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Leo Donnici

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Chainsaw Man Parte 2, recensione: tra ambizione narrativa e divisione del pubblico

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La seconda parte di Chainsaw Man sembra porre una domanda precisa: è ancora possibile controllare un simbolo, una volta che diventa più grande di chi lo ha creato?
Questi 232 capitoli, firmati da Tatsuki Fujimoto, rappresentano uno dei cambi di direzione più netti e discussi nel panorama manga recente. Dopo una prima saga esplosiva, capace di unire azione brutale e tragedia emotiva in un equilibrio quasi perfetto, la nuova fase si presenta come un’opera più introspettiva, frammentata e volutamente destabilizzante.

Fin dai primi capitoli, il passaggio di testimone da Denji ad Asa Mitaka segna una rottura evidente. Asa è l’opposto del protagonista originale: insicura, misantropa, incapace di relazionarsi con gli altri. Tuttavia, proprio questa fragilità diventa il cuore pulsante della narrazione. Il suo percorso è uno dei più apprezzati della seconda parte: da ragazza isolata e piena di sensi di colpa, trova progressivamente una forma di sicurezza, paradossalmente, attraverso la convivenza con una nemesi come il Diavolo Guerra. Questo rapporto ambiguo, fatto di conflitto e dipendenza, costruisce una dinamica psicologica complessa e affascinante.

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Accanto a questo sviluppo, però, emerge una delle critiche più diffuse: la confusione. La trama della Parte 2 è spesso percepita come disordinata, difficile da seguire, con numerosi elementi introdotti senza spiegazioni immediate. Anche il funzionamento dei poteri (dai falsi Chainsaw Man alle dinamiche della Chiesa) contribuisce a questa sensazione di smarrimento. Fujimoto sembra deliberatamente sottrarre informazioni al lettore, preferendo suggerire piuttosto che chiarire, ma questo approccio ha diviso il pubblico tra chi lo considera raffinato e chi frustrante.

Un altro punto controverso riguarda proprio Denji. Pur essendo sempre stato un personaggio nichilista e istintivo, molti lettori hanno percepito nella Parte 2 una sorta di regressione. Alcune sue battute e comportamenti sono stati giudicati immaturi o addirittura imbarazzanti, tanto da diventare rapidamente materiale per meme molto diffusi online. Questa scelta, probabilmente intenzionale, sottolinea il suo blocco evolutivo e la difficoltà di crescere davvero, ma non tutti l’hanno accolta positivamente.

Dal punto di vista tematico, la seconda parte amplia enormemente il mondo narrativo. L’introduzione della Chainsaw Man Church e la proliferazione di imitazioni del protagonista trasformano la storia in una riflessione sul culto della figura eroica, sulla manipolazione delle masse e sulla perdita di controllo dei simboli. Chainsaw Man non è più solo Denji: è un’idea, un fenomeno sociale, qualcosa che sfugge al suo stesso creatore.

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Tuttavia, questa espansione avviene anche attraverso una sottrazione significativa. Nonostante rivediamo Power, l’assenza di personaggi iconici della prima parte, come Aki e Himeno, non è semplicemente una dimenticanza o una scelta arbitraria, ma si collega direttamente alla direzione più metafisica della storia. Il finale suggerisce infatti un intervento radicale da parte di Pochita: mangiando se stesso, il Diavolo Motosega altera la realtà, riportandola a uno stato precedente agli eventi della prima parte. Questo gesto estremo non solo riscrive gli equilibri del mondo, ma ridefinisce anche il senso della perdita e della memoria all’interno della narrazione. Questo può suggerire quindi un finale alla Jojo: Stone Ocean, o, se vogliamo, alla Preacher.

In quest’ottica, la mancata ricomparsa di molti personaggi assume un significato preciso: non si tratta più solo di assenze narrative, ma delle conseguenze di una realtà modificata, in cui ciò che è stato potrebbe non essere mai esistito allo stesso modo. È una scelta che rafforza il tono malinconico dell’opera, ma che allo stesso tempo lascia una parte del pubblico disorientata.

Il ritmo rappresenta un ulteriore elemento divisivo. La narrazione alterna momenti di grande intensità a lunghe fasi di costruzione, creando un andamento irregolare che può risultare spiazzante. E quando si arriva alle fasi finali, la percezione comune è quella di una chiusura frettolosa. Il finale è stato definito da molti divisivo: per alcuni incompleto, per altri coerente con l’impostazione dell’opera.

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Eppure, proprio nel finale si trova una delle chiavi di lettura più importanti. Il gesto di Pochita può essere interpretato come l’ultimo atto d’amore verso Denji: esaudire il suo desiderio più semplice e umano, quello di creare relazioni autentiche e vivere in pace. Non attraverso la vittoria o la gloria, ma tramite una riscrittura totale della realtà che gli permetta, finalmente, di avere una vita normale.

In definitiva, Chainsaw Man Parte 2 è un’opera meno immediata ma più ambiziosa. Rinuncia a parte dell’impatto diretto della prima saga per esplorare territori più complessi, rischiando spesso di perdere il lettore lungo il percorso. È un manga che divide, che confonde, che provoca, ma proprio per questo continua a far discutere.

Nonostante molti si aspettassero una terza parte, Fujimoto ha voluto chiudere qui la sua storia, i suoi personaggi e la sua idea di eroe. Dopo aver creato una quantità di storie eccelse e di assistenti che si stanno facendo strada sulle pagine di Jump, non ci resta che attendere, se ci saranno, sue ulteriori notizie.

4 Words About: Kanreki Hime - The Sweet Sixty Princess, Capitoli 1-6

  • Pubblicato in Focus

4 Words About, ovvero "Per chi apprezza il dono della sintesi".
Kanreki Hime - The Sweet Sixty Princess, Capitoli 1-6

Dopo quattro anni, Hiroya Oku torna con un nuovo manga, e lo fa con una premessa tanto assurda quanto provocatoria: un gruppo di sessantenni, annoiati e insoddisfatti della propria vita, decide di testare un farmaco sperimentale capace di trasformare uno di loro in una donna. Da qui nasce una storia che mescola curiosità, desiderio di evasione e dinamiche umane tutt’altro che semplici. Oku sfrutta questa idea per esplorare identità, frustrazione e rapporti interpersonali, mantenendo il suo tipico equilibrio tra grottesco e realismo. Le reazioni del gruppo e le conseguenze del cambiamento diventano il vero fulcro del racconto, più ancora del concept stesso.
Il tratto estremamente dettagliato rende tutto ancora più straniante, accentuando il contrasto tra normalità e assurdo, tra grottesco e cupezza. Pubblicato da dicembre 2025 su Big Comic Superior, il manga conta per ora solo una manciata di capitoli. Un inizio curioso, che lascia intravedere sviluppi ancora più estremi e imprevedibili.

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Dettagli fumetto:
Editore: Shogakukan
Autore: Testi e disegni di Hiroya Oku
Genere: Commedia
Voto: 7

One Piece, recensione della seconda stagione del live action Netflix

  • Pubblicato in Screen

La seconda stagione della serie live-action di One Piece rappresenta un passo avanti significativo rispetto alla prima. Dopo un esordio che aveva già sorpreso molti spettatori per la sua fedeltà e per la cura nella costruzione dei personaggi, i nuovi episodi dimostrano una maggiore sicurezza nella gestione della storia e dell’universo narrativo creato da Eiichiro Oda. La stagione amplia il mondo della serie, introducendo nuove isole, nuovi personaggi e nuove sfide per la ciurma di Cappello di Paglia, mantenendo però sempre al centro il senso di avventura e di amicizia che caratterizza l’opera originale.

Uno degli aspetti più apprezzati di questa stagione è la crescita dei protagonisti. I rapporti tra i membri della ciurma risultano più profondi e naturali rispetto alla prima stagione, e le dinamiche tra i personaggi contribuiscono a rendere la storia più coinvolgente. Il protagonista, Monkey D. Luffy, continua a distinguersi per il suo spirito ottimista e determinato, mentre personaggi come Roronoa Zoro, Nami, Sanji e b trovano maggiore spazio per svilupparsi e mostrare lati nuovi della loro personalità. La chimica tra gli attori è uno dei punti di forza della serie e rende credibile il legame che unisce la ciurma.

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Tra le interpretazioni più riuscite della stagione spicca anche quella di Nico Robin, interpretata da Lera Lebova. L’attrice riesce a restituire bene il fascino enigmatico del personaggio, combinando eleganza, mistero e una certa sensualità che rende Robin particolarmente carismatica sullo schermo. La sua presenza scenica è notevole e contribuisce a rendere il personaggio uno dei nuovi ingressi più interessanti della stagione.

Un’altra introduzione importante è quella di Chopper, uno dei personaggi più amati dai fan dell’opera originale. La voce scelta per il personaggio risulta particolarmente riuscita e riesce a renderlo immediatamente riconoscibile e simpatico. La computer grafica utilizzata per rappresentarlo non è sempre perfetta e in alcune scene appare un po’ grezza, ma nonostante questo Chopper rimane una delle parti migliori dell’intera stagione e uno degli elementi che funzionano meglio nel passaggio al live-action.

Dal punto di vista narrativo, la stagione continua ad adattare alcuni degli archi più amati del manga, mantenendo lo spirito dell’opera originale pur con alcune inevitabili modifiche necessarie al formato televisivo. La storia procede con un buon ritmo e alterna momenti di azione, comicità e riflessione, cercando di bilanciare lo stile leggero tipico di One Piece con toni più drammatici quando la situazione lo richiede. In questo modo la serie riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore e a rendere l’avventura sempre dinamica.

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Anche la produzione appare più ambiziosa. Le ambientazioni sono più varie e dettagliate, e la serie prova a espandere il proprio mondo con nuove location e scenografie. Questo contribuisce a dare un maggiore senso di esplorazione e scoperta, elementi fondamentali nella storia dei pirati di Cappello di Paglia. Inoltre, la colonna sonora e la fotografia aiutano a creare un’atmosfera coerente con il tono dell’opera.

Non mancano però alcuni difetti. Uno dei più discussi riguarda gli effetti speciali, che in alcune scene risultano meno convincenti. Trasporre un mondo così fantasioso in live-action è una sfida complessa, e in certi momenti la computer grafica appare un po’ artificiale. Anche alcune sequenze di combattimento risultano meno spettacolari rispetto a quelle dell’anime o del manga, probabilmente a causa dei limiti tecnici del formato televisivo.

Alcune scelte di casting hanno inoltre generato discussioni tra gli spettatori. In particolare, il cambio di etnia dei personaggi di Bibi e Mr. 8 non è stato apprezzato da una parte del pubblico, nonostante si tratti di una decisione approvata dallo stesso autore. In aggiunta, l’accento inglese molto marcato di Bibi è stato percepito da alcuni come un elemento piuttosto strano, considerando che il regno di Alabasta è chiaramente ispirato a un contesto mediorientale.

Anche dal punto di vista estetico non tutto risulta perfettamente convincente. Un esempio è il trucco del personaggio di Buggy, interpretato da Jeff Ward. L’attore offre una buona interpretazione e riesce a rendere il personaggio divertente e teatrale, ma il make-up in alcune scene appare piuttosto abbozzato e meno curato di quanto ci si aspetterebbe da una produzione di questo livello.

Un altro elemento che ha fatto discutere riguarda l’identità stessa della serie e il pubblico a cui sembra rivolgersi. In alcuni momenti il live-action sembra voler essere accessibile anche a chi non conosce il manga o l’anime, cercando di funzionare come una storia autonoma. Allo stesso tempo, però, inserisce riferimenti molto specifici pensati chiaramente per i fan storici.

Un’altra libertà narrativa riguarda il dialogo tra Garp e Gol D. Roger, che nel manga viene mostrato molto più avanti attraverso un flashback. Nel live-action la conversazione viene anticipata, probabilmente per offrire fin da subito più contesto sul passato del mondo dei pirati.

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Tra le scelte più curiose c’è anche l’apparizione anticipata di Bartolomeo, personaggio che nel manga viene introdotto molto più avanti nella storia, durante la saga di Dressrosa, ma che era comunque presente in quel momento. La sua presenza sembra funzionare più come un omaggio ai fan dell’opera originale che come un elemento realmente necessario allo sviluppo della trama in questa fase della serie.

In modo simile, alcune altre citazioni risultano leggermente forzate. La comparsa di alcune figure come Sabo o Brook appaiono piuttosto anticipate rispetto al momento della storia in cui i personaggi entrano effettivamente in scena nel manga, dando l’impressione di essere più un richiamo ai fan che una scelta narrativa davvero organica. Allo stesso modo, riferimenti a elementi molto più avanzati della trama, come la figura di Nika o la menzione della madre di Sanji, possono risultare un po’ fuori luogo in questa fase della storia. Si tratta probabilmente di piccoli indizi o easter egg inseriti per strizzare l’occhio agli appassionati più attenti, ma che rischiano anche di rendere la narrazione meno indipendente per chi si avvicina per la prima volta a questo universo.

Un altro punto critico riguarda la compressione della trama. Per adattare una storia molto lunga in pochi episodi, alcuni eventi vengono semplificati o ridotti, e questo può far percepire alcune parti della narrazione come troppo rapide. Alcuni personaggi secondari, che nell’opera originale hanno un ruolo più ampio, ricevono meno spazio.

Nonostante questi limiti, la seconda stagione riesce comunque a consolidare il successo della serie. Il risultato è un adattamento che dimostra rispetto per il materiale originale e che cerca di mantenere intatto il senso di meraviglia e di avventura che ha reso One Piece una delle opere più amate al mondo. In conclusione, questa stagione rappresenta un’evoluzione positiva della serie: pur con qualche imperfezione, riesce a coinvolgere sia i fan storici sia gli spettatori che si avvicinano per la prima volta alla storia della ciurma di Cappello di Paglia.

Voto: 7

Jujutsu Kaisen, Kouki Fujimoto e l’impresa dell’episodio 3x08: un solo animatore, un’intera puntata

  • Pubblicato in Toon

Nel panorama dell’animazione giapponese, dove ogni episodio di una serie è normalmente il risultato del lavoro coordinato di decine di professionisti tra storyboard artist, key animator e supervisori, ciò che ha fatto Kouki Fujimoto con l’episodio 3x08 di Jujutsu Kaisen ha qualcosa di straordinario: animarlo completamente da solo. Non si è limitato a firmare le scene chiave o a supervisionare il lavoro altrui, ma ha realizzato in prima persona l’intera animazione della puntata, assumendosi il peso creativo e tecnico di ogni sequenza. In un’industria caratterizzata da tempistiche serrate e produzioni altamente frammentate, un’impresa del genere è rarissima e conferisce all’episodio un’aura quasi autoriale. La coerenza visiva è immediatamente percepibile: non ci sono variazioni di tratto tra una scena e l’altra, nessun cambio improvviso nel modo in cui i personaggi si muovono o reagiscono, ma una continuità stilistica che rende la narrazione compatta e immersiva. I movimenti risultano fluidi ma controllati, le espressioni sono curate nei minimi dettagli e le pause vengono utilizzate con grande intelligenza per amplificare la tensione.

Dal punto di vista narrativo, l’episodio 3x08 segna un momento cruciale con l’ingresso in scena di Hiromi Higuruma, l’avvocato, una figura tanto carismatica quanto inquietante. La sua comparsa introduce un cambio di tono netto: l’azione si intreccia a un confronto quasi processuale, dove le parole pesano quanto i colpi e la tensione non nasce soltanto dallo scontro fisico ma dal giudizio, dalla colpa e dalla responsabilità. Higuruma non è un antagonista tradizionale; è un uomo guidato da un’idea distorta di giustizia, e il suo potere riflette proprio questa ossessione, trasformando il campo di battaglia in una sorta di tribunale simbolico. Fujimoto riesce a valorizzare questa dimensione con una regia animata che insiste sugli sguardi, sui silenzi carichi di significato, sui dettagli delle mani e dei volti, rendendo il duello non solo spettacolare ma anche profondamente psicologico.

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Non è la prima volta che Fujimoto dimostra una sensibilità fuori dal comune: nel corso della sua carriera ha contribuito come animatore chiave a produzioni di grande impatto come Jujutsu Kaisen e Attack on Titan, distinguendosi per la cura del movimento e per l’intensità espressiva dei personaggi nelle scene più tese. Il suo stile è spesso riconoscibile per la precisione del timing e per la capacità di rendere fisico ogni gesto, qualità che nell’episodio 3x08 raggiungono una sintesi particolarmente matura.

La scelta di affidare un episodio così delicato, sia sul piano tecnico sia su quello emotivo, a un solo animatore amplifica ulteriormente l’impatto della puntata. Ogni espressione di Higuruma, ogni attimo di esitazione o determinazione, appare calibrato secondo una visione unica e coerente, senza dispersioni. Si ha quasi la sensazione di assistere a un cortometraggio inserito all’interno della serie, capace però di distinguersi per compattezza e intensità. Realizzare un episodio televisivo in autonomia significa affrontare un carico di lavoro enorme e una pressione costante, ma il risultato dimostra come talento, disciplina e sensibilità possano convergere in qualcosa di memorabile. L’episodio 3x08 non è soltanto una tappa fondamentale della stagione: è la prova che, anche in un sistema produttivo industriale, la forza di una singola visione può trasformare una puntata in un evento destinato a lasciare il segno.

Voto: 8

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