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Sfera: la ricerca e l'Arte: intervista ad AlbHey Longo

Classe 1993, il fumettista torinese AlbHey Longo - dopo La quarta variazione - pubblica per Bao Publishing il suo secondo libro dal titolo Sfera. Come evidenziato nella nostra recensione, i temi affrontati nel graphic novel vanno dal ruolo dell'Arte alla ricerca di se stessi. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l'autore per saperne di più. Diamo dunque il benvenuto ad AlbHey Longo su Comicus.

Tutta l’opera ruota intorno alla ricerca. Dalle prime pagine, dove Damiano cerca di capire l’origine del suo potere, fino a Chiara, che cerca il modo di esprimere la propria creatività. Se già ne La quarta variazione si parlava di ricerca, Sfera sembra la sua evoluzione concettuale. Cosa è cambiato per te riguardo al tema e rispetto al tuo primo libro?
Ciao, Comicus! Se ne La Quarta Variazione il tema era anche la crescita, insicura, piena di domande su se stessi e su chi ci circonda, in Sfera si parla più di una ricerca personale. Damiano e Chiara sono personaggi più adulti che non possono più “nascondersi” dietro un apparente immaturità, le loro ricerche sono lo specchio di una ricerca di stabilità, ordine e appagamento che tutti noi cerchiamo costantemente, tenendo testa alle mille variabili che la vita ci pone davanti! O almeno, questo è quello che volevo in parte trasmettere!

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Emotivamente, escludendo l’affinità di pensiero, ti senti più vicino a Chiara o Damiano?
Inizialmente mi sentivo più vicino a Damiano e questa cosa mi ha aiutato a scrivere parte del suo personaggio e delle sue scene iniziali. Mentre lavoravo al libro alla fine mi sono reso conto, anche tramite pareri esterni, che ho messo in Chiara molte più cose di me di quanto pensassi! E quindi, ad un certo punto, Damiano è andato per la sua strada.

In Sfera hai inserito elementi paranormali. Come mai questa scelta?
Avevo voglia di staccarmi da una narrazione prettamente ancorata alla realtà. Il fumetto ti offre la possibilità di inserire “senza spese” elementi che in altri media visivi avrebbero un costo elevato, e volevo cogliere questa possibilità. In più mi divertiva trovare una mia declinazione del “superpotere”.

Si sente la critica all’arte moderna, sul suo fattore essenzialmente estetico ma dal contenuto non sempre presente, se non quello dato dai critici. Credi che questi tempi veloci abbiano messo in secondo piano il senso e il significato, puntando più sul design e sull’impatto visivo, rispetto a prima?
In realtà la mia non è proprio una critica, è più un mostrare quali sono gli approcci più diffusi sul mondo dell’arte contemporanea. Ormai l’impatto visivo e la pura estetica sono diventate di per sé dei valori che non hanno bisogno di grandi significati per esistere, che poi se ci pensiamo era la stessa cosa per l’arte classica, pura rappresentazione e tecnica.
Penso anche che la critica del vecchio contro il nuovo, del nuovo contro il vecchio, del nuovo contro il nuovo e via discorrendo faccia parte del gioco. Tornando a Damiano e Chiara, in qualsiasi ambito artistico il proprio operato non sarà mai apprezzato completamente da tutti, e bisogna essere sicuri dei propri intenti per avere le spalle abbastanza larghe per sopportare e accogliere le critiche.

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Il tuo tratto è in evoluzione. Sempre caratteristico ma più deciso e preciso. Senza contare l’uso dei colori. Il tuo laboratorio creativo sono le storie brevi, oppure sperimenti sostanzialmente e soprattutto con i tuoi lavori lunghi?
Grazie! Sicuramente le storie brevi e le illustrazioni sono la palestra che preferisco!
Poi in generale, e penso continuerà così, il tratto in evoluzione è anche dovuto al tipo di storia che voglio raccontare, nel periodo di lavorazione di Sfera avevo bisogno di trovare un mio ordine, una mia pulizia nella narrazione e nel tratto.

Più volte hai dichiarato che intendi spostarti su lidi più action, dalle tinte sci-fi. Cosa dobbiamo aspettarci?
Spero delle figate, ahahah!
Vi ringrazio per l’intervista!

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Sfera, recensione: L’arte come legame e come ricerca

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Per leggere l'intervista ad AlbHey Longo, clicca qui.

AlbHey Longo ha esordito per Bao Publishing nel 2016 con La quarta variazione e ora, il giovanissimo autore torinese, torna in libreria con Sfera, graphic novel che in parte rappresenta l’evoluzione del suo primo libro, per tematiche, e in parte se ne discosta per messa in atto.

La storia ruota intorno a Damiano e Chiara, due giovani giornalisti che si incontrano a un festival di cinema per conto delle rispettive testate. Il primo è impegnato in una ricerca sui fenomeni paranormali legati ad esperienze extracorporee e abilità extrasensoriali e telecinetiche. Questo tema è dovuto allo sviluppo improvviso di un “super-potere” che gli permette di creare delle sfere nere di vetro di dimensioni e durata variabili. La seconda, invece, è una giovane ragazza laureata all’Accademia d’Arte che, accantonato il sogno di diventare un’artista, si è ritrovata nel mondo del giornalismo per poter vivere grazie ad un lavoro stabile e tranquillo. Ha un cruccio però: quel sogno non è mai svanito e si interroga spesso se questa sia la scelta giusta, data la sua insoddisfazione. Mentre i due chiacchierano e fanno amicizia, accade qualcosa. Damiano fa vedere il proprio potere a Chiara innescando nel giovane un’idea, ovvero quella di usare l’abilità per divenire artisti, così da sfruttare quella dote al servizio del sogno della ragazza.

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AlbHey Longo scrive un’opera lineare, pulita e semplice. Quella semplicità funzionale che mette in risalto molto bene i temi che vuole affrontare, senza girarci intorno, pur con l’escamotage del superpotere. Amicizia, crescita e responsabilità sono i focus su cui ruota tutto. C’è un qualcosa, però, che diviene il cuore pulsante della narrazione: la ricerca. Se già nel precedente libro era evidente questo tema, in Sfera è affrontato in maniera diversa e inserendo variabili di vita reale nuove. Anche la critica, o per meglio dire, riflessione dello stato attuale del concetto di Arte, viene riproposto in modo differente e sapiente.
I dialoghi sono fluidi e realistici e non appaiono mai ostentati o statici e riflettono dubbi ed interrogativi sulle nostre scelte, sull’accantonare le passioni per qualcosa di diverso ma stabile, visto in due modi diversi secondo i punti di vista dei protagonisti.

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In Sfera non troviamo solo un’evoluzione nei temi e nella narrazione, ma anche sul versante artistico/visivo. Il tratto migliorato, più pulito e meno “grezzo”, ma pur sempre caratteristico, assume nuovo valore grazie alla colorazione. Dopo l’esperienza nel ruolo di colorista sul webcomic Sappy, insieme a Capitan Artiglio e Oscarito sulla piattaforma online Wilder, troviamo il fumettista più sicuro di sé. Questo dona a Sfera un'arma in più per sottolineare e valorizzare l’espressività dei primi piani e rendere più fresche le sequenze, donando un mood diverso e accattivante in perfetta linea con il contesto artistico narrato.

L’edizione Bao è un cartonato 17x24 cm con inserti lucidi (le sfere) in copertina. È disponibile anche una variant cover disegnata da Nova Sin.

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Nel mondo di Haxa: intervista a Nicolò Pellizzon

È da poco uscito per Bao Publishing il secondo volume di Haxa, tetralogia fantasy/fantascientifica ideata dal fumettista Nicolò Pellizzon. Abbiamo colto l'occasione per parlare con l'autore della sua opera, che trovate qui recensita. Diamo, quindi, il benvenuto a Nicolò Pellizzon su Comicus.

Partiamo con domanda introduttiva, quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro E come nasce il mondo di Haxa?

Da quando sono adolescente ho sempre pensato che la magia sia tra noi, ma non possiamo vederla. Questo ha influenzato il mio modo di leggere la realtà, che è sicuramente una realtà che ha aspetti magici. In Haxa la magia ha una radice profondamente scientifica e la scienza un risultato magico. Ho sempre pensato che una saga fantasy dovesse avere un'idea semplice alla base che si complica diventando realistica. Questo processo rappresenta per me lo scontrarsi dell'immaginazione nella realtà.

Haxa si potrebbe considerare un fantasy fantascientifico. Come mai hai voluto unire in un unico universo narrativo magia e tecnologia?

In realtà è solo nel nostro Paese, per una questione storica dei generi letterari, che fantascienza e fantasy hanno significati così opposti. In uno ci sono le frecce e gli elfi, nell'altro le astronavi e i laser. Non è così nella letteratura anglosassone, in cui ci sono molte cose in mezzo che rientrano nella categoria “fantasy”. Le storie non hanno un genere nella mia testa, penso anche che sia una tendenza generale del raccontare storie nella nostra epoca, la compenetrazione di generi.

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Ti occupi sia della sceneggiatura che de disegni. È impegnativo gestire da soli un mondo così vasto come quello di Haxa?

Sicuramente sì. Questo tipo di progetti di solito sono seguiti da un team, mentre ho voluto seguire tutto da solo arrivando al limite di quello che so fare, per dare un impronta personale più profonda di come sarebbe stato se fosse stato un vero lavoro di squadra.
Volevo dimostrare a me stesso di essere in grado di creare un opera come Gli Amari Consigli (BAO, 2014), ma molto più lunga e con un'impronta più vicina al fumetto classico. Vedere se ero abbastanza astuto da usare i canoni per infrangerli e tenere i lettori attenti e coinvolti.
Sono sempre arrivato al limite delle mie capacità per tutte le mie opere precedenti, alla fine del primo volume di Haxa credevo di aver raggiunto la fine di questo sviluppo. Ma sono riuscito ad andare oltre.
Anche se mi occupo praticamente di tutto, mi sono avvalso della collaborazione di Alessio Trabacchini (come secondo editor, oltre Leonardo Favia di Bao), a Marzia Grillo per le prime correzioni sulla coerenza interna del testo, a Vincenzo Filosa per la consulenza sulle influenze giapponesi in alcune parti dei dialoghi. Myriam El Assil, invece mi ha aiutato con il colore del primo volume.

In tutto la serie si comporrà di quattro volumi. In che maniera hai deciso di suddividere la materia narrativa?

Haxa è basato sui personaggi, quindi i capitoli si basano principalmente sui punti di svolta nella vita personale e interiore di Sophia, che anche se nel secondo volume non è il personaggio centrale, tiene il piede sull'acceleratore. Nel prossimo capitolo sarà la protagonista indiscussa.

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I tuoi lavori sono sempre pervasi (a volte in maniera più marcata, a volte più in sottofondo) da suggestioni magico-oniriche. Da dove nasce questa tensione narrativa?

Probabilmente dal modo stratificato che ho di leggere le cose che succedono nella mia vita. Non mi sento solo, avverto sempre indizi su come uscire dai momenti critici. Credo che ci siano forze sotto e sopra gli eventi del mondo che aspettano solo essere lette. Se penso ai sogni penso a un linguaggio per risolvere i nodi della nostra vita.

C’è un fil-rouge che collega tutti i tuoi lavori?

L'universo di Haxa è lo stesso degli Amari Consigli, di Abraxas e Lezioni di Anatomia (Grrrz, 2012 e 2018). Negli ultimi due volumi della saga si capirà meglio in quali punti tutte le mie storie si connettono. Abraxas (che è la raccolta di storie brevi che si trova solo nel mio shop online https://fauces.bigcartel.com/) è la base di tutto quello che scrivo, mentre Gli Amari consigli ha una connessione più diretta di quello che sembra, con Haxa.

Attualmente su cosa stai lavorando?

Sto lavorando ad alcuni progetti abbastanza distanti dal fumetto, tra cui un libro pensato insieme alla scrittrice Giulia Caminito, e poi sono già al lavoro sul terzo volume di Haxa.

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Haxa 2 - Ombre D’Acqua, recensione: il magico ritorno al futuro di Nicolò Pellizzon

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Clicca qui per leggere l'intervista a Nicolò Pellizzon.

Nell’immaginario popolare pensare al fantasy, alla magia, porta subito alla mente affreschi medievaleggianti, infinite epopee ed intrighi di sovrani e stregoni.
Non si immagina, invece, un futuro tecnologico lontano come quello immaginato da Nicolò Pellizzon per la sua densa tetralogia Haxa.
Edita dalla Bao Publishing, in corposi volumi cartonati, l’opera dell’artista italiano si pone il difficile obiettivo di fondere due generi diversi eppure molto simili: il fantasy e la fantascienza.

La storia, che si lega necessariamente alla trama di Haxa – Volume 1, proietta la Terra nel futuro 2110, quando – già da quasi due secoli – a causa del crollo della torre Al-Hillah, è stata rivelata al mondo la Magia.
La vicenda dell’assida (persona dotata di poteri magici) Sophia riprende ben due anni dopo gli eventi del disastro di Jelgava. Ormai la maga protagonista è una fuorilegge e insieme alle compagne Aiko e Claire, è impegnata nel sopravvivere.

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Pellizzon è assolutamente coerente con il precedente volume, a dimostrazione del grande controllo nei confronti di una materia narrativa vasta e dalle molteplici diramazioni. Coerente con il target young-adult della sua opera, l’autore lascia che l’emotività dei protagonisti faccia da filo conduttore agli eventi. I personaggi, sono cresciuti, costretti ad un salto di maturazione. Il costante volersi e doversi mettere alla prova e lo scontro identitario con se stessi e con gli altri trovano espressione anche nei conflitti fisici. Rispetto al primo volume, Pellizzon regala, infatti, maggiori intromissioni action: dopo aver appreso come controllare il loro poteri, le protagoniste vogliono e devono usarli.

L’affresco fantasy con, in primis, le due scuole di magia – Elementalisti e Goetiani – ricorda al lettore che i micro-drammi personali sono sempre inscritti in scenari molto più ampi e che, inevitabilmente, le scelte di un singolo ricadono su tutti. Artefici o vittime degli eventi? La risposta va trovata nelle pieghe dell’emotività tracimante di giovani ragazze che si scoprono individui sempre più complessi e, gettati nella vita “adulta”, devono dover gestire rabbie, frustrazioni e perdite.

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È indubbio che Pellizzon attinga al vasto bagaglio fantastico romanzesco, fumettistico e cinematografico che lo precede, senza però ricalcarne o citandone gli elementi. Da questi mutua, indubbiamente, l’epica, la sensazione di essere solo un tassello di un universo vasto, multietnico e multiculturale.
L’introduzione della dimensione fantascientifica, con una tecnologia avanzata ben ravvisabile nella storia, aiuta l’autore a riscrivere l’immaginario fantasy, quasi attestando una plausibilità realistico-scientifica alla presenza della magia. Il futuro del mondo di Haxa è lontano, certo, ma non lontanissimo. Non è un passato medievaleggiante distante nel tempo e nello spazio.

Tale fusione di generi lo si ritrova anche nelle tavole. Pellizzon, con il tipico tratto marcato, non indugia su particolari anatomici o scenografici, ma sintetizza tanto gli spazi geometrici dalle suggestioni fantascientifico-tecnologiche, quanto gli ambienti naturalistici d’impronta fantastica, fino alle figure, sempre chiare nei loro elementi riconoscibili. L’obiettivo del disegno sembra quasi voler suggerire simbolicamente più descrivere realisticamente gli eventi raccontati e i personaggi che li determinano.

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Sempre di grande interesse, inoltre, i “file” che separano i vari capitoli del volume, posti a compendio del racconto, ma utilizzati dall’autore anche per permettere al lettore di esplorare il mondo di Haxa, i suoi protagonisti o le leggi che lo governano, senza così, appesantire il racconto con lunghe spiegazioni che sarebbe dovute, eventualmente, essere destinate alle parole dei personaggi.
Il racconto, dunque, scorre fluido ma ricco di avvenimenti. Senza le fondamentali coordinate del primo volume, questo rischierebbe di essere di difficile comprensione. Ma, giustamente, non si può esplorare una terra senza averne una mappa.
Quella che Pellizzon offre al lettore è un mondo vasto e ricco, in attesa di essere esplorato in tutta la sua complessità. Forse i prossimi volumi ricostruiranno definitivamente l’intero affresco techno-fantasy creato da Pellizzon, o forse no. Dopotutto, più la terra è vasta, più sono i racconti che ne possono nascere.

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