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Desolation club 1: Nuovo Mondo Antico, recensione: Gioventù in fuga

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In un futuro distopico lontano cinquecento anni da ora, un evento catastrofico tanto imprevedibile quanto implacabile ha decimato la razza umana, rendendo la Terra un luogo inospitale. All’improvviso, infatti, la gravità terrestre è venuta meno, uccidendo gran parte della popolazione e costringendo i sopravvissuti a vivere in comunità sotterranee, nelle quali l’ordine sociale pre-catastrofe ha preso i contorni di una distopia oppressiva. Altra differenza rispetto al passato, l’inevitabile mutazione genetica causata da cinque secoli di vita sottoterra: la popolazione è infatti costituita esclusivamente da albini.

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Ibu, Vikt, Waka e Bek sono quattro amici che passano le loro giornate tra scuola e bravate, tra cui lo spaccio del dysert, la droga più in voga tra i giovani. La loro è incoscienza dettata da voglia di ribellione, la stessa provata da Pwa, ragazza di diversa estrazione sociale che soffre la gabbia dorata in cui i suoi due padri la costringono a vivere. Il ferimento accidentale di una ragazza, durante una delle loro spacconate, costringerà i quattro amici alla fuga dalle autorità e all’incontro con Pwa. Il desiderio comune di evasione, unito alla necessità contingente, spingerà l’atipico quintetto a fuggire dalla loro comunità verso le terre aride e desolate che una volta corrispondevano all’Europa.

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Presentato in anteprima al Lucca Comics & Games dello scorso anno, Desolation Club mette in luce il talento eclettico di Lorenzo Palloni, lanciatissimo sceneggiatore del fumetto nostrano. Reduce dal grande successo del noir La Lupa, per il quale ha vinto il premio Gran Guinigi al Lucca Comics del 2018, con Desolation Club Palloni cambia completamente registro, planando sul terreno della fantascienza più pura. Supportato dal talento visionario di Vittoria Macioci, Nuovo Mondo Antico, primo volume della succitata serie edita da Saldapress in collaborazione con l’editore francese Sarbacane, è una generosa jam session grafico-narrativa che suscita comunque alcune perplessità. Se lo sforzo di Palloni nel caratterizzare il “mondo” di Desolation Club è apprezzabile ed evidente, dotandolo anche di un linguaggio proprio, è altresì vero che la scelta di un gruppo di adolescenti ribelli come protagonisti, in un momento in cui la “fiction” di ogni genere straborda di soluzioni di questo tipo, non può non fornire al lettore un prevedibile senso di dejà-vu, per quanto stemperato dalle contaminazioni di genere fantascientifico-distopico. Lascia interdetti anche il ritmo impresso alla narrazione, un susseguirsi di eventi troppo repentino e farcito di situazioni improbabili che non favoriscono tanto l’approfondimento psicologico dei protagonisti quanto l’immedesimazione dei lettori, rendendo necessaria e indispensabile una rilettura.

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Certamente non ha giovato al bilancio finale anche la scelta dell’editore di dividere la storia in due capitoli (di cui il secondo di prossima uscita), troncando la narrazione sul più bello e rendendo di fatto Nuovo Mondo Antico nient’altro che un lungo prologo a quanto vedremo nel prossimo volume. Anche la pur buona prova di Vittoria Macioci ai disegni non è esente da criticità. La disegnatrice romana, dotata di un piacevole stile "cartoony" che testimonia la sua esperienza nel campo dell’animazione, propone una costruzione della tavola assolutamente fresca e originale; interessanti sono scelte compositive come il ricorso a splash-pagese inserimenti di riquadri irregolari, oltre ad una efficace colorazione fluo stesa con larghe campiture. Lascia invece perplessi la caratterizzazione grafica dei protagonisti, che si confondono talmente con i personaggi di contorno che si fatica a metterli a fuoco, suscitando non poca confusione nel lettore.
Un primo capitolo, quello di Desolation Club, che scorre via tra luci e ombre, in attesa di scoprire se l’uscita del secondo volume potrà cancellare le perplessità suscitate da Nuovo Mondo Antico.

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Charlie Adlard ha vinto il Romics D'Oro

  • Pubblicato in News

Riceviamo e pubblichiamo:

"A CHARLIE ADLARD IL ROMICS D’ORO DELLA XXVII EDIZIONE UN PREMIO ALLA CARRIERA PER IL FUMETTISTA INGLESE, MAESTRO DI ATMOSFERE ZOMBIE E HORROR DA THE WALKING DEAD A VAMPIRE STATE BUILDING

Charlie Adlard riceverà il Romics d’Oro alla carriera nella XXVII edizione di Romics (2/5 aprile 2020), presentando in anteprima Vampire State Building, in uscita per saldaPress.

Nato in Inghilterra nel 1966, Charles Adlard inizia a lavorare come disegnatore di fumetti all’inizio degli anni ’90. Ha collaborato con le principali case editrici di fumetti del mondo, tra cui Marvel Comics, DC Comics, Image Comics, Soleil e Delcourt.

Verso la fine degli anni’ 90 conosce durante un convegno Robert Kirkman che lo coinvolge nel progetto di The Walking Dead, uno dei principali successi mondiali del fumetto contemporaneo, divenuto anche una fortunatissima serie tv. Dal numero 7 Charlie Adlard diventa il disegnatore della serie fino alla sua chiusura, avvenuta lo scorso anno con l’albo numero 193 e a Romics verrà presentato in anteprima anche il volume conclusivo della saga in formato compendium, cioè The Walking Dead – Compendium vol.4. Il successo di The Walking Dead consacra l’importanza di Adlard che diventa così una vera superstar del fumetto mondiale. Il suo tratto, insieme al deciso uso dei neri e delle ombre, hanno impresso una svolta decisiva all’estetica horror e in particolare a quella zombie. In un mercato come quello del fumetto, dominato dagli albi a colori, la tecnica e i tratti di Adlard sono inconfondibili e fanno scuola. “Non ho mai disegnato espressamente per il colore, né per la stampa in bianco e nero. Non l’ho mai fatto consapevolmente, almeno. Sono un disegnatore che normalmente utilizza moltissimo nero e quindi quando togli il colore (dai lavori colorati) non sembra una gran perdita. Penso che disegnare espressamente per il colore sia un talento e apprezzo chi lo sa fare ma non è il mio modo di lavorare. Per questo penso che per chi deve, colorare i miei disegni sia una specie di sfida.” (da un’intervista di Ettore Gabrielli su Fumettologica).

Con la fine di The Walking Dead Adlard si è dedicato a diversi progetti, allontanandosi dal territorio familiare degli zombie. Deciso a misurarsi con progetti nuovi, il fumettista inglese si è lasciato conquistare dal mercato francese, rifiutando alcune proposte provenienti da Marvel e DC. Nasce così Vampire State Building, scritto da Ange, Patrick Renault e Sebastien Gerard:un divertente horror inchiostrato in digitale, una tecnica differente rispetto a quella utilizzata per The Walking Dead.

Attualmente Adlard è impegnato su Heretic, progetto nato dalla collaborazione con lo scrittore Robbie Morrison (con il quale aveva già lavorato per Guerra Bianca, fumetto, ambientato in Trentino durante la Grande Guerra). Il protagonista è Cornelius Agrippa, un personaggio realmente esistito durante l’inquisizione spagnola, immerso in un contesto sovrannaturale.

La partecipazione di Charlie Adlard si è realizzata grazie alla collaborazione con saldaPress.

Nel catalogo saldaPress, oltre alla serie The Walking Dead, sono presenti i volumi L’arte di Charlie Adlard, La maledizione del Wendigo, Come una pietra,Guerra Bianca e Vampire State Building, disponibile in anteprima a Romics."

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Outer Darkness: Dentro la tenebra 1, recensione: Spazio, ultima frontiera

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"Spazio, ultima frontiera" è l’incipit di una famosissima serie tv di fantascienza, ma potrebbe benissimo anticipare le storie di questo Outer Darkness, scritto da John Layman (Chew) e disegnato da Afu Chan (The Immortal Iron Fist). Magari seguito da una frase da sermone sulle fiamme dell’inferno e sui diavoli che le abitano, tipo «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt. 25,41) (e, in effetti, ci va molto vicino). Disorientati? È più che normale: quello di Outer Darkness è un universo in cui magia e scienza sono mescolate, rimescolate ed intrecciate con esiti nuovi e intriganti.

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La serie, pubblicata in Italia da Saldapress, segue le vicende dello scontroso capitano Joshua Rigg che, al comando della nave spaziale Caronte, fa rotta nella tenebra profonda (outer darkness) per salvare un misterioso obiettivo. Ad accompagnarlo ci sono i suoi ufficiali, Agwe, prete voodoo, Soreena Prakash, l’amministratrice di bordo, il primo ufficiale Alastor Satalis e il navigatore Elox e numerosi altri sottoposti.
La somiglianza con Star Trek è evidente, di cui condivide alcune dinamiche, come le conflittualità (qui più violente e sboccata, fra gli ufficiali), l’elemento picaresco e la tendenza a far vittime fra le anonime redshirts (con qualche eccezione che non vi spoileriamo). Niente di nuovo, dunque, se non che molti di questi elementi tipicamente sci-fi sono riletti in chiave magico-orrorifica: lo spazio cosmico (outer space) ha tratti tipici dell’aldilà (outer darkness, citazione da Mt, 8,11 «E il servo inutile gettatelo nella tenebra; là sarà pianto e stridore di denti») ed è infestato da demoni e anime erranti che minacciano gli incauti esploratori. Ogni nave deve quindi contare nel suo equipaggio esorcisti e oracoli che combattano i demoni pronti ad assalire e possedere gli uomini a bordo. I singoli elementi, ripetiamo, non hanno nulla di innovativo; il principale merito di Layman e Chan è stato l’aver realizzato un universo coerente e affascinante.

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La trama di questo primo volume di Outer Darkness, che raccoglie i primi sei numeri della serie Skybound/Image Comic, si dipana abbastanza lentamente: sebbene non manchino le sequenze d’azione (anzi), la serie si struttura per storie quasi autoconclusive (arrivo sul pianeta-missione-partenza alla volta di un altro) legate da una continuity all’inizio blanda e via via più sostanziosa fino alla conclusione del volume. Fra le motivazioni di questa scelta dobbiamo considerare tanto la necessità di introdurre le dinamiche dell’universo fantastico/fantascientifico del capitano Riggs quanto quello di caratterizzare a fondo i numerosi personaggi (chi sono? da dove vengono? cosa vogliono?). Nonostante l’avvio lento, l’operazione è portata avanti con successo: la trama avanza senza grosse forzature grazie alle azioni dei personaggi, e l’universo narrativo che emerge diventa sempre più corposo. Peccato solo che l’albo si interrompa quando la trama orizzontale sta decollando.

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Se l’operazione di world-building di Outer Darkness è da considerarsi riuscita, il merito va anche al suo lavoro sul versante artistico: il tratto semplice, quasi cartoonesco, di Afu Chan funziona estremamente bene nella caratterizzazione dei personaggi e delle creature mostruose che infestano lo spazio, oltre che nella resa delle espressioni facciali. Funziona meno bene, invece, nelle splash-page e in particolare in tutte le scene nello spazio aperto, in cui l’assenza di dettagli (specie nell’astronave) non valorizza a pieno questa soluzione (che spesso dovrebbe costituire un picco nella narrazione). Nemmeno il lieve tratteggio che costella tutti i disegni vi riesce a supplire. Si tratta tuttavia di un difetto marginale che non occorre frequentemente: la tavola, una 5x1 con variazioni, è infatti divisa in fasce orizzontali di uguale altezza e piuttosto strette; è nelle vignette più piccole, a nostro avviso, che il tratto semplice di Chan dà il meglio di sé.
Un discorso a parte, infine, merita l’uso dei colori, sempre ad opera di Chan. Al tratto semplice dei disegni fa da contraltare un’ottima gestione della palette, tutta giocata sui contrasti caldo/freddo utilizzati volta a volta per distinguere i personaggi dallo sfondo (e quindi per dare tridimensionalità), per rendere l’illuminazione di neon e monitor nelle scene di interni e, infine, per sottolineare le sequenze narrative più importanti.

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Terminator 35° anniversario, recensione: il ritorno dei "classici" fumetti di Terminator

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Era solo questione di tempo prima che Saldapress decidesse di affiancare alle collane dedicate ad Aliens e Predator anche quella di Terminator. Un po’ lo stesso percorso seguito dalla Dark Horse, la casa editrice americana che, nella seconda metà degli anni Ottanta, fece fortuna realizzando nuove storie a fumetti basate sui personaggi di noti franchise cinematografici. Infatti, come ricorda John Arcudi (che nel 1990 scrisse Terminator: tempesta, la prima miniserie Dark Horse ambientata nel mondo creato da James Cameron) nell’introduzione al volume Terminator – 35° anniversario (preludio alla serie mensile regolare dedicata ai cyborg viaggatori del tempo, sull’esempio di quanto Saldapress ha già fatto con i fumetti degli xenomorfi e degli yautja, le cui collane da edicola sono state precedute da analoghi volumi celebrativi, contenenti le prime storie di questi personaggi ad apparire negli USA), Mike Richardson, storico fondatore e presidente della Dark Horse, dopo gli ottimi risultati di vendita delle serie di Aliens e Predator, voleva allargare il proprio parco testate ad altri protagonisti di film di successo.

L’editore di Portland era riuscito, da poco, a strappare i diritti di Terminator alla Now Comics, che, fino a quel momento, era stata la casa editrice licenziataria per la trasposizione a fumetti della pellicola di Cameron, e dopo la pubblicazione di The Mask (che Arcudi aveva realizzato in coppia con Doug Mahnke sull’antologico Mayhem), aveva intuito le potenzialità dello sceneggiatore di Buffalo, decidendo di metterlo alle redini della nuova collana. La stessa che ritroviamo ora nel volume edito da Saldapress, il quale, sotto una bella copertina cartonata, arricchita da abbondanti effetti metallici, ci ricorda che quest’anno si celebra il 35° anniversario dell’uscita nei cinema del primo film della saga, una ricorrenza che ha portato anche alla realizzazione di un nuovo capitolo cinematografico, Terminator- Destino oscuro.

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Gli eventi raccontati in Tempesta seguono, di poco, quelli visti nella pellicola del 1984: tre mesi dopo l’invio di Kyle Reese nel passato per contrastare il terminator incaricato di uccidere Sarah Connor, un altro piccolo gruppo di soldati umani riesce a tornare indietro nel tempo, con l’obiettivo di fermare sul nascere il progetto Bellerophon, preludio alla creazione di Skynet. Nonostante le precauzioni prese dai militari per evitare che le macchine venissero a conoscenza del loro piano, tre terminator partono al loro inseguimento, trasformando per la seconda volta la città di Los Angeles nel violento terreno di scontro tra esseri umani e cyborg.

Sebbene Arcudi fosse ancora alle prime armi, e nonostante qualche piccola ingenuità nei testi, la trama dei quattro episodi che compongono la miniserie mostra già uno scrittore consapevole delle proprie capacità. Il ritmo frenetico che, fin dalle prime vignette, impone alla narrazione, contribuisce a trasferire su carta quasi la stessa travolgente energia che aveva portato al successo il film con Arnold Schwarzenegger. Il lettore non ha un attimo di tregua e, per quanto gli avvenimenti seguano un percorso che richiama apertamente l’opera cinematografica originale, non mancano anche colpi di scena di un certo effetto. Oltretutto, alcuni passaggi mostrano curiose somiglianze con la trama di Terminator 2 (uno in particolare, molto evidente, che non riveliamo per evitare di rovinare la sorpresa a chi ancora non avesse letto la miniserie), che negli anni hanno alimentato speculazioni sulla possibilità che Arcudi potesse avere avuto accesso alla sceneggiatura di Cameron, in quanto, al momento della pubblicazione del primo episodio di Tempesta, il film era ancora in lavorazione: se anche fosse andata così, non ci sarebbe nulla di male, dato che la storia di Arcudi prende strade completamente diverse rispetto alla pellicola. Ma lo scrittore americano, per quanto ne sappiamo, non ha mai chiarito i dubbi in proposito. Inoltre, malgrado i personaggi siano stati concepiti secondo i modelli in voga nelle pellicole action dell’epoca, possiedono, comunque, quella caratterizzazione minima, necessaria a rendere la lettura ancora più appassionante. Ciononostante, come ammette lo stesso Arcudi, un contributo fondamentale alla riuscita dell’opera è arrivato dai dinamici disegni di Chris Warner.

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L’autore americano, già messosi in mostra in precedenza su altre collane della Dark Horse, con il suo stile cinematografico e con le sue tavole iper-cinetiche, pur non potendo vantare le doti artistiche di altri disegnatori più famosi (un limite particolarmente evidente nella definizione dei volti dei vari personaggi), entra perfettamente in simbiosi con la sceneggiatura di Arcudi. Per di più, essere al lavoro su una serie indipendente, invece che su una di Marvel e DC, gli permette di esprimersi in totale libertà, senza temere la censura del Comics Code. Al lettore, quindi, non viene risparmiato nulla, soprattutto nelle battaglie, dove non mancano scene efferate o veri e propri passaggi al limite dello splatter. Coloro che, per ragioni anagrafiche, hanno appena letto la miniserie, difficilmente comprenderanno l’effetto dirompente che ebbe Tempesta alla sua uscita, ma quando nel dicembre del 1991, la Granata Press di Luigi Bernardi fece uscire in edicola il primo numero della neonata collana Nova Comix (che raccoglieva i primi due episodi di Tempesta), per sfruttare l’arrivo nei cinema di Terminator 2, il lettore italiano si trovò di fronte a qualcosa a cui aveva appena cominciato ad abituarsi: diverse testate nostrane avevano iniziato a proporre alcune hit indipendenti d’oltreoceano, e quelle storie così crude e violente, e, proprio per questo, così lontane dai canoni Marvel e DC, avevano fatto capire, non solo le potenzialità, ma anche la direzione irreversibile verso cui si stava muovendo l’editoria a fumetti americana. Sebbene, a quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, Tempesta mostri qualche segno del tempo, è innegabile che la sua lettura riservi ancora parecchie emozioni.

A completare il volume, non troviamo il seguito dell’opera di Arcudi e Warner (Terminator: obiettivi secondari, che, probabilmente, verrà proposto su altre testate dell’editore emiliano), ma Terminator: one shot, una storia autoconclusiva (il titolo gioca con l’espressione inglese “one shot”, che nel fumetto americano indica gli albi singoli fuori serie, e il “solo colpo” a disposizione di un personaggio della storia per distruggere il cyborg protagonista della stessa), pubblicata dalla Dark Horse proprio alla vigilia dell’uscita sugli schermi americani di Terminator 2, e che si ricollega anch’essa alla trama del primo film della saga. Nelle pagine iniziali, infatti, apprendiamo che il terminator interpretato da Arnold Schwarzenegger non è stato il primo cyborg assassino a essere inviato nel passato, in quanto preceduto da una controparte “femminile”, che arriva fino a San Francisco, sulle tracce della Sarah Connor sbagliata.

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Ai testi di One shot troviamo il britannico James Robinson, all’inizio della sua carriera in terra americana. Quello che oggi è conosciuto come un apprezzato professionista, avendo lavorato, con successo, per tutti gli editori statunitensi più importanti, all’epoca era ancora uno scrittore acerbo, che era arrivato a collaborare con la Dark Horse dopo aver realizzato alcune opere minori sia in patria che negli USA. Poco a suo agio con le tematiche fantascientifiche del film di Cameron, Robinson decide di far evolvere la trama in un insolito intrigo noir, dove i massacri del cyborg femminile vengono inframmezzati dai piani omicidi di due amanti, inconsapevoli vittime delle macchinazioni di Skynet. Le differenze di stile con la miniserie di Arcudi e Warner sono più che evidenti e vengono ulteriormente ingigantite dalla scelta di Matt Wagner come disegnatore. Se si esclude l’evocativa copertina dell’albo, riprodotta nelle pagine interne del volume, le tavole troppo autoriali del papà di Grendel, per quanto molto belle, si conciliano ancora meno dei testi di Robinson al mondo di Terminator e, anche se One shot non manca di spunti interessanti, è inutile negare che il pezzo forte del volume sia rappresentato da Tempesta. Bene ha fatto, comunque, Saldapress a cominciare la riproposizione delle storie legate ai personaggi di James Cameron seguendo la cronologia originale, permettendo, così, a chi ancora non conoscesse questo importante tassello del fumetto americano, di potersi avvicinare ad esso nella maniera più corretta.

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