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Emanuele Amato

Emanuele Amato

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Akab ci presenta Stigma, la nuova etichetta editoriale

L’esordio del marchio Stigma, creato da AkaB (Gabriele di Benedetto), è finalmente giunto. Una delle figure storiche della scena underground artistica italiana, ha partorito un progetto ambizioso e libero, radunando intorno a se autori esplosivi e giovani talenti. L’etichetta ha come linea guida il libero sfogo artistico da parte degli artisti, narrare i propri demoni, le proprie ossessioni e tutto ciò che le loro menti riescano a partorire. Nel Progetto Stigma ognuno rende conto solo a se stesso. E al Papa Nero.

Akab è curatore e direttore editoriale del progetto, il Papa Nero. Questa nuovo marchio editoriale si basa sulla vendita e promozione online, con totale libertà creativa ediritti dell’autore del 30% su tutto il venduto. Nel catalogo Stigma verranno presentati, come detto poco fa, sia autori affermati che esordienti. Il primo titolo sarà Èpos di Marco Galli, in uscita ad aprile 2018, in prevendita sul sito con special allegato Le incredibili avventure di Brodowsky. Tutte le uscite avranno un loro special se acquistati in prevendita online.

Seguiranno poi autori come Tiziano Angri con Reliquie, Pablo Cammello e Spugna con Rubens, Darkam con Esterninterni, Officina Infernale con IronKobra, Luca Negri con Storie di uomini intraprendenti e di situazioni critiche, Alberto Ponticelli con Cosplayer, Dario Panzerei con II, Squaz con Sarò breve, Marco Corona con Fole, Marco Gnaccolini e Cosimo Miorelli con Moby Dick Metropoli e lo stesso Akab con Inverno grigio canna di fucile. Queste saranno le prime pubblicazioni per la nuova etichetta.

Come recita l’incipit del manifesto: “I matti finalmente gestiscono il manicomio”. Qui il link del sito: http://progettostigma.com/

Di seguito trovate la nostra intervista ad Akab, fondatore e promotore di questo interessante progetto.

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Hai confessato che il Progetto Stigma fosse in cantiere da un po’ di tempo. Come mai hai scelto questo momento per lanciarlo? C’è stata una motivazione particolare oppure un’agente scatenante?

Un insieme di tanti fattori, tra cui il più rilevante è il giusto allineamento dei pianeti. Ragiono sulla possibilità di auto produrre i nostri libri dall’uscita delle 5 fasi; a quel tempo io stavo preparando un libro per la Logos, Angri per la Grrrzetic, Ponticelli per la Lion e così via, ho pensato che avesse senso farli uscire direttamente noi sotto lo stesso tetto anziché sparpagliarli. Se ci aggiungi che è proprio dall’autoproduzione che ho cominciato, il pranzo è servito.

Dato che hai svelato il metodo di pubblicazione, che tipo di strategia di promozione avete intenzione di utilizzare e che metodi di Guerriglia dovremmo aspettarci?

La vera guerriglia deve essere inaspettata, quindi sulle nostre subdole strategie di marketing ancora non posso dire nulla. Anticipo solo che anni di pubblicità da supermercato in tv ha plasmato le nostre perverse menti creative applicate al male. E comunque come diceva sacralmente Bill Hiks durante le sue serate “Se qualcuno lavora nella pubblicità o nel marketing, uccidetevi!”

C’è un filo rosso che lega i vari titoli essendo comunque tutti differenti sia per stile, tratto, argomenti e tipologia di narrazione?

Che cosa posso dire… diciamo che il mio intransigente senso critico, che mi porta a schifare il 99% delle produzioni artistiche, è già di per se il filtro che unisce tutto. Non mi interessa certo fare una casa editrice di stupidi fumetti sanguinolenti stile anni ’90, né tantomeno ricerco cupe menate depressive piene di didascalie e disegni underground (quelli sono i fumetti che faccio io), mi interessa la quantità di verità che un autore ha il coraggio di riversare nel proprio lavoro. infischiandosene di ferire qualcuno, comprese le persone vicine, specialmente se stessi.

Com’è stata accolta l’etichetta dagli autori? Quanti progetti ti sono stati proposti?

Considerando che non abbiamo neanche ancora messo la mail per le proposte, ne sono arrivate moltissime e di tutti i tipi, alcune anche interessanti, ti posso dire che una sola per ora è entrata a far parte del catalogo.

Il pubblico è in attesa di questa nuova realtà, immaginavi questa reazione?

Credo ci siano intorno a Stigma diversi tipi di attenzione in questo momento. Curiosità sicuramente, ma anche diffidenza; ed è normale che sia così visto che ancora tutto è virtuale.

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Pensando ad un ipotetico futuro, ti piacerebbe fondare una vera e propria casa editrice?

Mi suona come una domanda ambigua, per me Stigma è una vera e propria casa editrice, ma è anche vero che ci sono cose che io so e che ancora devono essere dette. Da febbraio penso sarà tutto più chiaro.

Cosa non faresti rispetto alle attuali realtà editoriali?

Rincorrere il pubblico e riempire il mondo di libri inutili.

Violeta – Corazon Maldito, recensione: Il cuore, il folkore e lo spirito del Cile

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Il 4 ottobre 2017 ricorreva il centenario della nascita dell’artista Violeta Parra. Eclettica cantautrice prima, poetessa e pittrice poi, ha segnato e lasciato il segno di un’epoca memorabile nel panorama artistico sudamericano. Non solo, molte delle sue opere sono state esposte al museo parigino di Louvre avendo molti proseliti, qui nel vecchio continente. La sua figura controversa e rivoluzionaria affonda le mani nelle radici del Cile più profondo. Un Cile che, in quegli anni, cercava di rialzarsi da una profonda crisi. La storia raccontata da Virginia Tonfoni e Alessio Spataro, riesce a evidenziare con cura e delicatezza le varie sfumature della personalità di Violeta. Viene indagata fondamentalmente la sua persona più che il personaggio, donando forza e profondità al racconto. Un racconto che fa percepire la donna dietro la figura quasi leggendaria dell’artista.

Le vicende partono dall’infanzia di Violeta, quando per pochi spicci intratteneva le persone strimpellando la chitarra e rubacchiando qui e là con le sorelle, per portare un po’ di cibo a casa. Usando il vecchio strumento, appartenuto al padre, la ragazza ha iniziato a muovere i primi passi verso la musica. La narrazione avviene con salti temporali, evidenziando solo quei passaggi fondamentali per Violeta. Non si risente di questa scelta dato che la struttura a capitoli è organizzata molto bene, con chiusure precise accompagnate da qualche strofa o poesia in lingua originale. Questa tipologia di conclusione funziona bene, consentendoci di entrare ancora di più nella filosofia di vita dell’artista. Ogni poesia/strofa ha la traduzione a fine volume.

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La sceneggiatura ha un ritmo scandito e ben orchestrato. Si nota la profonda conoscenza della vita e delle opere dell’artista, da parte della giornalista Virginia Tonfoni. Ogni capitolo esplicita precisamente i momenti salienti delle vicende di Violeta con uno storytelling asciutto e diretto. In un crescendo di pathos, la caratterizzazione del personaggio è colta egregiamente, fino ad un finale emotivo e descritto in maniera diretta e dalle inquadrature poco scontate e coinvolgenti. Anche i personaggi secondari sono delineati con cognizione di causa, facendo risaltare ancora di più la particolarità di Violeta e il suo amore per la musica e la libertà di espressione. A fine albo vien voglia di recuperare, per chi non conoscesse l’artista, il suo percorso musicale che l’ha portata dal rappresentare canzonette spagnole per avvicinare gli iberici, alla profonda riscoperta della propria cultura musicale, ormai dimenticata dai più.

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I disegni di Alessio Spataro sono essenziali ed evocativi. Non era semplice catturare lo spirito dei luoghi sudamericani ma l’impresa è più che riuscita. Non solo, le vignette musicali hanno una scelta molto particolare. Il movimento delle mani sul guitarron non viene dato da linee di movimento, ma è come se si sovrapponessero più immagini statiche. Per semplificare il concetto e dare chiarezza alla cosa, partiamo dalla copertina. Le dita di Violeta sono moltiplicate così da sottolineare la velocità di esecuzione dell’artista. Questo stesso processo è effettuato in tutte le vignette dove è viene suonato uno strumento.
Anche la colorazione ha una scelta precisa. Oltre al bianco e nero, sono presenti solo due colori portanti in tutta la narrazione: un grigio chiaro molto velato e un arancione mattone che rende tutto più caldo e intimo. Quest’ultimo è quello che accompagna tutta la narrazione, rappresentando il calore suscitato dalla musica e, ovviamente, il cuore del paese latinoamericano. Si sa che il Sud America sia rinomato per il calore dei suoi abitanti e questa tinta coglie perfettamente il senso. Il grigio invece è utilizzato come rappresentazione della musica e appare fondamentalmente nelle vignette “sonore”. La decisione dell’utilizzo di una bicromia non è nuova a Spataro e già nel suo Biliardino, sempre edito da Bao Publishing, l'artista ha utilizzato lo stesso meccanismo in modo funzionale e calzante. In quel caso i toni erano blu e rossi, tipici della colorazione dei giocatori in campo.

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Bao insomma, grazie a questi due bravi autori, riesce a portare al lettore un personaggio eclettico e sfaccettato, descrivendone i lati tipicamente umani, come vezzi, vizi e lati meno conosciuti. Una biografia a fumetti, intima e sognante, che riporta in auge un’artista che molte volte è dimenticata. Il brossurato con alette è una scelta azzeccata, così come il formato, proposto a un prezzo onesto e a portata di mano.

Vivo e Morto, recensione: Le tragicomiche pene di un amore finito

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La fine di un amore è da sempre uno dei momenti di maggior tensione emotiva. C’è chi sta male ma reagisce, chi si chiude a riccio per giorni, settimane e forse anche anni, infine c’è chi invece non riesce a superare la cosa. Vivo e morto, opera di Jeff Hautat e David Prudhomme, ripercorre questo topos.

La storia inizia con le vicende di Flip, operaio di una fabbrica di chiavette per apriscatole, appena mollato dall’amore della sua vita. Nulla ha più senso per lui. Inizia così la sua parabola discendente: non ha più forze e quando è sul bus per andare sul posto di lavoro, non scende. Finge il suo suicidio a Patricia, la ragazza che l’ha mollato, e inizia ad incamminarsi senza alcuna destinazione, fino ad incontrare un automobilista un po’ suonato e suonatore di djembe, che lo carica per un viaggio senza apparente meta. L’altro lato della narrazione invece vede le vicende del proprietario della fabbrica che, dopo aver chiuso i battenti senza alcun preavviso, scappa a casa per recuperare tutti i soldi posseduti e fuggir via, lasciando così sulla strada i dipendenti. La trama si dipana così in due storyline che si intrecciano e si slegano in maniera onirica e cruda.

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La sceneggiatura di Jeff Hautat è solida e ben strutturata tranne in alcuni punti. Gli intrecci sono regolati da stacchi ben calibrati e da scene particolarmente evocative. La condizione dello spirito afflitto è tratteggiata egregiamente: tutti possiamo essere Flip o uno di quegli operai che cercano spiegazioni al loro direttore. Tutti temiamo di ritrovarci senza un futuro dall'oggi al domani. La caratterizzazione dei personaggi riesce quasi sempre a convincere tranne in alcuni snodi dove alcune scelte nei dialoghi rendono l’accaduto un po’ troppo sopra le righe. Ci si riferisce fondamentalmente alla vicenda dei dipendenti: troppo forzati alcuni passaggi e troppo caricati all’inverosimile. Questa gestione fa perdere pathos anche se, paradossalmente, mette in evidenza le vicende di Flip e del suo amore perduto. Degni di nota le sequenze dei deliri paranoici del protagonista. La convinzione estrema di essere morto è una delizia per impostazione e grafica. L’autore ha una precisione chirurgica nel descrivere il dolore, svilendolo nei momenti sarcastici e amplificandolo nelle scene di solitudine di Flip.

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Il tratto caricaturale di Prudhomme è efficace e diretto. Una tragicomica narrazione aveva bisogno di uno stile come il suo per avere l’effetto desiderato. L’interpretazione di Flip come ombra, un nessuno, è spettacolare. La scelta di raffigurarlo in questo modo, come una qualunque persona, funziona, e tanto. In base allo stato d’animo la sua figura si trasforma, si ammorbidisce o diventa più spigolosa. La scelta delle griglie è molto interessante. Nelle prime tavole può risultare problematica e di difficile lettura. Alcune pagine hanno una struttura di 24 vignette, divise per 6 righe e 4 colonne. Fin qui tutto ok, si potrebbe dire. La particolarità sta nella gestione intricata di esse. Diverse tavole son divise da piccolissimi spazi in nero che formano una splash onirica a mo di puzzle. Vignette che singolarmente hanno una loro indipendenza della scena ma tengono il ritmo nell'insieme, formando appunto un’unica immensa immagine. La maestria con cui Prudhomme tratteggia le notti buie e senza minima luce riesce a trasmettere l’angoscia del personaggio. Così come i capogiri dati dagli strapiombi del Massif Central mentre il compagno di viaggio guida in maniera del tutto spericolata.

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La cura editoriale è altrettanto di alta qualità. Oblomov infatti utilizza con ingegno la cartotecnica, soprattutto per esaltare la quarta di copertina. Un foro che focalizza e coincide col momento di svolta della vicenda personale del protagonista, rende omaggio alla scelta stilistica dei due autori.

Kraken, recensione: Gli abissi dell’anima

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“Nelle città senza mare chissà la gente a chi si rivolge per ritrovare il proprio equilibrio”. Questa citazione di Banana Yoshimoto racchiude un mondo. Chi è nato e cresciuto in riva al mare ha un rapporto speciale con esso, un legame profondo e difficile da spiegare. Manca a chi non ci vive più accanto e lo si cerca e ritrova quando ritorna. È come l’aria: necessario. Da sempre è stato portatore di storie, credenze e folclore. La sua bellezza, vastità e timore ha contribuito alla messa in opera di racconti storici ed impressi nella memoria. La sua calma è sinonimo di pace e la sua furia invece di estremo pericolo. Popolato da mostri, esseri divini e mitologici, resta uno degli ultimi baluardi del mistero. Spesso associato all’anima dell’uomo per le sue contraddizioni, il mare è l’elemento dell’avventura, della scoperta, del ritrovamento e del viaggio.
Non è difficile quindi comprendere il perché della scelta degli autori, di una delle opere più interessanti del 2017, Kraken, edito da Tunué ed esportato anche in Francia (a breve): Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari hanno realizzato un graphic novel intenso, profondo e dal carattere forte.

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Ambientata a Selalgues, un piccolo villaggio francese sulla costa nord, abitato da pescatori che basano la loro vita e sussistenza sul commercio del pesce, ritroviamo la classica e, non lontana dalla realtà, situazione in cui le persone hanno una mentalità abbastanza chiusa e bigotta. La popolazione è stata colpita da sventure su sventure fra cui diverse perdite umane. Tutti i morti erano pescatori bravi ed esperti ma, a causa del mare in tempesta, l’epilogo è stato purtroppo nefasto. In più, per motivi misteriosi, la materia prima scarseggia: non c’è più pesce nella costa. La scomparsa di una delle navi ha portato anche alla morte di un ragazzo molto promettente e di suo padre, oltre a quasi tutto l’equipaggio. L’unico sopravvissuto è un ragazzino della zona: Damien, fratello del ragazzo morto insieme al padre, che incolpa il Kraken, leggendario mostro marino, dell’accaduto. Preso di mira dagli abitanti, come capro espiatorio di sventure e malaugurio, contatta un conduttore televisivo di un programma su misteri e leggende molto noto in tv. Si anima di coraggio e parte per Parigi in cerca dell’uomo. Arrivato da lui trova una persona distrutta e disperata che fa i conti col proprio fallimento. Dougarry, questo è il nome del conduttore parigino, lo rimanda indietro dicendogli che si tratta solo superstizioni e finzione. Triste e sconsolato, Damien torna a casa. Poco dopo, a casa dell’uomo, si presenta la madre del bambino, chiedendogli di aiutarlo, assecondandolo, in cambio di denaro per l’aiuto. L’uomo accetta e si mette in viaggio verso il paesino di mare. Qui incontra la popolazione che oltre all’odio per Damien, inizia a fare resistenza anche a lui stesso. Quei pregiudizi a doppio senso, tra l’uomo di città e quello del villaggio, sono forti e ben descritti. La storia si dipana tra la caccia del mitologico kraken, la ricerca di una verità nascosta, i drammi di un villaggio privato ormai di sostentamento, un uomo che cerca di riscattare la sua vita da giornalista ormai perduta tra i drammi e quella di un ragazzino che è perso nel suo mondo perché odiato da tutti.

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La sceneggiatura di Pagani è molto ben strutturata e presenta dialoghi serrati e mai superflui, ritmi perfetti e senza incrinature. La caratterizzazione dei personaggi è magnifica, ogni sfumatura caratteriale è ben esposta e mostrata magistralmente. Dougarry è l’emblema dell’amarezza, disilluso e perso in un passato che non tornerà. La tenerezza della compagna del fratello morto di Damien, Janet, rappresenta bene l’emancipazione di chi vuole evadere da una piccola realtà, scappando via, ma bloccata nel contesto per cause di forza maggiore. Tutto è al suo posto e tutto si snoda man mano in maniera elegante. L’introspezione è gestita al meglio, senza diventare mai pesanti e fuori luogo.
Le dinamiche sociali sono uno dei punti di forza dell’opera. L’odio della gente, che in parte è comprensibile dati i lutti e le disgrazie, trasmette al lettore compassione e, allo stesso tempo, rancore verso di essi. Pagani insomma ritrae uno spaccato di umanità preciso e veritiero. Il sottile intreccio di inganni, che verrà svelato solo all’ultimo, è strutturato in modo tale che nemmeno il lettore esperto può capirlo anticipatamente. Insomma un plot twist con i fiocchi. Questo porterà a una nuova lettura che farà emergere nuove chiavi interpretative.

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I disegni di Cannucciari sono una delizia per gli occhi. Il tratto è decisamente più realistico e sporco rispetto ad altri suoi lavori passati e le vignette, grazie allo stile e alla colorazione pittorica dai toni seppia, rendono più fredda e oscura la narrazione. Cannucciari ritrae bene questa “fiaba” grottesca e gli infonde potenza visiva amplificandone l’aspetto evocativo. Le splash-page sembrano quadri ricreati su tela che potrebbero essere tranquillamente esposte.

Tunué propone dunque al pubblico una storia forte, intensa e dalla qualità altissima. L’edizione cartonata rende omaggio alla potenza delle tavole ad un prezzo molto onesto per quello che è sicuramente uno dei migliori graphic novel dell'anno.

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