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Dark Knight III: The Master Race #1

Correva l’anno 1986 quando fece la sua comparsa sugli scaffali delle fumetterie americane il primo numero di The Dark Knight Returns, consacrazione definitiva dell’astro nascente di Frank Miller dopo un acclamato ciclo di Daredevil alla Marvel e l’approdo alla Dc Comics con Ronin, bizzarra commistione di cultura orientale, fumetto francese alla Métal Hurlant e fantascienza. Il successo di critica di quest’ultimo convinse i piani alti della Dc che i tempi erano ormai maturi per progetti più sofisticati rispetto alle pubblicazioni mensili dell’editore, che salvo poche eccezioni come lo Swamp Thing scritto da un giovane scrittore inglese di nome Alan Moore, erano state soppiantate nelle preferenze dai lettori da testate maggiormente al passo coi tempi come lo stesso Daredevil di Miller, The Mighty Thor di Walt Simonson o gli Uncanny X-Men di Claremont & Byrne.

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Tempi nuovi richiedevano eroi nuovi, o quantomeno una rilettura aggiornata e priva di retorica di miti usurati dal tempo, che tenesse conto della complessità politica, economica e sociale di quei favolosi anni ’80. Sono gli anni dell’amministrazione Reagan, della guerra in Afghanistan e delle tensioni con l’Unione Sovietica, dei repressivi governi Thatcher in Gran Bretagna, dell’invasione delle Falkland, ma anche gli anni degli yuppies, del miraggio dei guadagni facili in Borsa, del successo strabordante della musica pop con meteore da one hit wonder che vogliono cantare l’allegria di un decennio solo apparentemente spensierato ma in realtà profondamente controverso. In ambito fumettistico sono gli anni felici del revisionismo supereroistico, movimento che segna in modo indelebile la scena di quel momento: alfiere ne è stato Moore in Gran Bretagna con un ciclo epico e sconcertante di Miracleman, prima di proseguire l’opera negli USA con Watchmen. Proprio quest’ultima opera diventa, insieme al contemporaneo The Dark Knight Returns, l’emblema del suddetto movimento. Se la complessità del lavoro di Moore si presta fin da subito ad un’attenta analisi che a tutt’oggi non sembra essere terminata, è l’opera di Miller a godere di attenzioni immediate anche da parte di organi di stampa non di settore, suscitando un immediato dibattito su riviste di cultura pop ad ampia diffusione come Rolling Stone. La vicenda di questo Bruce Wayne invecchiato, che dopo aver smesso i panni di Batman per un decennio torna ad indossarne il mantello, disgustato dalla criminalità e dalla decadenza morale che popolano le strade di una Gotham City non più rassicurante scenario di inseguimenti e scazzottate ma minacciosa metropoli della modernità, attira le attenzioni di semiologi e sociologi della comunicazione. Chi ha qualche capello bianco ricorderà la prima edizione italiana in volume della Rizzoli – Milano Libri, con prefazione del compianto giornalista Enzo G. Baldoni e postfazione del famoso sociologo Alberto Abruzzese. Dark Knight è uno shock culturale fin dal suo primo apparire, uno dei primi esempi, nell’era della comunicazione di massa, di cultura ritenuta fino ad allora bassa ad essere ospitata tra gli esempi di cultura alta. È il motore della rinascita di un personaggio amatissimo, che grazie al traino del successo dell’opera di Miller conoscerà i fasti della fortunatissima trasposizione cinematografica del 1989, il Batman di Tim Burton. Basterebbe solamente parlare dell’iconica copertina della prima edizione in paperback americana: quel cielo plumbeo solcato da una figura scura vestita da pipistrello e attraversato da un fulmine diventa per un’intera generazione di lettori la sublimazione su carta della propria irrequietezza adolescenziale.

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Il lungo preambolo era necessario per sottolineare quanto questo Dark Knight III: The Master Race sia stato investito da enormi aspettative fin dal suo annuncio. Le perplessità circa la bontà di questa operazione sono state molteplici, come accadde d’altronde al primo sequel del 2002, The Dark Knight Strikes Again. Innanzitutto sono rischiose le premesse di un’iniziativa del genere: il Dark Knight del 1986 era un’opera perfettamente compiuta che, come sottolineava brillantemente Alan Moore nella celebre introduzione alla prima ristampa in paperback, introduceva l’elemento temporale nell’universo di un personaggio iconico della tradizione fumettistica che per decenni era rimasto sostanzialmente invariato. The Dark Knight Returns era per un Batman stanco e invecchiato, seppur combattivo, quello che Alamo era stato per Davy Crockett, l’epica avventura finale prima di essere consegnato per sempre alla leggenda. Come realizzare quindi un sequel dell’ultima battaglia, dell’impresa finale che consegna l’eroe al mito? Già Dark Knight Strikes Again aveva lasciato questa domanda inevasa, risolvendosi in una satira schizofrenica della società americana e dell’industria del fumetto dei primi anni 2000, arguta ma deludente come risultato finale. Inoltre, su Dark Knight III aleggiava il sospetto di essere una mera operazione commerciale, sospetto alimentato dall’uscita di ben 55 cover variant e da un già annunciato quarto capitolo, a conferma della volontà della DC di costruire un universo narrativo basato sull’opera milleriana. Terzo elemento di perplessità era inoltre il team creativo riunito per aiutare un Miller provato dai recenti problemi di salute: se il ritorno del veterano Klaus Janson (Daredevil, Dark Knight Returns) alle chine è stato subito salutato come una garanzia, era tutto da verificare l’apporto di Brian Azzarello (100 Bullets) come co-writere di Andy Kubert ( Origins, 1602) come penciler. Il risultato finale è stato quindi all’altezza delle aspettative?

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Diciamo subito che Dark Knight III: The Master Race è un buon fumetto, dalla confezione impeccabile, che nonostante paghi un evidente tributo al suo illustre predecessore non manca di cercare una sua strada autonoma. Questo primo numero si apre tre anni dopo le vicende raccontate in DK2, con la ricomparsa in azione di un Batman creduto fino a quel momento morto. Il vigilante pesta a sangue dei poliziotti colpevoli di essersi accaniti contro un teppista, in questo caso innocente: l’azione del Crociato Incappucciato viene ripresa da uno smartphone e lanciata in rete, suscitando l’interesse dell’opinione pubblica che si interroga sui motivi dietro al ritorno del Cavaliere Oscuro. Nel frattempo, nella giungla amazzonica, una combattiva Wonder Woman affronta ed abbatte una mitologica creatura a metà strada tra un minotauro ed un centauro. La donna che, porta in spalla un neonato di nome Jonathan (nome che lascia pochi dubbi circa l’identità del padre), entra poi in quella che sembra un’antica città, che lei chiama casa: sembra essere Themyscira, che quindi non sarebbe più collocata sull’Isola Paradiso. Intanto Lara, la prima figlia di Superman e Wonder Woman di cui avevamo fatto la conoscenza in DK2e che ha ereditato il manto di Supergirl, cerca il padre in quel che resta della sua Fortezza della Solitudine: lo troverà congelato sotto una cupola di ghiaccio, ma non avrà il tempo di rammaricarsene perché la sua attenzione verrà distolta dai minuscoli abitanti della città in bottiglia di Kandor, che chiedono il suo aiuto per uscire. Torniamo infine a Gotham City, dove la polizia sta dando la caccia a Batman, che in questo universo narrativo è considerato un fuorilegge: dopo un rocambolesco inseguimento il vigilante viene catturato, e il primo capitolo si chiude con un colpo di scena inaspettato. L’albo è completato dalla prima di una serie di annunciate backstories, scritta dagli stessi autori ma disegnata stavolta da Miller in persona, e dedicate ai personaggi di contorno della storia principale. Si comincia con il professor Ray Palmer, l’Atom del DC Universe, i cui pensosi soliloqui sulla natura dell’eroismo e sul fato dei suoi compagni della Justice League vengono interrotti dall’arrivo di Lara, che gli chiede aiuto per liberare la popolazione di Kandor.

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Difficile dare un giudizio a questa primo numero di Dark Knight III: The Master Race senza che la memoria corra al capolavoro del 1986: ma sono gli stessi autori a collegare l’opera al prototipo originale tramite citazioni e strizzatine d’occhio, prima tra tutte la presenza invadente dei mezzi di comunicazione nella storia. In The Dark Knight Returns Miller infarciva le vignette di schermi televisivi dai quali spregiudicati anchormen influenzavano gli spettatori, vaticinando l’importanza che la televisione avrebbe avuto nella formazione dell’opinione pubblica e partecipando cosi al dibattito iniziato da eminenti sociologi come McLuhan e Popper; in The Dark Knight Strikes Again del 2002 l’autore individuava nella presenza ossessiva della Rete la caratteristica precipua del nuovo millennio. Anche in DK3 non manca il confronto con le innovazioni tecnologiche della contemporaneità e questa volta l’attenzione cade sulle nuove possibilità offerte da tablet e smartphone. Ma lo stile narrativo presenta non poche differenze rispetto all’originale: se nel primo Dark Knight la narrazione era intensa e potente, la prima uscita di questo DK3 soffre del male di cui sembrano soffrire molti dei fumetti contemporanei, quella decompressione che diluisce la narrazione e che fa di queste prime 24 pagine solamente il prologo di un affresco che prenderà presumibilmente corpo con le prossime uscite. Il connubio Miller – Azzarello, che tante perplessità aveva suscitato in partenza, risulta tutto sommato ben riuscito: se la dimensione prevalentemente action di questa prima uscita fa pensare ad una preponderanza della penna di Azzarello, l’inconfondibile stile hard - boiled di Miller è ben riconoscibile in alcuni dei passaggi più significativi, vedi il monologo interiore di Lara nella scena della Fortezza della Solitudine.

Il comparto artistico è tecnicamente ineccepibile, ed è una vera gioia per gli occhi. Nel segmento principale Andy Kubert, celebrato e rispettato veterano del settore, fornisce uno storytelling di straordinaria ed inesorabile potenza. Le sue matite per questo primo numero hanno ricevuto molte critiche soprattutto perché, complici anche le chine di Janson, imiterebbero in maniera pedestre lo stile di Miller. Trovo queste critiche piuttosto ingenerose: l’ex illustratore di X-Men si allinea graficamente allo stile dei due precedenti Dark Knight, in quello che vuole essere un sentito e caloroso omaggio ad un capolavoro che ha rivoluzionato il settore, ma le sue matite sono Kubert allo stato puro. Oltre a Miller, il figlio più dotato del grande Joe Kubert omaggia anche il David Mazzucchelli di Batman: Year One, nella sequenza in cui Batman plana su un gruppo di poliziotti. Non c’è il gusto per l’eccesso e per la provocazione stilistica tipica del tratto di Miller e questo rende DK3 meno interessante, ma non per questo meno valido, dal punto di vista grafico.
I colori di Brad Anderson segnano un netto distacco dall’opera originale: se in Dark Knight la tavolozza di Lynn Varley ci regalava una Gotham piena di ombre e sfumature di grigi, la palette di Anderson esplode di luci calde.

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Ma la vera gioia per chi scrive è rappresentata dal mini-comic di Atom nel secondo segmento: disegnato da Miller in persona e inchiostrato da Janson, vede la reunion del team artistico di Daredevil e del primo Dark Knight dopo quasi un trentennio, dopo un litigio per alcuni dissapori sorti all’indomani dell’uscita del primo capitolo. La riunione con Janson fa benissimo a Miller, che consegna alcune delle tavole più belle della sua carriera recente, smussando alcune incertezze che avevano contraddistinto le ultime prove. Oltre all’emozione di ritrovare una coppia artistica che ha fatto la storia del fumetto americano, fa piacere rivedere un Frank Miller in grande forma.

L’impressione ricavata dalla lettura di questa primo numero è più positiva che negativa: per quanto paghi un inevitabile tributo sentimentale al capolavoro del 1986, la sensazione è che questo DK3 lascerà un segno solo se sarà in grado di individuare una strada propria e percorrerla senza guardarsi indietro: le premesse ci sono tutte.
Aspettiamo quindi le prossime uscite di Dark Knight III: The Master Race per poter fornire un giudizio più esaustivo e per scoprire cos’hanno in serbo gli autori per i lettori, a partire ovviamente dalla rivelazione dell’identità de "La Razza Padrona" citata nel titolo.

Dati del volume

  • Editore: DC Comics
  • Autori: Testi di Frank Miller, Brian Azzarello, disegni di Andy Kubert, Frank Miller, chine di Klaus Janson, colori di Brad Anderson
  • Formato: 52 pagine: 32pp, 15cm x 25cm (albo principale), 16 pp, 12cm x 20cm (minicomic), col.
  • Prezzo: 5,99$
  • Voto della redazione: 7,5
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