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Garth Ennis e Liam Sharp realizzano Batman: Reptilian

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Garth Ennis torna a fare visita in casa DC, con la compagnia di Liam Sharp, con una nuovo progetto dal titolo Batman: Reptilian.

La miniserie, in 6 numeri, verrà pubblicata a giugno sotto l’etichetta Black Label, l’erede ufficiale della ormai dismessa Vertigo, dedicata alla edizione di serie mature e Rated-R.

Dai toni molto cupi, Batman: Reptilian introdurrà un nuovo villain per l’Uomo Pipistrello che si ritroverà ad affrontare, nelle tenebre, un nemico selvaggio e oscuro. Per Batman, la caccia è aperta, e la preda, assicurano gli autori, non è Killer Croc.

Di seguito potete vedere le prime tavole realizzate da Sharp, che ha di recente terminato il suo lavoro insieme a Grant Morrison su Lanterna Verde (pubblicato attualmente in Italia sul mensile Panini Comics dedicato al personaggio). Diffusa anche la variant cover ad opera di Cully Hamner.

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Batman Reptilian 4

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Gart Ennis lancia la nuova serie Marjorie Finnegan

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Garth Ennis, l’irriverente creatore di innumerevoli serie per "mature reader" (The boys, Crossed), sembra non conoscere limiti creativi. Ultimi aggiornamenti lo vedono al lavoro su una nuova serie di genere supereroistica, creator owned, dal titolo Marjorie Finnegan.

Illustrata da Goran Sudžuka, la serie segue le vicende di una criminale che, agendo all’interno del flusso temporale, cerca nuovi modi per fare soldi e sfuggire dalle grinfie della polizia.

In uscita in USA a maggio per i tipi di AWA Studios, l’opera non mancherà di stupire il lettore, tra salti temporali, dinosauri e... sex toys. Di seguito alcune tavole tratte dall’opera.

Marjorie Finnegan 1

Marjorie Finnegan 2

Marjorie Finnegan 3

Marjorie Finnegan 4

Marjorie Finnegan 5

Marjorie Finnegan 6

(Via Newsarama)

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Sara, recensione: la nuova opera bellica di Garth Ennis e Steve Epting

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Che Garth Ennis sia uno scrittore capace di garantire una qualità di fondo quasi sempre elevata è una considerazione che capita di fare spesso e che in generale accompagna gran parte delle valutazioni riguardanti un nuovo fumetto che porta la sua firma, anche quando decide di sconfinare in territori da lui meno battuti (recentemente, per esempio, lo abbiamo visto tornare a cimentarsi con l’horror in Discesa all’inferno) o quando viene meno il suo proverbiale gusto per il grottesco e la violenza estrema. Maggiormente noto per opere irriverenti come Preacher e The Boys (le cui trasposizioni televisive ne hanno ulteriormente aumentato la popolarità), l’autore nordirlandese è anche un maestro riconosciuto del genere bellico. A questo appartiene una delle sue ultime fatiche, la miniserie Sara, realizzata in coppia con il disegnatore Steve Epting per i TKO Studios, giovane e rampante casa editrice statunitense, di cui, da poco, la Panini ha cominciato a pubblicare qualche titolo qui da noi.

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Sara è il nome della protagonista della vicenda, un personaggio ispirato vagamente alla nota Ljudmila Michajlovna Pavličenko, eroina dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, di cui, in realtà, Ennis riprende solo la nazionalità e la fenomenale abilità come tiratrice scelta. È sulla base di queste due caratteristiche, tuttavia, che lo scrittore britannico costruisce la trama, la quale, come capita sempre nelle sue storie di guerra, non si ferma semplicemente a raccontare le gesta di qualche soldato, ma esplicita, al contrario, in maniera netta l’abisso in cui precipita l’umanità durante un conflitto armato di grosse proporzioni. Pertanto, per portare avanti un messaggio di questo tipo, l’utilizzo di una donna, che le circostanze trasformano in una macchina di morte fredda e implacabile, appare quasi del tutto naturale. A Ennis non importa neppure inquadrare gli eventi in una fascia spazio-temporale ben precisa. Si intuisce soltanto di essere nei primi mesi dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, quando sembrava che il Terzo Reich potesse facilmente avere la meglio sull’improvvisato esercito bolscevico, nonostante la strenua resistenza della popolazione locale (come ci viene ricordato con i fugaci dialoghi che evocano il terribile assedio di Leningrado). All’inizio non si conosce neanche la storia di Sara e dei vari comprimari, anche perché le prime parole con cui il lettore viene a contatto sono le poche e semplici istruzioni che ogni cecchino ripete a sé stesso prima di colpire, le quali vengono reiterate più volte, proprio per rendere al meglio la lunga e paziente attesa necessaria a centrare l’obiettivo con assoluta precisione. E per raggiungere questa sorta di sospensione temporale, l’autore britannico decide intelligentemente di non seguire una narrazione lineare, ma di alternare la vicenda principale con lunghi flashback o con spaccati di vita nell’accampamento militare sovietico. In questo modo, da un lato non si corre mai il rischio di rendere la trama una semplice rappresentazione di scontri a fuoco o un’infinita sequenza di uccisioni che, alla lunga, potrebbero anche diventare stucchevoli, dall’altro si ha la possibilità di svelare le carte a poco a poco, in particolare per quanto riguarda i dettagli relativi alla protagonista, di cui solo nelle ultime pagine si vengono a sapere le ragioni della sua apparente indifferenza verso la vita umana.

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Questo metodo di raccontare non è una novità per Ennis, che lo ha già impiegato con successo nella miniserie Discesa all’inferno, citata all’inizio, ma qui risulta ancora più efficace, anzi quasi l’unica strada percorribile. Il continuo spezzettamento della vicenda, peraltro, non impedisce allo scrittore di far emergere gli orrori della guerra e, sebbene la storia insegni che sia stata la Germania di Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica, anche la linea di demarcazione tra buoni e cattivi appare spesso molto rarefatta. I soldati di Ennis sono solo delle pedine all’interno di un gioco più grande, di cui fanno fatica a comprendere la reale portata. Costretti a odiare un nemico, del quale conoscono solo quello che viene diffuso dalla propaganda del governo - macchiatosi a sua volta di crimini anche peggiori di quelli dei nazisti - combattono senza sosta in nome di una madrepatria sempre più vicina a somigliare a un vuoto ideale. Eppure, le compagne d’armi di Sara non sono soltanto delle anonime comparse, necessarie a non far apparire la protagonista un’attrice solitaria, ma ognuna di esse viene definita attraverso caratteristiche ben precise: che sia l’ingenuità che porta una di loro ad affezionarsi a cani addestrati per farsi esplodere sotto i carri armati nemici o il sadismo con cui a un’altra piace infierire sui prigionieri. Persino la stessa Sara è meno monocorde di come ci viene presentata per più di metà dell’opera, tanto che nell’intensissimo finale riesce anche a riscattare una vita che pareva aver perso di significato. Il tutto inserito in una narrazione impeccabile che non si perde mai in lungaggini o digressioni superflue.

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I testi di Ennis vengono valorizzati in maniera significativa da un comparto grafico d’eccezione, grazie soprattutto ai disegni di uno Steve Epting mai così efficace. Ricorrendo solo quando strettamente necessario alle forti ombreggiature che hanno caratterizzato le sue ultime fatiche per Marvel e DC o le spy story in coppia con Ed Brubaker, l’artista dell’Ohio sceglie di far evolvere ulteriormente il suo tratto in una direzione che richiama apertamente i classici americani delle strisce sindacate, senza però rinunciare a una costruzione delle tavole più moderna, sebbene ancora lontana dai virtuosismi grafici dei disegnatori delle ultime generazioni. Abbandonate del tutto la dinamicità e l’esplosività dei suoi esordi a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il co-creatore del Soldato d’Inverno preferisce focalizzarsi sulla pulizia dei volti, sull’essenzialità dei dettagli e sul realismo delle anatomie.
Eccellente, infine, il lavoro di Elizabeth Breitweiser ai colori, capaci di immergere completamente il lettore nello scenario creato da Ennis ed Epting. A dominare sono inevitabilmente il bianco e il grigio, fondamentali per rappresentare al meglio il rigido inverno russo, ma non mancano neanche tonalità più calde, maggiormente idonee a trasmettere la convivialità dell’accampamento.

Panini Comics confeziona con cura un volume a cui forse non è stato dato il risalto che avrebbe meritato, ma probabilmente questo è lo scotto da pagare quando un’offerta già molto vasta viene notevolmente accresciuta dall’ingresso nelle proprie scuderie di un editore come DC Comics a cui risulta spontaneo concedere, almeno nei primi mesi, quasi tutta la luce dei riflettori.

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Discesa all'inferno 1-2, recensione: il thriller da incubo di Garth Ennis e Goran Sudzuka

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Fin dai suoi esordi in terra anglosassone, Garth Ennis è sempre stato un autore noto per opere alquanto provocatorie, contrassegnate da uno smaccato gusto per il grottesco o da un umorismo cinico e iconoclasta. Discesa all’Inferno (in originale A Walk through Hell), recente fatica dell’autore nordirlandese (uscita negli USA per la AfterShock come miniserie di dodici numeri, che la Saldapress ha raccolto in due volumi cartonati), sembra invece seguire - almeno all’inizio - strade più canoniche, tanto da poter essere quasi ascritta a un genere specifico. Una rarità per Ennis, che, storie di guerra a parte, anche nelle sue sporadiche incursioni in territori a lui meno congeniali (ci riferiamo a personaggi più mainstream come Punisher o Nick Fury) ha sempre fatto in modo di lasciare la sua impronta ben in evidenza, dando a intendere che, per uno come lui, seguire le regole di un determinato genere, significherebbe arrendersi a una scrittura troppo scontata e banale.

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A una prima lettura la trama di questa nuova opera sembra proprio quella di un comune thriller dai risvolti soprannaturali. Protagonisti della vicenda sono due agenti del F.B.I. di cui conosciamo solo i cognomi, Shaw e McGregor, che, alla fine del loro turno, invece di tornare a casa per la vigilia di Natale, decidono di andare a controllare un magazzino, dove, qualche ora prima, due loro colleghi sono entrati per indagare, senza più dare notizie di sé. Pur se scoraggiati dalla polizia locale e da alcuni agenti dei reparti speciali, terrorizzati da quello che hanno trovato all’interno del deposito, Shaw e McGregor decidono di entrare nell’edificio diventando, in breve tempo, preda di quelle che - inizialmente - sembrano solo inquietanti allucinazioni per poi diventare qualcosa di molto diverso. In una di queste, inoltre, fa la sua comparsa Paul Carnahan, un pedofilo assassino che, sebbene già morto, continua a perseguitare Shaw nei suoi tumultuosi sogni notturni.

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Come in ogni racconto di suspense che si rispetti, nella parte iniziale della storia (cioè quella raccolta nel primo volume), l’incubo in cui precipitano i due agenti del F.B.I. tende a palesarsi a poco a poco, ed Ennis è molto abile ad accrescere, a più riprese, i momenti di tensione, interrompendoli immediatamente nell’istante di massima intensità, attraverso la rievocazione di alcuni eventi del passato. In questo modo il lettore ha la possibilità di tirare il fiato e di prepararsi allo shock successivo cercando, nel frattempo, di incastrare i vari pezzi del puzzle attraverso i flashback di cui dicevamo, che ricostruiscono - in maniera volutamente irregolare e spezzettata (rendendo la vicenda ancora più misteriosa e sinistra) - sia l’indagine che ha segnato la carriera dei due protagonisti, sia alcuni momenti della loro vita, apparentemente determinanti per le scelte professionali di entrambi. È in questi primi cinque capitoli che l’autore di Preacher dà il meglio di sé: le poche concessioni al “gore” servono solo ad accentuare le atmosfere disturbanti e vagamente paranoiche della trama, non a mettere in mostra il suo abituale spirito anarchico.

A completare il tutto, una caratterizzazione dei personaggi da manuale, anche quella apparentemente scontata dello psicopatico Carnahan. Ad aiutarlo, i disegni del croato Goran Sudžuka, solo in apparenza troppo “puliti” e poco evocativi. In realtà, grazie anche ai colori del connazionale Ive Svorcina, e a una costruzione delle tavole estremamente variabile, l’autore balcanico riesce a trasferire in immagini il continuo cambio di registro narrativo voluto da Ennis. Nei passaggi in cui la tensione prende il sopravvento, inoltre, il largo uso dei primi piani dei personaggi (o anche solo dei loro occhi), accresce notevolmente la loro espressività, permettendo al lettore di percepire chiaramente l’angoscia e l’orrore che essi stanno vivendo in quel momento.

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Nel secondo volume, che racchiude gli ultimi sette capitoli della miniserie, e che può ancora contare sul buon lavoro di Sudžuka, la tematica di fondo cambia progressivamente, con una narrazione sempre più contorta, che sembra quasi prendere a modello alcune delle opere più controverse di David Lynch. Nel finale, per di più, l’autore nordirlandese sembra più interessato a filosofeggiare sulla natura del male in senso assoluto, con avvenimenti reali e immaginari che diventano indistinguibili, mischiandosi in maniera poco chiara persino con discutibili riferimenti all’attualità politica statunitense. In verità, già nel primo volume si poteva intuire che le intenzioni di Ennis fossero proprio quelle quando, dopo le drammatiche tavole introduttive, i due protagonisti appaiono sullo sfondo di tweet di persone intente a discutere gli avvenimenti iniziali, cercando di far emergere, in poche battute, le forti contraddizioni e le enormi differenze presenti nella società americana contemporanea. Oppure, subito dopo, dai discorsi a tavola dell’agente McGregor che, senza giri di parole, decide di inveire contro l’attuale inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, tutto viene presto messo in secondo piano dalla raccapricciante vicenda principale, ed è solo arrivando al finale, che quelle brevi scene iniziali acquistano un significato reale. Ma, per quanto possiamo comprendere i motivi della frustrazione dello scrittore nordirlandese, così come trovare condivisibili i suoi giudizi sullo stato comatoso della politica mondiale (e di quella statunitense in particolare), abbiamo trovato un po’ fuori luogo l’accostamento di una vicenda, che vorrebbe farci riflettere su questioni dal sapore quasi biblico, con le imbarazzanti “imprese” dei governanti del suo paese d’adozione (con tanto di nomi e cognomi!). È questo non proprio piccolo neo, unito al finale un po’ confuso, che ha determinato il nostro giudizio sull’opera nel suo complesso: lusinghiero ma non entusiastico, come la lettura del primo volume sembrava, invece, far presagire.

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