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La tempesta. La lega degli straordinari gentlemen, recensione: la fine della saga di Alan Moore e Kevin O'Neill

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Chi, come noi, ha sempre ammirato il genio di Alan Moore, che lo ha costantemente appoggiato nei suoi eccessi contro Marvel e DC o nei suoi atteggiamenti un po’ altezzosi verso le major hollywoodiane, che ha accettato come semplici stramberie di un autore fuori dagli schemi la sua misantropia o il suo bizzarro interesse per magia e occultismo, un articolo del genere non avrebbe mai voluto scriverlo. Sapevamo che il momento prima o poi sarebbe arrivato, ma lo sconforto che in questi ultimi due anni ha seguito ogni annuncio di un ulteriore rinvio per l’uscita de La Tempesta (capitolo finale de La Lega degli Straordinari Gentlemen, la serie che può ormai essere considerata – almeno in ambito fumettistico – il testamento artistico dello scrittore inglese), veniva presto sostituito dal sollievo di sapere che sarebbe passato ancora del tempo prima di avere tra le mani il volume che avrebbe segnato l’addio definitivo del bardo di Northampton alla Nona Arte. Non ce ne vogliano i grandi maestri tuttora in attività, ma non possiamo fare a meno di pensare che, senza un gigante come Alan Moore, il nostro amato mondo delle nuvole parlanti non sarà più lo stesso.

Un’amarezza che ha accompagnato anche la lettura di questa saga conclusiva, dato che, fin dalle pagine iniziali, l’intenzione dell’autore britannico di voler tirare le fila alla sua lunga - e spesso travagliata - carriera, di esaltare i temi a lui cari e, soprattutto, di celebrare l’intero immaginario che ha contribuito in maniera determinante a influenzare il suo lavoro è apparsa più che evidente. E chi conosce la cura maniacale per i dettagli con cui Moore ha sempre caratterizzato la sua scrittura, comprenderà facilmente come, con un preambolo di questo tipo e con poche righe a disposizione, pensare di arrivare a un’analisi accurata de La Tempesta sia un’impresa destinata al sicuro fallimento. Siamo altrettanto certi, tuttavia, che pure una semplice descrizione dei suoi tratti essenziali sia perfettamente in grado di fare emergere la grande ricchezza di contenuti del testo. Un’affermazione che trova immediato riscontro nella trama – al solito acuta e raffinata - che riprende esattamente dal punto in cui si era interrotta nel finale di Century, il precedente capitolo della serie. Vediamo, infatti, Mina Murray, Orlando ed Emma Night giungere a Kor, in Uganda, e immergersi nella sorgente di Ayesha, grazie alla quale l’ormai anziana Night recupera la sua giovinezza e acquisisce il dono dell’immortalità, come successo parecchi anni prima alla stessa Murray. La scena si sposta, quindi, a We nel 2996, dove la soldatessa geneticamente modificata Satin Astro riesce a fuggire nel passato, nel tentativo di impedire gli eventi che hanno portato al suo distopico futuro. E mentre a Londra l’autoproclamato M dei servizi segreti si mette sulle tracce della latitante Night, questa assieme alle sue due nuove compagne prova a trovare rifugio presso l’Isola Lincoln, governata dal pirata Jack Dakkar, pronipote del leggendario Capitano Nemo.

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A coloro che conoscono la Lega degli Straordinari Gentlemen per sommi capi, magari solo per aver visto il (brutto) film che la 20th Century Fox le ha dedicato nel 2003 o a chi si è appassionato alla serie televisiva Penny Dreadful, che riprende alcuni meccanismi narrativi del fumetto, questo breve accenno alla storia raccontata nel volume potrebbe far credere di essere di fronte a qualcosa di simile. In effetti, quando la collana fu concepita nel 1999, come parte del progetto America’s Best Comics, per la Wildstorm di Jim Lee, la premessa sembrava essere proprio quella. All’epoca, Moore, ispirandosi nel nome al film inglese The League of Gentlemen del 1960 - conosciuto in Italia con il titolo Un colpo da otto - e nei contenuti alla Wold Newton Family di Philip José Farmer, ideò un brillante mix tra il fumetto supereroistico (non sfuggirà l’utilizzo del termine “league” come probabile riferimento alla Justice League della DC) e la letteratura di fine Ottocento, immaginando che l’Impero Britannico, per recuperare la preziosissima cavorite (fittizia sostanza in grado di far volare le macchine, menzionata per la prima volta nel romanzo I primi uomini sulla Luna di H. G. Wells), avesse deciso di riunire un gruppo di individui dotati di abilità fuori dal comune. Della formazione facevano parte Mina Murray (ex moglie di Jonathan Harker, uno dei protagonisti del Dracula di Bram Stoker), l’esploratore e abilissimo cacciatore Allan Quatermain (un personaggio di Henry Rider Haggard), il Capitano Nemo (il noto comandante del Nautilus, apparso in Ventimila leghe sotto i mari), il mostruoso Edward Hyde (alter-ego del Dott. Henry Jekill, dal racconto di Robert Louis Stevenson) e Hawley Griffin (l’uomo invisibile dell’omonimo romanzo di H.G. Wells). In altre parole, lo scrittore di Watchmen suggeriva che il concetto di superuomo, diventato popolarissimo negli Stati Uniti alla fine degli anni Trenta, ma già intravisto qualche anno prima in alcuni degli eroi dei pulp magazine, discendesse da una naturale tendenza dell’uomo a immaginare esseri eccezionali, che in un’intervista per CBR del 2007, l’autore ha fatto addirittura risalire alla mitologia greca.

Questa convinzione ha trovato via via sempre maggiore spazio all’interno della serie, cominciando a concretizzarsi nel Black Dossier, sorta di intermezzo tra la seconda avventura della Lega (quella che si rifà alla Guerra dei mondi di Wells) e Century, in cui Moore, libero dalle restrizioni della DC - dove, nel frattempo, si era accasata la Wildstorm - in seguito all’ennesimo litigio con i suoi vertici, allargò di molto il campo delle sue fonti, iniziando a includere pure il teatro, il cinema, la televisione e il fumetto stesso, attraverso una prosa più cervellotica e una narrazione, a tratti, davvero difficile da seguire. Inoltre, anche la sua caustica irriverenza, tenuta parzialmente a freno nei primi due capitoli, cominciò a manifestarsi con forza, fino a esplodere proprio nel finale di Century, nel quale il campione della cultura pop di allora, il maghetto Harry Potter, veniva trasformato nientemeno che nell’Anticristo, destinato, per giunta, a soccombere per mano di una manifestazione di Dio con le fattezze di Mary Poppins.

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Ed eccoci, infine, a La Tempesta, dove l’inno che l’autore inglese ha scelto di comporre per glorificare la fantasia dell’uomo raggiunge il suo apice. La vicenda è, se possibile, ancora più complessa e stravolge del tutto l’assunto di base della serie, abbattendo definitivamente la già esile barriera che separava realtà e finzione, tanto che, dopo poche pagine cominciamo a vedere le opere di William Shakespeare condividere lo spazio con semplici filastrocche per bambini, i romanzi di Virginia Woolf mescolati alle canzoni dei Beatles, il feuilleton di fine Ottocento trasfigurato nelle avventure di misconosciuti supereroi britannici del secondo dopoguerra, i protagonisti dei viaggi straordinari di Jules Verne confondersi con gli alieni di Star Trek e avanti così fino al deflagrante finale, certi di aver perso chissà quanti altri dettagli o riferimenti nascosti. Ciò nonostante, quello che lascia davvero stupefatti, non è l’enorme numero di personaggi coinvolti o tutti gli scenari messi in campo, ma il fatto che Moore riesca sempre a rimanere saldamente ancorato alla trama, senza dare mai l’impressione di perdersi in divagazioni fini a sé stesse. Ogni rimando, omaggio, allusione mostra costantemente di avere una sua ragion d’essere, pur essendo parte di una fantasmagorica allegoria, dove le tavole liberty di Little Nemo si uniscono alle scenografie in 3D del Mondo Fiammeggiante o dove le patinate immagini dei fotoromanzi arrivano a convivere con l’umorismo scorretto di strip inglesi ormai dimenticate.

E in questa magnificazione della creatività, perfino la crescente disillusione dello scrittore nei confronti del fumetto contemporaneo sembra attenuarsi, relegando il suo livore verso la cupidigia dei grandi editori al ricordo di alcuni cartoonist britannici finiti nell’oblio (ai quali è dedicata una rubrica all’inizio di ogni episodio), mentre il suo sarcasmo e il suo gusto per lo scherno vengono dirottati nell’esilarante finta pagina della posta che chiude ogni albo, in cui Moore prende amabilmente in giro le improbabili missive dei giovani lettori di una volta. L’autore inglese, tuttavia, non resiste alla tentazione di mostrare cosa pensi dell’utilizzo continuo di tematiche strabusate o dell’eterno sfruttamento dei soliti character, così come non esita a evidenziare con enfasi a quali personaggi vadano le sue preferenze, sulla base di quanto aveva già fatto trasparire nel Black Dossier. Esemplare, in proposito, è lo scontro finale tra James Bond (mai chiamato con il suo nome per intero, per ovvi motivi di copyright, ma solo Sir James o Jimmy) ed Emma Night (ovvero la Emma Peel di Agente Speciale), dove è la seconda a prevalere e a cui Moore fa dire: “Jimmy… hai avuto una bella vita, ma è finita da tempo”, lasciando intendere di non gradire affatto il continuo apparire di nuove incarnazioni dell’agente 007, tanto da spingersi a ridicolizzare platealmente i sei attori che finora ne hanno vestito i panni al cinema. Alla fine, però, è il richiamo nostalgico a predominare su tutto, nella consapevolezza che il fumetto che lui ha tanto amato e con il quale è cresciuto non esiste più. Da qui le copertine degli albi che omaggiano alcune storiche testate inglesi (similmente a quello che lo scrittore britannico aveva già fatto con i comic book in Tom Strong – di cui La Tempesta ne raccoglie e ne espande le intenzioni – e ancora prima con la stravagante miniserie 1963) o le schede in stile Who’s Who dedicate ai membri dei Seven Stars, poste nella quarta di copertina di ogni numero. Fino ad arrivare alle battute conclusive, dove, con le nozze tra Capitan Universo ed Electro-Girl, Moore cita apertamente uno dei più noti matrimoni di casa Marvel, quello tra Mr. Fantastic e la Donna Invisibile, riproponendo la celebre gag meta-fumettistica nella quale a Stan Lee e Jack Kirby non veniva permesso di partecipare ai festeggiamenti.

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Ci sarebbe ancora moltissimo da dire sulla sceneggiatura, ma così facendo, rischieremmo di non dare la giusta importanza ai disegni di Kevin O'Neill, pure lui all’ultimo lavoro importante della sua carriera con La Tempesta (dopo la quale si è limitato a realizzare qualche copertina e a illustrare alcune pagine del libro di magia che, nel frattempo, il buon Alan ha realizzato in coppia con Steve Moore), alla cui riuscita, è bene sottolinearlo, il suo contributo è risultato più che determinante. Se, infatti, nei primi due capitoli, pur continuando a rappresentare i personaggi attraverso le sue tipiche figure oblunghe, distorte e spigolose - con un occhio inevitabilmente rivolto anche all’iconografia vittoriana -, le tavole abbracciavano distintamente le atmosfere steampunk volute da Moore, già nel Black Dossier e ancora di più in Century, avevamo assistito a un progressivo mutamento del suo stile, per adattarlo al nuovo assetto deciso dallo scrittore per la serie. Ne La Tempesta la metamorfosi giunge a compimento e O’Neill recupera del tutto la sua propensione per il grottesco e per la caricatura. Inoltre, le vignette si riempiono di dettagli surreali, improbabili geometrie, effetti a metà tra il cubismo e l’espressionismo (e per quanto riguarda questo aspetto, complimenti ai grafici della Bao Publishing per essere riusciti nel non facile compito di mantenere nell’edizione italiana le suggestioni dell’opera originale), e il tratto del disegnatore di Marshal Law si trasforma spesso in maniera radicale, pur di emulare quello dei numerosissimi autori evocati dal suo partner creativo, preda, come detto, di un furore citazionista senza limiti. Un cambiamento che di frequente diventa così repentino e vorticoso, da rendere inevitabile la presenza di alcune incertezze e semplificazioni nei personaggi, di cui a farne le spese sono soprattutto le tre protagoniste, le quali, a volte, se non fosse per i diversi abiti che indossano, sarebbero quasi indistinguibili. Un’approssimazione che ci sentiamo tranquillamente di perdonargli, anche perché non influenza minimamente la qualità complessiva del suo lavoro, dove, peraltro, è evidente il divertimento con cui l’artista britannico ha assecondato ogni idea balzana passata per la testa di Moore. Anzi, a volte si ha persino l’impressione che O’Neill ci abbia messo molto del suo. Basti vedere, per esempio, la vignetta che mostra l’emergere del Signore di Marte, nella quale si riconoscono tutti i più importanti “marziani” della fiction, compresi quelli delle figurine di Mars Attacks!, riportati in auge da Tim Burton nel film omonimo del 1996.

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E con quest’ultima annotazione è giunto anche per noi il momento di calare il sipario. Inutile dire che sarà difficile, per qualche tempo, non provare un pizzico di malinconia ogni volta che vedremo i fumetti di Moore spuntare dalla nostra libreria, oppure resistere all’impulso di rileggere qualche pagina di V for vendetta all’apparire della maschera di Guy Fawkes dopo l’ennesimo attacco informatico messo a segno da Anonymous. Eppure – lo confessiamo – ancora più arduo sarà, in entrambi i casi, riuscire a trattenerci dal rivolgere gli occhi verso il cielo, sperando di poter arrivare con lo sguardo fino alla Nube di Oort e di scorgere Edward Hyde e Mina Murray impegnati nel loro ballo senza fine.

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Troppo facile amarti in vacanza, recensione: ciò che è lontano, è molto vicino

COVER TROPPO FACILE AMARTI IN VACANZA

Il titolo del nuovo graphic novel ad opera di Giacomo Bevilacqua fin da subito richiama ad un tipo particolare di mood che tutti abbiamo provato (e ancora proveremo): quella sensazione di benessere dovuto alla “vacanza” non necessariamente identificata come “ferie” ma quello stato d’animo di pausa dalla propria vita. Ed è chiaro che quando si è trovati quel piccolo atollo di serenità, tutto sembra più “facile”. Il problema è, prima o poi, si deve tornare alla realtà. E la realtà in cui vive Linda – la protagonista del volume – non è certo quella più idilliaca: l’Italia scaraventata in un futuro distopico non ben precisato. La nostra nazione non è più la stessa, semi-deserta, abbandonata, in cui la natura si è riappropriata dei propri spazi. Un Paese che sembra non appartenere più al suo popolo o, quantomeno, ad un popolo che non si sia abbandonato ai più biechi istinti, preda di pulsioni o vacui ideali.

Linda decide di abbandonare la città di Roma, l’appartamento “sicuro” in cui viveva e, con il suo cane Follia, dirigersi al “confine”. Come in ogni viaggio on the road in un contesto distopico, Linda dovrà affrontare sfide, subirà incontri/scontri e dovrà dimostrare a se stessa la forza necessaria per sopravvivere in un mondo ormai irriconoscibile. Il viaggio di Linda è un percorso doloroso in cui lei stessa – e il lettore – si ritroverà davanti ai drammatici mutamenti e (de)evoluzioni sociali occorsi al Paese. Ed è proprio qui che risiede la forza del volume: è davvero un futuro così distopico? Sicuramente non è lontano. E non solo per le ambientazioni che Bevilacqua sceglie di tratteggiare, lontano dalla fantascienza, ma estremamente vicini a noi. Ciò che Linda – come un novello Virgilio – porta in superficie con il suo cammino è la dimostrazione di come basti poco perché sentimenti universali di humanitas o di rispetto nei confronti del mondo che ci ospita vengano respinti in favore di individualismi psicologicamente o fisicamente ferini.

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L’Italia di Bevilacqua è l’Italia dei vecchi arcigni, sopraffattori, legati a vestigia di una cultura in rovina che manda (o ha già mandato) al macero il futuro. E questo, è un tema, drammaticamente attuale. Inserirlo, però, in uno spaccato futuribile, rende ancora più inquietante l’atmosfera che si respira durante il viaggio di Linda.
E la ragazzina protagonista incarna quella voce, troppo spesso silente, di rabbia che alberga in chi è stanco di vivere in una società morente che incancrenisce chi è sano. Da qui la necessità, anche questa troppo spesso accantonata, di una “vacanza” da se stessi e dal mondo. Ma l’autore lo ricorda molto chiaramente al lettore, partendo proprio dal titolo, che è tutto più semplice quando si è lontani dai problemi. Ma la vacanza non serve a ricordare quanto è complicato il mondo che ci circonda, quanto, piuttosto, a sancire che noi facciamo parte di questo mondo e, solo noi, possiamo intervenire per cambiarlo.

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A questa atmosfera densa, conflittuale e drammatica, Bevilacqua sceglie, in contrapposizione, di utilizzare una palette di colori chiari. Non solo: gli edifici e la natura sono quasi sempre colpiti da un sole caldo, poco dalla pioggia. Linda cammina tra paesaggi in cui la trasparenza dell’acqua e dell’aria sembrano quasi voler suggerire che il problema del mondo è proprio di chi ci abita. Di grande fascino ed intensità sono gli sfondi: il paesaggio, l’Italia con la sua meravigliosa natura e gli straordinari edifici storico-artistici, da un lato accoglie la storia, dall’altro diventa soggetto dell’occhio del lettore. L’autore tratteggia con eleganza personaggi (anche quelli più abietti), dedicando, sicuramente, la maggior parte della sua attenzione alla giovane Linda, guerriera di un mondo che non le appartiene più e che, con pochi semplici tratti di “matita” dell’autore, riesce a mostrarsi in tutte le sue complesse stratificazioni caratteriali ed emotive.

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Edito dalla Bao Publishing, Troppo facile amarti in vacanza, è raccolto in uno straordinario volume cartonato di grande pregio, con pagine lucide che esaltano straordinariamente i colori dell’autore e serra la divisone in capitoli con la grande attenzione grafica di segnalarli quasi come se fossero titoli cinematografici, attraverso grandi font colorati e altrettanto colorati icone disegnate ricorrenti nel viaggio di Linda.

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Le Maldicenze, recensione: il ponte tra passato e presente

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Flavia Biondi è chiara fin da subito: leggendo Le Maldicenze, il lettore si troverà davanti l’autrice di dieci anni fa. Con tutte le conseguenze del caso. Immaturità artistica? Criticità identitarie? Avida urgenza espressiva? Queste sono solo alcune delle riflessioni che l’autrice compie nell’introduzione a vignette del volume. Ma oltre la patina di espressività sicuramente ancora acerba, si legge con forza la matura consapevolezza del proprio contesto ed una straordinaria capacità di lettura del presente in funzione del futuro. Guardare al passato serve sempre a comprendere il proprio presente, il proprio percorso e gettare le basi per il futuro: un cammino artistico maturativo intercorso nell’arco di tempo dei dieci anni. Questa riflessione vale tanto per Flavia Biondi, quanto per le sue creature fumettistiche raccolte da Le Maldicenze.
Il volume, difatti, racchiude le due “opere prime” dell'artista: Barba di Perle e L’Orgoglio di Leone. Entrambe sono accomunate da un complesso, quanto straordinariamente universale, concetto: l’accettazione di sé.

Nel primo racconto ci troviamo a seguire Santo nella lotta interiore contro i luoghi comuni, talmente radicati nel tessuto sociale e nell’immaginario collettivo, da aver invaso anche l’identità del ragazzo stesso: può un ragazzo, un “maschio”, indossare delle perle per il solo piacere di farlo? Essere libero di farlo con sé stesso, prima che con gli altri? Tralasciando l’ovvia risposta affermativa, è chiaro come il racconto metta il gioiello come oggetto simbolico: ognuno di noi ha le proprie “perle” con cui deve scendere a patti, il proprio io taciuto a sé stessi, in contraddizione con l’aspettativa sociale radicata nella cultura sociale che ci ha cresciuto.

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Il secondo racconto vede Thomas come protagonista. Al contrario di Santo, il critico letterario tratteggiato da Biondi vuole aderire all'immaginario collettivo: lavoro ben pagato a Milano, fidanzata magra e bella, amato dai futuri suoceri e accettato dalla sua famiglia. Per farlo deve nascondere la propria omosessualità. Non solo agli altri, ma anche a sé stesso: pur avendo rapporti con altri uomini, non “crede” al proprio orientamento sessuale, lo interpreta come uno sfogo, come una dipendenza, dalla quale potrà uscirne.

La fortuna di Santo e di Thomas, è quella di potersi confrontare con chi un percorso di consapevolezza e autodeterminazione l’ha già intrapreso. Chiaramente la rispettiva controparte del singolo protagonista ha un ruolo differente nella vita dell’altro, e il suo percorso di accettazione ha avuto evoluzioni e sorti differenti. Ma entrambi fungono da soglia esplorativa verso l’autocritica identitaria.
Quelli che, ad una lettura preliminare, possono sembrare racconti sull’identità sessuale, sono, al contrario, molto più stratificati. Biondi, nella sua introduzione che, senza dubbio opera come bussola orientativa per la lettura delle sue storie, parla di “empatia”. Tale capacità – purtroppo, troppo drammaticamente, dimenticata – permette al lettore, a prescindere dal proprio orientamento sessuale o dal proprio grado di autoconsapevolezza, di legarsi e comprendere tanto Santo, quanto Thomas.

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Biondi, nell’esigenza di esporsi attraverso temi e riflessioni che, negli anni della stesura delle storie, alimentavano il proprio vissuto personale e artistico, ha raccontato sia di un coming out che di un outing. Ma nel farlo, ha affrontato il tema dell’accettazione di sé in un contesto sociale in aperta opposizione. Chiunque, nella propria vita, ha dovuto scontrarsi con un contesto sociale – piccolo, grande o pubblico che sia – trovandosi in contrasto con questo. E la grandezza di queste piccole, grandi storie risiede proprio nella capacità di cogliere quella sensazione: il cortocircuito che nasce tra ciò che l’ambiente ci impone o tramanda e il proprio io che, però, è spesso la prima vittima dall’ambiente stesso.

I due racconti non potevano che essere tratteggiati con l’elegante sintesi del disegno. Nonostante si percepisca – in confronto alle opere seguenti dell’autrice – un segno leggermente acerbo, questo è assolutamente funzionale alla necessità narrativa. Biondi fornisce il luogo – sempre riconoscibile – con pochi, chiari elementi, e affida all’articolata sintesi espressiva e gestuale, l’arduo compito di ricostruire il vissuto emozionale dei personaggi. L’utilizzo dei toni di grigio permette alla Biondi di modellare le figure giocando con le ombre e con i piani per rafforzare l’atmosfera narrativa delle varie scene.

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Il volume cartonato edito da Bao Publishing non può che rendere onore ai due racconti a fumetti. La veste editoriale, di grande formato e dalla corposa foliazione, concede alle tavole il giusto ampio respiro, permettendo al lettore di soffermarsi sulle tavole, sui balloon, di concentrarsi sui protagonisti. Dopotutto, questi, non sono solo specchio della loro autrice, ma specchio di tutti noi. Nel bene o nel male, sia quando c’è un lieto fine, sia quando questo è amaro.

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La Belgica 1-2, recensione: il viaggio inaspettato ma necessario

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La Belgica fu un veliero realmente esistito che, sul finire del ‘800, intraprese uno straordinario e pericoloso viaggio verso l’Antartide. Fu un’impresa difficile che mise a dura prova l’equipaggio e l’imbarcazione stessa, espressione del massimo spirito pionieristico dell’epoca, capace di essere tuttora materia di studio per comprendere le sollecitazioni di un gruppo di persone in situazioni estreme.
Chi erano questi marinai? Chi era il loro capitano? Quali erano i nomi dell’equipaggio formato da 19 membri?
Toni Bruno (Da quassù la Terra è bellissima) ha trovato per il lettore queste risposte. Eppure, per l’autore, sono risposte poco soddisfacenti. La Belgica non è solo una nave, è simbolo delle aspirazioni, del coraggio, dell’intraprendenza dell’uomo, ma allo stesso tempo metafora di contraddizioni emotive ed identitarie. Per questa ragione Bruno ha potuto inserire nel suo racconto un ventesimo membro dell’equipaggio, che si facesse portavoce di queste tensioni narrative: Jean, un ragazzo che vive come può nella lugubre città di Ostenda, in Belgio. Convinto, da alcuni sodali, a depredare La Belgica ormeggiata al porto, per un fortuito caso, egli rimarrà a bordo mentre questa ha intrapreso il suo viaggio verso i ghiacci dell’Antartide. La sua vita da clandestino ha breve vita e Jean diventa presto un mozzo. Ma il ragazzo non ha lasciato ad Ostenda solo una vita di difficoltà, ha lasciato Claire, la donna che ama e che lo aspetta.

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Ciò che costruisce Bruno non è un mero racconto dal sapore avventuroso e dai risvolti romantici: tali elementi ne sono la fascinosa impalcatura narrativa. L’autore, difatti, ponendo Jean come un ottocentesco Ulisse – e Claire la sua Penelope – ne approfitta per raccontare un viaggio emotivo, una dolorosa, lenta e colpevolizzata comprensione di se stessi.
Nel primo volume – non a caso omericamente intitolato “Il canto delle sirene” – come i classici eroi d’avventura, i due protagonisti, affrontano un viaggio fatto di tappe, sono costantemente costretti a superare delle soglie. La “soglia”, nel sapiente racconto di Bruno, diventa lo strumento per scandire il tempo, lo spazio e le prove emotive ed identitarie dei personaggi.
La Belgica traghetta Jean a cavallo di due secoli, traversando mari e costeggiando continenti, lo costringe a superare limiti fisici e a oltrepassare le proprie contraddizione identitarie. Il ragazzo è il cardine attorno a cui l'autore costruisce l’impianto di tutti gli altri personaggi, dal cane Sno agli amici che lo cercano, ai vari membri dell’equipaggio. Ma è senz’altro con Claire che Bruno imbastisce le scene maggiormente poetiche ed evocative: un rapporto non vissuto, un dialogo a distanza dove, però, manca comunicazione, un amore messo alle strette dagli eventi e dal tempo.

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Non è la sola strutturazione dei personaggi ad accogliere il lettore su La Belgica. Toni Bruno esprime nei volumi tutto il suo amore per la veridicità storica. Pochi accenni grafici, poche battute e immediatamente si viene catapultati a più di un secolo fa, in un contesto sociale e culturale tanto distante. Eppure, la straordinaria capacità narrativa dell’autore risiede nell’abilità di mostrare come determinate traiettorie emotive superino anche i confini temporali e geografici. E anche il lettore si ritrova a superare delle soglie, a viaggiare nella propria identità insieme a Jean e Claire, anch’egli sulla Belgica.
La nave, difatti, si mostra non tanto come vascello fisico, quanto scrigno dei più diversificati sentimenti dell’uomo a cui tutti i personaggi a modo loro sono legati. Dopotutto, e Jean e Claire ne sono portavoce, la costante ricerca nel migliorarsi, parte sempre dalla stratificazione di emozioni che costituiscono l’identità di chiunque: desiderio, paura, amore, bisogno di riscatto, speranza.

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Chiaramente, come la vista spesso e drammaticamente non smette di ricordare, non tutti i tasselli andranno sempre al proprio posto. Ma con i due straordinari volumi de La Belgica, Toni Bruno richiama il lettore all’importanza fondamentale di superare le diverse soglie che troverà sul proprio cammino e per farlo avrà bisogno della propria Belgica, una nave capace di traghettare verso l’ignoto – e il nome del secondo volume “La melodia dei ghiacci” ha quel sentore lovecraftiano legato all’ignoto – perché è lì che troverà le risposte. Parafrasando il sociologo Joseph Campbell, è lo stesso autore a palesare tale intento: il tesoro che stai cercando è proprio nella caverna dove non vuoi entrare.

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Un lungo racconto di tale intensità non poteva che essere raccontato con grande raffinatezza grafica. Bruno ha scelto delle mezzetinte: acquerellando con un inchiostro scuro restituisce il lungo inverno emotivo dei personaggi, restituendo contemporaneamente quell’aura di “antichità” che accompagna i diari autografi di fine ottocento. Il tratto grafico sintetico, lontano da un altrimenti inutile fotorealismo, non è di certo caricaturale, ma si pone giusto a metà: i personaggi e gli ambienti vivono di una trattazione essenziale e delicata estremamente evocativa e potente nei momenti drammatici, ma che si abbandona a qualche leggera deformazione per le situazioni più leggere. Le tavole si presentano con una griglia che non si concede a particolari o ardite composizioni. Bruno serra i momenti e il ritmo con una misurata cadenza di tempi, dilatandoli e sviluppando la narrazione come frame cinematografici.

La veste editoriale proposta da Bao Publishing fa da perfetto scrigno ai volumi de La Belgica: cartonati di grande pregio sono corredate da dietro le quinte scritte dall’autore, schizzi preparatori, schede dei personaggi e, soprattutto, dalle numerose suggestioni che hanno portato Bruno alla stesura del suo racconto.
Postilla di grande fascino: accostate le copertine dei due volumi, Jean e Claire, in un contesto differente, descritti da un colore differente, si guardano, lui ha una busta di lettere in mano, lei la lettere aperta. Tra loro non parlano, eppure, il dialogo tanto cercato potrebbe avere inizio.

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