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Historica 62, I Medici – Dall’oro alla croce: recensione: I Signori di Firenze

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“Uno dei punti forti della tirannia riposa nelle ingannevoli apparenze che ammantano i suoi misfatti di giustizia”.

L’affascinante e travagliata epopea dell’Italia dei Ducati e delle Signorie rivive in I Medici, straordinario affresco storico rievocato dalla penna del francese Olivier Peru, pubblicato in patria da Soleil Productions e presentato nel nostro paese da Mondadori all’interno della sua pregevole collana Historica.
L’opera è strutturata in cinque tomi, di cui i primi tre sono contenuti nel volume Dall’oro alla croce della fortunata iniziativa da edicola dell’editore milanese. Ciascun capitolo è dedicato a un importante esponente della prestigiosa famiglia fiorentina, a partire dall’uomo che diede origine alla fortuna politica della stirpe medicea, Cosimo il Vecchio.

I Medici erano una potente famiglia di banchieri fiorentini, la più solida dal punto di vista finanziario. Ciò nonostante, non poteva godere del prestigio delle altre famiglie nobili della città. Questo non crucciava Giovanni, il patriarca, che si limitava a redditizie attività commerciali che avevano portato benessere e prosperità alla famiglia, tanto da farla diventare la principale finanziatrice della Chiesa di Roma. Ma suo figlio Cosimo era fatto di un’altra pasta. Scaltro e ambizioso, non è sbagliato considerarlo come il precursore della classe sociale che avrebbe spodestato la nobiltà dagli altari della Storia, la borghesia. Il rampollo dei Medici era un uomo ambizioso, a cui non bastava il successo nel commercio, che peraltro conseguì con grande abilità riuscendo ad aprire filiali del Banco di famiglia in città come Londra, Parigi e Bruges, esportando così il prestigio del proprio nome al di fuori dei confini nazionali. Cosimo puntava al potere politico, che riuscì ad ottenere con grande astuzia. Tramite il matrimonio con Contessina de’ Bardi si legò ad una delle famiglia più antiche di Firenze e, usando sapientemente i suoi ingenti capitali, piazzò uomini di sua fiducia in Palazzo della Signoria. Diventò così a tutti gli effetti il dominus di Firenze senza sovvertire le tradizioni repubblicane, consolidando il suo potere nell’ombra e eliminando con la diplomazia, ancor prima che con la violenza, avversari insidiosi come Rinaldo Albizzi, esponente di una potente famiglia fiorentina. Ma Cosimo era soprattutto un uomo colto, amante della cultura e delle belle arti e mecenate di artisti come Donatello e Brunelleschi: a quest’ultimo commissionerà la realizzazione della cupola del Duomo, la più grande tra tutte le meraviglie da lui donate alla sua città, che alla sua scomparsa lo celebrerà col titolo di Pater Patriae.

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Il secondo tomo dell’opera è dedicata a Lorenzo, nipote di Cosimo passato alla storia come “Il Magnifico”. Terzo signore della dinastia dei Medici dopo la breve parentesi del padre Piero, Lorenzo seppe proseguire l’era di splendore umanista inaugurata da Cosimo, traghettando Firenze nel suo periodo di massimo fulgore, il Rinascimento. Se l’amore per le arti e il suo mecenatismo lo avvicinavano al nonno, da questi si allontanava per il suo carattere impetuoso: incarnò infatti l’ideale del principe umanista e decise i destini della Repubblica in prima persona, governandola senza intermediari. Capace di reprimere senza pietà rivolte come quelle delle vicine Prato e Volterra, fu amatissimo dai fiorentini che vedevano in lui la garanzia di un futuro luminoso per Firenze. Botticelli fu solo uno degli artisti da lui finanziati; la sua spregiudicatezza politica fu, se possibile, superiore anche a quella del nonno. Durante il suo governo, Firenze si trovò ad essere minacciata dalle mire espansionistiche di Papa Sisto IV, che sosteneva l’opposizione a Lorenzo all’interno della Signoria, rappresentata dalla famiglia dei Pazzi. Il tutto sfociò nella famigerata “congiura dei Pazzi”, che costò la vita a Giuliano, fratello del Magnifico. Il Papa ottenne un effetto contrario a quello desiderato: Lorenzo denunciò pubblicamente la congiura e la città si strinse intorno a lui, aiutandolo a punire i colpevoli. Deciso a distruggere i Medici e ad annettere Firenze, il Papa strinse alleanza col Re di Napoli, Ferdinando d’Aragona, ma anche in questa occasione Lorenzo seppe ribaltare con astuzia le carte in tavole: si presentò a Napoli chiedendo di essere ospitato da Ferdinando, e durante il suo soggiorno, seppe conquistare il sovrano con il suo spirito umanista e la città con regalie ed opere d’arte. Il piano ordito dal Papa fallì senza spargimenti di sangue, e Lorenzo poté garantire a Firenze gli anni di massimo splendore della sua storia, quelli del Rinascimento, continuando a finanziare artisti straordinari come il giovane Michelangelo.

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Il terzo e conclusivo capitolo si concentra sugli anni difficili successivi alla morte prematura di Lorenzo. Al governo della città gli succedette il figlio Piero, la cui inettitudine fu ben presto manifesta ai fiorentini che preferirono consegnare il potere al domenicano Girolamo Savonarola con conseguente esilio dei Medici da Firenze. Lorenzo aveva tollerato le sferzanti prediche con le quali il frate arringava la folla, anche contro la sua persona, perché nel profondo condivideva le idee riformatrici del monaco che denunciava apertamente la corruzione morale in seno alla curia romana, dominata dalla famiglia Borgia. Siamo quindi testimoni di un complesso gioco di inganni, di secondi e tripli giochi condotti da Giovanni e Giulio de’ Medici, rispettivamente secondo figlio e nipote di Lorenzo ed entrambi destinati alla carriera cardinalizia a Roma, per provocare la caduta di Savonarola e poter così rientrare a Firenze. I giovani si troveranno anche presi nel mezzo della sfida militare tra Carlo VIII di Francia, che nel frattempo ha varcato le Alpi per una campagna di conquista, sfruttando la divisione tra i Comuni, e papa Borgia. Il tutto si intreccerà in un complesso piano che li vedrà, dopo quasi tre lustri, non solo tornare trionfalmente a Firenze (anche grazie all’aiuto dell’astuto Machiavelli) ma anche ascendere entrambi al soglio pontificio, rispettivamente col nome di Leone X e di Clemente VII.

Non colpisce più di tanto il fatto che questo recupero dell’epopea de I Medici sia di origine transalpina, visto che il nostro paese è perennemente e tristemente alle prese con polemiche di bassa lega, piuttosto che allo studio e alla conoscenza di un passato glorioso che potrebbe anche costituire un propellente per una futura rinascita. Olivier Peru ha il merito di riuscire a rendere viva ed interessante una materia che le inefficienze del nostro sistema scolastico hanno reso noiosa e paludata: niente a che vedere con la sceneggiatura sapiente dello scrittore francese, che ha il merito di uscire dai confini austeri e soffocanti della finalità didattica per ricreare un mondo perduto e appassionante, fatto di uomini illuminati e in anticipo sulla storia, opere d’arte, battaglie, congiure, complotti e tremende vendette. Ne esce fuori un’avvincente galleria di ritratti e di caratteri, da Cosimo a Lorenzo, passando per Savonarola, Machiavelli, Cesare Borgia e tanti altri, ciascuno indagati nelle propria psicologia e motivazioni profonde. Ma soprattutto, Peru ci fa riflettere sul fatto che il destino del nostro Paese si trova nel suo passato, nelle sue ataviche divisioni che nei secoli hanno fatto le fortune dell’invasore di turno e che ancora oggi ne condizionano la vita.

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Notevole anche il comparto visivo, che può avvalersi di artisti come gli italiani Giovanni Lorusso (capitolo I), Lucio Leoni & Emanuela Negrin (capitolo II) e lo spagnolo Eduard Torrents (capitolo II), capaci di conferire all’opera una piacevole continuità stilistica pur con le proprie specificità. I quattro artisti si danno il cambio in un tripudio di illustrazioni ricche di cura per il dettaglio, dai monumenti agli interni dei palazzi, dagli arredi agli intarsi, dagli abiti alle armature. Un lavoro minuzioso, solo in parte rovinato dalle dimensioni sovrabbondanti delle vignette straripanti di testo, elemento che non pregiudica comunque la riuscita finale di un’opera di alto spessore.

L’edizione italiana de I Medici si segnala per la consueta qualità con cui Mondadori confeziona i volumi della sua collana “Historica”, corredandola dell'ormai abituale e prezioso contributo redazionale di Sergio Brancato che ci introduce al contesto storico in cui si svolge l’opera.

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Historica 68: Fredegonda – La regina sanguinaria, recensione: scene di lotta di classe nella Francia dell'Alto Medioevo

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L'alba dell'Europa medievale fu un periodo di faticosi tentativi per saldare ciò che rimaneva dell'Impero Romano con gli emergenti regni germanico-barbarici. Tempi di decadenza e instabilità, che la storia francese esemplifica molto bene: il re franco Clodoveo unifica i territori di quella che fu la Gallia romana, inaugurando la dinastia dei Merovingi, quindi alla sua morte lascia il regno ai suoi figli dividendolo in tre parti: Austrasia, Neustria e Borgogna. Negli anni successivi - siamo nel VI secolo - si susseguono una trentina di guerre in poco più di cento anni, alcune piccolissime, tutte però estremamente cruente. A questo va aggiunto un ricco corredo di delitti, vendette e congiure che anche gli storici più prudenti fanno fatica a inscrivere, per perfidia e sadismo, nei limiti consueti delle pur violente faide barbariche.

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Niente pace e molto sangue, dunque, ed era soprattutto nei palazzi del potere che tali azioni e macchinazioni prendevano drammaticamente corpo nel condizionare la Storia: perfettamente a suo agio in questo teatro piuttosto grandguignolesco era la figura di Fredegonda, natali umili e condizione servile, ma che grazie alla sua avvenenza si era garantita il letto e la fiducia di re Chilperico di Neustria. Virginie Grenier ci presenta la sua storia (originariamente pubblicata per Delcourt nella collana Les Reines des Sang) nel numero 68 di Historica: una donna che tenta il suo personalissimo riscatto sociale, grazie all'ambizione e ad armi proprie dei tempi violenti (e alla condizione sociale) in cui viveva, ovvero crudeltà, intrighi e un uso spregiudicato del sesso come strumento di accesso al potere.

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La narrazione procede su binari fluidi e riconoscibili in cui i personaggi sono delineati con poche tratti efficaci, anche se non particolarmente originali: la “nostra” Fredegonda come tutti i cattivi è dedita al vizio e alla lascivia, mentre i buoni sono ovviamente pii e cavallereschi (su tutti, la benevola regina Brunechilde, di nobili natali e quindi invisa alla protagonista). Partendo da una situazione canonica, Grenier imbastisce però un racconto estremamente avvincente, con tocchi teatrali e colpi di scena, che frustrano continuamente la convinzione del lettore che ci possa essere dietro l'angolo un esito lieto, giusto e soddisfacente per le vicende narrate. L'autrice sceglie infatti intelligentemente di non arroccarsi su posizioni moralistiche, né sembra partecipe in modo esclusivo di un unico personaggio. L'accento è sul ritmo e sulla costruzione delle suspense relativi ai complessi “giochi” di palazzo, pieni di sotterfugi, mosse e contromosse: non conosce riposo l'ostinazione e la tenacia con cui Fredegonda persegue i suoi scopi, ma alla fine la spunta; allo stesso tempo chi legge non ha sollievo, ma si ritrova “divertito” e coinvolto in un meccanismo ben congegnato.

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Gran parte delle vicende sono ambientate, dicevamo, negli spazi chiusi e angusti dei palazzi dei re Franchi; poche le scene di azione, comprese le battaglie, spesso limitate a una tavola e abbastanza stilizzate. Le armi vere sono altre: quelle della parola, veicolo di onore, latrice di menzogna e sospetto. L'universo fittamente regolato della vita di corte si traduce infatti in tavole dalla “gabbia” classica, ricche di dialoghi densi e equilibrati, ma fluide per numero di vignette, formato, soluzioni di montaggio. Sono privilegiati primi e primissimi piani, il taglio orizzontale delle vignette e un uso efficace di inserti per i dettagli, spesso rivelatori degli snodi principali della storia. Un approccio del genere sacrifica “l'ampio respiro” della pagina, impegna il lettore, ma restituisce alla narrazione un grande ritmo di fronte a vicende molto “parlate” e poco ”agite”. In questo modo inoltre offre ad Alessia De Vincenzi la possibilità di intervenire con il suo tratto morbido nel disegnare le figure umane – quelle femminili sensualissime in alcuni casi – e preciso nel dettagliare abiti, arredi, armi. Uno stile versatile, a suo agio sia con volti e corpi, che nelle scene più corali, ben servito da un buon lavoro di inchiostratura: meglio quello, definito e minuzioso, della seconda parte del volume affidate alla stessa De Vincenzi.
Altro punto forte sono i colori di Jose Luis Rio e Albertine Ralenti: vividi, sgargianti ed eleganti, che giocano bene con i contrasti “emotivi” e semantici (Fredegonda con vesti rosse e verdi opposta a Brunechilde nelle tinte “regali” gialle e blu) ma si compenetrano anche con le ombre delle retinature donando alla sfarzo delle ambientazioni una nota sinistra e inquietante.
Lettura estremamente gradevole e consigliata quindi, in attesa di un sequel che il finale aperto (e le vicende storico-biografiche della protagonista) lascerebbe prevedere. Speriamo.

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Historica 63: Ribelli - Stati liberi e indipendenti, recensione: Gli uomini che fecero la Storia

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Brian Wood ha saputo costruirsi, nell’arco della sua carriera, una reputazione di sceneggiatore impegnato che non teme di affrontare argomenti anche controversi. Pur non avendo mai raggiunto lo status di “star”, si è guadagnato un buon seguito presso gli appassionati grazie a serie cult come DMZ e Northlanders. Da qualche anno, Wood si sta dedicando con passione alla narrazione di “storie americane”, tra presente e passato. Il primo caso è ben rappresentato da Briggs Land, appassionante serie ambientata in un’America rurale e suprematista, bacino di voti in cui hanno attecchito le promesse elettorali di Donald Trump. Ma è con la saga di Rebels che lo scrittore sta conducendo una sentita rivisitazione della nascita degli Stati Uniti, vista attraverso gli occhi di chi la Storia la fa ma senza finire mai nei libri di testo degli istituti scolastici. Così, a tre anni dall’uscita della prima miniserie, arriva in Italia il seguito, intitolato Ribelli – Stati liberi e indipendenti, pubblicato anch’esso nella collana “Historica” di Mondadori Comics.

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Nella miniserie originale avevamo assistito alla nascita degli Stati Uniti d’America, grazie all’impegno e alla dedizione di uomini come Seth Abbott, colono del New Hampshire che, dopo aver assistito con i suoi occhi alle violenze perpetrate dalle giubbe rosse al servizio della Corona Inglese, decide di arruolarsi e votarsi alla causa dell’indipendenza. La sua dedizione lo porterà a guadagnarsi la fiducia di George Washington in persona, ma anche a sacrificare la sua vita familiare: sarà costretto ad allontanarsi per anni dalla moglie Mercy, lasciandole l’onere di crescere da sola il figlio John appena nato. E proprio John, ormai cresciuto, raccoglie il testimone dal padre come protagonista di questa seconda puntata. Il giovane Abbott è un ragazzo solitario e taciturno, e coltiva un’unica passione: ama passare le giornate sulla collina vicino alla sua abitazione, da cui gode di un’ottima vista sul mare. Ammira con lo sguardo il passaggio di navi, velieri e brigantini, che sa riconoscere e catalogare anche da una grande distanza. Quello di John è qualcosa di più di un hobby, il ragazzo è dotato di un talento innato: sa ideare navi di nuovissima concezione, come nessun altro. Per questo va a lavorare nei cantieri navali di Boston, dove si mette subito in luce con i suoi superiori. John darà l’impulso decisivo alla nascita della flotta navale statunitense, resasi necessaria dopo i numerosi atti di pirateria contro le navi mercantili americane da parte di inglesi e francesi. Contro i primi, scoppierà la guerre anglo-americana, a cui John darà un valido contributo con la realizzazione della Constitution: la costruzione della più grande nave della flotta a stelle e a strisce costerà al ragazzo lunghi anni della sua vita e a questa ossessione sacrificherà tutto, anche la libertà, per motivi che qui non sveleremo. Come suo padre, anche John si dedicherà a una causa che gli segnerà l’esistenza, contribuendo a muovere i fili della storia della sua nazione da una posizione defilata, lontana dai riflettori, ma comunque importante.

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Brian Wood prosegue la sua narrazione delle origini degli Stati Uniti d’America con una prosa asciutta, essenziale e non celebrativa: chi si aspettasse l’agiografia tipica di tanti lungometraggi resterebbe deluso. Lo scrittore compie un efficace lavoro di sottrazione, mostrando solo alcuni brevi passaggi di natura bellica necessari al racconto, per poi concentrarsi sull’intimità degli uomini come John Abbott, che hanno fatto la storia del paese da dietro le quinte. Rispetto al padre Seth, che pur con tutti i suoi limiti era un patriota, la figura di John è controversa, divisa tra luce e ombre. La dedizione al suo sogno sembra più il personale soddisfacimento di un’ossessione che lo tormenta più che servizio reso alla patria, il risultato di una passione coltivata durante un’infanzia solitaria. Anche la storia d’amore con Alice, l’unica persona in grado di relazionarsi con lui, ci viene raccontata a posteriori, con l’espediente di uno scambio epistolare, quasi per non distrarre il lettore dalla vicenda principale. Con la figura di John Abbott, Wood si conferma ancora una volta abilissimo nel tratteggiare la psicologia dei suoi protagonisti.

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Il nostro connazionale Andrea Mutti accompagna ancora una volta lo scrittore nell’avventura di Rebels, formando con lui un sodalizio perfetto: non finiscono di stupire le sue tavole ricche di dettagli, la versatilità nell’illustrare tanto le scene di guerra quanto l’intimità domestica. La resa visiva non risente dell’abbandono della precedente colorista Jordie Bellaire, grazie alla vivida palette cromatica del subentrante Matt Taylor.

L’ottimo volume cartonato con cui Mondadori Comics presenta Ribelli – Stati liberi e indipendenti può fregiarsi anche questa volta della preziosa introduzione di Sergio Brancato, indispensabile per fornire al lettore coordinate storiche necessarie alla comprensione dell’opera.

 

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Historica Biografie 2: Mao Zedong, recensione: “L'altra metà del cielo”, l'altra metà della Storia

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Scrivo questa recensione quando cade la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Coincidenza in realtà, ma occasione più che appropriata per parlare di questo volume Historica-Biografie di Mondadori Comics dedicato al Grande Timoniere della Rivoluzione cinese Mao Zedong, ma che sottopone al lettore, con forza e intelligenza, la questione del ruolo della donna nella Storia e nella società
È infatti, quella scritto da Jean-David Morvan e Frederique Voulyzè, una narrazione militante e divergente che propone, con passione e senza troppi artifici ideologici, il punto di vista di Deng Yingchao, comunista della prima ora e compagna di quel Zhou Enlai che fu uno più originali ideologi marxisti del comunismo cinese, oltre che abile e popolare diplomatico (come Ministro degli Esteri negli anni 70 riallacciò rapporti con Richard Nixon e gli USA). Ma è soprattutto un racconto dell'anima femminile della Rivoluzione, di quell'”altra metà del cielo”, nella definizione data dallo stesso Mao, che dalla fedeltà al partito e dalla militanza ebbe a guadagnare più oneri più che onori. E sofferenze. Il racconto di “Grande Sorella” Deng ci informa infatti continuamente di donne abbandonate, brutalmente giustiziate, tradite dall'uomo e dall'idea di società in cui credevano. Nomi che che recuperiamo dall'oblio: He Zizhen, Yang Kaihui. Sono le mogli e le compagne che Mao non si faceva scrupoli a sacrificare in nome delle proprie ambizioni politiche o di semplici desideri carnali.

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Storie molto tristi che scavano un solco immane fra le parole della propaganda attorno a Mao e la reale portata degli eventi che portarono a costruire la Cina come la conosciamo oggi. Ci sono tutti i principali eventi che ne hanno costellato la storia recente: l'apprendistato politico di Mao, la lunga marcia, il grande balzo in avanti, la rivoluzione culturale. Ma sotto lo sguardo pacato e le parole semplici e efficaci di Deng ne esce un ritratto impietoso, entro cui Mao si staglia indirettamente, come un fantasma, capace di sfruttare gli spiragli che la Storia gli offre e tuttavia incapace di aderire nella realtà a quel mito che aveva costruito intorno e che continuò a sopravvivergli.

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Partendo da un'attenta ricostruzione storico-iconografica, le tavole trovano la loro originalità ponendo le inquadrature quasi sempre “ad altezza uomo” e restituendo umanità alla vicende spesso inumane raccontate. I disegni Rafael Ortiz sono semplici e curati: volti “scolpiti nel legno e nella Storia”, mai impersonali. Nelle sue vignette la figura ingombrante di Mao, non occupa quasi mai un posto preponderante, molto spazio è lasciato a personaggi “secondari” e in senso più generale, attraverso scene collettive dettagliatissime, al popolo senza nome che la Rivoluzione l'ha fatta in concreto e che qui riconquista quindi visivamente i propri spazi di libertà. Belli anche i colori di Giulia Priori e Andrea Meloni che passano progressivamente dai grigi e dai toni generalmente tenui delle prima pagine ai colori caldi, mano a mano che il passo della guerra e della Rivoluzione si fa sempre più urgente.

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Complessivamente emerge quindi il ritratto di un idolo fragile, complesso e grande come la Cina stessa: veneratissimo all'esterno e oggetto in patria di culto della personalità e poi di prudenti revisioni e critiche mosse dall'interno. La narratrice Deng è in fondo una comunista fermamente consapevole e convinta del proprio percorso e della proprie scelte che decide di illuminare un altro percorso, quello di Mao, sbagliato, tragico e che ha tradito ideali originari di giustizia. Questa prospettiva consente un distanziamento doveroso con il lettore, permettendogli di fare raffronti, evitando le trappole di una rapida immedesimazione, e con gli autori stessi che, in modo molto intelligente, evitano le sterili polemiche, le condanne unilaterali e quindi il qualunquismo scegliendo una prospettiva che riesce a mantenere un equilibrio invidiabile fra rispetto delle ideologie di chi racconta e esigenze ineludibili di verità storica.

 

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