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Intervista a Liam Sharp: la sua carriera dagli esordi in Marvel fino a Conan e Starhenge

Durante l’ultima edizione del Napoli Comicon, grazie a Mirage Comics abbiamo avuto il piacere di intervistare Liam Sharp, celebre cartoonist britannico che ha lavorato sia su personaggi della Marvel (Hulk, Man-Thing) che della DC (Batman, Wonder Woman, Lanterna Verde). Al festival campano era presente con il primo volume di Starhenge, serie creator-owned, di cui negli USA è iniziata da poco la pubblicazione del secondo ciclo.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.

Intervista a cura di Antonio Ausilio e Luca Tomassini.
Editing video di Gennaro Costanzo.



Luca: Liam, benvenuto su Comicus. Per prima cosa, vorremmo chiederti di raccontarci qualcosa della tua nuova opera, Starhenge. Cosa puoi dirci?
È curioso che tu la definisca una nuova opera, perché probabilmente sogno di realizzare questo libro da quando avevo quattordici o quindici anni. In realtà nasce dal mio amore per il mito arturiano e, più in generale, per la mitologia. E naturalmente mi trovo in Italia, dove la mitologia è ovunque: è un posto straordinario per parlarne.
Da bambino ero appassionato di mitologia greca e romana, di storia, di archeologia e di tutto ciò che riguardava il mondo antico. A un certo punto ho iniziato a chiedermi quale fosse la mitologia inglese, perché non sapevo da dove provenissero davvero le storie di Artù e Merlino.
Da ragazzo ero quindi affascinato dall'origine di quei racconti e ho iniziato ad approfondire l'argomento. Così ho scoperto autori come Geoffrey di Monmouth, uno scrittore e monaco medievale del XII secolo.
Lui fece per i re britannici quello che Virgilio fece per Augusto in Italia: scrisse una sorta di opera di propaganda che collegava i sovrani britannici agli imperatori romani e, di conseguenza, agli dèi. Esattamente come Augusto, che nell'Eneide di Virgilio viene presentato come discendente di Venere.
La cosa che mi ha stupito, e che ho scoperto solo durante le mie ricerche, è che in quella tradizione, quando Enea fonda Roma, ha un figlio chiamato Bruto, che si reca in Britannia e fonda l'Inghilterra. Tutti i re d'Inghilterra discenderebbero quindi dal figlio di Enea.
In questa versione della leggenda, anche Artù desiderava conquistare Roma. Arrivò fino ai piedi delle Alpi e stava per attraversarle per reclamare Roma in nome della Britannia, quando però in Inghilterra accaddero tutti quei tragici eventi che lo costrinsero a tornare indietro.
Quello è stato il cuore della mia ispirazione: il mio amore per queste storie.
Non volevo però raccontarle nello stesso modo in cui lo fa, per esempio, Sláine, il celebre fumetto irlandese pubblicato su 2000 AD. Quel tipo di approccio era già stato esplorato.
Così mi sono chiesto come potessi affrontare la materia in maniera diversa. Tornando a studiare le storie di Merlino, mi sono imbattuto anche nella versione di T. H. White, in cui Merlino nasce nel futuro e muore nel passato. Mi sembrò un'idea davvero affascinante.
A quel punto mi sono posto una domanda: perché Merlino si trova nel futuro? Per quale motivo dovrebbe tornare indietro nel tempo?
Da lì ho collegato tutto all'intelligenza artificiale. Nella mia storia, l'IA finisce per distruggere l'universo. L'unica forza contro cui non riesce davvero a combattere è la magia.
Così l'intelligenza artificiale decide di tornare nel passato per eliminare la magia alla radice. E Merlino viene inviato dal futuro nel passato per impedirglielo e salvare la magia.
Questa è, in termini molto semplici, la premessa di base di questa grande storia epica.

Antonio: Di Starhenge abbiamo appena comprato il libro, quindi non abbiamo ancora avuto il tempo di leggerlo. In ogni caso, sfogliando le pagine, abbiamo notato che usi diversi stili di disegno nel corso dell’opera. C’è un motivo particolare per questa scelta?
Volevo che Starhenge avesse una sorta di stile pittorico, un po’ come i lavori di Simon Bisley. Ho sempre amato i fumetti dipinti. La mia prima esperienza nel mondo dei fumetti, a 18 anni, è stata lavorare come assistente del grande Don Lawrence (famoso cartoonist britannico, all’epoca impegnato nella realizzazione di Storm, un fumetto fantasy pubblicato nei Paesi Bassi, ndr), un mentore straordinario che mi ha insegnato a dipingere. Lui ci metteva due settimane per terminare una sola pagina, ma per Starhenge sapevo che non avevo tutto quel tempo a disposizione, per cui sono passato al digitale. Disegnare in digitale è molto più veloce, perché permette di correggere gli errori con maggiore facilità. Quindi, volevo semplicemente che il fumetto sembrasse dipinto, ma che fosse realizzato in digitale.
Starhenge è anche una sorta di celebrazione dei vari modi in cui si può raccontare una storia, pertanto, ho utilizzato un approccio differente a seconda che la vicenda si svolgesse nel passato o nel futuro. Inoltre, la protagonista è una giovane donna di Brighton – dove, tra l’altro, io e mia moglie abbiamo vissuto per un certo periodo – che ha subito una grande tragedia, per cui vede il mondo esclusivamente in bianco e nero. Tuttavia, man mano che viene coinvolta nella storia, inizia a percepire di nuovo i colori. Una sorta di metafora del risveglio della magia dento di lei. Questo è uno dei motivi per il quale ho voluto mantenere il controllo sulla colorazione e poi, dato che ho curato anche il lettering – che è una novità per me – è come se avessi fatto praticamente tutto io. Il mio buon amico Dave Gibbons (il disegnatore di Watchmen, ndr), è stato così gentile da permettermi di usare il suo fantastico font per il lettering, che ho scoperto essere quasi poetico. In effetti, ho messo dentro di tutto nel lettering, rendendolo una parte importante della narrazione. Mi è piaciuto molto realizzarlo e secondo me, solo quando aggiungi il lettering la tavola sembra davvero la pagina di un fumetto.

Luca: Vorrei fare un salto indietro agli anni Novanta, con la serie che ti ha lanciato alla grande nell’industria dei comics ai tempi della Marvel UK, ovvero Death's Head II. È un fumetto che ho amato moltissimo, quindi vorrei chiederti quali ricordi conservi di quel periodo alla Marvel UK e quali differenze hai notato tra l'industria britannica e quella americana.
È stato un periodo fantastico. Tutto è iniziato grazie a John Freeman, che all'epoca era un editor della Marvel UK. Stava cercando di lanciare una serie chiamata Rourke e fu lui a presentarmi a Paul Neary.
Paul vide qualcosa nel mio lavoro: pensava che avessi il potenziale per realizzare fumetti più mainstream. A quel tempo quello che oggi viene chiamato "stile Image" in realtà non si chiamava così: era lo stile Marvel. Era lo stile di artisti come Jim Lee, Marc Silvestri e degli altri grandi disegnatori dell'epoca.
Io però non lo conoscevo bene, perché mi ero innamorato dei fumetti europei. A quell'età sognavo di lavorare in Europa: ero stato formato da Don Lawrence e speravo davvero di entrare in quel mercato.
Paul vide i miei disegni e mi mostrò quelli di Jim Lee. (su Uncanny X-Men, ndr.). Mi lasciarono senza parole. Li trovai bellissimi. Erano le storie degli Shi'ar e della Terra Selvaggia, scritte da Chris Claremont, poco prima del rilancio della serie con il nuovo numero uno.
Guardando quei lavori ci trovai qualcosa che mi ricordava Barry Windsor-Smith. Avevano una qualità molto elaborata, ricca di dettagli, quasi ornamentale. Io adoravo Barry Windsor-Smith: mi piacevano le tavole dense di particolari, con una bellezza quasi simbolica. C'era qualcosa di incredibilmente fresco in quello stile.
Fa sorridere pensarci oggi, ma Paul diceva sempre che quello era "lo stato dell'arte". Sembrava qualcosa che non si era mai visto prima. Oggi alcune persone riguardano i fumetti degli anni Novanta con un certo orrore, perché erano enormi, esagerati, spettacolari, pieni di pose da pin-up e di eccessi. Ma allora rappresentavano davvero il futuro.
Paul mi mostrò il progetto di Death's Head che volevano rilanciare con il vecchio personaggio e mi disse che desiderava un redesign completo. Cercava quindi un nuovo team creativo.
Quella sera tornai a casa. All'epoca non esisteva Internet, ma avevamo il fax. Realizzai rapidamente uno schizzo e glielo inviai scrivendo: "Ho sempre immaginato che Death's Head dovesse assomigliare a qualcosa del genere."
Il giorno dopo mi chiamò subito: "Devi venire in ufficio, voglio fare questo progetto."
Ci incontrammo e ne parlammo. Mi sentivo anche un po' in colpa, perché ero giovane ed entusiasta, ma il fatto di affidare il progetto a me significò licenziare il team che ci stava lavorando prima. Per fortuna col tempo mi hanno perdonato.
Ancora oggi esiste una sorta di rivalità tra i fan del primo Death's Head e quelli di Death's Head II. Ogni volta che pubblico un disegno di Death's Head II, c'è sempre qualcuno che commenta: "Il primo Death's Head era meglio!". Succede immancabilmente.
Poi il progetto esplose. Disegnai quella copertina in cui il nuovo Death's Head tiene in mano la testa del vecchio Death's Head, e gli ordini passarono in pochissimo tempo da circa 38.000 copie a 300.000. Alla Marvel rimasero sbalorditi.
Così decisero di rallentare un po' la produzione e pensarono: "Dobbiamo investire più tempo su questa serie." Ci prendemmo quindi più tempo per svilupparla. Cominciammo a chiederci quali altri personaggi sarebbe stato divertente coinvolgere nella storia, modificammo leggermente la trama e io ebbi anche il tempo di rifinire meglio il mio stile.
Quando finalmente la serie uscì, fu un enorme successo negli Stati Uniti. Ancora oggi, quando partecipo alle fiere, è uno dei fumetti che i lettori mi chiedono più spesso di autografare.
Spero che prima o poi mi venga data l'occasione di tornare a lavorare su quel personaggio, perché gli sono ancora molto affezionato.
E poi c'è un'altra cosa importante: alla Marvel UK ho conosciuto mia moglie. Siamo ancora insieme dopo tutti questi anni.
Conservo quindi ricordi meravigliosi di quel periodo. Realizzai la miniserie di quattro numeri, che ebbe un enorme successo. Poi arrivò la serie regolare e il primo numero vendette mezzo milione di copie, una cifra che oggi sembra semplicemente folle.
Fu proprio quel successo ad attirare l'attenzione della Marvel americana nei miei confronti e mi aprì le porte ai lavori su Spider-Man, Hulk e a tutto ciò che è venuto dopo.
Insomma, è stato un periodo straordinario, che ha cambiato la mia vita per sempre.

Antonio: Adesso che hai iniziato a realizzare nuove opere in cui sei contemporaneamente lo scrittore e l’artista, è cambiato qualcosa nella tua collaborazione con gli sceneggiatori? Ad esempio, hai lavorato con Grant Morrison, che ci aspettiamo sia uno scrittore molto preciso, che richiede molti dettagli. Gli hai dato dei suggerimenti? In generale, ora è più facile per te fare delle proposte all'autore dei testi?
Credo che sia soltanto una questione di tempismo. Io ho sempre scritto, persino ai tempi della Marvel UK, quando, oltre ai disegni, mi occupai anche dei testi di Death’s Head II Gold. La serie doveva durare di più, ma mi chiamò la Marvel negli USA e il progetto naufragò. Naturalmente, su titoli importanti come Hulk volevano uno scrittore che fosse già una superstar e, per un certo periodo, ogni albo su cui lavoravo veniva considerato troppo ambizioso per affidarne i testi a me, che all’epoca ero un autore sconosciuto. Io dicevo: “mi piacerebbe molto scrivere qualcosa”, ma loro rispondevano: “ti capiamo, tuttavia, preferiamo che sia Peter David  - o un altro sceneggiatore già famoso - a occuparsi dei testi”. Ciononostante, nella mia testa continuavo a pensare: “ma io voglio scrivere, voglio davvero scrivere” però non ho mai iniziato, almeno con i comic book, dato che, nel frattempo, avevo pubblicato alcuni romanzi. Quindi, anche se non nei fumetti, ho continuato a scrivere. È una passione che non mi ha mai abbandonato. Il punto di svolta è arrivato con Wonder Woman, che ho disegnato su testi di Greg Rucka (all’inizio del periodo “Rebirth” nel 2016, ndr). La sua run durò 25 numeri, ma dato che ne scriveva due al mese, uno per me e uno per Nicola Scott (e, successivamente, per Bilquis Evely, ndr), il suo periodo sulla testata terminò dopo solo un anno. Io, nel frattempo, mi ero innamorato del personaggio e non volevo fermarmi lì. La DC, allora, mi disse di proporre qualcosa e io me ne uscii con l’idea di The Brave and The Bold: Batman and Wonder Woman (miniserie del 2018, ndr). Dato il mio amore per la mitologia, nella trama inserii dei riferimenti alle leggende irlandesi. Mia moglie è per metà irlandese e trascorrendo molto tempo con suo padre, che ora, purtroppo, non c'è più, ho appreso molto dei miti di quel paese. Sorprendentemente la DC accettò il progetto e io potei scrivere, oltre che disegnare, quella miniserie di sei numeri, che, poi, mi ha condotto a realizzare Starhenge e altri progetti personali. Naturalmente, nel frattempo ho continuato a disegnare su testi di altri. Per esempio in Batman: Reptilian (miniserie del 2021, ndr), scritta da Garth Ennis. Non potevo dire di no a Garth, ci conosciamo da sempre, e lo stesso vale per Grant Morrison. Non avrei certo potuto rifiutare un lavoro scritto da lui. Grant non è solo una superstar, ma è pure una persona con cui è fantastico collaborare. È sempre pieno di energia e di entusiasmo e ha tantissime idee. Pur avendo realizzato con lui ventiquattro numeri di Lanterna Verde, non mi sono mai annoiato. La serie era divisa in due stagioni da 12 numeri e il primo e l’ultimo numero di ogni stagione erano di ben trenta pagine. Eppure, nonostante la mole di lavoro ho detto alla DC che li avrei realizzati tutti io. Grant mi ha supportato dall’inizio alla fine e, sapendo quanto mi piace portare delle innovazioni nel disegno, ha scritto storie che mi avrebbero permesso di cambiare stile in ogni numero.
I lettori per molto tempo non hanno capito questa mia necessità di modificare in continuazione il mio stile, ma i disegni per Death’s Head erano già differenti da quelli che realizzai non molto tempo dopo per Man-Thing (Sharp ha lavorato sul personaggio su testi di J.M. DeMatteis tra il 1997 e il 1998, ndr), per Testament (serie DC/Vertigo pubblicata tra il 2006 e il 2008, ndr) o per altre testate. Io credo che ogni sceneggiatura suggerisca lo stile di disegno da adottare. Ora, dopo quarant’anni di carriera, penso che i lettori abbiano finalmente compreso che, pur con tutti i cambiamenti e le evoluzioni, il mio stile sia comunque rimasto riconoscibile. Che il suo DNA sia ancora ben visibile. E soprattutto, spero che lo apprezzino ancora.

Luca: Hai anche realizzato un ciclo di storie molto amato di The Incredible Hulk insieme al grande, compianto Peter David. Puoi raccontarci qualcosa di quell'esperienza e della tua collaborazione con lui?
Beh, la prima cosa che posso dire è che, in realtà, non fu una vera collaborazione. Ci fu pochissimo confronto tra noi. A Peter non piaceva il mio lavoro: questa è semplicemente la verità. Non gli piacevano i miei disegni.
In realtà non arrivai mai a conoscerlo davvero. Fu piuttosto duro con me. Ero molto giovane, avevo appena ventitré o ventiquattro anni, e mi rese le cose piuttosto difficili.
Ricordo una cosa curiosa all'inizio. Mi chiese: "Che tipo di storia vorresti raccontare?" Io risposi che mi sarebbe piaciuto realizzare qualcosa di fantascientifico, con elementi fantasy, perché l'ultima cosa che volevo disegnare era una storia ambientata, per esempio, in Florida, in un posto in cui non ero mai stato, con case normali e, soprattutto, automobili.
E lui trasformò Bruce Banner in un meccanico in Florida.
Pensai: "È esattamente tutto quello che avevo detto di non voler fare."
Più avanti ci siamo scritti qualche volta e abbiamo avuto modo di chiarire alcune cose. Col tempo è nata una comprensione reciproca e il rapporto si è un po' ammorbidito.
Non fui io a voler lasciare quella serie. Non fu una mia scelta. Ci furono molti malintesi.
Ma bisogna anche considerare che ero davvero molto giovane e mi sentivo sottoposto a un'enorme pressione. È questo, in fondo: ero semplicemente molto stressato e facevo fatica a reggere la situazione.
Credo anche che fossi troppo intimorito per parlare apertamente con l'editor. Non avevo il coraggio di dirgli che stavo attraversando un momento difficile.
Questa è una cosa che direi a qualsiasi giovane artista che oggi inizi questa professione: se state facendo fatica, ditelo. Parlatene con l'editor.
La cosa peggiore che si possa fare è cercare di portare tutto il peso sulle proprie spalle restando in silenzio, perché gli altri non possono capire cosa state vivendo se non glielo dite.
Io avevo la sensazione di dover raccogliere l'eredità di autentici giganti. E, in effetti, era così.
Prima di me c'era stato Dale Keown. Poi Gary Frank, che aveva svolto un lavoro straordinario. Ancora prima c'era stato Todd McFarlane. Era una successione praticamente ininterrotta di grandi maestri.
E poi, all'improvviso, arrivavo io.
Non mi sentivo all'altezza di quel livello di genialità che vedevo in loro. Ma queste sono insicurezze tipiche di quando si è giovani.
Quella del fumetto è un'industria particolare, perché offre grandi opportunità a persone molto giovani. E spesso sono proprio quegli anni iniziali a costruirti... oppure a spezzarti.
Comunque imparai moltissimo da quell'esperienza.
Inoltre, proprio in quel periodo mi resi conto che, soprattutto su Death's Head II, stavo lavorando in uno stile molto vicino a quello di Jim Lee. Ma non sentivo che fosse davvero il mio stile.
Avevo bisogno di capire chi fossi come artista.
E gran parte di questa ricerca personale è avvenuta proprio durante Hulk.
Per questo motivo, guardando oggi quelle storie, si nota una certa discontinuità stilistica: stavo ancora cercando la mia identità artistica.
Eppure oggi so che quel ciclo di storie è molto amato dai lettori. Tantissime persone mi dicono ancora quanto abbiano apprezzato quella serie.
È curioso anche un altro aspetto: spesso la gente dice che è stata una run molto breve. In realtà erano comunque otto numeri. Per gli standard di oggi non sono affatto pochi: è una durata più che rispettabile.
Credo però che sia stato con la miniserie di Man-Thing che ho iniziato a sentire davvero: "Ecco, questo sono io."
Se devo essere sincero, penso di essere meno un autore da supereroi tradizionali e più un autore legato ai fumetti di genere.
Mi diverto moltissimo a disegnare i supereroi, ma ho anche bisogno di poter realizzare cose più folli, più strane, più visionarie.

Antonio: Concludiamo questa intervista con uno dei tuoi capolavori, Conan. Purtroppo, in Italia non abbiamo ancora visto la tua storia lunga, Tattered Wings (pubblicata, in seguito, da Panini Comics su La spada selvaggia di Conan 11, con il titolo Ali spezzate, ndr), ma solo quella breve (La tempesta, pubblicata su La spada selvaggia di Conan 8, ndr). E il tuo lavoro è davvero straordinario. È evidente l’impronta di Barry Windsor Smith e, forse, anche di Frank Frazetta. Ma si nota anche qualcosa di Gustave Doré. È corretto? Ci sono anche altre influenze artistiche da citare?
Tutti gli autori che hai nominato, ma c’è anche un po’ di John Buscema, da cui ho preso la forza e la fisicità che imprimeva nei personaggi. Da giovane il mio sogno era proprio riuscire a disegnare Conan con le movenze di una pantera, come faceva Buscema, forte e solido, ma al contempo bello ed elegante nello stile di Barry Smith. Mi sarebbe anche piaciuto inchiostrare in modo meraviglioso come faceva Frank Frazetta, soprattutto nelle sue storie romantiche o in quelle ambientate in Africa, con i leoni e tutto il resto, che mi hanno sempre lasciato a bocca aperta. Tutti mi hanno influenzato in qualche misura. Poi, hai citato anche Doré, ma io includerei pure Franklin Booth, fino ad arrivare a Bernie Wrigthson. È il DNA di cui dicevo prima. Wrightson si ispirava a Booth, che a sua volta si ispirava a Doré, è il DNA di un artista che si trasmette nel lavoro di un altro.
Avevo proposto quella storia alla Dark Horse circa ventisette anni fa, ma adesso spero di essere diventato uno scrittore migliore, quindi, benché la versione pubblicata abbia mantenuto la sua struttura originale, prima di riproporla alla Titan Comics (attuale licenziatario del personaggio di Robert E. Howard, ndr) ho fatto un po’ di editing.
Lavorare su Conan è un sogno che si è realizzato, tanto che adesso ho quasi terminato una nuova storia lunga – mi mancano solo nove pagine – che ho intitolato The lost soul of Drenaduor, praticamente il sequel de La tempesta, benché sia ambientato diversi decenni dopo, quando Conan è già diventato re. È una storia a più lungo respiro rispetto a La tempesta, ma comunque dallo svolgimento lineare.
Adoro realizzare storie di Conan. Amo il personaggio fin da quando ero bambino. Buscema è il primo artista che ho conosciuto nei comic book, ma ancor prima dei fumetti adoravo le incredibili copertine di Frazetta realizzate per i vecchi libri di Conan pubblicati dalla Ace. Quindi c’è stato l’innamoramento per Buscema, soprattutto quando veniva inchiostrato da Alfredo Alcala, che si ispirava anche lui a Doré e a Franklin Booth. E poi, successivamente, la scoperta di Chiodi rossi e La canzone di Red Sonja, entrambe disegnate da Barry Smith. Storie incredibili, piene delle sue bellissime decorazioni. Ho amato profondamente Barry Smith grazie a quelle storie. Ma anche Jeff Jones (pseudonimo di Jeffrey Catherine Jones, ndr), Michael Kaluta e Bernie Wrigthson. Tutti artisti straordinari, ognuno dei quali ha avuto una grande influenza su di me. Pertanto, nel mio lavoro troverete qualcosa di Jeff Jones, qualcosa di Kaluta e così via. In qualche modo tutti sono dentro il mio lavoro per Conan. E aggiungo pure Frazetta.
Ripeto, lavorare su Conan è stato come realizzare il sogno che avevo fin da quando ho iniziato a fare fumetti, ben trentanove anni fa.

Grazie mille per l’intervista, Liam.

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Intervista a David Mack: La carriera dell'artista di Kabuki, passando per Daredevil, Echo e Dark Shots

Durante l’ultima edizione del Napoli Comicon, grazie a Mirage Comics, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare David Mack, l’autore di Kabuki (qui la nostra recensione del volume pubblicato dalla Mirage) e di un noto ciclo di Daredevil, nel quale ha dato vita al personaggio di Echo.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.

Intervista a cura di Antonio Ausilio e Luca Tomassini. 
Editing video di Gennaro Costanzo.



Antonio: Ciao David, come stai?
Bene grazie. Sono molto felice di essere qui!

Antonio: È la tua prima volta a Napoli, giusto?
Sì, è la mia prima volta a Napoli. Sono arrivato in aereo a Milano, sono andato a Como, quindi in auto a Firenze, Perugia, Roma e infine a Napoli.

Antonio: Praticamente hai visitato quasi tutta l'Italia?
Sì, è stato un bel viaggio che ho fatto nelle ultime due settimane. In passato sono stato anche a Bologna e all’Etna Comics in Sicilia. Vengo in Italia ogni anno. Amo il vostro paese.

Antonio: Mirage Comics sta ristampando Kabuki, il tuo primo capolavoro. Ti piace questa nuova edizione? Potresti anche spiegare ai nuovi lettori la genesi del personaggio? Da dove ti è venuta l’ispirazione?
Sono molto grato alla Mirage Comics per aver deciso di pubblicare integralmente Kabuki. Il primo volume è già disponibile e speriamo che il secondo sia pronto per Lucca, alla fine di ottobre. Vorrei tornare in Italia per quell’occasione. Per completare tutta la saga di Kabuki saranno necessari quattro volumi. Si tratta del mio primo fumetto, grazie al quale la Marvel mi ha poi chiamato per scrivere Daredevil.È un’opera che ho realizzato mentre ero al college e a ogni lezione, che fosse di grafica, storia, mitologia o letteratura convincevo l’insegnante a farmici lavorare, spiegando perché avesse i requisiti per far parte di quello specifico corso, fino a utilizzarla come tesi di laurea.

Luca: David, il tuo stile è una sofisticata combinazione di tecniche differenti. All’inizio della tua carriera è stato difficile passare dalle case editrici indipendenti ai grandi editori come la Marvel? È stato difficile mantenere intatta la tua visione artistica?
Sono molto grato di aver avuto il tempo di sviluppare il mio stile per conto mio, lavorando in una casa editrice indipendente e realizzando le mie opere creator-owned. Ho potuto raccontare molte delle mie storie con Kabuki e lasciare che fosse la storia stessa a guidare la mia evoluzione come autore. Credo che questo mi abbia giovato. Se avessi iniziato direttamente alla Marvel o presso un editore più grande, forse avrei sentito il peso di certe aspettative e la necessità di seguire quello che viene percepito come uno “stile della casa”. Io, invece, non l’ho vissuta così. Quando la Marvel mi assunse come sceneggiatore di Daredevil, avevo già accumulato un corpus abbastanza ampio di lavori grazie a Kabuki. Sentivo che mi avevano scelto proprio sulla base di quel percorso. Successivamente mi chiesero anche di realizzare dei disegni. Fu Joe Quesada ad assumermi. Joe Quesada e Jimmy Palmiotti stavano occupandosi della parte artistica di Daredevil, mentre io subentrai alla sceneggiatura dopo Kevin Smith. A un certo punto Joe mi disse: “Perché non fai anche qualche copertina? Sei anche un disegnatore”. E io risposi: “Ma no, nessuno alla Marvel vuole vedere i miei disegni. Sono felice di scrivere la serie”. Lui invece insistette: “Vogliono vedere il tuo lavoro”. Sono davvero riconoscente a Joe per aver insistito affinché iniziassi dalle copertine. Così ho semplicemente fatto il lavoro che so fare, ed era proprio ciò che desideravano. Non ho avuto la sensazione di dover cambiare troppo .Penso che alcune persone vivano quell’esperienza in modo diverso, ma la mia impressione è che le grandi aziende vogliano assumerti proprio perché fai qualcosa di differente. E credo che il modo migliore per essere notati da un grande editore sia costruirsi una voce unica, distinta da quella di tutti gli altri.

Antonio: Restando a Daredevil, quando hai sviluppato il personaggio di Echo, hai evitato di creare un character speculare al Diavolo Rosso, ma, in ogni caso, hai cercato di bilanciare la cecità di Matt Murdock con la sordità di Maya Lopez. Per quale motivo hai preso questa decisione?
Stavo portando avanti Daredevil e Joe Quesada mi disse che potevo realizzare qualsiasi storia volessi, purché creassi un personaggio completamente nuovo. Secondo lui, infatti, tutti quelli che cominciavano a scrivere Daredevil volevano sempre utilizzare Elektra, Bullseye, Wilson Fisk. Kingpin, oltretutto, è stato pure preso in prestito da Spider-Man. Fu un’autentica sfida dal punto di vista creativo e sono davvero grato a Joe per avermelo proposto. A ogni modo, guardando a Daredevil, si tratta di un personaggio che percepisce il mondo in maniera diversa dalle altre persone. Quindi, ho pensato che potesse essere interessante avere un altro personaggio con caratteristiche simili, in modo che si creasse una sintonia tra i due, considerando che entrambi si sentivano diversi dalla maggior parte delle persone. Ma, come tu hai detto, Maya Lopez raccoglie le sue informazioni sul mondo attraverso la vista, non attraverso l’udito come Daredevil. Pertanto, anche se potevano relazionarsi l’uno con l’altro, proprio perché diversi dalle altre persone, allo stesso tempo, le loro diversità avrebbero potuto creare dei malintesi e allontanarli. Una dinamica secondo me interessante da esplorare.

Luca: David, parliamo della tua collaborazione con Brian Michael Bendis. Siete amici molto stretti. Se ricordo bene, avete lavorato insieme per la prima volta insieme (in Marvel) a un arco narrativo di Daredevil intitolato Wake Up, che ricordo con grande affetto. Puoi raccontarci qualcosa della chimica tra te e Brian? E una domanda: è più facile o più difficile lavorare con un amico?
Grazie per avermi chiesto di Brian Michael Bendis. Sì, Brian Bendis e io siamo migliori amici dal 1993. Ci siamo conosciuti durante una convention a Chicago. Io stavo scrivendo Kabuki e cercavo un disegnatore. Quando incontrai Brian, lui scriveva e disegnava i suoi fumetti noir e polizieschi.Mi mostrò uno dei suoi fumetti crime e io gli suggerii di usare più ombre nell'inchiostrazione, perché la storia aveva un'atmosfera noir. Gli piacque molto il mio consiglio. All'epoca Brian trovava lavoro soprattutto come disegnatore a matita e, la prima volta che ci incontrammo, fu proprio lui a procurarmi un lavoro come suo inchiostratore. Così, nei primi anni Novanta, lavorammo insieme come team matitista-inchiostratore su diversi progetti indipendenti che... probabilmente è meglio non nominare, perché non dovreste andare a cercarli! Non erano un granché, ma erano il nostro periodo di formazione. Realizzammo insieme un adattamento di The Call of Cthulhu di H.P. Lovecraft, lavorammo su alcuni progetti per Caliber Comics, facemmo una serie dedicata a Dracula e varie altre cose. Come coppia artistica funzionavamo davvero molto bene.In origine Brian avrebbe dovuto essere il disegnatore di Kabuki. Ho ancora alcuni disegni di Kabuki realizzati da lui nel 1993. Mentre lavoravamo ai nostri progetti creator-owned, grazie a Kabuki ricevetti l'offerta di scrivere Daredevil. Come dicevo prima, Joe Quesada mi chiese di realizzare anche le copertine. Io risposi: "No, alla Marvel vogliono vedere solo i tuoi disegni."E lui disse: "Fai la prima copertina da solo. Le altre le realizzeremo insieme."All'epoca non esistevano né le e-mail né gli scanner. Siamo negli anni Novanta. Io preparavo uno schizzo della copertina di Daredevil, Joe Quesada la disegnava a matita, Jimmy Palmiotti la inchiostrava e poi mi spedivano l'originale in una scatola FedEx.Io prendevo quella tavola originale e ci dipingevo direttamente sopra, sperando di non rovinarla. Poi la rimettevo nella scatola FedEx e la rispedivo indietro. In una di quelle spedizioni infilai anche alcuni fumetti indipendenti in bianco e nero di Brian. Inserii nella scatola la sua miniserie in quattro numeri Torso. Era un po' come un cavallo di Troia. Quesada mi chiamò e disse:"Ho ricevuto la copertina... ma cosa sono tutti questi fumetti indipendenti in bianco e nero?" Gli risposi: "Appartengono al mio migliore amico, Brian Bendis. Sono suoi lavori. Collaboriamo insieme e pensavo fosse giusto farteli vedere." Joe mi disse: "Il suo stile grafico non mi convince molto." E io risposi: "Va bene, però leggili comunque. Magari ti piaceranno le storie." Qualche tempo dopo mi richiamò e disse: "Come scrittore ha davvero del potenziale." In quel periodo io scrivevo Daredevil e Joe lo disegnava, ma nel frattempo era diventato Editor-in-Chief della Marvel. Le uscite della serie iniziavano ad accumulare ritardi perché il suo nuovo incarico gli lasciava poco tempo per disegnare. Così mi chiese: "Tu stai già scrivendo Daredevil. Perché non ti occupi anche dei disegni?" Io gli risposi: "Sì... però sto realizzando contemporaneamente anche Kabuki per Image Comics. Sarebbe davvero troppo lavoro." Allora gli proposi: "Perché non coinvolgiamo Brian?" In pratica passai dall'essere solo sceneggiatore di Daredevil a occuparmi temporaneamente anche dei disegni del numero successivo, così da poter far ottenere a Brian Bendis un incarico come sceneggiatore e lavorare insieme. Da quella scelta nacque proprio la storia Wake Up di cui parlavi. Quello fu il nostro primo lavoro alla Marvel. Grazie a quel progetto Brian ebbe poi l'opportunità di proporre Ultimate Spider-Man. Successivamente realizzammo insieme Alias con Jessica Jones, per il quale io dipinsi anche le copertine. Più avanti scrivemmo insieme Daredevil: End of Days. Nel corso degli anni abbiamo collaborato moltissimo, sia nei fumetti indipendenti sia alla Marvel. Infine abbiamo creato una nostra serie creator-owned intitolata Cover. Dopo oltre trent'anni di amicizia siamo finalmente riusciti a realizzare una serie completamente nostra, ideata insieme dall'inizio alla fine.»

Luca: Dopo così tanti anni è stato difficile ritrovare la stessa sintonia lavorando di nuovo con Brian?
Direi che ogni progetto ha avuto una chimica tutta sua. Lavorare con Brian non è mai stato difficile. Anzi, è sempre un piacere. È un collaboratore eccezionale. Contribuisce tantissimo al progetto, ma allo stesso tempo vuole che chi lavora con lui si senta libero di esprimersi e abbia lo spazio necessario per dare il proprio contributo creativo. È una cosa che apprezzo molto. Da Brian ho imparato tantissimo su come comunicare con gli altri collaboratori in modo efficace e diplomatico.  È davvero molto bravo in questo. Lavorare insieme è stato semplicemente un piacere.»

Antonio: L’ultima domanda riguarda il nuovo libro con Mirage, Dark Shots. Una collaborazione di diversi artisti. Puoi dirci qualcosa a riguardo?
Ho incontrato Francesco Marcantonini, l’editore, due anni fa a Como e dopo solo un anno aveva già pubblicato quattro delle mie opere in volumi cartonati. E adesso, dopo un altro anno, ancora nuovi libri, tra cui l’integrale di Kabuki e Dark Shots. Quest’ultimo è un’antologia in cui l’amico Federico Mele ha scelto vari artisti, a cui ha suggerito alcune idee per nuove storie. A me ha mandato una lista con sei diverse proposte. Ognuna aveva solo una o due righe di descrizione. Io ho scelto l’ultima e gli ho detto: “Facciamola insieme” e lui ha usato la copertina basata sulla nostra storia come variant del libro. Ci sono molti autori italiani nel volume, tra i quali anche Sara Pichelli, che ha creato Miles Morales insieme a Bendis. Insomma, si è trattato di una collaborazione incredibile assieme a meravigliosi partner italiani.

Antonio: Grazie mille, David!
David Mack: grazie a voi. È stato davvero un piacere.

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Intervista a Deniz Camp: la nuova star dei comics americani, da Ultimates a Absolute Martian Manhunter

Durante l’ultima edizione del Napoli Comicon, grazie a Panini Comics abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Deniz Camp, astro nascente del fumetto americano e autore dei testi delle acclamate serie Ultimates per la Marvel e Absolute Martian Manhunter per la DC.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.

Intervista a cura di Antonio Ausilio e Luca Tomassini.



Comicus (Antonio): Ciao Deniz, come stai?
Molto bene, grazie

Comicus (Antonio): Stan Lee era solito dire che i fumetti della Marvel mostrano il mondo fuori dalla finestra. Tuttavia, siamo rimasti molto sorpresi dell’esplicito messaggio politico contenuto nelle storie dei tuoi Ultimates. Hai mai avuto problemi a ricevere l’approvazione della Marvel per le tue sceneggiature?
È divertente che tu me lo chieda, perché è la domanda che si fanno tutti: “come è possibile che sia successa una cosa del genere?”. Eppure, in Marvel non ho mai ricevuto quasi nessuna opposizione sulle mie posizioni politiche o sui messaggi politici che ho inserito nell’albo. Mi hanno supportato fin dalla prima proposta che ho presentato loro. È vero, la serie possiede un sottotesto politico, io credo, però, che ormai non sia più possibile fare arte senza politica. Sì, forse il mio messaggio è più “di sinistra” di quanto la gente sia abituata negli Stati Uniti, ma io penso che un numero sempre più crescente di persone sia stanca del sistema, ed è per questa ragione che la serie ha avuto una risonanza così significativa.
Ripeto, in Marvel non mi è mancato il supporto, benché, onestamente, per ogni nuovo episodio mi aspettassi frasi del tipo: “questo non lo puoi fare”, “cosa stai facendo?”. Invece, mi hanno sempre detto: “ottimo, andiamo avanti”, aggiungendo solo minime annotazioni. Questa è la bellezza dell’Universo Ultimate e Wil Moss, l’editor delle serie Ultimate - e uno dei migliori del fumetto americano - ha davvero lasciato sia a me che agli altri sceneggiatori molta libertà. Per questo motivo, gli X-Men di Peach (Peach Momoko, autrice di Ultimate X-Men, ndr) sono completamente diversi dalla mia serie o da quella di John (Jonathan Hickman, sceneggiatore di Ultimate Spider-Man, ndr). Abbiamo la serie di Spider-Man che non somiglia per niente a quella di Wolverine, e così via.

Comicus (Luca): Escluso Children of the Vault, il tuo primo lavoro per Marvel Comics, stai scrivendo serie ambientate in universi alternativi tanto per Marvel (Ultimates) quanto per DC (Absolute Martian Manhunter). Pensi che in futuro lavorerai sulle icone classiche dei due editori oppure preferisci gli universi alternativi per la maggiore libertà creativa che possono offrire?
Adoro gli universi alternativi per la maggiore libertà che possono offrire, ma non è stata una scelta intenzionale da parte mia bensì quello che mi è stato offerto. Ho ricevuto una e-mail in cui mi veniva chiesto se potesse interessarmi scrivere The Ultimates e ho risposto di sì, e la stessa cosa è successa con Absolute Martian Manhunter e la possibilità di scrivere qualcosa per l’Universo Absolute. Il mio prossimo progetto per DC Comics sarà ambientato nella continuity dell’universo principale, cosa che non mi dispiace affatto, è una cosa che richiede un differente insieme di competenze anche se alla fine si tratta sempre di narrazione, quindi adoro lavorare a cose diverse e amo le sfide, sono entusiasta di potermi confrontare con nuove sfide.

Comicus (Antonio): Secondo la nostra opinione, Absolute Martian Manhunter è una delle serie migliori del 2025 e – detto onestamente – anche del 2026, ma in confronto al resto dell’Universo Absolute ci sono alcune differenze. L’aspetto supereroistico non è così evidente, per noi la trama si avvicina più a quella di un thriller psicologico. Erano queste le caratteristiche della serie fin dall’inizio o le hai cambiate successivamente? Nello specifico, considerando l’arte straordinaria di Javier Rodríguez, queste modifiche vengono forse da lui? Giusto per fare un esempio, il fumo delle sigarette o il fumo in generale sembra quasi un personaggio della storia. Hai avuto subito questa idea o forse ti è venuta parlandone con Javi?
L’idea del fumo come metafora e che fosse una cosa attiva viene da me. Innanzitutto, perché tradizionalmente nei fumetti il balloon a forma di fumo è il modo in cui vengono rappresentati i pensieri e poi perché Martian Manhunter è connesso con il fuoco, essendo una sua debolezza. Era una cosa già presente nella mia proposta originale. Tuttavia, l’idea di utilizzare più colori, il modo in cui il fumo “agisce” e sembra “vivo”, provengono da Javi. In pratica, in ogni episodio lavoriamo così: io propongo qualcosa e poi lui la migliora in maniera sostanziale. Se, invece, è lui a fare una proposta, io cerco di fare del mio meglio affinché possa funzionare. La nostra è una vera collaborazione. So che lui fa dei cambiamenti per le giuste ragioni, per cui anch’io mi impegno al massimo per rendere efficaci quelle modifiche. L’intera esperienza sulla serie è stata meravigliosa per me. Ho imparato e sto ancora imparando moltissimo sui fumetti grazie a Javi. A volte dice cose che mi lasciano a bocca aperta, ma che per lui sono semplici, ed è stato un vero piacere vivere tutto ciò sulla serie.

Comicus (Luca): La serie originale di The Ultimates è un grande classico del nuovo millennio, ma nel frattempo il mondo è cambiato molto. È questo il motivo per cui la tua versione è così diversa dall’originale? E in cosa è differente dalla versione di Millar e Hitch?
Quello che ho cercato di fare, quando mi è stato offerto il lavoro, è stato di restare fedele allo spirito di quello che Mark e Bryan avevano fatto con The Ultimates. E quello che hanno fatto è guardare i supereroi Marvel iconici e chiedersi: “Ok, che aspetto ha un supereroe oggi?”
Quello era il periodo post 11 settembre, ovvero un tempo di imperialismo americano, di forza del complesso militare e industriale e di una certa “tracotanza americana”. Così quello che fecero fu prendere questi elementi e usarli per modellare gli Avengers. Quello che c’era prima era finito, e loro resero gli Avengers una sorta di combattenti contro il terrorismo. Ma ora anche quel periodo è finito e le cose sono cambiate molto. Io ovviamente sono uno scrittore diverso da Mark, com’è diversa la mia prospettiva sul mondo di oggi e la mia visione di questi personaggi. Ciò che lui faceva era satira, o almeno in parte. Io invece cercavo un approccio più sincero, più diretto. Volevo guardare e capire: che aspetto ha un supereroe oggi? Che aspetto ha un eroe negli anni 2020? Per me gli eroi sono persone che di solito vengono oppresse – dallo Stato, dal Capitale o da qualunque altra struttura di potere – e che fanno parte di movimenti. Non sono figure dallo spirito individualista e fuori dal comune. Nascono dai movimenti, nascono dal popolo, costruiscono movimenti oppure contribuiscono a costruirli. E non solo oggi: se guardi alla storia, penso che sia sempre stato così. Quindi nella mia versione c’è anche una sorta di rifiuto dell’idea del “grande uomo della storia”, dell’idea che una sola persona possa cambiare tutto. Per quanto riguarda la differenza tra le due versioni, il modo più sintetico in cui la descrivo è questo: negli Ultimates di Mark, i supereroi danno la caccia ai terroristi. Nei miei Ultimates, o meglio nei nostri Ultimates, i supereroi sono i terroristi (o considerati tali, ndr.)

Comicus (Antonio): Panini Comics ha presentato in questa manifestazione Assorted Crisis Events, ma onestamente non abbiamo ancora avuto il tempo di leggere il volume. Puoi parlarcene tu?
In breve, è come se delle persone normali venissero coinvolte in Crisi sulle terre infinite (notissima maxiserie di Marv Wolfman e George Pérez, che nel 1985 azzerò il multiverso DC, ndr), oppure è una sorta di Black Mirror (celebre serie televisiva britannica, della quale nel 2025 è stata rilasciata su Netflix la settima stagione, ndr) in cui il tempo e lo spazio stanno collassando. È una serie antologica, dove ogni episodio è una storia completa, con nuovi personaggi, che devono affrontare questa crisi temporale, la quale si manifesta sempre in maniera differente.
Ad esempio, in un numero una ragazza rimane bloccata in un loop temporale di sessanta secondi, ma per milioni di anni. Poi improvvisamente riesce a uscirne e cerca di riadattarsi alla vita. Ciascuna tavola dell’episodio raffigura un loop, in modo che la narrazione rifletta ciò che sta accadendo ai personaggi, cercando di far provare al lettore le stesse emozioni che provano loro.
In un altro numero, un personaggio attraversa la vita a velocità vertiginosa. Ogni momento della sua esistenza sembra durare uno schiocco di dita e il modo in cui raccontiamo la storia, prova a replicare quella sensazione, con rapidi passaggi da una scena all’altra.
Quindi, protagonisti sempre differenti, che devono fronteggiare diverse manifestazioni della crisi. Le quali, ovviamente, sono anche metafore di ciò con cui io e i miei amici abbiamo a che fare in questo momento.

Comicus (Luca): Come puoi vedere dalla maglietta che indosso, sono un grande fan dei Fantastici Quattro e della tua versione di Reed Richards che, nell’ Ultimate Universe, veste i panni di Ultimate Doom. Credo che Destino sia il personaggio più umano e tragico di tutta la serie, a causa del dolore e della sofferenza che prova per la consapevolezza delle opportunità di vita che gli sono state sottratte. Prova costantemente a riportare le lancette dell’orologio indietro, che è una cosa molto umana. Qual è il motivo della scelta di questa caratterizzazione del personaggio, che adoro?
Come sapete, l’idea di far vestire i panni di Destino a Reed Richards è di Jonathan Hickman, che lo ha reso una figura tormentata dalle macchinazioni del Creatore e che odia sé stesso così tanto da aver torturato il proprio io per chissà quanto tempo. Io volevo semplicemente portare avanti quell’idea. Per me è diventato il protagonista di una tragedia struggente, con al centro tutto quello che gli manca e tutto quello che sarebbe dovuto essere. E questo, per me, è il vero tema dell’intero universo che Jonathan ha costruito. Credo che lui stesse cercando di distillare quella sensazione che molte persone della mia generazione provano, cioè che ci era stato promesso un futuro migliore e più luminoso, con la certezza che ogni generazione sarebbe stata più sana, più felice e più giusta della precedente, come abbiamo sempre pensato crescendo. E questa cosa non si è realizzata. Non credo si sia realizzata affatto. Penso che molte persone stiano molto peggio oggi rispetto a prima. La sensazione generale è che ci sia stato tolto qualcosa. E quindi Destino è la versione definitiva di tutto questo. Tutti gli Ultimates portano dentro questa sensazione, ma Destino ne è l’incarnazione assoluta. È letteralmente perseguitato dai fantasmi di tutto ciò che non è mai stato, da quei Fantastici Quattro che non sono mai esistiti. Non solo gli è stato strappato via tutto quello che lo definiva, ma è stato anche torturato per un tempo infinito. Gli è stata strappata via perfino quella parte di sé che amava la scoperta scientifica. Gli è stato tolto tutto. Eppure, nonostante tutto quello che gli è stato portato via, continuiamo ad essere testimoni del suo eroismo. Continua a salvare le persone. Continua a preoccuparsi per gli altri. E adoro questa cosa. La adoro. Ho sempre amato Reed Richards come personaggio, ma mi sono davvero innamorato di Destino. È uno dei personaggi che preferisco scrivere.

Comicus (Antonio): Lo stile di Ultimate Endgame è piuttosto diverso da quello di altre tue serie. Contiene diversi elementi rintracciabili negli albi sceneggiati da Jonathan Hickman. Hai discusso il progetto con lui, decidendo, poi, di mantenere vari aspetti della sua scrittura?
Io e John ne abbiamo parlato brevemente. Gli ho descritto le mie idee, anche se, di base, ho dovuto solo collegare tutti i fili narrativi da lui impostati. Dovevo, per esempio, occuparmi del Creatore nella Città e di ciò che proveniva da Ultimate Invasion, la sua run originale, tipo la vicenda relativa a Kang. Dovevo, insomma, rendere giustizia alla sua storia, all’universo da lui creato. Endgame parla sostanzialmente di questo. Ultimates, invece, racconta una ribellione. La rivoluzione sorta in Ultimates è nata dalle mie idee per la serie. Non faceva affatto parte del piano iniziale di John.

Comicus (Luca): Qualche anticipazione su progetti per l’immediato futuro? Qualcosa di cui ci puoi parlare?
Ancora no, però posso dire che c’è qualcosa in arrivo per la DC che probabilmente verrà annunciato al San Diego Comic-Con o in un’altra occasione del genere. E ne sono molto entusiasta. È il mio prossimo progetto con Javier Rodriguez dopo Absolute Martian Manhunter. E siamo molto emozionati. Io ho già iniziato a scriverlo. Lui non ha ancora iniziato a disegnarlo perché sta ancora finendo Absolute Martian Manhunter, ma spero che verrà fuori qualcosa di grandioso.

Grazie Deniz, è stato un piacere.

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I vincitori dei Premi del Palmarès di COMICON 2026

  • Pubblicato in News

Si è svolta sabato 2 maggio, presso l’Auditorium del Teatro Mediterraneo, la cerimonia di premiazione del Palmarès di COMICON Napoli 2026.

La serata ha assegnato undici premi suddivisi tra Premi Micheluzzi, dedicati alle opere italiane, e Premi COMICON per le opere internazionali, a cui si aggiunge il Sophie Castille Award per la migliore traduzione. La giuria era presieduta dalla fumettista Gabriella Giandelli dall’attore e doppiatore Alex Polidori, dalla cantante BigMama, dal saggista Raffaele Alberto Ventura e dall'attrice Caterina Guzzanti. La conduzione è stata affidata a Vincenzo Comunale.

Il Premio Speciale COMICON alla Carriera 2026 è stato conferito al fumettista polacco Grzegorz Rosiński.

Ecco tutti i nomi delle opere e degli autori vincitori dei Premi del Palmarès di COMICON:

PREMI MICHELUZZI (opere italiane)

- Migliore Fumetto: Babbo dove sei?, di Francesca Ghermandi (Canicola Edizioni)
- Migliore Sceneggiatura: Traditori di tutti, di Paolo Bacilieri (Oblomov Edizioni)
- Miglior Disegno:  Punica Fides, di Andrea Bruno (Sputnik Press)
- Migliore Serie: 
Disperanza #1, di Nova, Matteo Grilli e Samuel Spano (Sergio Bonelli Editore)
- Migliore Opera Prima: Una notte da rider, di Arlen (Bao Publishing)
- Nuove Strade - Migliore Autoproduzione: Gli animali religiosi - Volume 1, di Martino Louis


PREMI COMICON (opere straniere e internazionali)

- Migliore Graphic Novel straniero: 
Il nirvana è qui, di Mikael Ross; trad. Federica Vanin (Bao Publishing)
- Migliore Serie straniera: Absolute Martian Manhunter #1-3, di Deniz Camp e Javier Rodriguez; trad. Lorenzo Corti (Panini Comics)
- Migliore edizione di un Classico: La mano verde e altri racconti, di Nicole Claveloux e Édith Zha; trad. Boris Battaglia (Eris Edizioni)
- Giovani Letture: Furiosa, di Geoffroy Monde e Mathieu Burniat; trad. Stefano Andrea Cresti (Tunué)
- Sophie Castille Award - Migliore Traduzione  (Italy): 
Il mio amico Kim Jong-un, di Keum Sun Gendry-Kim; trad. Mary Lou Emberti Gialloreti (Bao Publishing)


Il Comitato di Selezione per i Premi del Palmarès COMICON 2026 è composto da Andrea Antonazzo (giornalista e redattore Fumettologica.it), Federica Lippi (traduttrice e saggista), David Padovani (redattore de Lo Spazio Bianco), Gianluca De Angelis (giornalista Fumo di China, Fumettologica e CGTN), Emilia Di Domenico (libraia, Feltrinelli Napoli), Matteo Stefanelli (Direttore artistico COMICON).

Come riportato dal sito del Comicon, “la selezione del Premio Nuove Strade Miglior Autoproduzione è stata invece affidata ad un gruppo di lavoro specifico, costituito da un membro dello staff del festival e da un rappresentante dell’ente partner Centro Fumetto ‘Andrea Pazienza’ di Cremona. Per il 2026 il gruppo di selezionatori è costituito da: Kevin Scauri, Responsabile della Small Press Area di COMICON; Michele Ginevra, responsabile Centro Fumetto Andrea Pazienza.”

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