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Troppo facile amarti in vacanza, recensione: ciò che è lontano, è molto vicino

COVER TROPPO FACILE AMARTI IN VACANZA

Il titolo del nuovo graphic novel ad opera di Giacomo Bevilacqua fin da subito richiama ad un tipo particolare di mood che tutti abbiamo provato (e ancora proveremo): quella sensazione di benessere dovuto alla “vacanza” non necessariamente identificata come “ferie” ma quello stato d’animo di pausa dalla propria vita. Ed è chiaro che quando si è trovati quel piccolo atollo di serenità, tutto sembra più “facile”. Il problema è, prima o poi, si deve tornare alla realtà. E la realtà in cui vive Linda – la protagonista del volume – non è certo quella più idilliaca: l’Italia scaraventata in un futuro distopico non ben precisato. La nostra nazione non è più la stessa, semi-deserta, abbandonata, in cui la natura si è riappropriata dei propri spazi. Un Paese che sembra non appartenere più al suo popolo o, quantomeno, ad un popolo che non si sia abbandonato ai più biechi istinti, preda di pulsioni o vacui ideali.

Linda decide di abbandonare la città di Roma, l’appartamento “sicuro” in cui viveva e, con il suo cane Follia, dirigersi al “confine”. Come in ogni viaggio on the road in un contesto distopico, Linda dovrà affrontare sfide, subirà incontri/scontri e dovrà dimostrare a se stessa la forza necessaria per sopravvivere in un mondo ormai irriconoscibile. Il viaggio di Linda è un percorso doloroso in cui lei stessa – e il lettore – si ritroverà davanti ai drammatici mutamenti e (de)evoluzioni sociali occorsi al Paese. Ed è proprio qui che risiede la forza del volume: è davvero un futuro così distopico? Sicuramente non è lontano. E non solo per le ambientazioni che Bevilacqua sceglie di tratteggiare, lontano dalla fantascienza, ma estremamente vicini a noi. Ciò che Linda – come un novello Virgilio – porta in superficie con il suo cammino è la dimostrazione di come basti poco perché sentimenti universali di humanitas o di rispetto nei confronti del mondo che ci ospita vengano respinti in favore di individualismi psicologicamente o fisicamente ferini.

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L’Italia di Bevilacqua è l’Italia dei vecchi arcigni, sopraffattori, legati a vestigia di una cultura in rovina che manda (o ha già mandato) al macero il futuro. E questo, è un tema, drammaticamente attuale. Inserirlo, però, in uno spaccato futuribile, rende ancora più inquietante l’atmosfera che si respira durante il viaggio di Linda.
E la ragazzina protagonista incarna quella voce, troppo spesso silente, di rabbia che alberga in chi è stanco di vivere in una società morente che incancrenisce chi è sano. Da qui la necessità, anche questa troppo spesso accantonata, di una “vacanza” da se stessi e dal mondo. Ma l’autore lo ricorda molto chiaramente al lettore, partendo proprio dal titolo, che è tutto più semplice quando si è lontani dai problemi. Ma la vacanza non serve a ricordare quanto è complicato il mondo che ci circonda, quanto, piuttosto, a sancire che noi facciamo parte di questo mondo e, solo noi, possiamo intervenire per cambiarlo.

TROPPO FACILE AMARTI IN VACANZA 2

A questa atmosfera densa, conflittuale e drammatica, Bevilacqua sceglie, in contrapposizione, di utilizzare una palette di colori chiari. Non solo: gli edifici e la natura sono quasi sempre colpiti da un sole caldo, poco dalla pioggia. Linda cammina tra paesaggi in cui la trasparenza dell’acqua e dell’aria sembrano quasi voler suggerire che il problema del mondo è proprio di chi ci abita. Di grande fascino ed intensità sono gli sfondi: il paesaggio, l’Italia con la sua meravigliosa natura e gli straordinari edifici storico-artistici, da un lato accoglie la storia, dall’altro diventa soggetto dell’occhio del lettore. L’autore tratteggia con eleganza personaggi (anche quelli più abietti), dedicando, sicuramente, la maggior parte della sua attenzione alla giovane Linda, guerriera di un mondo che non le appartiene più e che, con pochi semplici tratti di “matita” dell’autore, riesce a mostrarsi in tutte le sue complesse stratificazioni caratteriali ed emotive.

TROPPO FACILE AMARTI IN VACANZA 3

Edito dalla Bao Publishing, Troppo facile amarti in vacanza, è raccolto in uno straordinario volume cartonato di grande pregio, con pagine lucide che esaltano straordinariamente i colori dell’autore e serra la divisone in capitoli con la grande attenzione grafica di segnalarli quasi come se fossero titoli cinematografici, attraverso grandi font colorati e altrettanto colorati icone disegnate ricorrenti nel viaggio di Linda.

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Le Maldicenze, recensione: il ponte tra passato e presente

le maledicenze 0

Flavia Biondi è chiara fin da subito: leggendo Le Maldicenze, il lettore si troverà davanti l’autrice di dieci anni fa. Con tutte le conseguenze del caso. Immaturità artistica? Criticità identitarie? Avida urgenza espressiva? Queste sono solo alcune delle riflessioni che l’autrice compie nell’introduzione a vignette del volume. Ma oltre la patina di espressività sicuramente ancora acerba, si legge con forza la matura consapevolezza del proprio contesto ed una straordinaria capacità di lettura del presente in funzione del futuro. Guardare al passato serve sempre a comprendere il proprio presente, il proprio percorso e gettare le basi per il futuro: un cammino artistico maturativo intercorso nell’arco di tempo dei dieci anni. Questa riflessione vale tanto per Flavia Biondi, quanto per le sue creature fumettistiche raccolte da Le Maldicenze.
Il volume, difatti, racchiude le due “opere prime” dell'artista: Barba di Perle e L’Orgoglio di Leone. Entrambe sono accomunate da un complesso, quanto straordinariamente universale, concetto: l’accettazione di sé.

Nel primo racconto ci troviamo a seguire Santo nella lotta interiore contro i luoghi comuni, talmente radicati nel tessuto sociale e nell’immaginario collettivo, da aver invaso anche l’identità del ragazzo stesso: può un ragazzo, un “maschio”, indossare delle perle per il solo piacere di farlo? Essere libero di farlo con sé stesso, prima che con gli altri? Tralasciando l’ovvia risposta affermativa, è chiaro come il racconto metta il gioiello come oggetto simbolico: ognuno di noi ha le proprie “perle” con cui deve scendere a patti, il proprio io taciuto a sé stessi, in contraddizione con l’aspettativa sociale radicata nella cultura sociale che ci ha cresciuto.

LE MALDICENZE p7

Il secondo racconto vede Thomas come protagonista. Al contrario di Santo, il critico letterario tratteggiato da Biondi vuole aderire all'immaginario collettivo: lavoro ben pagato a Milano, fidanzata magra e bella, amato dai futuri suoceri e accettato dalla sua famiglia. Per farlo deve nascondere la propria omosessualità. Non solo agli altri, ma anche a sé stesso: pur avendo rapporti con altri uomini, non “crede” al proprio orientamento sessuale, lo interpreta come uno sfogo, come una dipendenza, dalla quale potrà uscirne.

La fortuna di Santo e di Thomas, è quella di potersi confrontare con chi un percorso di consapevolezza e autodeterminazione l’ha già intrapreso. Chiaramente la rispettiva controparte del singolo protagonista ha un ruolo differente nella vita dell’altro, e il suo percorso di accettazione ha avuto evoluzioni e sorti differenti. Ma entrambi fungono da soglia esplorativa verso l’autocritica identitaria.
Quelli che, ad una lettura preliminare, possono sembrare racconti sull’identità sessuale, sono, al contrario, molto più stratificati. Biondi, nella sua introduzione che, senza dubbio opera come bussola orientativa per la lettura delle sue storie, parla di “empatia”. Tale capacità – purtroppo, troppo drammaticamente, dimenticata – permette al lettore, a prescindere dal proprio orientamento sessuale o dal proprio grado di autoconsapevolezza, di legarsi e comprendere tanto Santo, quanto Thomas.

LE MALDICENZE p13

Biondi, nell’esigenza di esporsi attraverso temi e riflessioni che, negli anni della stesura delle storie, alimentavano il proprio vissuto personale e artistico, ha raccontato sia di un coming out che di un outing. Ma nel farlo, ha affrontato il tema dell’accettazione di sé in un contesto sociale in aperta opposizione. Chiunque, nella propria vita, ha dovuto scontrarsi con un contesto sociale – piccolo, grande o pubblico che sia – trovandosi in contrasto con questo. E la grandezza di queste piccole, grandi storie risiede proprio nella capacità di cogliere quella sensazione: il cortocircuito che nasce tra ciò che l’ambiente ci impone o tramanda e il proprio io che, però, è spesso la prima vittima dall’ambiente stesso.

I due racconti non potevano che essere tratteggiati con l’elegante sintesi del disegno. Nonostante si percepisca – in confronto alle opere seguenti dell’autrice – un segno leggermente acerbo, questo è assolutamente funzionale alla necessità narrativa. Biondi fornisce il luogo – sempre riconoscibile – con pochi, chiari elementi, e affida all’articolata sintesi espressiva e gestuale, l’arduo compito di ricostruire il vissuto emozionale dei personaggi. L’utilizzo dei toni di grigio permette alla Biondi di modellare le figure giocando con le ombre e con i piani per rafforzare l’atmosfera narrativa delle varie scene.

LE MALDICENZE p19

Il volume cartonato edito da Bao Publishing non può che rendere onore ai due racconti a fumetti. La veste editoriale, di grande formato e dalla corposa foliazione, concede alle tavole il giusto ampio respiro, permettendo al lettore di soffermarsi sulle tavole, sui balloon, di concentrarsi sui protagonisti. Dopotutto, questi, non sono solo specchio della loro autrice, ma specchio di tutti noi. Nel bene o nel male, sia quando c’è un lieto fine, sia quando questo è amaro.

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La Belgica 1-2, recensione: il viaggio inaspettato ma necessario

COVER LA BELGICA 1

La Belgica fu un veliero realmente esistito che, sul finire del ‘800, intraprese uno straordinario e pericoloso viaggio verso l’Antartide. Fu un’impresa difficile che mise a dura prova l’equipaggio e l’imbarcazione stessa, espressione del massimo spirito pionieristico dell’epoca, capace di essere tuttora materia di studio per comprendere le sollecitazioni di un gruppo di persone in situazioni estreme.
Chi erano questi marinai? Chi era il loro capitano? Quali erano i nomi dell’equipaggio formato da 19 membri?
Toni Bruno (Da quassù la Terra è bellissima) ha trovato per il lettore queste risposte. Eppure, per l’autore, sono risposte poco soddisfacenti. La Belgica non è solo una nave, è simbolo delle aspirazioni, del coraggio, dell’intraprendenza dell’uomo, ma allo stesso tempo metafora di contraddizioni emotive ed identitarie. Per questa ragione Bruno ha potuto inserire nel suo racconto un ventesimo membro dell’equipaggio, che si facesse portavoce di queste tensioni narrative: Jean, un ragazzo che vive come può nella lugubre città di Ostenda, in Belgio. Convinto, da alcuni sodali, a depredare La Belgica ormeggiata al porto, per un fortuito caso, egli rimarrà a bordo mentre questa ha intrapreso il suo viaggio verso i ghiacci dell’Antartide. La sua vita da clandestino ha breve vita e Jean diventa presto un mozzo. Ma il ragazzo non ha lasciato ad Ostenda solo una vita di difficoltà, ha lasciato Claire, la donna che ama e che lo aspetta.

LA BELGICA 2 p 1

Ciò che costruisce Bruno non è un mero racconto dal sapore avventuroso e dai risvolti romantici: tali elementi ne sono la fascinosa impalcatura narrativa. L’autore, difatti, ponendo Jean come un ottocentesco Ulisse – e Claire la sua Penelope – ne approfitta per raccontare un viaggio emotivo, una dolorosa, lenta e colpevolizzata comprensione di se stessi.
Nel primo volume – non a caso omericamente intitolato “Il canto delle sirene” – come i classici eroi d’avventura, i due protagonisti, affrontano un viaggio fatto di tappe, sono costantemente costretti a superare delle soglie. La “soglia”, nel sapiente racconto di Bruno, diventa lo strumento per scandire il tempo, lo spazio e le prove emotive ed identitarie dei personaggi.
La Belgica traghetta Jean a cavallo di due secoli, traversando mari e costeggiando continenti, lo costringe a superare limiti fisici e a oltrepassare le proprie contraddizione identitarie. Il ragazzo è il cardine attorno a cui l'autore costruisce l’impianto di tutti gli altri personaggi, dal cane Sno agli amici che lo cercano, ai vari membri dell’equipaggio. Ma è senz’altro con Claire che Bruno imbastisce le scene maggiormente poetiche ed evocative: un rapporto non vissuto, un dialogo a distanza dove, però, manca comunicazione, un amore messo alle strette dagli eventi e dal tempo.

LA BELGICA 2 p 2

Non è la sola strutturazione dei personaggi ad accogliere il lettore su La Belgica. Toni Bruno esprime nei volumi tutto il suo amore per la veridicità storica. Pochi accenni grafici, poche battute e immediatamente si viene catapultati a più di un secolo fa, in un contesto sociale e culturale tanto distante. Eppure, la straordinaria capacità narrativa dell’autore risiede nell’abilità di mostrare come determinate traiettorie emotive superino anche i confini temporali e geografici. E anche il lettore si ritrova a superare delle soglie, a viaggiare nella propria identità insieme a Jean e Claire, anch’egli sulla Belgica.
La nave, difatti, si mostra non tanto come vascello fisico, quanto scrigno dei più diversificati sentimenti dell’uomo a cui tutti i personaggi a modo loro sono legati. Dopotutto, e Jean e Claire ne sono portavoce, la costante ricerca nel migliorarsi, parte sempre dalla stratificazione di emozioni che costituiscono l’identità di chiunque: desiderio, paura, amore, bisogno di riscatto, speranza.

LA BELGICA 2 p 3

Chiaramente, come la vista spesso e drammaticamente non smette di ricordare, non tutti i tasselli andranno sempre al proprio posto. Ma con i due straordinari volumi de La Belgica, Toni Bruno richiama il lettore all’importanza fondamentale di superare le diverse soglie che troverà sul proprio cammino e per farlo avrà bisogno della propria Belgica, una nave capace di traghettare verso l’ignoto – e il nome del secondo volume “La melodia dei ghiacci” ha quel sentore lovecraftiano legato all’ignoto – perché è lì che troverà le risposte. Parafrasando il sociologo Joseph Campbell, è lo stesso autore a palesare tale intento: il tesoro che stai cercando è proprio nella caverna dove non vuoi entrare.

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Un lungo racconto di tale intensità non poteva che essere raccontato con grande raffinatezza grafica. Bruno ha scelto delle mezzetinte: acquerellando con un inchiostro scuro restituisce il lungo inverno emotivo dei personaggi, restituendo contemporaneamente quell’aura di “antichità” che accompagna i diari autografi di fine ottocento. Il tratto grafico sintetico, lontano da un altrimenti inutile fotorealismo, non è di certo caricaturale, ma si pone giusto a metà: i personaggi e gli ambienti vivono di una trattazione essenziale e delicata estremamente evocativa e potente nei momenti drammatici, ma che si abbandona a qualche leggera deformazione per le situazioni più leggere. Le tavole si presentano con una griglia che non si concede a particolari o ardite composizioni. Bruno serra i momenti e il ritmo con una misurata cadenza di tempi, dilatandoli e sviluppando la narrazione come frame cinematografici.

La veste editoriale proposta da Bao Publishing fa da perfetto scrigno ai volumi de La Belgica: cartonati di grande pregio sono corredate da dietro le quinte scritte dall’autore, schizzi preparatori, schede dei personaggi e, soprattutto, dalle numerose suggestioni che hanno portato Bruno alla stesura del suo racconto.
Postilla di grande fascino: accostate le copertine dei due volumi, Jean e Claire, in un contesto differente, descritti da un colore differente, si guardano, lui ha una busta di lettere in mano, lei la lettere aperta. Tra loro non parlano, eppure, il dialogo tanto cercato potrebbe avere inizio.

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Nonostante tutto, recensione: un amore indietro nel tempo

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Che la Bao Publishing sia dotata di grande fiuto nello scovare giovani talenti è una qualità che alla casa editrice milanese viene riconosciuta da tempo, e senza scomodare il fenomeno Zerocalcare - che da parecchi anni ha oltrepassato la ristretta cerchia degli appassionati – è sufficiente citare, come esempio, il duo Teresa Radice-Stefano Turconi, i cui nuovi lavori sono ormai uno degli eventi più attesi dai lettori di fumetti della nostra penisola. Questo successo ha fatto sì che la coppia di autori diventasse anche portavoce di quel particolare filone narrativo, a metà tra la commedia brillante e il dramma sentimentale, dove l’espressività dei personaggi rappresenta un elemento fondamentale e viene spesso esaltata dallo stile cartoonesco dei disegni.

All’interno del catalogo Bao, ritroviamo lo stesso modo di raccontare ne Il Principe e la Sarta di Jen Wang o nel primo volume di Un’estate fa (Yellow Kid come fumetto dell’anno nell’edizione virtuale di Lucca Comics del 2020), uno dei migliori risultati del sodalizio artistico nato tra lo sceneggiatore belga Zidrou e il disegnatore catalano Jordi Lafebre, dei quali, fino al titolo appena citato, in Italia si era visto solo lo struggente Lydie, uscito per Comma 22 quasi dieci anni fa. Escludendo l’assistenza ai colori di Clémence Sapin, Lafebre è anche l’autore unico di Nonostante tutto, volume mandato di recente in fumetteria sempre da Bao (in un’edizione pregevolissima per confezione e qualità di stampa), dove scopriamo che l’artista di Barcellona non è solo bravo a lavorare con matite e pennelli, ma anche uno scrittore di talento.

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La storia del libro ha come protagonisti Zeno e Ana, lui è uno spirito libero e un eterno sognatore, lei una carismatica donna in carriera. Basta, però, solo uno sguardo e una notte passata assieme perché i due, pur così diversi tra loro e pur vivendo esistenze separate, si amino per tutta la vita. Zeno la trascorre quasi completamente in mare, mentre Ana decide di sposarsi e di farsi eleggere sindaco della cittadina in cui entrambi sono cresciuti. Una carica che ricoprirà con determinazione e passione fino al suo pensionamento, perennemente in attesa di una lettera o di una telefonata da parte dell’uomo a cui ha smesso di pensare solo di rado, a dispetto del continuo peregrinare di lui in giro per il mondo, in cerca dell’ispirazione per portare a termine la tesi di dottorato in fisica, che lo ha tenuto impegnato per tantissimi anni. Un amore tormentato, che sembra destinato a rimanere incompiuto, dove le occasioni perse, gli eventi avversi o il semplice desiderio di condurre la propria vita secondo i principi in cui si è sempre creduto hanno costantemente la meglio sui sentimenti. Eppure, la storia raccontata da Lafebre non è mai triste, se non in un breve, ma intenso, faccia a faccia tra Ana e suo marito Giuseppe (un personaggio solo apparentemente di supporto, che finirà per raccogliere le simpatie di gran parte dei lettori).

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L’autore catalano decide di raccontare la vicenda ricorrendo a un singolare espediente narrativo, il quale, benché impiegato più volte da cinema e letteratura, e in parte utilizzato anche da Zidrou in Un’estate fa, se viene gestito con molta abilità, come in questo caso, riesce sempre a non apparire artificioso e ad appassionare i lettori. I venti brevi capitoli in cui è diviso il libro, infatti, sono disposti in ordine inverso, facendo, quindi, cominciare la storia di Ana e Zeno dalla fine, per poi andare a ritroso nel tempo per quasi quarant’anni, fino al momento del loro primo incontro. E sebbene il termine della vicenda sia noto da subito, non si perde mai il desiderio di conoscere gli eventi che hanno portato a quell’epilogo. Questo grazie allo stile di scrittura di Lafebre, che, come quello del suo mentore Zidrou, si inserisce perfettamente nel sottogenere di cui dicevamo all’inizio, lasciando, quindi, ampio spazio alle emozioni, soprattutto – e inevitabilmente - quando queste sono necessarie a rendere tangibile l’indissolubile legame tra i due protagonisti.

Alla trama non manca neppure la giusta dose di leggerezza, raggiunta attraverso l’uso di calibrati intermezzi umoristici e di passaggi in cui a prevalere sono i buoni sentimenti, l’esaltazione della gioia nelle piccole cose, il romanticismo estremo, o anche solo il richiamo nostalgico del passato. Oltretutto, la sensibilità di Lafebre è sincera ed emerge chiaramente tanto nei suoi dialoghi (di una spontaneità disarmante) quanto nei pochi passaggi muti (tra cui l’intero capitolo uno), dove la mimica dei personaggi o la forza evocativa di immagini e colori diventano più eloquenti delle parole.

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Approfondendo il discorso relativo ai disegni, abbiamo già detto del tratto cartoonesco dell’autore, ma sarebbe una considerazione alquanto riduttiva se, per descriverli, ci fermassimo a questa semplice definizione. Più corretto aggiungere che nello stile di Lafebre si scorge l’influenza di varie scuole fumettistiche, a partire, come prevedibile, da quella franco-belga, in particolare quella che fa capo ai vari Joann Sfar, Émile Bravo e Blutch, la cui tendenza a distorcere le anatomie o gli eccessi grotteschi vengono, tuttavia, addolciti da una forte impronta disneyana, che sembra più evocare i lungometraggi della Pixar, che i classici della Casa di Topolino. Fondamentale, poi, l’utilizzo di tonalità pastello, a rimarcare la delicatezza della storia, più calde o più fredde, a seconda dello stato d’animo dei protagonisti, del luogo in cui si trovano o del continuo alternarsi delle stagioni. Le tavole, infine, sono quasi sempre suddivise in una gabbia a sei vignette (fanno eccezione i capitoli puramente epistolari, dove le immagini si allargano per includere quanto più testo possibile delle lunghe lettere scambiate tra Ana e Zeno nel corso degli anni), gestite, tuttavia, in maniera molto libera e fantasiosa, per riuscire a trasfigurare la realtà nei momenti più poetici del racconto. Stessa cosa dicasi per gli sfondi, pronti a scomparire o a rarefarsi quando i due protagonisti compensano la distanza che li separa attraverso un’atmosfera sognante, quasi magica, che fa assumere alla vicenda una connotazione a tratti fiabesca. Tanti elementi che facilitano l’immersione nelle pagine del libro e che fanno di Nonostante tutto una calda coperta in cui avvolgersi durante una giornata uggiosa. Gli stessi elementi già racchiusi nella bellissima copertina dove, tramite il riflesso in una pozzanghera, Ana e Zeno immaginano sé stessi ancora giovani, intenti a vivere quell’amore a prima vista nato nella pioggia e che nella pioggia ancora continua, in un cerchio della vita rappresentato dalle prime due vignette, che sono anche le ultime due.

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