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Daredevil Collection: Echo, recensione: anatomia di Maya Lopez

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A fine anni ’90 la Marvel, attraverso la figura di Joe Calamari, diede l’incarico a due artisti emergenti, quali Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, di gestire un’etichetta per rilanciare alcuni personaggi secondari in fase di declino. La nuova linea, chiamata Marvel Knights, divenne un vero e proprio caso editoriale lanciando la figura di Quesada che di lì a un paio di anni sarebbe diventato editor in chief della casa editrice.

Gli stessi Quesada e Palmiotti si occuparono delle matite e delle chine del primo albo della nuova etichetta: Daredevil #1. Il primo ciclo di storie venne scritto dal regista e sceneggiatore Kevin Smith che, con la saga "Guardian Devils", portò la testata in top ten. Il successivo ciclo, sempre disegnato da Quesada e Palmiotti, vedeva ai testi il disegnatore e sceneggiatore David Mack che ideò per l’occasione il personaggio di Maya Lopez/Echo.

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Figlia di un assassino, Maya è sorda fin dalla nascita. Orfana di madre, la ragazza viene cresciuta da Kingpin, il principale avversario di Daredevil, dopo che quest’ultimo uccise il padre che, in punto di morte, fece promettere al boss della mala di occuparsi di lei. Kingpin manderà Maya in un costoso centro di riabilitazione per non udenti dove affinerà una particolare abilità, ovvero quella di imitare alla perfezione qualsiasi azione umana vista anche per una sola volta.
Indotta da Kingpin a credere che Devil sia il responsabile della morte del padre, la ragazza vuole vendicarsi di lui nei panni di Echo, ma contemporaneamente conosce e si innamora di Matt Murdock, alter ergo dell’eroe. Quando capirà l’inganno di Kingpin, la ragazza si vendicherà del suo padre adottivo accecandolo, dando il via alla serie di eventi che porterà il boss della mala a perdere il suo impero. Maya deciderà di lasciare gli Stati Uniti per ritrovare se stessa e la propria pace interiore.

In seguito, la testata ospiterà il ciclo di Brian M. Bendis e Alex Maleev che narreranno della caduta di Kingpin e dell’ascesa al potere di Daredevil. Al centro di questo ciclo, troviamo 5 episodi scritti e disegni da David Mack che riportano in scena il personaggio di Maya Lopez e che ritroviamo ora nel 23° volume della collana Daredevil Collection edita da Panini Comics.
Il ciclo di episodi risulta alquanto singolare, tanto da restare a lungo inedito in Italia, non solo per lo stile artistico utilizzato da Mack ma in quanto è una storia in cui il titolare della testata, ovvero Daredevil, compare solo in una manciata di tavole. È come se ci trovassimo davanti a una miniserie parallela dedicata a un comprimario, per giunta un personaggio apparso fino ad allora solo in un altro ciclo. Eppure, grazie al lavoro di Mack, Maya, nota come Echo (e in futuro come Ronin nei New Avengers di Bendis) è un character complesso e affascinante che è entrato fin da subito nella mitologia della serie.

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La saga in 5 parti, che si intitola semplicemente "Echo", è un viaggio alla ricerca di se stessa da parte di una donna che non riesce a comprendere il suo ruolo nel mondo. Per questo rivive la sua storia e compie un rito spirituale per comprendere la sua reale natura. Scopriamo così ulteriori dettagli del passato di Maya, di suo padre e del suo retaggio indiano.
Mack è autore di una storia molto raffinata che indaga con un sicuro piglio introspettivo nell’animo di una ragazza sorda, descrivendo la sua condizione, i suoi problemi e la sua crescita con sensibilità e poesia grazie ad analogie e trovate davvero riuscite. Anche la struttura narrativa è molto raffinata e racchiusa in un perfetto cerchio in cui tutti i pezzi combaciano e nulla viene lasciato al caso.

Parte quanto mai integrante per portare avanti la narrazione è l’aspetto grafico e visivo delle tavole. Mack utilizza il foglio da disegno per dar vita a dei collage sui cui monta/smonta, apre finestre, costringe il lettore a capovolgere il libro per seguire le vignette o leggere il testo, cambia stile passando da quello più realistico/fotografico a quello pittorico (splendide le tavole in cui Maya, viaggiando per l’Europa, si autoritrae utilizzando gli stili dei grandi artisti) fino a utilizzare dei segni stilizzati simili a quelli realizzati dai bambini. Testo e disegno, dunque, si fondono e anche il lettering ha la sua importanza ed è curato nei mini dettagli.

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Echo, dunque, è un’opera preziosa e originale nella storia del personaggio, adatta a chi vuole conosce a fondo la storia di Maya Lopez, magari dopo aver letto Parti di un buco, anch’essa ristampata nella collana Daredevil Collection.

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DC Comics: annunciate le prime 2 serie di Brian Michael Bendis per Jinxworld

  • Pubblicato in News

Brian Michael Bendis ha annunciato i primi nuovi titoli Jinxworld che verranno rilasciati sotto il suo accordo esclusivo con DC Comics.

Come rivelato oggi al Seattle al Comic Con di Emerald City, Bendis si ricongiungerà con il collaboratore di Alias ​​Michael Gaydos per Pearl, descritto come un epico romanzo ambientato tra le fazioni in guerra della Yakuza nell'attuale San Francisco. Prevista per agosto, la serie è incentrata su Pearl, un tatuatore e "assassino accidentale" che si incrocia nella sua controparte di un'altra fazione.

Bendis si unirà anche a David Mack per Cover, ispirato a una storia vera in cui un fumettista viene reclutato da un'agenzia di intelligence per vivere una doppia vita da spia. Una serie stile Confessioni di una mente pericolosa e Matrimonio impossibile. Cover è previsto per 'autunno. Di seguito, le prime due copertine diffuse.

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(Via CBR)

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Jessica Jones 1: Scagionata, recensione: il ritorno in grande stile dell'anti-eroina Marvel

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L'inizio del nuovo millennio segnò per la Marvel una ventata di freschezza dovuta alla rivoluzione attuata dal presidente Bill Jemas che diede vita a una serie di iniziative che rivitalizzarono la Casa delle Idee. Grazie anche alla nomina di Joe Quesada al ruolo di editor in chief, nuovi autori e nuove serie, oltre che nuove linee editoriali, diedero una scossa e un nuovo assetto alla casa editrice. Fra queste, l'arrivo del talentuoso e giovane Brian Michael Bendis, che dopo aver rilanciato, nella versione alternativa "Ultimate", Spider-Man, si apprestava a diventare uno dei pilastri della Marvel. Una delle sue serie migliori fu Alias che contribuì a lanciare l'etichetta matura MAX, contraddistinta da tematiche inconsuete per le classiche serie della casa editrice, maggiore violenza e un linguaggio più scurrile. Alias, inoltre, con un'operazione di ret-con lanciava il personaggio inedito di Jessica Jones.

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Jessica era un personaggio totalmente differente dagli altri eroi Marvel: cinica e disillusa, aveva rinunciato alla sua carriera da eroina - i suoi poteri sono quasi un peso per lei - per aprire un'agenzia investigativa di nome Alias. La serie, disegnata da Michael Gaydos, con le cover di David Mack, fu un successo di critica e pubblico e portò Bendis a inserire con maggior determinazione il personaggio nel Marvel Universe. Così, dopo 28 albi, venne lanciata The Pulse, che abbandonava l'etichetta MAX e, terminata anche questa, lo sceneggiatore proseguì le vicende del personaggio sulle pagine degli Avengers, dove Jessica appariva come moglie di Luke Cage, di cui nel frattempo si era innamorata e da cui aveva avuto una figlia. Il personaggio, in tempi recenti, è diventato noto al grande pubblico grazie alla serie Netflix interpretata da Krysten Ritter, i tempi erano dunque maturi per un ritorno in grande stile anche nel mondo dei fumetti. Così Bendis riunì il team artistico di Alias per una nuova serie intitolata semplicemente Jessica Jones.

La nuova testata, lanciata in America a ottobre del 2016, arriva in Italia dopo che Panini Comics ha ristampato nel formato cartonato soft-touch prima Alias e poi, per la prima volta in volume, The Pulse. Ma, soprattutto, arriva poco dopo l'annuncio dell'addio di Bendis alla Marvel per approdare alla DC Comics. C'è da scommetterci che lo sceneggiatore, che ha all'attivo diverse serie, consideri Jessica Jones il suo canto del cigno alla Marvel. E, in tal senso, l'amaro in bocca arriva fin dalle prime pagine da cui si percepisce subito come la serie sia una delle cose migliori scritte da Bendis negli ultimi anni e l'enorme attesa non delude minimamente le aspettative. Alias è stata una serie molto amata e, almeno da questo primo volume, la qualità resta inalterata e non si avvertono in alcun modo i circa 15 anni passati.

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L'autore ci va subito giù pesante e non esita a "maltrattare" il suo personaggio. A inizio volume vediamo Jessica tornare in libertà, dopo una breve reclusione in galera, e riprendere la sua vita disastrata. La relazione con Luke Cage va a picco anche perché la nostra protagonista nega di fargli vedere la figlia. Anche il rapporto con il mondo dei supereroi non è dei migliori e la donna è ormai da tutti considerata una sorta di pecora nera della loro comunità. Non solo, qualcuno la pedina e la cattura con lo scopo di farla passare dal lato dei "cattivi". Ma non è tutto, la nostra investigatrice privata accetta un caso insolito: una donna la assume per indagare sul marito che dice di arrivare da una dimensione alternativa e l'evento Secret Wars potrebbe c'entrare in tutto questo.
 
Jessica Jones ci mostra un Bendis al pieno del suo potenziale, è palese l'amore che l'autore ha per il personaggio e ciò si riversa appieno nella sua opera. Le tematiche messe in campo e le trame imbastite risultano convincenti e originali, e i dialoghi, suo marchio di fabbrica, risultano freschi e ficcanti. Non sono da meno Michael Gaydos, papà grafico di Jessica, alle matite e Matt Hollingsworth ai colori, entrambi ancora con lo smalto che ce li aveva fatti apprezzare su Alias: il loro lavoro è determinante affinché le tinte noir volute da Bendis risultino efficaci. Gaydos si dimostra davvero abile nella recitazione dei personaggi in scena, un fattore imprescindibile in una serie in cui la parte action è ridotta all'osso.

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L'edizione Panini Comics si inserisce nel solco delle recenti ristampe sul personaggio contraddistinte dal cartonato soft-touch. Qualche refuso di troppo rappresenta una piccola macchia su un volume da non perdere assolutamente.

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Fight Club 2

Bao Publishing porta in Italia il sequel ufficiale della famosa opera di Chuck Palahniuk, Fight Club. L’autore cambia mezzo e approda nell’universo comics e lo fa con la sua opera più famosa, vuoi per esigenze personali (volersi scrollare il peso di un personaggio che è al di sopra di tutto e di tutti e che ha influenzato due generazioni) vuoi per sfruttare l’opportunità presentatosi, il controverso Chuck decide che il fumetto è il modo migliore per raccontare le vicende. Gli eventi si svolgono 10 anni dopo quelli del libro (sì è il sequel del libro e non del film come lui stesso ci tiene a precisare). Scopriamo già dalla prima tavola il fantomatico nome del protagonista mai pronunciato fin ora: Sebastian. Vive con Marla Singer e il loro figlio. Tyler ormai è scomparso nella sua psiche grazie a farmaci inibitori, ma le cose non sono così rose e fiori. La prima a risentire della sua mancanza è la stessa Marla che rivuole indietro l’uomo di cui si è innamorata (Sebastian/Tyler?) e inizia il suo piano di riacquisizione. Abbassa e sostituisce i dosaggi delle pillole così che il protagonista inizia ad avere i primi sintomi di dissociazione. Il mondo anche è andato avanti, ma il piano mayhem è andato oltre ormai (divenendo Rize or Die), Tyler è un dio venerato e il suo manifesto e propaganda si sono diffusi in tutto il pianeta. Da qui parte l’intreccio creato dall’autore che si svolgerà su diversi piani, nel senso che verrà abbattuto il concetto di meta-narrazione per passare ad una sovra-meta-narrazione. L’idea è geniale, la strutturazione un po’ meno. I capitoli iniziali filano liscio ma da metà opera inizia una fase un po’ confusionale. L’intreccio metanarrativo risente poco di problematiche fino a quando iniziano i riferimenti sovra-meta-narrativi. Lì è il caos o volendo esagerare meno, un po’ caotico.

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Spieghiamo meglio. Oltre ad una narrazione sulla narrazione, si inserisce la narrazione del narratore che narra della narrazione nella narrazione. Sembra uno scioglilingua ma la strutturazione è questa. In poche parole l’autore crea un parallelismo tra la narrazione nel romanzo e quella sul romanzo ovvero il fenomeno culturale che ha scatenato. Una creatura sfuggita al suo autore divenuta ormai un’entità alla mercé e controllo dei suoi fan. Tyler Durden ormai è un prodotto delle persone, una proprietà della cultura, non sottostà più al suo creatore. La mossa di Palahniuk è stata inaspettata, quasi a voler riprendersi quel potere ormai perso. La realtà però è che i suoi personaggi sembrano ormai irrimediabilmente sfuggiti al suo controllo.

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Superato lo scoglio centrale inizia ad essere chiaro l’intento dell’autore. Il problema però è qui. Lo stile sincopato di Palahniuk lo si riconosce ma si nota che è un approccio narrativo più da romanzo che da fumetto. La sua inesperienza con una sceneggiatura da comics purtroppo è palese. Non che sia grave nel senso che pur essendo la sua prima opera fumettistica, pur affrontando un onere di quel genere essendo un'opera cult non da poco, fa il suo dovere meglio di parecchie opere in circolazione. Ha una core story buona ma tessuta non al massimo della sua potenzialità. Le vicende di Marla in Africa hanno senso all'interno del racconto (come Palahniuk stesso dice in modo intelligente ma strutturato non in maniera del tutto geniale) solo come aiuto alla sottotrama dove l'autore sfonda la quarta parete.

Buona parte del merito dell’opera va a Cameron Stewart che con le sue tavole rende un più agevole benvenuto ai comics a Chuck. Stewart sa come fare il suo mestiere e lo fa in maniera egregia. Tavole che mandano in tilt con vignette semicoperte da petali o pillole quasi come se fossero effetti con realtà aumentata. Scelta che rende bene l’idea della metanarrazione dai toni distopici. Altre finezze sono i baloon con sovralettering, che rende la lettura di parole e frasi impossibile, ovviamente tutto è voluto e fatto in maniera perfetta, per dare l’idea della confusione e del caos della mente dei personaggi. Le illustrazioni di David Mack sono puro spettacolo. Sintetizzano perfettamente ogni capitolo con un’immagine ad hoc che esalta lo spirito un po’ confusionario della trama. Solo le sue cover valgono l’intero volume.

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L’edizione di Bao è curatissima sotto ogni punto di vista. Un cartonato sia regular che variant (solo per Feltrinelli e a tiratura limitata) che esalta perfettamente la portata dell’opera.
Fight Club 2 è un’opera necessaria ai lettori accaniti di Palahniuk e godibile per gli amanti sia del genere che di storie metanarrative. Non all’altezza di esperti in materia quali Grant Morrison e Alan Moore ma di esempio per come la tecnica sia importante (e purtroppo a Palahniuk manca ancora) per costruire una trama metanarrativa di spessore, indipendentemente dall’idea geniale o meno.

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