagare nel cielo.
Gli autori scelgono un imponente disastro alla base del loro racconto. Tale evento costringe a dirottare le linee narrative verso limitate evoluzioni. In un mondo “al contrario”, già soltanto il più basilare camminare diventa pericoloso. Ma Enoch, ai testi, riesce a sfruttare con intelligenza tale meccanismo narrativo. Esemplificativo è il desiderio dei ragazzi di poter “camminare” come prima: zavorrati cercano di sospingersi verso il “vecchio” suolo. Non solo: lo sceneggiatore lascia comunque il tempo ai due protagonisti per esplorare, con la loro curiosità da adolescenti, ambienti e di vivere situazioni. Ironia e dramma si alternano con il giusto ritmo.

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E Crosa non è di solo supporto al testo, ne è la struttura portante. Difatti, grazie alla sue vertiginose prospettive ed angolazioni, rende materico e tangibile questa pericolosa gravità. Dopotutto, il nemico principale è questa continua angoscia di essere scaraventati al cielo. E Crosa – con forza, nelle scene all’esterno - mette lo spettatore davanti questa angosciosa consapevolezza.
È indubbio che la colorazione di Paolo Francescutto giochi un ruolo fondamentale. Il colorista, però, intraprende una strada che non ci si aspettava. Nell’immaginario hollywoodiano dei disaster movie, siamo abituati ad una patina grigio-bluastra, come se il freddo pervadesse anche i deserti più caldi. In Sottosopra, invece, no. Francescutto sceglie una colorazione “realisticamente” emotiva, volta ad evidenziare più le emozioni altalenanti dei protagonisti che a immortalare il disastro ambientale.

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La storia presentata nel volume è sicuramente troppo breve per soddisfare appieno la curiosità del lettore. Non poche le domande a cui si cerca risposta che, speriamo, vengano soddisfatte in un futuro, ipotetico, secondo volume. Di straordinaria completezza e grande interesse è, invece, il corposo “dietro le quinte” in cui tutti gli attori del volume rivelano la gestazione del progetto e la sua costruzione narrativa e grafica.
Interessante graphic novel, dunque, che sembra essere più il prodromo ad una serie (meglio, una miniserie) che un racconto a se stante. Questo, chiaramente, non va ad inficiare la piacevole lettura, costellata di continue suggestioni e domande. La più forte: io che farei se la gravità fosse invertita?

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