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Gennaro Costanzo

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Punisher Collection 10: Polvere bianca, recensione: l'esordio della serie a fumetti del Punitore

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La collana antologica Punisher Collection edita da Panini Comics sta alternando saghe moderne a classiche dell’anti-eroe Marvel Comics. Con “Polvere bianca”, l’editore modenese ci ripropone quello che è l’esordio effettivo della prima serie a fumetti di Frank Castle.

Come noto, il personaggio nasce nel 1974 sulle pagine di The Amazing Spider-Man, creato da Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr. Dopo una decina di anni vissuti da character secondario, nel 1986 il Punitore ebbe la sua prima miniserie da protagonista ad opera di Steven Grant e Mick Zeck. Con i tempi ormai maturi, il successo della mini porterà l’editor Carl Potts a dar finalmente vita una testata regolare intitolata - ovviamente - The Punisher. Da questo momento, l’ascesa del Punisher sarà inarrestabile, tanto da arrivare ad essere protagonista di ben tre serie regolari contemporanee nella prima metà degli anni ’90.

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Potts, per la prima serie regolare del personaggio, piuttosto che confermare il team della miniserie “Circle of Blood” si affiderà per questa nuova avventura ai testi di Mike Baron e alle matite di Klaus Jason. Baron è un autore giovane, ma la sua opera indipendente Nexus, realizzata insieme a Steve Rude, è apprezzata e premiata dal pubblico e critica. Il 1987 per l’autore sarà un anno fondamentale: la DC Comics gli offre la testata di The Flash e la Marvel, contemporaneamente, quella del Punitore.

Come possiamo leggere dal volume Panini Comics, questo primo ciclo di avventure del personaggio è composto da storie dalla durata di uno o due albi massimo, quasi del tutto indipendenti l’una dall’altra. Castle si troverà a lottare contro trafficanti e malavitosi in avventure mature realizzate con uno stile asciutto che risulta ancora oggi moderno e dotato di ottimo ritmo narrativo.

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Klaus Jason, che in quegli anni affiancava Frank Miller nei suoi seminali Daredevil e Batman: Il ritorno del Cavaliere Oscuro, con il suo tratto ruvido e nervoso, ci restituisce un Punitore massiccio e rude inserito in tavole dall’efficiente regia. Tuttavia, gli episodi 4 e 5 presentano un tratto fin troppo poco rifinito e all’apparenza frettoloso.
Le ultime due storie sono disegnate dal modesto David Ross il cui lavoro ci appare come senza infamia e senza lode e non all’altezza di quello di Jason.

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Grazie a Punisher Collection: Polvere bianca i lettori italiani possono leggere per la prima volta queste storie a colori. La prima (e, fino a poco fa, unica) uscita italiana di questo ciclo era infatti in bianco e nero e in formato bonelleide 17x26. La Star Comics, che all'epoca deteneva i diritti del personaggio, pensò di differenziare la pubblicazione della serie in quanto più matura rispetto a quelle tradizionali Marvel e, solo dal numero 13, passare alla sua pubblicazione a colori. Questo particolare, dunque, rende ancora più gustoso questo volume per i vecchi fan, mentre quelli nuovi potranno leggere le prime avventure in solitaria di Frank Castle: una lettura magari non imprescindibile, ma solida e soddisfacente.

Il sindaco de L'Aquila non gradisce la presenza di Zerocalcare al Festival degli Incontri

Roberto Saviano e Zerocalcare saranno fra gli ospiti del Festival degli Incontri che si terrà nelle prossime settimane a L'Aquila. O forse no.

Stando alle ultime notizie, il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, eletto con Fratelli D'Italia, ha richiesto una sorta di pluralità degli ospiti del festival per ottenere una par condicio politica. Nello specifico, la presenza di Saviano e di Zerocalcare non sarebbe gradita e sarebbe stata fatta esplicita richiesta di non ospitarli.

A riferire la vicenda a Repubblica è la direttrice artistica del festival, Silvia Barbagallo, che aggiunge "È il segno di una visione autoritaria del rapporto tra la politica e la cultura, un'invasione di campo della politica che mette bocca dove non dovrebbe, la scelta degli ospiti e dei contenuti, per una manifestazione interamente finanziata dal ministero dei Beni culturali".

Per l'evento, gestito dall’Istituzione sinfonica abruzzese, sono stati messi a disposizione 700mila euro per decisione del Mibac. Tuttavia, il festival cade nel decennale del terremoto avvenuto a L'Aquila nel 2009, per questo motivo i fondi passano per le mani del comune.

Il sindaco Biondi ha dichiarato: "il programma degli eventi deve essere concordato con il Comune, cosa peraltro sottoscritta nel verbale del comitato di indirizzo sottoscritto anche dalla Barbagallo. Il minimo sindacale è che questa signora, che non ho ancora avuto modo di conoscere, si sieda con me e ragioni sugli eventi: voglio un calendario plurale e inclusivo". Su Saviano e Zerocalcare dice: "Ho detto che si deve confrontare con me: se vogliono che il Comune adotti la delibera per erogare i fondi, mi venga a trovare e ragioniamo". Poi dice: "Non abbiamo la sveglia al collo e all'Aquila abbiamo visto troppi profittatori della nostra tragedia".

Intanto, Zerocalcare ha detto la sua sulla questione attraverso il suo profilo Facebook:

"Ciao, il drammatico precipitare degli avvenimenti ha reso necessario puntualizzare 3 cose:
1)io comunque all'aquila ci andavo gratis, quindi da tutta sta vicenda al limite ci risparmio la benzina e il casello.
2)vi ringrazio per la solidarietà e tutte le belle parole importanti sulla censura ma i piagnoni vittimisti lasciamoli fa ai nazisti che ormai sono specializzati. Io sto bene, magno vitamine, non c'ho il daspo dall'abruzzo e i miei account facebook e instagram stanno benissimo.
3)se volete dare sostegno a qualcuno datelo al festival e alla direttrice Barbagallo che si sta accollando tutto senza accettare pezze imbarazzanti.
Ciao rebibbia è bellissima"

Kick-Ass: La nuova tipa 2, recensione: la "nuova gestione" senza Millar e Romita Jr.

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Fra le opere del Millaworld, Kick-Ass è certamente la più popolare. Giunta alla sua naturale conclusione nel 2014 con il protagonista Dave Lizewski che appendeva il costume al chiodo per diventare un poliziotto, nel 2018 Mark Millar decide di rilanciare il progetto, dando vita a uno spin-off interamente dedicato a Hit-Girl e proseguendo le vicende di Kick-Ass con una nuova protagonista e uno scenario inedito.

L’idea alla base della serie non muta: dar vita a un “supereroe” che agisce nel mondo reale, dove i superpoteri non esistono. Dunque, persone comuni che decidono di indossare un costume e contrastare la criminalità.
Nel caso di Dave Lizewski ci trovavamo di fronte a un liceale che aveva letto troppi fumetti e che, anche per vanità e adrenalina, combatteva il crimine. Non era presente, dunque, il classico evento scatenante dei fumetti che porta all’origine dell’eroe, al limite solo il riscatto sociale di un nerd insicuro. Le premesse nobili, dunque, si confondevano con quelle puramente egoistiche.
Da questo punto di vista, Lizewski incarnava anche la figura tipica dell’alter ego dei supereroi dei fumetti classici: bianco, newyorkese, insicuro e in cerca di riscatto.

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Con la nuova serie, invece, Millar si rifà al più inclusivo fumetto contemporaneo. La protagonista è una donna afro-americana, Patience Lee, e le vicende si svolgono nel New Mexico. Patience è una ex militare congedata che lavora in una tavola calda per mantenere i suoi due figli dopo che il marito l’ha piantata in asso. Per far quadrare i conti la donna potrebbe lavorare col cognato Maurice per i locali di Hoops, boss della zona, ma Patience decide di prendere una strada alternativa: indossare il costume di Kick-Ass e, grazie alla sua preparazione militare, colpire le finanze di Hoops per distribuire le ricchezze ai più bisognosi.

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Il primo volume della serie si concludeva con Patience che uccideva Hoops e con il marito della sorella che scopriva la sua identità ma finiva in coma. Nel “Libro Due”, Kick-Ass è ora a capo di una gang di criminali che ha lo scopo di smantellare le bande rivali e ridistribuire i beni ai più bisognosi. Il nuovo obiettivo è Hector Santos che vuole occupare il vuoto lasciato dalla morte di Hoops, ma battere la sua gang non sarà semplice. Per Patience, inoltre, c’è un’ulteriore problema: la vita di Maurice è in bilico e lei non sa se sperare se il cognato sopravviva o meno. In ballo c’è non solo il rapporto con l’amata sorella, ma anche la sua identità segreta. D’altronde, i problemi morali sono al centro della saga: Patience, che trattiene dalle refurtive solo 800 dollari al mese per poter portare avanti la sua famiglia, si chiede se la strada intrapresa è giusta e fin dove può spingersi.

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Il primo volume della nuova serie vedeva all’opera i due creatori della saga: Mark Millar e John Romita Jr. Ora, così come per Hit-Girl, gli autori passano il timone a un nuovo team creativo composto, in questo caso, da Steve Niles ai testi e da Marcel Frusin alle matite.
Kick-Ass non ha mai brillato per profondità narrativa ed è sempre stato un fumetto molto action e caciarone, tuttavia sempre divertente e godibile e ciò possiamo dirlo anche per questa nuova incarnazione. Certo, la storia imbastita da Niles fila fin troppo liscia, risolvendosi in maniera semplice risultando, dunque, una lettura gradevole ma molto rapida, leggera e poco originale.
Le tavole di Frusin hanno un’ottima regia che ben si sposa alla natura action del racconto e il suo tratto sporco è ben valorizzato dal lavoro del colorista Sonny Cho che ben copre anche qualche tavola troppo spoglia.

Per l’edizione italiana curata da Panini Comics vale lo stesso discorso fatto per i volumi di Hit-Girl: ottima confezione e cura editoriale, ma avremmo preferito per la tipologia di serie un’edizione da edicola, magari seguita da una da libreria piuttosto che presentarla direttamente in formato cartonato.

Joker, riflessioni sulla vittoria del Leone d'oro: una rivoluzione per i "cinecomic"?

Joker ha vinto il Leone d’oro alla 76° edizione del festival del cinema di Venezia. Il mondo del fumetto, in perenne complesso di inferiorità e per questo in costante ricerca di approvazione, ha accolto la notizia con giubilo. “Anche la Cultura Accademica, ora, riconosce la validità dei cinecomic e, di conseguenza, dei fumetti” è quello che si legge nei commenti a caldo sui social. Sembra, dunque, che Joker abbia aperto una nuova era, che la sua premiazione sia un qualcosa di epocale, una sorta di esame di maturità per i film tratti dai fumetti. Ma è davvero così? Come al solito, la faccenda è più complessa e se ne parla in maniera fin troppo semplicistica. Andiamo dunque a capire il perché, ma facciamo prima un passo indietro.

La notizia di un film sulle origini di Joker, indipendente rispetto alle pellicole del DCEU, esce in un momento in cui la Warner sta cercando di riorganizzare la sua divisione legata alla produzione di pellicole con i personaggi DC che ha avuto un avvio alquanto altalenante. Le news su nuove produzioni, cambi di rotta, film annullati, disorienta i fan. Certo, due anni dopo i tempi sono cambiati e la Warner è riuscita a cambiar marcia alle sue produzioni, riscuotendo anche risultati sorprendenti (si pensi ad Aquaman). Joker segna un’ulteriore punto di svolta.

Che il progetto già all’inizio volesse differenziarsi dai “classici” cinecomic lo si poteva già intuire dal fatto che lo studio avesse in mente di ingaggiare la coppia Martin Scorsese/Leonardo DiCaprio. Le cose andranno differentemente con Todd Phillips alla regia e Joaquin Phoenix come Joker. Ma, visti i risultati, nessuno si potrà certo lamentare.  Dalle prime voci durante la lavorazione, fino all’uscita del primo trailer, le sensazioni erano tutte positive. Non solo, l’annuncio che il film sarebbe stato in gara al festival del cinema di Venezia, l’arrivo delle prime recensioni entusiastiche (ha fatto rumore solo la stroncatura del Time) e la vittoria del Leone D’oro hanno fatto il resto. Tuttavia, non sono mancate le polemiche, almeno nel mondo del fumetto.

Sgombriamo subito il campo da un’obiezione, a mio avviso molto banale, da parte di alcun fan che hanno criticato (a priori, naturalmente) la scarsa aderenza del film rispetto al personaggio fumettistico del Joker, discostandosi dunque dai fumetti per narrare una storia originale. Non è la prima volta che questo accade e la fedeltà incondizionata al materiale originale non è di per sé un merito qualitativo.

Ma è soprattutto la discussione sull’appartenenza o meno alla categoria “cinecomic” ad essere  stata al centro del dibattito nelle ultime settimane, alimentata anche dalle parole delle persone coinvolte nella realizzazione del film che più volte hanno tenuto a fare i distinguo fra il loro film e quelli della concorrenza.
Qui ci sarebbe da parlare a lungo, ma circoscrivendo il discorso possiamo dire che i film tratti dai fumetti sono contemporanei alla nascita del cinema. Negli ultimi anni è nato il neologismo “cinecomic” per indicare una nuova ondata di pellicole nate dai fumetti. Nello specifico, di film d’azione nati dai comics supereroistici con caratteristiche proprie e tanto definite da aver dato vita a un genere proprio con tanto di un canone stilistico. A questo punto, si potrebbero definire “cinecomic” solo i film tratti dai fumetti supereroistici e che rispecchiano un determinato stile. Tuttavia, essendo un neologismo, i suoi contorni sono indefiniti e dunque la definizione la si usa anche in campo più ampio. Dovremmo quindi far rientrare nelle definizione tutti i film tratti dai fumetti? Lavori di genere totalmente diverso come La Vita di Adele o 5 è il numero perfetto?
Viene da sé che la definizione utilizzata in maniera così estesa serva a ben poco, altrimenti dovremmo coniarne una simile per i film tratti dai libri, per dire.

Cinecomic o meno, quello che è certo è che Joker è differente come stile e prodotto sia dai film Marvel Studios che dalle stesse pellicole del DCEU. Tuttavia, non è la prima volta che un film tratto da un fumetto sia un film d’autore celebrato e premiato dalla critica (vedi Era mio padre o La vita di Adele per fare due esempi). La vera novità consiste nell’aver preso un personaggio noto, come Joker, e averlo utilizzato per un film d’autore. Ed è probabile che sia solo la punta dell’iceberg per la Warner che punterà sempre più su questa strada, specie dopo il successo a Venezia. In pratica si è creata un’alternativa da parte di uno studio hollywoodiano a quello che è il modello dei Marvel Studios, finora imitato senza grosso successo dalle altre case, fra cui appunto la stessa Warner. Ed è questa la vera novità e la rivoluzione più grossa che il film di Phillips porta con sé. Non ci stupiremmo se, in futuro, altri studi cinematografici seguissero questa strada.

Relativamente al riconoscimento, al fatto che ora i “cinecomic” e i fumetti potranno essere guardati con occhi diversi, beh, il discorso è relativo. Magari per qualcuno sarà così, ma se finora la critica accademica ha ignorato i cinecomic non l’ha fatto per la loro origine fumettistica ma perché è raro che premi blockbuster d’azione hollywoodiani, come sono ad esempio i film del DCEU o dei Marvel Studios. Senza, per giunta, soffermarci a parlare della qualità stessa delle pellicole in questione: al di là di qualche film molto riuscito, se non addirittura ottimo nel suo genere, casi eclatanti che avrebbero meritato riconoscimenti prestigiosi non ce ne sono stati. Il fatto che Joker, primo film d’autore pure tratto da un fumetto di supereroi, sia stato premiato, dimostra proprio come non ci siano pregiudizi in tal senso. D’altronde, ogni film fa storia a sé e Joker ha già fatto la sua.

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