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Star Wars: annunciata la mini a fumetti The Book of Boba Fett

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Marvel Comics ha annunciato il lancio di Star Wars: The Book of Boba Fett, una nuova miniserie in sette parti scritta da Rodney Barnes con i disegni di Will Sliney.

Il progetto segna anche il debutto fumettistico di diversi personaggi chiave, tra cui Garsa Fwip, Dokk Strassi, il maggiordomo di Mok Shaiz e altri ancora. L’uscita della serie è prevista per settembre. Nello stesso periodo, Will Sliney sarà inoltre impegnato su The Fall of Kylo Ren, in arrivo ad agosto.

La trama riprende le vicende successive alla fuga di Boba Fett dalla fossa del Sarlacc: il cacciatore di taglie ha preso il controllo del sindacato un tempo appartenuto a Jabba the Hutt, ma deve ora dimostrare di essere in grado di mantenere l’ordine su Tatooine e gestire le nuove sfide legate al suo ruolo.

Per quanto le cover, la regular sarà firmata da Alex Maleev, mentre le variant cover saranno realizzate da Rickie Yagawa, E.M. Gist, Jerry Ordway e Pete Woods.

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The Mandalorian and Grogu, recensione: puro cinema o speciale televisivo?

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Quando da una serie televisiva di successo viene tratto un lungometraggio per il cinema, raramente si riesce a realizzare un’opera indipendente, che possa avere una vita propria, senza dover necessariamente conoscere ciò che si è visto sul piccolo schermo. The Mandalorian and Grogu non sfugge a questa regola e non sembra neppure averci voluto provare, benché, prima dell’uscita del film, il suo regista Jon Favreau (già showrunner della serie TV) avesse dichiarato che la trama avrebbe avuto pochi collegamenti con le tre stagioni apparse su Disney+. Una mezza verità, in realtà, perché sebbene non venga chiaramente citato nessun episodio televisivo, uno spettatore che non abbia visto in precedenza la serie in streaming avrà qualche difficoltà a entrare in sintonia con i protagonisti della pellicola, dei quali non ci viene raccontato nulla del loro passato. Probabilmente, sono da considerare più attendibili le parole di Kathleen Kennedy che, al momento della messa in cantiere del lungometraggio, ricopriva ancora il ruolo di presidente della Lucasfilm e affermò che il pubblico creatosi con il successo di The Mandalorian poteva essere ritenuto sufficiente per tentare l’avventura nei cinema, sperando anche di destare l’interesse dei tanti giovani non molto propensi ad avvicinarsi all’universo di Star Wars. Una possibilità, quest’ultima, con poche chance di concretizzarsi, dato che la Galassia Lontana Lontana pare essere sempre più “distante” (perdonate il gioco di parole) dai gusti degli under 25.

Ciononostante, per quanto il film sia effettivamente una sorta di episodio extralarge della serie TV, liquidarlo con un giudizio così categorico, non renderebbe giustizia al buon lavoro fatto da Favreau e dai co-sceneggiatori Dave Filoni e Noah Kloor, per provare a conferirgli un minimo di dignità cinematografica, pur senza uscire, ovviamente, dal recinto del semplice intrattenimento. Analizzando la pellicola sotto questo punto di vista, si può, onestamente, rimproverare ben poco al regista americano e ai suoi collaboratori, i quali, anzi, sono pure riusciti a risolvere diversi problemi che avevano afflitto la serie televisiva. Per esempio, se c’è una cosa che manca al film, non è di sicuro il ritmo, un difetto, invece, ricorrente in molti degli episodi prodotti per Disney+. A volte ci è parso persino che Favreau volesse in qualche maniera replicare il montaggio serrato dello storico primo capitolo della saga (quello che da tempo è stato canonizzato come Episodio IV), utilizzando lo stesso modo di passare rapidamente da una scena all’altra, scelto allora da George Lucas per concedere allo spettatore pochi attimi per tirare il fiato (guarda caso, qui tutti appannaggio di Grogu). Proprio il richiamo nostalgico è un ulteriore punto di forza della pellicola, che trova il suo momento più alto negli spettacolari quindici minuti iniziali, i quali citano con stile L’impero colpisce ancora, senza sbracare nel vuoto fanservice. Favreau riesce anche a contenere la sua voglia di omaggiare il grande talento artigianale dei tecnici dei primi film (che seppero dare vita, con mezzi limitati, ai tanti, bizzarri alieni che tutti ricordano), riducendo a pochi personaggi l’impiego di effetti speciali volutamente grossolani, i quali, al contrario, sul piccolo schermo ci erano sembrati un anacronismo eccessivamente invadente. Evidentemente (e fortunatamente), il budget decisamente maggiore rispetto a quello destinato a un episodio televisivo, deve averlo convinto a utilizzare la CGI in modo più massiccio.

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Ora, terminato l’elenco dei pregi della pellicola e dei meriti della regia, dovremmo almeno accennare alla qualità della recitazione, ma è un’operazione francamente difficile, considerando che uno dei due protagonisti non parla quasi mai ed è costretto a coprire il suo volto con un casco che ne nasconde le fattezze (oltretutto, non è un segreto che in molte scene Pedro Pascal – che, per chi non lo sapesse, è l’interprete di Din Djarin, il mandaloriano del titolo - è stato sostituito dagli stuntman Brendan Wayne e Lateef Crowder), mentre il secondo è una creatura animatronica. I comprimari per i quali sono stati impiegati attori in carne e ossa hanno uno spazio troppo piccolo per permetterci di esprimere un giudizio su di essi, compresa Sigourney Weaver, il cui minutaggio estremamente ridotto all’interno della vicenda, non le consente di farci apprezzare le sue note capacità recitative. Di buono c’è che, quantomeno, ci siamo risparmiati le pessime interpretazioni di Gina Carano e Ming-Na Wen, che avevano fortemente penalizzato la serie televisiva. Ci sarebbe pure piaciuto vedere Martin Scorsese nei panni di un personaggio reale, ma il grande cineasta italoamericano presta solo la voce a un simpatico ristoratore di strada alieno (esperienza non nuova per Scorsese, che qualcuno ricorderà anche tra i doppiatori di Shark Tale).

Una così bassa rappresentanza di veri attori potrebbe essere un preoccupante indizio del desiderio della Disney di far assomigliare il mondo di Luke Skywalker e soci, alle trasposizioni in live action dei suoi classici di animazione caratterizzati da una presenza umana molto limitata (vedi Il re leone o Il libro della giungla). Da qui, un approfondimento psicologico dei vari character piuttosto inconsistente e – paradossalmente – maggiormente percepibile nei personaggi creati in digitale (Rotta the Hutt su tutti) e la necessità di garantire un tempo adeguato a Grogu, il quale, come già emerso nella serie televisiva, conferma di essere lui, tra i due protagonisti, la reale superstar (non per niente il suo nome è stato inserito nel titolo della pellicola). Impossibile non sciogliersi di fronte alla sua tenerezza, furbescamente esaltata dagli autori non solo per accattivarsi il pubblico dei giovanissimi, ma anche per conquistare parecchi adulti. Pensare, però, che si tratti di una semplice strategia di marketing, incentivata dallo studio cinematografico californiano, è vero soltanto in parte, dato che avere dei personaggi destinati soprattutto ai bambini è nel DNA di Star Wars (la funzione di R2-D2 e C-3PO, o degli Ewok, era, difatti, sostanzialmente la stessa).

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Chi ha apprezzato le tre stagioni di The Mandalorian su Disney+, alla fine, amerà questo film. Non escludiamo, tuttavia, che proprio in virtù dei significativi passi in avanti fatti da Favreau e dal resto della produzione rispetto alla serie TV, non possa incontrare pure il favore di coloro che, all’epoca della sua messa in onda in Italia, non ne avevano tessuto le lodi.
A rimanere, forse, delusi saranno, al contrario, molti fan della saga originale, a cui piacerebbe sempre trovare un nuovo tassello da inserire nella mitologia dei Jedi, considerando che The Mandalorian and Grogu è l’unico lungometraggio appartenente all’universo lucasiano arrivato nelle sale dopo il 2019, anno di uscita di Episodio IX – L’ascesa di Skywalker.
La pellicola, invece, non aggiunge né toglie nulla all’epopea della Forza, irrobustendo ancora di più la sua natura scopertamente seriale. D’altra parte, ricordando le parole di Kathleen Kennedy, menzionate all’inizio, il film è stato concepito con quello scopo e, sotto questo aspetto, assolve perfettamente al suo compito.

Voto: 6,5

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Il nuovo trailer di Star Wars: The Mandalorian and Grogu

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Disney e Lucasfilm hanno diffuso il nuovo trailer e il poster di Star Wars: The Mandalorian and Grogu che arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 20 maggio 2026. Potete vederli qui di seguito.

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L’Impero è caduto e i signori della guerra imperiali sono ancora sparsi per la galassia. Mentre la nascente Nuova Repubblica cerca di proteggere tutto ciò per cui l’Alleanza Ribelle ha combattuto, ha arruolato l’aiuto del leggendario cacciatore di taglie mandaloriano Din Djarin (Pedro Pascal) e del suo giovane apprendista Grogu. Diretto da Jon Favreau, Star Wars: The Mandalorian and Grogu vede anche la partecipazione di Sigourney Weaver e Jeremy Allen White ed è prodotto da Jon Favreau, Kathleen Kennedy, Dave Filoni e Ian Bryce, con musiche composte da Ludwig Göransson.

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Comic(US) Book #9: Imperial, L’era di Rivelazione, La Spada Selvaggia di Conan e molto altro...

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Prima puntata di Comic(US) Book del 2026, all’insegna di due maxi-eventi: il crossover mutante l’Era di Rivelazione e Imperial, il nuovo lavoro di Jonathan Hickman, che dovrebbe ridefinire gli equilibri cosmici tra le potenze interplanetarie dell’Universo Marvel. Poi, la morte di Thor e l’esordio del secondo spin-off di Star Wars.

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Uno: accendi la pira di Hiro-Kala – Due: attraverso il Fulcrum – Tre: avvelena l’acqua. Avvelena il pozzo – Quattro: la natura aborrisce il vuoto – Cinque: guerra
Non c’è niente da fare, non appena scorge la possibilità di raccontare una vera storia di fantascienza, Jonathan Hickman torna a essere l’autore ammirato su opere come S.C.H.I.E.L.D., Secret Wars e House of X/Powers of X. Senza sprecare tempo in inutili preamboli, fa entrare la trama subito nel vivo con l’assassinio di Hiro-Kala (figlio di Hulk e fratello gemello di Skaar) dando inizio a una saga appassionante che coinvolge letteralmente ogni razza aliena (o quantomeno le più note) dell’Universo Marvel, in un gigantesco complotto che fa rapidamente precipitare il cosmo nel caos. Pensate a kree, skrull, shi’ar, spartoi, wakandiani (ricordiamo che Ta-Nehisi Coates, durante il suo acclamato ciclo di Black Panther, ha reso T’Challa un sovrano intergalattico) che si danno battaglia assieme a vari imperi minori, eroi spaziali come Starlord e Nova, con la partecipazione, per nulla secondaria, di Hulk e di altri personaggi potenziati dai raggi gamma. Hickman riesce, come di consueto, a gestire tanti protagonisti senza alcuna difficoltà, concedendo a tutti lo spazio necessario affinché non appaiano dei semplici comprimari, evitando, in più, che la vicenda diventi prolissa o priva di ritmo. Ciononostante, è bene sottolinearlo, sebbene si tratti di un evento in continuity con le testate Marvel attuali, si fa fatica a dare a Imperial una collocazione temporale precisa, dato che il nostro Jonathan ha deciso (in qualche caso fortunatamente, Hulk in primis) di ignorare i recenti sviluppi narrativi di alcuni dei character presi in considerazione. Naturalmente, chi non ama la scrittura complessa di Hickman si troverà in estrema difficoltà con la lettura della miniserie. Tutti gli altri, invece (e noi tra questi), si divertiranno parecchio.
Il versante grafico, però, non ci ha convinto fino in fondo. Benché Iban Coello e Federico Vicentini, oltre a uniformare abbastanza efficacemente il loro tratto, realizzino tavole di notevole impatto e caratterizzate da un buon dinamismo, non di rado – forse a causa dei moltissimi personaggi coinvolti – le scene rappresentate risultato eccessivamente caotiche. Non aiutano di sicuro i colori freddi e slavati di Federico Blee, che fanno perdere profondità alle vignette, aumentando la sensazione di generale confusione.
Voto: 7,5

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Spider-Man – Attraverso i cancelli dell’inferno parte 3-4-5
Ebbene sì, possiamo dirlo finalmente: Joe Kelly sembra proprio essere la persona giusta per far rifiorire lo Spider-Man fumettistico. Dagli USA continuano ad arrivare sviluppi per il personaggio che ci lasciano un po’ perplessi (e che non riveliamo per non rovinare la sorpresa ai lettori che non seguono la serie in originale), ma per quello che abbiamo visto finora, la formula trovata dall’autore americano per rendere le avventure dell’Arrampicamuri nuovamente interessanti, ci pare davvero azzeccata. Tutto ciò, pur dovendo, comunque, gestire le follie creative lasciategli in eredità da chi lo ha preceduto (Norman Osborn diventato buono) o da chi si sta occupando delle testate “collaterali” (Mary Jane nuovo ospite di Venom). Intendiamoci, non che Kelly abbia fatto nulla di rivoluzionario. Si è semplicemente limitato a restituire a Peter Parker la sua essenza originale, aggiungendo quell’umorismo intelligente e scoppiettante, tipico della sua scrittura, che, quasi trent’anni fa, aveva reso le storie di Deadpool un autentico cult della Casa delle Idee.
Sceneggiature frizzanti e leggere, quindi, ma valorizzate da diversi misteri ancora in fase germinale e un cast di supporto composto da character realmente tridimensionali (in particolare le new entry).
Pure i disegni sono all’altezza della testata. In questo numero oltre all’immarcescibile John Romita Jr. abbiamo Michael Dowling, il quale, benché dia l’impressione di essere l’ennesimo clone di Stuart Immonen (anche se meno dotato di Pepe Larraz o Valerio Schiti), ci offre una prova più che dignitosa.
Voto: 7

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Capitan America 3 (190)

Capitan America – Le nostre guerre segrete parte 3
Arrivati al terzo numero, il Capitan America di Chip Zdarsky pare persino migliore di quanto il primo episodio avesse lasciato trasparire. Il modo in cui l’autore canadese sta riplasmando la continuity marvelliana, per rendere le avventure di Steve Rogers maggiormente vicine alla realtà che ci circonda, sta funzionando alla grande. I testi sono molto più maturi di ciò che speravamo all’inizio, le tematiche affrontate spesso prescindono dall’universo di fantasia a cui eravamo abituati finora e gli orrori delle guerre contemporanee vengono descritti con una crudezza inaspettata. Che dire, poi, di Victor Von Doom (il villain di questa prima saga)? Vedere come è stato caratterizzato da Zdarsky non può che far crescere il rammarico per cosa avrebbe potuto essere Un mondo sotto Destino se fosse stato gestito da uno scrittore del suo calibro, invece che il solito crossover insignificante di cui abbiamo detto in altre puntate della rubrica.
Anche Valerio Schiti sembra aver trovato la strada giusta per il personaggio. Le incertezze del primo numero appaiono già un lontano ricordo e se ci fosse un colorista più capace di Frank Martin ad aiutarlo, il risultato sarebbe ancora migliore
Voto: 7,5

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L’immortale Thor 26 (316)

Thor – Il regno del crepuscolo
Leggendo le storie scritte da Al Ewing per Thor viene spontaneo chiedersi se si tratti dello stesso autore che, attualmente, si sta occupando anche di Venom, il quale, già prima dell’assurda decisione di rendere Mary Jane Watson il nuovo ospite del simbionte, era diventato – proprio a causa dello sceneggiatore britannico – uno dei personaggi più ridicoli della Marvel. Non che la serie del Dio del Tuono, nelle mani di Ewing, si sia distinta per avventure particolarmente memorabili ma, perlomeno, la qualità dei testi non è mai scesa sotto il livello di guardia. Bisogna, inoltre, riconoscere che la mini-saga giunta a conclusione in questo numero, nella quale il figlio di Odino trova la morte, si è rivelata migliore del previsto. Struggente, ricca di emozioni e popolata da eroi che, finalmente, hanno mostrato un minimo di solennità. Senonché, dopo un penultimo capitolo che, se gestito meglio, avrebbe potuto tranquillamente rappresentare quel finale epico che sembrava profilarsi nei numeri precedenti, Ewing sceglie, inopinatamente, di aggiungere un ridondante – e soprattutto inutile - epilogo (il lungo episodio di questo albo) che va inevitabilmente a sminuire l’ottimo lavoro iniziale.
Per quanto riguarda i disegni – tolta la splendida cover di Alex Ross – la messicana Jan Bazaldua si congeda dalla testata con poche pagine, che confermano la sua scarsa attitudine a raccontare per immagini le storie del Dio del Tuono. Il suo tratto non è sufficientemente elegante e manca della potenza visiva necessaria a far apparire realmente terrificante una mostruosità come Utgard-Loki. Poi, a parte un piccolo assaggio di Pasqual Ferry – nuovo disegnatore della serie a partire dal prossimo numero - il grosso delle tavole è stato realizzato da Justin Greenwood, che, se possibile (vista la sua propensione al grottesco), si dimostra ancora meno adeguato della Bazaldua a rappresentare il mondo di Thor.
Voto: 6

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Daredevil 25 (170)

Daredevil – Riti di riconciliazione parte 4
Avevamo già fatto notare come la qualità della scrittura di Saladin Ahmed su questa testata fosse progressivamente scaduta a un livello piuttosto basso, ma ora che il suo ciclo si sta avviando verso la conclusione, l’autore americano non sembra neppure interessato a lasciare la serie in maniera dignitosa. Dopo aver frettolosamente chiuso la lunghissima saga “Riti di introduzione” con un finale di una banalità sconcertante, ha deciso – senza il minimo pudore - di coinvolgere il Diavolo Rosso in una sorta di plagio di The Last of Us, facendogli per di più indossare di nuovo (e non vi diciamo la motivazione per il “cambio d’abito”, perché non ci credereste!) il costume-armatura introdotto da Dan Chichester nei primi anni Novanta. Se poi aggiungiamo pure l’asettico recupero di Nyla Skin, una vecchia fiamma di Matt Murdock che non si vedeva su queste pagine da moltissimo tempo (e che - siamo sicuri - tornerà presto nell’oblio) non è difficile intuire che Ahmed della storia del personaggio conosca veramente poco. Ciononostante, invece di documentarsi a dovere, come farebbe un professionista serio, lo sceneggiatore statunitense preferisce inserire nelle sue trame elementi presi a caso dal passato di Daredevil, nel tentativo di ingraziarsi qualche fan nostalgico o per cercare – inutilmente – di nascondere le sue mancanze. Oltretutto, giusto per sottolineare il pessimo lavoro fatto dai tre (!) supervisori della serie (tali Lauren Amaro, Drew Baumgartner e Devin Lewis) la copertina di questo episodio si riferisce ancora alla saga del numero precedente, senza mostrare Taskmaster, il reale villain della vicenda.
Unica nota positiva i bei disegni di José Luis Soares (autore delle tavole di gran parte dell’albo), un giovane artista brasiliano molto promettente.
Voto: 5

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Wolverine 13 (468)

Wolverine – Padrino per un giorno
Se pensate che il pessimo trattamento che Saladin Ahmed sta riservando a Daredevil sia solo dovuto alla perdita di interesse da parte dell’autore per una run destinata a terminare tra pochi numeri, allora non sarete in grado di spiegare come sia possibile che, fin dall’inizio, la sua gestione di Wolverine si sia dimostrata persino peggiore. Non contento di aver reso il Wendigo un personaggio da cartoon della Disney e di aver creato una nemesi imbarazzante come l’Adamantino, l’avvicinarsi de L’era di Rivelazione deve averlo messo ancora più in difficoltà, vista la contemporanea apparizione di Logan negli X-Men scritti da Gail Simone, a cui ha sempre evitato di riferirsi. Quindi, probabilmente per l’incapacità di trovare un modo per riallacciare le vicende raccontate su questa testata con quelle vissute dall’Artigliato Canadese assieme al team guidato da Rogue e in attesa che il crossover summenzionato si propaghi su tutte le serie mutanti, Ahmed preferisce scribacchiare un episodio in cui Wolverine – a seguito di un giuramento fatto in passato, del quale, naturalmente, non ci viene spiegato nulla – aiuta una famiglia mafiosa (capeggiata da una certa Angelina Andiamo – sì, avete letto bene il cognome!) in una guerra tra bande criminali. Va bene che già altre volte Logan si è reso responsabile di azioni quantomeno discutibili, ma arrivare addirittura a trasformarlo in un vero e proprio gangster ci è sembrato decisamente troppo. Se almeno i testi fossero di alto livello e non sciatti e banali, potremmo anche perdonare all’autore americano simili “licenze poetiche”. Visto, però, che non è questo il caso, il nostro giudizio finale – che tiene conto pure della modesta prova ai disegni offerta da Martín Cóccolo, il quale, a dispetto delle impressioni iniziali, pare proprio non riuscire a ingranare - non può che essere negativo.
Voto: 4
Laura Kinney: Wolverine – Legami di sangue seconda parte
Non va di sicuro meglio con la serie di Laura Kinney, che conclude la sua corsa con l’episodio di questo numero, seconda parte di una storia tanto infantile, da farci seriamente ricredere sulle capacità di Erica Schultz, la quale, pur non avendo particolarmente brillato come sceneggiatrice, sembrava voler donare al clone femminile di Logan una personalità un po’ più sfaccettata. Pollice verso anche per Giada Belviso. L’impegno c’è, ma le sue tavole raramente suscitano qualche emozione.
Voto: 4

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Gli incredibili X-Men 15 (433)

Incredibili X-Men – Battaglia a Buenos Aires
Numero extra large per la serie ammiraglia dei mutanti della Marvel per allineare tutte le testate, in vista dell’inizio de L’era di Rivelazione. Si parte con due episodi degli X-Men della Louisiana e benché i testi di Gail Simone restino comunque più che soddisfacenti, alcune criticità che avevamo già segnalato, cominciano a manifestarsi con maggiore evidenza. Innanzitutto, pare ormai certa l’intenzione di autori ed editor di voler progressivamente indirizzare la serie verso un target “young adult”. Da qui la scelta di ampliare lo spazio a disposizione dei protagonisti più giovani, i quali, tuttavia, al momento sembrano una copia molto sbiadita dei Nuovi Mutanti di claremontiana memoria (e, d’altra parte, gli stessi Cannonball, Sunspot e compagnia non è che abbiano mai raggiunto chissà quali picchi di popolarità in tutti questi anni). Pertanto, quando Rogue e Gambit – gli unici character di un certo peso, con cui la scrittrice statunitense sembra trovarsi a proprio agio - appaiono solo in poche vignette, la storia ne risente in maniera consistente. La personalità di Wolverine, infatti, è sempre troppo “smorzata”, dato che, altrimenti, risulterebbe totalmente in contrasto con le tematiche teen del fumetto. Riguardo ai disegni, il tratto lineare, ma eccessivamente legnoso e poco espressivo dell’argentino Luciano Vecchio non ci fa per niente impazzire.
Voto: 6,5
Incredibili X-Men – Mutanti e topi
Si conclude l’avventura di Wolverine e Riscatto iniziata nell’episodio precedente e Gail Simone si perde in una trama onestamente un po’ demenziale, dove i due protagonisti si ritrovano all’interno di una convention fumettistica e Logan viene scambiato per un cosplayer! Disegni, di nuovo poco entusiasmanti, di Luciano Vecchio.
Voto: 5,5
X-Men – Iniziati II
Aiutato dal tratto sempre più energico di Netho Diaz, Jed MacKay si concede una nuova sortita nell’action puro, lasciando ai dilemmi morali e all’intimismo solo le pagine iniziali. La trama è, tutto sommato, divertente, ma anche facilmente dimenticabile, benché vengano piantati i semi di alcuni sviluppi futuri abbastanza interessanti.
Voto: 6,5
X-Men – L’alba di una nuova era
Studiato per essere il trait d’union tra la realtà Marvel che conosciamo e il futuro distorto dell’Era di Rivelazione, cercando di imitare (male) l’uccisione di Charles Xavier nel passato da parte di Legione, che diede il via all’Era di Apocalisse, questo episodio, nei fatti, racconta per quasi tutte le sue pagine i postumi della scorribanda degli Uomini X nel covo degli Iniziati, dell’avventura precedente, recuperando quel minimo di approfondimento psicologico che MacKay aveva prima mantenuto sullo sfondo. Solo i passaggi conclusivi contengono i prodromi (confusi) del nuovo crossover mutante, con l’arrivo in Alaska di Doug Ramsey, accompagnato dalla sua amata Bei e da Warlock.
Il tratto di C.F. Villa non è esplosivo come quello di Netho Diaz, né, tantomeno, come quello di Ryan Stegman, ma resta, comunque, piacevole a vedersi.
Voto: 6,5
 
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X-Men: L’Era di Rivelazione Alpha

X-Men – L’era di Rivelazione
Comincia qui il nuovo maxi-evento mutante, che fin dal titolo vuole essere un omaggio alla storica Era di Apocalisse, che i Marvel fan cresciuti negli anni Novanta ricordano ancora con molta nostalgia. Per chi non lo sapesse, Rivelazione è la nuova identità assunta da Doug Ramsey, dopo essere stato nominato proprio da Apocalisse (che lo ha anche superpotenziato) suo successore. Ora, a prescindere dal favore che possa incontrare presso gli appassionati una simile svolta narrativa, quello che ci ha lasciati sconcertati in questo prologo è l’assoluta mancanza di pianificazione con cui si è giunti all’inizio della saga. Cercando di non svelare troppo per non rovinare la sorpresa a chi ancora non abbia letto l’albo in questione, si è passati dalla richiesta di Rivelazione di entrare a far parte degli X-Men guidati da Ciclope (scena raccontata, come detto, nell’ultima storia de Gli incredibili X-Men 15) a una società distopica generata dal diffondersi del Virus-X nel giro di pochissime pagine, nelle quali i personaggi cardine della vicenda cambiano improvvisamente indole, senza il minimo approfondimento. In più gli eventi si susseguono a una velocità tale che il pathos suscitato in un primo momento da una trama del genere viene poi rapidamente annullato. Tuttavia, non ce la sentiamo di prendercela con Jed MacKay, la cui idea di immergerci in questo scenario “apocalittico” attraverso una sorta di libro di memorie, scritto da Xorn è – al netto di qualche semplificazione eccessiva e di qualche buco nella sceneggiatura – abbastanza riuscita, ma, piuttosto, con Tom Brevoort, il quale (assieme alle ineffabili Lindsey Cohick e Annalise Bissa, sue assistenti) dà prova per l’ennesima volta dell’enorme superficialità con cui sta portando avanti il suo lavoro di editor sulle X-testate. Vedasi anche la scelta di affidare i disegni a Humberto Ramos, lo stile cartoonesco del quale, appare spesso del tutto fuori luogo con l’atmosfera che si respira nell’albo.
Voto: 6
X-Men – Overture
Le inadeguatezze da noi appena lamentate si manifestano con maggiore evidenza in questo primo episodio del crossover. La speranza è che tutte le risposte e i passaggi mancanti arrivino nei numerosi tie-in distribuiti sulle varie collane mutanti (e non solo) dei prossimi mesi, anche se, per il momento, le premesse non sembrano per nulla promettenti. I testi sono ancora di Jed MacKay, che, però, stavolta, può beneficiare dei prorompenti disegni di Ryan Stegman, già suo sodale collaboratore sulla serie degli X-Men dell’Alaska, e qui abile a infondere alla trama il vigore richiesto. I colpi di scena non mancano, alcuni dei quali poco prevedibili (benché avvenuti in una realtà alternativa, quindi facilmente resettabili), ma l’originalità di frequente latita.
Voto: 6

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Batman – Hush 2: capitoli tre e quattro (Il cavallo e La regina)
Sperando di non dover aspettare tanto quanto i lettori americani per leggere la fine della Parte Uno di Hush 2 (confidavamo che venisse annunciata da Panini sul numero 124 di Batman, in uscita a marzo, il quale, invece – a meno di cambiamenti dell’ultimo momento - ospiterà l’annual del 2025 di Detective Comics) ci siamo intanto goduti i capitoli centrali della saga, che, rispetto ai due episodi iniziali, premono ancora più a fondo sul pedale dell’acceleratore. Magari con qualche scivolone nella sceneggiatura (il ruolo di Bane ci è parso, francamente, piuttosto insensato e il machiavellismo di Hush, a volte, risulta un po’ manierato) o appiattendo parzialmente i personaggi. Bisogna dire, però, che questi ultimi non perdono mai i loro tratti distintivi, tanto da portare allo scoperto cicatrici interiori che mal si conciliano con il codice morale del Cavaliere Oscuro. D’altra parte, Jeph Loeb è uno scrittore troppo esperto per lasciare che i vari protagonisti si trasformino in figurine senz’anima. Per non parlare delle spettacolari splash page di Jim Lee o delle sue inquadrature ipercinetiche, che ci ricordano amaramente quando in un albo di Marvel e DC avere bei disegni accompagnati da testi solidissimi era la norma, non l’eccezione.
Voto: 7

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Star Wars: Cavalieri Jedi 2

Cavalieri Jedi – Il taglio più profondo
Dopo aver manifestato, in una delle scorse puntate di questa rubrica, tutto il nostro stupore per l’esistenza di ben due albi dedicati all’universo di Star Wars, eccoci tornare di nuovo sull’argomento, perché con l’esordio a dicembre di Cavalieri Jedi, adesso le testate sono diventate addirittura tre. L’ultima nata, oltretutto, ci sembra persino la più riuscita. Marc Guggenheim, non estraneo a sortite fumettistiche nella galassia lontana lontana, ci mostra come la sua esperienza televisiva possa essere messa a frutto nei comic book, realizzando due episodi autoconclusivi, ma legati tra loro attraverso varie sottotrame che, presumibilmente, continueranno a dipanarsi in sordina nei numeri successivi, per poi “esplodere” al momento opportuno. Senza contare la possibilità di utilizzare personaggi popolarissimi come Yoda, Mace Windu, Qui-Gon Jinn e un giovane Obi-Wan Kenobi. Un richiamo irresistibile per i fan della saga, i quali, peraltro, potranno immergersi in avventure ben scritte, trasposte in immagini con un tratto pulito e rigoroso dal kazako Madibek Musabekov, molto bravo a evitare che le vignette diventino troppo statiche, mentre cerca di mantenere le fattezze dei diversi protagonisti il più somiglianti possibile agli attori che li hanno impersonati al cinema.
Voto: 7

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Conan – La tempesta
Non avevamo ancora incluso questo magazine antologico in Comic(US) Book, per la qualità fortemente altalenante dei suoi racconti. Un problema che ritroviamo anche nel numero qui in esame (le prime tre storie, tolta forse la seconda - che potrebbe risultare interessante per le suggestive tavole di Marco Rudy - sono tutte trascurabili), il quale, però, ospita una sorta di preludio a Tattered Wings, un’avventura di Conan di ben 48 pagine, realizzata da Liam Sharp, che ci travolgerà in tutta la sua magnificenza fra qualche mese, sempre su questa testata. Il cartoonist britannico ci aveva parlato del suo amore per il Cimmero e, in particolare, per il lavoro fatto da Barry Windsor Smith sul personaggio, durante l’ultima edizione del Lake Como Comic Art Festival. Tale passione lo ha convinto a tornare a cimentarsi come autore completo proprio con la creatura di Robert E. Howard e il risultato, ora visibile ai nostri occhi, è letteralmente stupefacente. Sharp è riuscito a fondere mirabilmente il suo tratto con quello, elegantissimo, del suo celebre connazionale, spingendosi persino a omaggiare in un paio di vignette l’arte di Gustave Doré. Ogni immagine è ricchissima di dettagli, l’uso del bianco e nero è strepitoso e le inquadrature sono studiate per esaltare la fisicità dei combattenti o la bellezza delle figure femminili. I testi, inoltre, paiono scritti da Roy Thomas nei suoi anni migliori. Peccato solo che il racconto duri appena undici pagine.
Voto: 8

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