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Da War of the Realms nuove serie per Loki e il Punitore

  • Pubblicato in News

Attraverso il podcast Marvel's Pull List, la Marvel ha annunciato l'arrivo di due serie legate all'evento War of the Realms. La prima di 5 numeri, Punisher: Kill Krew, vede all'opera lo sceneggiatore Gerry Duggan e l'artista Juan Ferreyra. "Un uomo, dieci reami, guerra totale", è tutto quello che sappiamo del titolo.

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Daniel Kibblesmith e Oscar Bazaldua lanceranno, invece, una serie intitolata semplicemente Loki. Il personaggio avrà "una nuova direzione e alcune nuove responsabilità".

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Entrambi i titoli verranno esordiranno a luglio. Non ci sono, al momento, ulteriori dettagli.

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Ghost Rider Cosmico, recensione: l'inedito Punitore spaziale che conquista i lettori

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Non c’è più pace per Frank Castle. Dopo essere morto innumerevoli volte, aver cacciato demoni per conto degli angeli, essere diventato una sorta di mostro di Frankenstein (in uno degli archi narrativi più deliranti di Rick Remender), aver indossato l’armatura di War Machine, e parecchie altre cose, scopriamo che nel futuro (o meglio, in uno dei tanti possibili futuri del multiverso Marvel) il Punitore diventerà il nuovo Spirito della Vendetta, poi l’ennesimo araldo di Galactus e, infine, prima di essere ucciso da Silver Surfer, il servitore di Thanos.

Il Ghost Rider Cosmico compare per la prima volta negli ultimi episodi della recente serie dedicata al titano dalla pelle viola, in un ciclo di storie intitolato Thanos vince, dove il folle adoratore della morte viene trasportato in un remotissimo futuro a incontrare una versione anziana di se stesso che, pur avendo praticamente sterminato tutta la vita nell’universo, sembra avere bisogno del suo io più giovane per sconfiggere l’unico essere ancora in grado combatterlo, il Caduto (una versione futura di Silver Surfer in grado di brandire il Mjolnir).

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La storia, narrata nella miniserie Cosmic Ghost Rider, riparte proprio dal finale di Thanos vince, con un Frank Castle degno di entrare nel Valhalla (che nelle leggende nordiche è il paradiso dei combattenti morti con onore in battaglia), grazie a Odino, che ne ha sempre ammirato l’incontenibile spirito guerriero. Ma i secoli in compagnia di dei e valchirie non riescono ad allontanare in lui il rimorso per essere stato al servizio del peggior criminale dell’universo. Un autentico tradimento alla missione a cui aveva dedicato tutta la vita, dopo l’assassinio della sua famiglia. Consapevole di non poter guarire la profonda inquietudine di Frank, Odino si convince a riportarlo in vita, di nuovo come il Ghost Rider Cosmico. Pronto a solcare l’immensità dello spazio in sella alla sua moto, Frank chiede a Odino di tornare indietro nel tempo, quando Thanos era ancora un bambino, in modo da poterlo uccidere prima che possa crescere come il mostro genocida che è destinato a diventare, rimediando, così, al tragico errore commesso nella sua vita precedente. Assassinare un bambino, però, non è semplice neppure per il Punitore, per cui il nostro “eroe” si convince che, tenendo lontano il piccolo Thanos da violenza e morte, potrebbe riuscire a evitare ciò che le forze del fato sembrano aver già deciso per lui. In mezzo a scorribande spazio-temporali, con tutto l’universo che sembra complottare contro di lui, Frank imparerà che cambiare il destino degli esseri viventi è molto difficile, anche per chi possiede contemporaneamente il potere cosmico e quello infernale.

Ai testi di Thanos vince e di questa miniserie troviamo l’astro nascente Donny Cates, il giovane sceneggiatore texano che si è imposto rapidamente all’attenzione di pubblico e critica per la sua capacità di creare storie veloci, frizzanti, divertenti, dove l’ironia non manca mai, così come l’inventiva, tanto da essere richiestissimo sia dalle case editrici indipendenti (per le quali ha ideato opere già celebrate come Babyteeth, Redneck e God Country) sia da una major come la Marvel, che lo ha ormai inserito nella sua lista di autori di punta, e a cui ha affidato serie bisognose di essere rilanciate (recentemente lo abbiamo apprezzato su Dr. Strange e Venom). Estremamente prolifico (lo vedremo presto su parecchi nuovi progetti della Casa delle Idee), non gli manca neppure la spavalderia tipica della sua giovane età, tanto che, recentemente, ha scherzosamente accostato le sue storie di Venom a un capolavoro irraggiungibile come Watchmen. Una specie di Quentin Tarantino dei comics, insomma, o un novello Garth Ennis, dai quali ha ereditato il gusto per l’irriverenza e la capacità di sorprendere, mostrando, allo stesso tempo, di sapersi contenere con gli eccessi grotteschi o dissacranti.

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La trama imbastita da Cates per questo Cosmic Ghost Rider ricorda l’incipit di parecchie storie di fantascienza, in particolare l’idea che si possano eliminare le sofferenze causate da un individuo, uccidendolo da bambino grazie a un viaggio indietro nel tempo. Ma nelle mani dell’autore texano questa semplice premessa diventa molto di più: Cates non si limita a mettere in piedi una sorta di lungo “what if?” (un omaggio alle celebri storie immaginarie della Marvel, reso ancora più evidente dalla presenza dell’Osservatore), ma si scatena in una sequenza infinita di trovate divertenti, mostrando sia di sapere già utilizzare parecchi trucchi narrativi, che molti cartoonist più navigati di lui non hanno mai compreso fino in fondo, sia di sapersi abilmente destreggiare all’interno della continuity marvelliana. Il tutto condito da una buona dose di ironia, da testi ammirabili per arguzia e dal desiderio di non prendersi mai troppo sul serio (non si spiegherebbero, altrimenti, idee al limite del demenziale come lo strano ibrido tra il Fenomeno e Howard il Papero, con cui Frank si trova costretto a combattere). Inoltre, lavorare su personaggi che ancora non appartengono al pantheon della Marvel (anche se Thanos, dopo il clamoroso successo di Avengers: Infinity War e il prevedibile exploit del suo seguito di fine aprile, ne entrerà presto a far parte), gli ha permesso di godere di una libertà creativa invidiabile, che ha sicuramente influito positivamente sulla riuscita dell’opera. Non a caso, Cates ha affermato in alcune interviste di considerare Cosmic Ghost Rider una sorta di serie “indipendente”, ma scritta per la Marvel. Merito, senz’altro, del feeling che si è creato con l’editor Jordan D. White, già assieme a Cates sulla serie di Thanos e bravo a riconoscere l’abilità dello sceneggiatore a reinterpretare in chiave moderna parecchi personaggi della Casa delle Idee, concedendogli tutta l’autonomia necessaria a raggiungere questo scopo.

Per quanto riguarda i disegni, lo stile cartoonesco del canadese Dylan Burnett si sposa alla perfezione al taglio leggero e scanzonato dei testi di Cates, tanto che a volte sembra di rivivere la perfetta simbiosi che si era creata su un'altra serie dalle atmosfere simili, la mai dimenticata Hitman del duo Garth Ennis-John McCrea. Il merito principale di Burnett è quello di “aggiustare” il suo tratto a seconda del ritmo della narrazione, accrescendo o diminuendo l’aspetto caricaturale dei personaggi sulla base del tasso di drammaticità della storia. Infine, il suo segno così distante dalla classicità Marvel, è, probabilmente, l’ennesima conferma di come la Casa delle Idee abbia ormai deciso di non fissare più rigidi paletti atti a contenere la creatività dei suoi talenti, spesso liberi di esprimersi come meglio credono.

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Il Ghost Rider Cosmico sarà presto uno dei membri del cast della nuova testata dedicata ai Guardiani della Galassia, un rilancio affidato ancora una volta all’estro di Cates. La serie, di cui sono appena usciti i primi numeri negli USA, dovrebbe arrivare da noi tra maggio e giugno, presumibilmente alla conclusione di Infinity Wars. Inutile dire che non vediamo l’ora di leggerla.

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Punisher collection: Zona di guerra, recensione: il Punitore di Dixon e Romita Jr.

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A inizio anni ’90, ancor prima della rivoluzione Image Comics, il pubblico americano mostrò di gradire eroi violenti, oscuri e tormentati con fisici ipertrofici che tutta una generazione di nuovi artisti rappresentava con soluzioni grafiche originali e moderne, spesso con figure smodate e lontane da un realismo e da una compostezza compositiva più classicheggiante. La bomba Image amplificò tutto all’eccesso e per qualche anno l’onda d’urto fu molto forte.

La Marvel, fra nuovi e vecchi character, trovò nel Punitore un ottimo compromesso fra passato e presente. Il personaggio aveva esordito addirittura nel 1974 sulle pagine di The Amazing Spider-Man, creato da un team classico composto da Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr. Tuttavia, dopo diverse comparsate come comprimario su varie testate, solo nel 1986 ottenne la sua prima miniserie da protagonista, dal cui successo nacque la sua prima serie regolare. La Marvel capì le potenzialità del personaggio e lanciò così nel 1988 The Punisher War Journal, una serie più integrata nel Marvel Universe dove Frank Castle interagiva maggiormente con gli altri eroi. Per battere il ferro finché è caldo, la Casa delle Idee diede vita prima a The Punisher Magazine, durato solo 16 numeri, e poi a una terza testata intitolata The Punisher War Zone. Di quest’ultima, Panini Comics ha da poco raccolto il primo ciclo di 6 numeri nella collana Punisher Collection.

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Dopo l’abbandono da parte del suo socio Micro, Frank Castle decide di infiltrarsi come semplice sgherro, sotto falsa identità, nella famiglia mafiosa dei Carbone alla cui giuda troviamo due fratelli, il maggiore Julius - che detiene il comando - e il minore Sal, che spesso è in disaccordo con i metodi del primo. Frank Castle utilizza la sua posizione per avere informazioni, e il suo doppio gioco (nonché qualche azione avventata) non solo complicano le cose ai Carbone, ma anche ad egli stesso. La situazione si complicherà fino al punto in cui Castle verrà scoperto e mandato a morire, se non fosse per l’intervento esterno del suo ex amico Mitraglia.

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The Punisher War Zone è scritta da Chuck Dixon, all’epoca una promessa del fumetto americano, che già si era fatto notare per alcuni lavori sia per l’Eclipse Comics che per la Marvel. Fu proprio in questo periodo, grazie contemporaneamente all’impegno alla DC su alcune testate della Bat-family, in particolare su Robin, che l’autore ottenne la consacrazione definitiva.
Le sceneggiature di Dixon sono asciutte e dirette e non risentono affatto del passare del tempo. L’intreccio delle trama, un perfetto “action-movie” a fumetti, è credibile e ben reso, seppur non particolarmente intricato. La sua versione del Punisher è perfettamente credibile e trova equilibro nel mostrare sia la parte dura che quella umana del personaggio.

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Alle matite troviamo John Romita Jr., di ritorno su una serie regolare dopo un periodo di due anni. Qui, Romita era in una fase fondamentale della sua carriera, attivo fin dalla fine degli anni ’70, l’artista aveva già realizzato diversi cicli su importanti testate, fra cui Iron Man, Amazing Spider-Man e Uncanny X-Men, tuttavia fu dal suo lavoro su Daredevil, con le chine di Al Williamson, che il fumettista avvia un’evoluzione artistica importante, smarcandosi dall’ombra ingombrante del padre e elaborando uno stile proprio. Su The Punisher War Zone Romita, dunque, è ormai un autore nel pieno della sua maturità, e il suo stile squadrato, i suoi corpi voluminosi, la sua composizione dinamica, che spesso sfocia in spettacolari splash-page, sono non solo in linea con i tempi (Romita, però, rinnega gli eccessi di alcuni suoi colleghi) ma, soprattutto, si sposano alla perfezione con il personaggio di Frank Castle. Il suo Punitore è possente, rude e violento e ritrae alla perfezione tutte le caratteristiche del personaggio e ben si adatta alle sceneggiature di Dixon.

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Punisher Collection - Diario di Guerra: Grosso Guaio ai Tropici, recensione: Gli anni '80 di Frank Castle

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Quando The Punisher apparve per la prima volta nel 1974 sulla copertina di The Amazing Spider-Man 129, fucile in mano e Tessiragnatele sotto tiro, neanche i suoi creatori Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr. avrebbero mai immaginato che quel vigilante, creato sull’onda del successo di film come Il Giustiziere della Notte con Charles Bronson, avrebbe riscosso un successo clamoroso passando ben presto dallo status di comprimario a quello di protagonista assoluto. L’idea decisiva per la creazione del personaggio venne fornita a Conway dalla lettura dei romanzi dello scrittore Don Pendleton con protagonista il giustiziere The Executioner, oltre che dall’osservazione della realtà delle periferie statunitensi di quel periodo, dove i cittadini erano in balia di una criminalità che spadroneggiava e contro la quale le forze dell’ordine mostravano tutti i loro limiti.

Il periodo di maggior successo del personaggio arriva con gli anni ’80 quando, dopo le ripetute apparizioni come avversario/alleato dell’Uomo Ragno nelle collane a lui dedicate e dopo una significativa presenza nelle storie di Daredevil firmate da un giovane Frank Miller, la Marvel decide di dedicare all’alter-ego di Frank Castle delle iniziative a suo nome. Nel 1985 esce Punisher: Circle of Blood, miniserie di 5 numeri a firma Steven Grant / Mike Zeck che ottiene un successo clamoroso, e che inizia a definire la personalità del Punisher a cui siamo abituati, più cupo e determinato nella sua missione sanguinaria. Sono gli anni in cui furoreggiano sugli schermi gli action-movie traboccanti sangue e pallottole in cui divi come Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger non usano mezze misure nello sbarazzarsi dei “cattivi” di turno: in film come Cobra, Commando e Codice Magnum, le città americane dell’era Reagan sono ritratte come moderne giungle colme di pericoli nelle quali è lecito farsi giustizia da soli a suon di proiettili. Da questo punto di vista, il Punisher incarna lo zeitgeist di quei tempi: quando la Marvel decide di lanciare finalmente la prima serie regolare dedicata al personaggio nel 1987, a firma Mike Baron / Klaus Janson, i lettori tributano un’accoglienza calorosa ad un prodotto che stavano aspettando da tempo. Anche in questo caso il riscontro di vendite è senza precedenti per una serie che non è collegata in alcun modo al bestseller dell’editore di quel periodo, X-Men, e ha legami piuttosto tenui col resto dell’Universo Marvel data la volontà degli autori di privilegiare una dimensione urbana e realista.

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Già nell’anno successivo la Casa delle Idee soddisfò le richieste sempre più pressanti dei lettori che chiedevano a gran voce ulteriori dosi delle avventure di Frank Castle: nel 1988 uscì il primo numero di The Punisher War Journal, secondo mensile dedicato al vigilante, per i testi dell’editor Carl Potts e per i disegni di un giovane talento che, nel giro di un paio d’anni sarebbe diventata la star più idolatrata del settore: Jim Lee. Panini Comics ha recentemente mandato in libreria il secondo volume dedicato alla ristampa delle storie di Potts & Lee, all’interno della collana Punisher Collection. La riproposta delle storie del Punitore di questo classico duo è un piccolo evento editoriale: all’epoca della loro prima pubblicazione italiana datata 1989/91 l’editore di allora, la Star Comics, scelse un formato cosiddetto “bonellide”, ridotto e in b/n, tipico dei polizieschi all’italiana come Nick Raider che a quei tempi furoreggiavano in edicola. Peccato che le vicende di Frank Castle c’entrassero poco con quel tipo di prodotto, e ad essere penalizzate furono soprattutto le tavole di uno già spettacolare Lee. I due volumi rendono quindi giustizia al lavoro del disegnatore coreano, dandoci la possibilità di ammirarne le matite nel loro splendore originale. Detto questo, non sempre la memorie ci restituisce le cose per quello che sono veramente, e rileggendo queste storie a distanza di quasi 30 anni ci si può rendere conto di quanto la fama di queste prime uscite di Punisher War Journal sia ad attribuire unicamente alla presenza di un artista come Lee che, sebbene ancora alle prime armi e con qualche incertezza, già lasciava intravedere il talento straripante che lo avrebbe accompagnato nei suoi incarichi successivi.

Leggendo il primo volume, eravamo rimasti perplessi di fronte alla pochezza dei testi di Potts, datati e verbosi, e all’utilizzo frequente di escamotages narrativi come il riassunto degli eventi precedenti tramite l’utilizzo del flashback, ed altri artifici oggi fortunatamente superati. Esilarante, in tal senso, la scena in cui il Cecchino, avversario del Punisher, ferito gravemente e a terra, chiede al suo carnefice, un ex commilitone, di rinfrescargli le idee su come siano arrivati a quel punto. Le due pagine di flashback che ne seguono sono francamente irritanti ed inaccettabili per gli standard di oggi. Anche l’approfondimento psicologico del protagonista è inesistente, lontano anni luce dalla versione che ne aveva dato Grant: Potts si concentra unicamente sull'azione, confezionando storie di scarso spessore simili per tono a quelle dei film di cassetta sopra citati.  Le cose fortunatamente migliorano col secondo volume, Diario di Guerra: Grosso guaio ai Tropici, che contiene elementi di maggior interesse rispetto al primo. Su tutti, la crescita esponenziale di Jim Lee: abbandonate completamente le incertezze da semi esordiente, il futuro disegnatore di X-Men libera tutta la sua esplosività con tavole straripanti d’azione e, per la prima volta, con l’utilizzo di spettacolari splash-pages. La confidenza col mezzo è ormai evidente e la trasformazione è già avvenuta: il Lee che disegna le ultime pagine del volume è gia il Jim Lee, dal tratto potente e muscolare, che di li a poche settimane, si traferirà sulle pagine di Uncanny X-Men per realizzare in coppia con Chris Claremont il fumetto più venduto di tutti i tempi.

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Al contrario di The Punisher, la collana madre scritta da Mike Baron che non aveva contatti con la continuity Marvel dell’epoca ed era chiusa in una sua autoreferenzialità, Punisher War Journal era aperta all’apparizione di altri personaggi della Casa delle Idee. Se nel primo volume avevamo assistito all’apparizione di stelle di prima grandezza come Daredevil e la Vedova Nera, oltre che ad una minisaga in 2 parti con co-protagonista Wolverine, nel primo blocco del secondo volume il Punitore viene coinvolto in Atti di Vendetta, evento Marvel del 1989 in cui un consorzio di criminali capitanato da Kingpin e dal Dr. Destino, manovrati a loro insaputa da Loki, decidono di scambiarsi le loro nemesi, affinché siano impreparati nell’affrontare avversari mai incontrati prima. Al Punisher tocca Bushwacker, il “Guerrigliero”, assassino di mutanti creato da Ann Nocenti sulle pagine di Daredevil, fanatico dotato di un braccio cibernetico che può trasformare in qualsiasi arma. Inutile dire che lo scontro tra due tipi così è una manna per la matita potente di Lee. Il secondo blocco del volume offre un buon team-up con Spider-Man, alle prese con una pericolosa banda di neonazisti, in cui Lee si prende una pausa ed è sostituito dal classico David Ross, oltre a quella che è forse la storia più interessante dell’intero volume scritta, guarda caso, non da Potts ma da Mike Baron. Da sempre interessato ai temi sociali, Baron sceneggia un ottimo episodio su un tema ancora oggi odioso ed attuale, quello della speculazione finanziaria ai danni dei piccoli risparmiatori, mettendo Frank Castle sulle tracce di un faccendiere che ha rovinato un’intera comunità. Inutile dire che la punizione arriverà, e sarà tremenda. Un’altra futura star della matita, Mark Texeira, ripassa egregiamente a china le matite del carneade Neil Hansen.

L’ultimo blocco di storie è composto dalla saga in tre parti che dà il titolo al volume, e segna il canto del cigno di Lee sulla testata. Qui un Frank Castle in versione “vacanziera” deve affrontare un’imprevista trasferta alle Hawaii, per salvare la famiglia del suo assistente Microchip dalla banda di narcotrafficanti nella quale sono incappati. Anche in questa trama da telefilm anni ’80 si innesta una bizzarria di Potts, che fa accorrere in aiuto di un Punisher in difficoltà un “Kahuna” locale, condendo la storia di un misticismo spicciolo e di una dimensione “new age” da supermercato. Jim Lee saluta personaggi, testata e lettori con le solite tavole esplosive, dirigendosi verso remunerativi lidi mutanti. Di li a poco saluterà anche Potts, lasciando il campo al più capace Baron, che si dividerà così su due testate.

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Il successo editoriale del Punitore si manterrà stabile fino ai primi anni ’90, per poi scendere inesorabilmente verso la metà del decennio con la chiusura di tutte le iniziative a lui collegate. L’avvicinarsi del nuovo millennio richiedeva una voce diversa per narrare le vicende di Frank Castle, una voce che non avesse il timore di scendere negli abissi della sua follia, dei suoi traumi e della sua ossessione per la vendetta. Quell’uomo, nonché lo scrittore definitivo del Punisher, sarebbe stato l’irlandese Garth Ennis, reduce dal successo di Preacher. Ma questa è un’altra storia, buona per un altro giorno.

Panini Comics presenta Diario di guerra: Grosso guaio ai Tropici in un pregevole cartonato, contraddistinto dalla consueta cura editoriale, arricchendolo di tutte le cover e le pin-up realizzate da Jim Lee durante la sua permanenza sulla testata, elemento che lo rende un acquisto imprescindibile per tutti gli estimatori di questo straordinario artista.

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