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Bao e il settimo splendore, intervista a Leonardo Favia. Anteprima esclusiva

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Nella gallery in basso, potete ammirare un'anteprima esclusiva de Il settimo splendore.

Nato a Bari nel 1982, Leonardo Favia è Executive Editor presso Bao Publishing.
Il suo primo romanzo a fumetti edito dalla casa editrice milanese, intitolato Il settimo splendore, disegnato da Ennio Bufi e colorato da Walter Baiamonte, sarà a breve disponibile al Lucca Comics & Games 2014 in anteprima e in vendita in libreria a partire dal 13 novembre 2014.

Ciao Leonardo, e benvenuto su Comicus.

Favia01Partiamo da Il settimo splendore, tuo primo libro a fumetti edito da Bao Publishing, disponibile per il pubblico già a partire dalla prossima edizione del Lucca Comics & Games e in uscita in libreria il 13 novembre.
Come è nata l’idea dietro quest’opera? Come è stata sviluppata e quanto tempo di lavorazione ha richiesto?

La storia è una riflessione sulla memoria, sui nostri ricordi d'infanzia che contribuiscono a formarci come persone, pur essendo questi solo frutto della percezione in un'età in cui non è chiara la comprensione degli eventi che ci circondano. La storia ha un'origine lontanissima, addirittura sui banchi di scuola del liceo, e ha visto molte versioni prima di arrivare alla stesura definitiva. Per quanto riguarda la lavorazione di sceneggiatura, disegni e colorazione (del mitico Walter Baiamonte), parliamo di un annetto di lavoro che, per centoventi tavole, è un ritmo abbastanza serrato.

Il libro parla di un viaggio alla ricerca di verità taciute per lungo tempo, di famiglia e di crescita individuale. Quanto c’è di autobiografico nell’opera? E quanto invece è frutto della tua immaginazione?
Per fortuna la mia vita è molto più semplice e lineare di quella di Modì, il protagonista. I viaggi di infanzia a Parigi sono effettivamente avvenuti, e il tornare costantemente in una città che mi era vicina ed estranea al tempo stesso mi ha permesso di analizzare come fosse la mia percezione della città a cambiare, e non necessariamente la metropoli stessa. Un altro tema importante nella storia è quello del sacrificio, delle scelte che facciamo nel momento in cui non possiamo più smettere di temporeggiare, e decidere definitivamente chi siamo. Ho applicato questo a una famiglia dalle dinamiche complicate, e da lì ho sviluppato la trama. Diciamo che sono un grande amante dei classici "What If" applicati alla vita quotidiana, e mi piace esplorarne gli sviluppi.

Come in tutte le opere della collana “Le città viste dall’alto”, anche qui vi è una città, protagonista silenziosa, ma onnipresente: Parigi. A cosa è dovuta questa scelta? Cosa rappresenta la capitale francese nella tua vita?
Il libro è una dichiarazione di amore a Parigi, per quanto il ruolo della metropoli nella storia sia alquanto in chiaroscuro. Rappresenta una parte importante dei miei ricordi infantili e lì ci sono stati passaggi importanti della mia vita personale.

Ennio Bufi è l’artista che si è occupato della parte grafica de Il settimo splendore. Sappiamo che non è la tua prima collaborazione con il disegnatore. Puoi raccontarci qualche aneddoto a riguardo? Come vi siete conosciuti? E come vi siete ritrovati a lavorare su questo libro assieme? Quali sono, in termini pratici, le vostre dinamiche lavorative?
Io ed Ennio abbiamo collaborato per diversi anni su progetti totalmente diversi (le avventure a fumetti di Geronimo Stilton), e un anno siamo stati invitati per un tour in California per il Free Comic Book Day. Da lì è nata una grande amicizia (facilitata dalla “pugliesità” di entrambi), che ci ha fatto promettere che un giorno avremmo lavorato insieme su qualcosa di nostro. Qualche anno dopo Michele [Foschini] e Caterina [Marietti] della Bao avevano espresso il desiderio di dare alle stampe un libro realizzato da Ennio, io avevo la storia già pronta e ogni pezzo è caduto al suo posto. In fase di sceneggiatura, cerco di essere pignolo sui passaggi che reputo fondamentali, per le “scene madri” di cui devo essere assolutamente sicuro della riuscita, altrimenti tendo a dare libertà al disegnatore, soprattutto se c'è una profonda conoscenza pregressa.

Il settimo splendore parla, fra le tante altre cose, anche di un tema delicato e spesso scomodo: la malattia mentale. Quanto queste tematiche così attuali nella società attuale, specialmente fra i giovani, ti hanno toccato da vicino? Cosa pensi a riguardo?
Ho riflettuto attentamente prima di affrontare questi temi, soprattutto perché sono estranei alla mia vita personale, e troverei odioso se si avvertisse dell'artificiosità in argomenti così delicati. Durante la lavorazione, il complimento più grande che mi è stato rivolto è stato quello di essere riuscito a ricreare le tensioni e i silenzi di una famiglia interrotta, pur non avendo alcun tipo di esperienza diretta al riguardo.

Da tempo lavori come editor (e ora anche sceneggiatore) per Bao Publishing. Come e quando è iniziato questo rapporto lavorativo con la casa editrice milanese? Cosa puoi raccontarci della vita di redazione in Bao?
Sono in Bao dal primo giorno, e questa è forse la cosa che mi riempie più di orgoglio. Mi ero trasferito a Milano nella speranza di lavorare come sceneggiatore e mi sono ritrovato coinvolto in un progetto folle e coraggioso come quello di aprire una casa editrice. Ormai al quinto anno, siamo cresciuti per dipendenti, libri a catalogo e riconoscimento pubblico; a permetterci di mantenere un equilibrio tra questa espansione e la cura nei confronti dei libri pubblicati sono i sentimenti di amicizia e di coesione che ci legano. La vita in redazione è frenetica, ma il fatto che ci guardiamo le spalle a vicenda ci permette di lavorare con serenità.

Bao è oramai una realtà consolidata nel panorama fumettistico nazionale, e non solo, anche grazie a una folta squadra di talenti. Zerocalcare, punta di diamante del team e bomber di sostanza, Cyril Pedrosa fantasista e rifinitore dal tocco preciso e delicato, Stefano Simeone e Alberto Madrigal instancabili ali sulle fasce, solo per citarne alcuni. In questo “Dream Team” in che ruolo ti vedi?
Faccio la traversa? No, a parte gli scherzi, mi vedo molto di più in un ruolo a bordo del campo, gli editor fanno un lavoro oscuro che raramente emerge. Questa sortita in campo (e qui la chiudiamo con la similitudine calcistica) è stata elettrizzante, e aver lavorato in questi anni con gli artisti e amici che hai citato (in minima parte) mi ha insegnato più di quanto potessi sperare.

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Parliamo del tuo passato, delle tue “origini segrete”: come e quando è nato il tuo amore per la nona arte? Quale è stato il tuo percorso di formazione artistica?
A parte i Topolino che leggevo “ereditandoli” dalle mie sorelle, sono cresciuto leggendo Bonelli, il primo acquisto ponderato fu un Almanacco della Paura 1996. Per tutto il liceo sono andato avanti leggendo solo italiani, ero un lettore distratto, non facevo distinzione di sceneggiatori o disegnatori, tutto veniva racchiuso dal titolo della testata, che fosse Dylan Dog, Dampyr o Martin Mystère. Il mio periodo di puro nerdismo è cominciato tardissimo, al primo anno di Università, quando alcuni amici mi hanno introdotto ai volumi Vertigo e mi hanno aperto il terzo occhio. Da The Sandman in poi, ho capito che volevo scrivere, e volevo scrivere fumetti. Sempre quegli amici mi hanno permesso di accedere a collezioni di fumetti fantasmagoriche, saltando a piè pari le parti dimenticabili, per seguire gli highlight della storia del fumetto. Dopo aver studiato giornalismo a Bari, sono passato prima per Bologna (studiando sceneggiatura per il cinema) e infine a Milano.

Sei nato e cresciuto a Bari, città recentemente nominata come “la più felice d’Italia”. Quanto pensi che questa abbia influenzato il tuo percorso di vita, oltre che quello artistico? Quali sono i vantaggi che il nascere a Bari ti ha dato? E, di contro, quali sono gli svantaggi, dato che Bari è oggettivamente una città fortemente periferica del mondo dell’editoria a fumetti?
Purtroppo, ho dovuto abbandonare Bari per cercare di realizzare il mio sogno, lavorare nel fumetto. Non saprei fare un distinguo tra i pro e i contro della città, so solo che, per una crescita personale, ritengo che sia necessario allontanarsi dal posto in cui si è nati. Bisogna sempre sacrificare qualcosa per raggiungere un obiettivo, e diciamo che io sono un grande amante delle strade in salita, le sfide mi entusiasmano.

Sei un artista giovane e promettente, uno di quelli che, sostanzialmente, ce la sta facendo. Cosa ti sentiresti di consigliare a coloro che, più giovani di te, si vogliono affacciare nel mondo del fumetto?
Premesso che mi imbarazza la definizione artista-giovane-promettente, per chi vuole avvicinarsi al mondo del fumetto, do un consiglio e una speranza. Il consiglio è di farsi trovare pronti, di essere competenti ma non saccenti, disponibili ma non disperati, educati ma non timidi; la professionalità, intesa come approccio a libri, persone e ruoli, è la qualità che paga di più, a patto di trovare interlocutori seri. La speranza è che il mondo del fumetto è molto aperto alle new entry, alle nuove idee, anche se questa mancanza di “selezione all'ingresso” ti costringe a distinguerti per personalità.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: quali sono le tue aspettative riguardo Il settimo splendore? E, guardando ancora più avanti, stai già lavorando a qualche nuovo progetto?
Spero che il libro metta ad altri la voglia di scrivere. I libri che ho più amato mi hanno sempre dato il desiderio di scrivere, di mettermi alla prova. L'idea di avere un effetto simile su qualcun altro è potentissima. Ah, e spero che venda anche vagonate di copie. O che almeno vada in pari, il rovescio della medaglia del lavorare nella casa editrice che ti pubblica è che quando poi arrivano i dati di vendita non c'è alcun tipo di “filtro con la realtà”.
Per i nuovi progetti, avrei una storia che mixa viaggi nel tempo, musica rock e storie adolescenziali. Devo solo trovare un disegnatore paziente e una casa editrice che mi pubblichi.

Grazie per la tua disponibilità, ci vediamo presto al Lucca Comics & Games.

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