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Star Slammers. The complete collection, recensione: l'opera integrale di Walter Simonson

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Non ce ne voglia Jason Aaron, da tempo alle redini della testata dedicata al Dio del Tuono, ma per i fan di Thor di vecchia data, sentire il nome di Walter Simonson significa ricordare con nostalgia quello che è tuttora considerato l’arco narrativo più bello del super-eroe ispirato al dio scandinavo e, probabilmente, anche l’opera più importante del fumettista originario del Tennessee.
Il motivo per cui quelle storie sono diventate così famose va ricercato nella perfetta combinazione che seppe creare Simonson tra l’epica dei miti norreni - di cui l’autore americano è un appassionato - e le atmosfere anni Sessanta delle migliori storie di Stan Lee e Jack Kirby. Inoltre, l’ammirazione per il co-creatore dell’Universo Marvel, spinse l’autore americano a modificare il suo stile di disegno fino a riuscire a rievocare, almeno in parte, il gigantismo e l’esplosività tipica delle tavole del Re, portando la serie di Thor a essere considerata uno dei più importanti fumetti americani degli anni Ottanta.
Grazie a quelle storie, Simonson divenne uno degli autori di punta della Marvel, prima facendo coppia con la moglie Louise Jones su X-Factor poi, nuovamente come autore completo, prendendo in mano la serie dei Fantastici Quattro. In seguito l'artista si dedicherà a opere creator-owned, sull’esempio dei colleghi e amici Frank Miller e John Byrne, accasatasi, nel frattempo, alla Dark Horse (nella sotto-etichetta Legend), con il desiderio di svincolarsi dalle rigide regole di Marvel e DC, e di possedere i diritti delle proprie opere.

Simonson si rivolse alla Malibu, una piccola casa editrice californiana, diventata improvvisamente uno degli attori più importanti del mercato fumettistico americano, per aver distribuito i primi numeri della neonata Image Comics. Intenzionata a rimanere ai vertici di quel mercato, nonostante Todd McFarlane e soci avessero deciso di andare per la loro strada, la Malibu acconsentì nuovamente a concedere il proprio canale distributivo alla Bravura, un consorzio di fumettisti del quale facevano parte Simonson, appunto, e autori del calibro di Howard Chaykin, Gil Kane, Jim Starlin e Peter David.
Simonson esordì con la miniserie Star Slammers, dove riprese i personaggi che aveva creato durante i suoi anni universitari e che gli avevano permesso di ottenere il suo primo lavoro da professionista alla DC. Gli stessi personaggi, per la verità, nel 1983 erano stati anche i protagonisti del sesto numero della serie Marvel Graphic Novel (pubblicato in Italia per la prima volta nel 1992, sulla rivista Supercomics della Max Bunker Press), una collana nata solo l’anno prima, attraverso la quale l’allora editor-in-chief della Casa delle Idee, Jim Shooter, prendendo a modello i volumi a fumetti pubblicati in Francia, desiderava proporre le avventure degli eroi della casa editrice newyorkese con un approccio più adulto. Quella storia, nelle intenzioni di autore ed editore, avrebbe dovuto essere un semplice preludio a una possibile serie che, però, visti gli impegni del cartoonist su altre testate, non si fece mai. Già da queste poche righe è facile intuire quanto sia stata travagliata la storia editoriale di questi personaggi, i quali, come detto, ritornarono solo nel 1994 grazie alla Malibu.

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La miniserie degli Slammers era stata concepita per durare cinque numeri, ma solo quattro di questi videro la luce sotto l’etichetta della casa editrice californiana. Infatti, non più soggetto ai controlli di un supervisore, Simonson si dimostrò incapace di rispettare le scadenze, finché lo scoppio della bolla speculativa, che colpì l’industria del fumetto americano nella prima metà degli anni Novanta, non cominciò a mietere le prime vittime. La Malibu fu una di queste: alla fine del 1994, cioè lo stesso anno in cui cominciò a uscire la nuova miniserie degli Slammers, la casa editrice fu acquisita dalla Marvel e le serie Bravura finirono nel limbo (fa quasi tenerezza leggere le note di apertura del numero 7 dell’effimera rivista della Star Comics, che, più di vent’anni fa, pubblicò in Italia per la prima volta i personaggi di Simonson e compagnia. Il curatore della testata, che era stata chiamata proprio Bravura, annunciava la temporanea sospensione delle pubblicazioni per mancanza di materiale, dando la colpa ai ritardi accumulati dagli autori e alla lentezza della Malibu a fornire le pellicole per la stampa. Fiducioso di un futuro ritorno in edicola di lì a poco, elencava tutte le nuove miniserie in cantiere. Inutile dire che le pubblicazioni non ripresero più).
Simonson, quindi, si vide costretto a far uscire l’ultimo numero della miniserie come one-shot presso la Dark Horse nel 1996, realizzando, lo stesso anno, anche un breve preludio in bianco e nero (una sorta di collegamento tra graphic novel e miniserie), che apparve sulle pagine dell’antologica Dark Horse Presents. Poi più nulla, e, per quanto l’autore americano abbia più volte dichiarato di voler riprendere le vicende degli Slammers con nuove pubblicazioni, per ora i personaggi sono solo stati oggetto di una recente ristampa da parte della IDW, che ha ripubblicato tutte le storie apparse fino a questo momento sotto forma di miniserie di otto numeri. Questa collana ha proposto la saga degli Slammers in ordine cronologico, a partire dalla vicenda narrata nel graphic novel del 1983.

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Nel primo numero apprendiamo di come gli Star Slammers (il cui nome deriva da “power slammer”, la caratteristica fionda, che ognuno di loro sa utilizzare con grande maestria) siano un popolo di mercenari, abilissimi nel combattimento e, per questo, temuti in tutta la galassia. Cacciati secoli prima dal loro pianeta di origine dagli Orion, sono spesso costretti a difendersi dagli assalti di questi ultimi, che considerano l’uccisione degli Slammers un semplice divertimento. Per eliminare definitivamente la minaccia degli Orion, gli Slammers sono costretti a offrire i loro servigi in tutto il cosmo in cambio di armamenti, ma proprio mentre sembrano essere vicini a capire come utilizzare la loro arma più potente, il Silvermind Bridge, un’unione mentale capace di renderli quasi imbattibili, i loro nemici decidono di attaccare. Terminata la storia narrata sul graphic novel, la collana continua con il materiale Dark Horse e Malibu, dove la vicenda si sposta mille anni nel futuro. Qui gli Slammers sono ancora dei temutissimi mercenari e a seguito di un attacco fallito su un pianeta ai margini dell’impero Minoan, uno di loro viene catturato vivo e scortato verso il pianeta Knossos. In realtà le cose non sono come sembrano e gli Slammers sono diventati delle ignare pedine all’interno di un complotto politico più grande, volto a ribaltare i vertici dell’impero.

Le differenze sia nei testi che nei disegni tra il graphic novel e la miniserie sono notevoli, mostrando come in poco più di dieci anni lo stile dell’autore americano sia mutato in maniera profonda. Sebbene l’influenza kyrbiana cominci a farsi strada, soprattutto nelle scene ambientate nello spazio, il tratto che caratterizza il graphic novel evidenzia chiare similitudini con quelle del nostro Sergio Toppi, un artista che il cartoonist americano non ha mai nascosto di ammirare. Nella miniserie, invece, lo stile è ormai riconducibile a quello del Re, una versione più matura di quei disegni dinamici, che Simonson aveva già messo in mostra sulle pagine di Thor. Nella miniserie, inoltre, trovano maggiore spazio le enormi scritte onomatopeiche diventate, nel tempo, una specie di marchio di fabbrica dell’autore, le quali, nel graphic novel, sono ancora in fase germinale. Anche il tono della narrazione è molto diverso. Nel graphic novel la storia degli Slammer viene raccontata come se ci trovassimo di fronte a un’epopea: sebbene tutta la storia si svolga nell’arco di una sessantina di pagine, assistiamo alle origini del popolo, al loro prepararsi all’inevitabile guerra contro gli Orion, e alle gesta di carismatici condottieri pronti a sacrificarsi in battaglia senza la minima esitazione. Nella miniserie, invece, ritroviamo il Simonson più maturo, capace di creare una trama più articolata e complessa, meno pomposa e più divertente, dove l’avventura e l’azione prendono il sopravvento, con più di una strizzatina d’occhio alle mode fumettistiche del periodo (le armi impugnate dai vari personaggi ricordano non poco le pistole “ipertrofiche” di Rob Liefeld, mentre il colonnello Phaedra è chiaramente ispirato alle eroine sexy e letali tanto in voga negli anni Novanta). Differenze di stile a parte, però, in entrambi i casi ci troviamo di fronte a fumetti molto ben scritti, oltre che piacevoli da guardare. Anche se, è giusto sottolinearlo, pur tralasciando il graphic novel, da considerare ancora un’opera giovanile, e fermo restando che stiamo comunque parlando di un livello qualitativo ben più elevato di quello di tanta paccottiglia Image che, in quel periodo, dominava le classifiche di vendita americane, Simonson non riesce a raggiungere i picchi delle storie di Thor, neppure nella miniserie Malibu/Dark Horse.

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Bene ha fatto, comunque, la Cosmo a proporre in Italia, in un’edizione impeccabile e a un prezzo tutto sommato contenuto, il volume con cui l’IDW ha raccolto tutto il materiale dedicato agli Slammers apparso finora, sia quello ufficiale, della miniserie di otto numeri. Segnaliamo, tuttavia, alcune traduzioni che, per quanto riprese alla lettera dal testo originale, perdono un po’ di efficacia in italiano. L’esempio più eclatante è rappresentato dal personaggio di Galarius, soprannominato “grandfather” in originale, che tradotto come “nonno” non suona allo stesso modo. Meglio avevano fatto i curatori della Max Bunker Press, più di vent’anni fa, che avevano tradotto “grandfather” con un semplice “padre”.
Oltre al materiale fin qui descritto, nel volume troviamo un brevissimo epilogo in bianco e nero, che sembra effettivamente preludere a nuove storie dei personaggi, sia le primissime storie ideate da Simonson ai tempi del college. Queste pagine, interessanti soprattutto per motivi filologici, mostrano non solo l’evoluzione degli Slammers nel tempo, ma anche il rapido progredire dello stile narrativo del cartoonist americano.

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Grandi Eventi Marvel - X-Men: Inferno, recensione: Il destino di Madelyne Pryor

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C’era una volta la Marvel degli anni ’80, un decennio fondamentale per la storia del fumetto che la Casa delle idee cavalcò da grande protagonista, proponendo cicli di storie indimenticabili realizzate da giganti del settore. Era la Marvel di Jim Shooter, il dispotico editor-in-chief che governò la casa editrice con pugno di ferro guadagnandosi l’odio eterno di tanti autori al suo servizio. Era il periodo d’oro, tra gli altri, del Daredevil di Frank Miller, dei Fantastici Quattro di John Byrne, del Thor di Walt Simonson e, soprattutto, degli X-Men di Chris Claremont.

Tra tutte le straordinarie invenzioni partorite dalla fervida immaginazione della coppia Stan Lee - Jack Kirby negli anni ’60, la saga degli X-Men era quella che aveva incontrato minor successo, un esito negativo dovuto principalmente al fatto che i due autori, oberati di lavoro e pressati dalle scadenze, avevano dovuto lasciare la serie dopo il primo anno e mezzo di vita per concentrarsi su altre testate come Fantastic Four e The Mighty Thor. Nel 1975 la Marvel prova un rilancio degli Uomini X col mitico Giant Size X-Men 1, e il resto è storia. La prima storia del nuovo gruppo viene scritta da Len Wein, ma già da quella successiva il posto al timone della serie, ribattezzata dopo pochi numeri Uncanny X-Men, viene preso dal suo giovane assistente, Chris Claremont. È l’inizio di una gestione che durerà ben sedici anni, che si rivelerà ben presto il più grande successo commerciale nella storia della Marvel e che ancora oggi è considerata, per ambizione e realizzazione, uno dei vertici qualitativi della narrazione seriale a fumetti americana.
Claremont realizza una versione aggiornata del feuilleton ottocentesco, tessendo un arazzo di trame e sottotrame lanciate nell’ombra per poi esplodere a distanza di decine di numeri, introducendo elementi da soap opera come amori impossibili e sofferti, tradimenti, intrighi, morti e resurrezioni. Il tutto unito ad una prosa qualitativamente eccelsa e ad una capacità straordinaria nel conferire spessore e tridimensionalità a degli eroi di carta.

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Nei primi anni della sua run, lo scrittore mise Jean Grey al centro della narrazione e la rese il cuore pulsante della squadra, costruendole intorno il grande affresco della Saga di Fenice Nera. Di ritorno dalla prima missione nello spazio della nuova squadra, Jean venne infatti posseduta da un’entità cosmica denominata appunto “Fenice”, che aggiunse capacità semidivine ai suoi già notevoli poteri di telepate e di telecineta. Corrotta da un potere sempre più incontrollabile, dal quale era stata trasformata nella malvagia Fenice Nera, Jean viene messa sotto accusa dall Impero Galattico Shi’ar per avere volontariamente disintegrato un intero sistema solare, causando milioni di vittime. Gli X-Men accorrono in suo aiuto, fronteggiando in un duello sulla luna la Guardia Imperiale Shi’ar. I lettori, intanto, affrontavano un dilemma morale: come tifare per un personaggio tanto amato ormai corrotto e perduto, capace di sterminare una galassia?

Nel memorabile finale della saga Jean, in un ultimo barlume di lucidità, decide di mettere fine alla sua vita per salvare l’universo, tra la disperazione dei suoi compagni e di Ciclope in particolare. Dopo aver sepolto quel che restava di Jean, Scott Summers decide di lasciare il gruppo e partire. Durante il suo peregrinare, conosce una donna che somiglia incredibilmente a Jean, Madelyne Pryor, e se ne innamora. I due si sposano ed hanno un figlio, Nathan Christopher. I piani di Claremont per la coppia vennero compromessi quando, pochi anni dopo, John Byrne rivelò in un numero di Fantastic Four che Jean Grey era viva e vegeta e che la Fenice si era sostituita a lei di ritorno da quella missione nello spazio, proteggendola in un bozzolo in fondo al fiume Hudson scoperto per caso da Vendicatori e Fantastici Quattro. Non era stata quindi la donna a morire sulla luna, ma un suo doppio. A nulla valsero le proteste di un adirato Claremont presso la dirigenza Marvel, che vedeva nel ritorno di Jean Grey la possibilità di una riunione dei cinque X-Men originali a cui dedicare uno spin-off della vendutissima serie mutante principale. La serie si fece, ovviamente, e venne chiamata X-Factor. Nel primo numero Scott, venuto a conoscenza del fatto che Jean era ancora viva, lasciava moglie e figlio per riunirsi con lei. Un gesto non propriamente elegante. Come se non bastasse, la povera Madelyne venne attaccata dai Marauders, nemici degli X-Men al soldo del malvagio genetista Sinistro, misteriosamente interessato a Nathan Christopher, che ordinò il rapimento del bambino. Salvata da un intervento degli X-Men, e rimasta ormai sola, Madelyne si unì a questi ultimi e andò a vivere con loro nell’outback australiano, in un periodo in cui la squadra era creduta morta e si era rifugiata all’insaputa di tutti in Australia.

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È in questo momento della saga degli X-Men che si svolge Inferno, cross-over uscito tra il 1988 e il 1989 che coinvolgeva le testate mutanti Uncanny X-Men, X-Factor e New Mutants, la collana dedicata agli studenti più giovani dello Xavier Institute che Claremont aveva tenuto a battesimo nel 1983, prima di cederne le redini a Louise Simonson a metà del decennio. La Marvel ha ormai abbandonato ogni remora circa una sovraesposizione eccessiva dei pupilli di Xavier e ne vuole sfruttare l’incredibile successo con un aumento delle proposte e eventi che coinvolgano l’intera linea, a partire da Il Massacro Mutante del 1986. È l’inizio di uno sfruttamento massiccio del brand “X”, che Claremont deve accettare suo malgrado, approfittandone per chiudere alcune delle numerose trame in sospeso. Con Inferno, in particolare, lo scrittore chiude il cerchio intorno alla travagliata figura di Madelyne Pryor, sottotrama che X-Chris aveva lanciato addirittura 8 anni prima in una vignetta marginale di Avengers Annual 10, in cui appariva una bambina dallo stesso nome. Nome che, per ammissione dello stesso Claremont è un omaggio al capolavoro hitckcockiano La donna che visse due volte , elemento che la dice lunga sulla relazione tra Madelyne e Jean Grey.

In Inferno scopriamo infatti che Maddie non è altri che il clone di Jean, creata in laboratorio da Sinistro per i suoi loschi scopi. Ossessionato da sempre dalla linea genetica dei Summers, il folle genetista intendeva creare il mutante perfetto grazie all’unione tra Scott e Maddie visto che Jean, morta sulla luna, non era più disponibile. Così, ad un’inconsapevole Madelyne erano stati forniti parte della personalità e dei sentimenti di Jean, spingendola tra le braccia di Scott. Ma non tutto era andato secondo i piani di Sinistro, perché presso la donna aveva trovato casa anche un residuo del potere della Fenice. Come se non bastasse, Maddie viene anche avvicinata da N’Astirh, un demone del Limbo che sta progettando l’invasione dell’isola di Manhattan. I due stringono un patto, e il demone trasforma la donna nella potente Regina dei Goblin. Dotata di un potere quasi assoluto e gonfia di rancore, la donna giura vendetta contro Sinistro per averla manipolata e contro Scott per averla abbandonata, scatenando letteralmente l’Inferno sulla Terra. Solo l’intervento combinato di X-Men, X-Factor e Nuovi Mutanti salverà la situazione.

Riletto oggi, Inferno denuncia sicuramente i trent’anni passati dalla sua uscita, soprattutto per un eccesso di verbosità e un uso delle didascalie ormai superato nel fumetto contemporaneo. Succedono più cose in questo cross-over che in intere annate della maggioranza delle collane odierne, dominate da uno stile “decompresso” che serve soprattutto a raccoglierne i cicli in bei volumi autoconclusivi da vendere nelle librerie. Al contrario, però, si resta ancora affascinati dalle trame ad orologio di Claremont e di come tutto riesca a convergere in un incastro attentamente pianificato e ragionato. Da questo punto di vista, sono gli episodi di Uncanny X-Men a farla da padrone nell’economia del volume, mentre le storie di X-Factor e Nuovi Mutanti scritte da Louise Simonson forniscono un contributo decisamente ancillare ai piani di “X-Chris”. Le vicende di Sunspot, Cannonball e compagnia, in particolare, risultano di difficile comprensione senza aver letto le storie precedenti, e portano a compimento la trama della possessione demoniaca di Illyana Rasputin, Magik, la sorellina di Colosso, diventata la Reggente del Limbo dopo averne spodestato il precedente sovrano, Belasco.

Le pagine di Uncanny, al contrario, sorprendono ancora oggi per la ricchezza delle trame e per lo spessore che Claremont sapeva conferire ai personaggi, accompagnandoli per mano in un processo di crescita durato sedici anni. Il team di questo periodo, poi, era uno dei più azzeccati dell’intera storia della squadra: ai veterani Wolverine, Colosso, Tempesta e Rogue si accompagnavano Havok, il complessato fratello di Ciclope che aveva da poco iniziato una travagliata relazione con Madelyne, l’affascinante profugo extra-dimensionale Longshot, Dazzler, la cantante capace di tramutare la propria voce in colpi di luce e Psylocke, l’elegante telepate sorella di Capitan Bretagna che da li a poco avrebbe affrontato una traumatica trasformazione nella mortale e affascinante guerriera che conosciamo oggi. È qui che assistiamo alla reunion, dopo una lunga diaspora, tra gli X-Men creduti morti e i loro compagni di X-Factor, che poco tempo dopo rientreranno nel team nell’atto conclusivo della lunga gestione claremontiana. Il tutto illustrato da un Marc Silvestri in grande spolvero, capace di tradurre in immagini di forte impatto l’intreccio immaginato dallo scrittore. Il disegnatore dà il meglio di sé soprattutto nel disegnare eroine di una bellezza impossibile, sinuose ed affascinanti, eguagliato in questo solamente dal suo amico e successore sulle pagine di Uncanny, Jim Lee. Sulle pagine di X-Factor, il contributo grafico di Walter Simonson non è all’altezza delle vette raggiunte dall’artista pochi anni prima col suo leggendario ciclo di Thor, penalizzato dalle pesanti chine di Al Milgrom; in New Mutants, il tratto cartoonesco di Brett Blevins appare fuori luogo e avulso dal contesto generale, con i suoi Nuovi Mutanti ritratti come ragazzini dai grandi occhioni. Ma a breve arriverà Rob Liefeld, che avvierà il processo di trasformazione della testata in X-Force.

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Prima di abbandonare la grande saga mutante da lui ideata e condotta per più di cinque lustri, Claremont si toglierà lo sfizio di scrivere un ciclo di X-Factor, la testata di cui aveva cercato di impedire la nascita, per risolvere la sottotrama legata a Nathan Christopher Summers, il figlio di Scott e Maddie. Il bimbo verrà infettato dal virus tecno-organico dal malvagio Apocalisse e ad un disperato Ciclope non resterà che inviarlo nel futuro per cercare una cura. Il bambino tornerà nel nostro tempo adulto, nei panni del risoluto guerriero di nome Cable (presto al cinema in Deadpool 2 con le fattezze di Josh Brolin).

Raccolto da Panini Comics in un bel brossurato della linea Grandi Eventi Marvel, Inferno è un capitolo dell’epopea claremontiana consigliato tanto ai lettori della vecchia guardia tanto ai neofiti che, partendo da qui, avranno magari la curiosità di scoprire l’intera run mutante dello scrittore. Recupero che ci sentiamo di raccomandare vivamente, per poter vivere appieno l’opera di un tessitore di trame che ha giocato fino in fondo tutte le carte a lui concesse dalla serialità, come nessuno né prima né dopo di lui.

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Walter Simonson ritorna su Thor nel numero 700

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Walter Simonson tornerà sulle pagine di The Mighty Thor nell'albo speciale numero 700, previsto per il 18 ottobre, che rilancia la serie per l'iniziativa Marvel Legacy. Simonson disegnerà una storia in appendice scritta da Jason Aaron. Sia Aaron che Axel Alonso prima, hanno twittato un'immagine realizzata dall'artista che dal 1983 al 1987 ha scritto un lungo apprezzato ciclo di storie.

Ecco a voi il primo disegno di Simonson per The Mighty Thor #700 diffuso.

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American Gods di Gaiman: le prime tavole di Walter Simonson e Scott Hampton

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Il 2017 è l'anno di American Gods, il franchise creato da Neil Gaiman con l'omonimo libro scritto nel 2001. Infatti, non solo il network televisivo Starz ne ha realizzato una serie TV, che andrà in onda nei prossimi mesi, ma la casa editrice Dark Horse Comics ha anche deciso di pubblicare un adattamento a fumetti del romanzo, di cui vi abbiamo parlato qui.

I diversi archi narrativi saranno disegnati da differenti artisti, tra cui Scott Hampton, Walter Simonson, Colleen Doran, Mark Buckingham, P Craig Russell e altri ancora. Nella gallery in basso potete trovare alcune tavole inchiostrate da Simonson e molte altre a colori di Hampton. (Via THR e BC)

Qui potete trovare invece l'anteprima di American Gods #1 in uscita il 15 marzo.

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